Sulla cattedra del successo: a lezione da Phil Jackson

Philip Douglas “Phil” Jackson è un ex cestistaallenatore di pallacanestro e dirigente sportivo statunitense.

Ha vinto 2 titoli da giocatore (con i New York Knicks) e 11 da allenatore (6 con i Chicago Bulls, 5 con i Los Angeles Lakers).

Eleven Rings – L’Anima del Successo è un libro meraviglioso, consigliato non solo a tutti gli sportivi e agli amanti dei concetti legati al coaching, ma è un viaggio interiore nella storia di un uomo capace di collegare altri uomini, di metterli in connessione, e guidarli a raggiungere le mete preposte, affrontando sconfitte, pressioni e cambiamenti.

Questo è un semplice aforismario tratto dal libro e dedicato a chiunque ricerchi possibili spunti per la crescita di sé stessi e del gruppo di lavoro che si trova a guidare.

Una lettura vivamente consigliata.

“Un altro aspetto degli insegnamenti buddhisti che mi ha influenzato è l’enfasi sull’apertura e la libertà. Il maestro zen Shunryu Suzuki ha paragonato la mente a una mucca in un pascolo. Se rinchiudi la mucca in un piccolo spazio, diventerà nervosa e frustrata e inizierà a mangiare l’erba del vicino. Ma se le dai un grande pascolo per poter vagare liberamente, sarà più contenta e meno incline a cercare di fuggire.”

“So che stai pensando di diventare allenatore, prima o poi. Penso che sia una buona idea, ma allenare non è solo divertimento e partite. A volte non importa quanto tu sia una brava persona, dovrai comportarti da stronzo. Non puoi fare l’allenatore se hai bisogno di piacere a tutti.”

“Ciò che adoro della lista di Monk è il messaggio essenziale sull’importanza della consapevolezza, della collaborazione e dell’avere ruoli chiaramente definiti, principi che si applicano tanto al basket quanto al jazz. Ho scoperto presto che il miglior modo per coordinare i giocatori in azione era di farli giocare a un ritmo di quattro quarti. La regola-base era che chi portava palla doveva fare qualcosa prima della terza battuta: o la passava, o tirava, o iniziava a palleggiare. Quando tutti tenevano il tempo, diventava più facile armonizzare l’uno con l’altro, battuta dopo battuta.”

“Era difficile giocare contro di noi – dice Kobe Bryant – perché gli avversari non sapevano mai cosa stavamo per fare. Perché? Perché nemmeno noi sapevamo cosa avremmo fatto da un momento all’altro. Tutti leggevano e reagivano l’un l’altro. Eravamo una grande orchestra.”

“Il basket è un grande mistero. Puoi fare tutto nel modo giusto. Puoi avere il mix perfetto di talento e il miglior sistema offensivo possibile. Puoi organizzare una strategia difensiva infallibile e preparare i tuoi giocatori a ogni possibile eventualità. Ma se il gruppo non è unito, i tuoi sforzi saranno vani. E il legame che unisce una squadra può essere molto fragile, e tremendamente sfuggente. L’unità di un gruppo non si può controllare accendendo o spegnendo un interruttore. Bisogna creare il giusto ambiente affinchè possa crescere, e poi alimentarla giorno per giorno.”

“Non c’è bisogno di dire che la professione dell’allenatore attira un sacco di maniaci del controllo, impegnati in continuazione a ricordare a chicchessia che sono loro i maschi alfa dello spogliatoio. Capita anche a me. Ma negli anni ho imparato che l’approccio più efficace è quello di delegare il più possibile l’autorità e coltivare le capacità di leadership di tutti. Quando ci riesco, questo non solo costruisce l’unità di squadra e permette agli altri di crescere, ma anche – paradossalmente – rafforza il mio ruolo di leader. Alcuni allenatori limitano gli input da parte del proprio staff perchè vogliono essere loro l’unica voce dominante nella stanza. Io, invece, incoraggio tutti – allenatori e anche giocatori – a prendere parte alla discussione, per stimolare la creatività e favorire un ambiente più incline a includere che a escludere. Questo è particolarmente importante per i giocatori che non hanno un grande minutaggio. La mia poesia preferita sul potere dell’inclusione è “Outwitted” (Beffato) di Edwin Markham:

Disegnò un cerchio che mi escludeva –

Eretico, ribelle, in disprezzo mi aveva.

Ma l’amore e io avemmo l’astuzia per trionfare:

disegnammo un cerchio che lo faceva entrare!”

“La storia che aveva catturato l’attenzione di Paxson parlava di un giovane principe che era stato mandato dal padre a studiare come diventare un buon governante presso un grande maestro cinese. Il primo incarico che il maestro gli assegnò fu quello di passare un anno da solo nella foresta. Quando il principe tornò, il maestro gli chiese di descrivere cosa avesse sentito e lui rispose: «Riuscivo a sentire il canto dei cuculi, il fruscio delle foglie, il movimento dei colibrì, il gracchiare dei grilli, il soffio dell’erba, il ronzio delle api e il sibilo o le grida del vento.» Dopo che il principe ebbe finito, il maestro gli disse di tornare nella foresta per sentire cos’altro poteva essere udito. Così il principe tornò indietro e sedette da solo nella foresta per diversi giorni e notti, chiedendosi a cosa si riferisse il maestro. Poi, un mattino, iniziò a sentire dei flebili suoni mai uditi prima. Non appena tornò dal maestro, il principe disse: «Quando ascoltavo più attentamente, potevo sentire ciò che non si sente – il suono dei fiori che si aprivano, il rumore del sole che scaldava la terra, e il suono dell’erba che assorbiva la rugiada mattutina.» Il maestro annuì. «Sentire ciò che non si sente» disse, «è una disciplina indispensabile per essere un buon sovrano. Solo quando chi governa avrà imparato ad ascoltare attentamente il cuore delle persone, avvertendone i sentimenti inespressi, le indicibili sofferenze e i silenziosi lamenti, solo allora potrà sperare di ispirare fiducia in loro, di capire quando qualcosa va male e di scoprire le autentiche necessità dei suoi cittadini.»                                                                                       Sentire ciò che non si sente. Questa è una qualità che serve a tutti nel gruppo, non solo al leader. Nel basket, gli statistici contano gli assist, o i passaggi che poi portano a segnare. Ma io sono sempre stato più interessato ai giocatori focalizzati sul passaggio che porta al passaggio che porta a segnare. Ci vuole tempo per sviluppare quel tipo di consapevolezza, ma una volta che la si padroneggia, l’invisibile diventa visibile e il gioco ti si apre davanti agli occhi come un libro. Per rafforzare la consapevolezza dei giocatori, mi piaceva tenerli sulle spine su cosa li aspettava. Durante un allenamento, sembravano così svogliati che decisi di spegnare le luci e farli giocare al buio – non una cosa semplice da fare, specialmente quando stai tentando di ricevere un passaggio-missile da Michael Jordan. Un’altra volta, dopo una sconfitta imbarazzante, feci tutto l’allenamento senza dire una parola. Altri allenatori pensavano che fossi pazzo. A me importava solo dar la sveglia ai miei giocatori, anche solo per un momento, per fargli vedere l’invisibile. E sentire ciò che non si sente.”

“Ma io credo che se hai curato ogni dettaglio, le leggi di causa ed effetto – e non la fortuna – solitamente determinano il risultato. Certo, in una partita di basket ci sono un sacco di cose che non si possono controllare. Questo è il motivo per cui concentriamo la maggior parte del nostro tempo su cosa possiamo controllare: il giusto lavoro di piedi, le giuste spaziature in campo, il giusto modo di gestire il pallone. Quando giochi nel modo giusto, tutto assume più senso anche per i giocatori e la vittoria è il risultato più probabile.”

“Ma c’è un altro tipo di fiducia che è ancora più importante – la fiducia nel nostro essere tutti connessi a un livello che supera la comprensione. Questo è il motivo per cui faccio sedere i giocatori in silenzio. Sedersi in silenzio in gruppo senza distrazioni può far entrare in sintonia le persone in maniera più profonda. Come diceva Nietzsche: “I fili invisibili sono i legacci più forti.” Nella mia carriera quei legacci li ho visti formarsi varie volte. Il profondo sentimento di connessione che si sviluppa quando i giocatori si uniscono crea una forza straordinaria, che può spazzare via la paura di perdere.”

“Il modo in cui fai una cosa è il modo in cui fai ogni cosa.” (Tom Waits)

“Vincere richiede talento, ripetersi richiede carattere.” (John Wooden)

“Nel suo Il Tao della Leadership, John Heider sottolinea l’importanza di interferire il meno possibile con le dinamiche di gruppo. «Le regole limitano la libertà e la responsabilità», scrive. «L’applicazione delle regole è coercitiva e manipolativa, il che diminuisce la spontaneità e riduce l’energia all’interno del gruppo. Più sei coercitivo e più resistenza incontrerari da parte delle persone.» Heider, il cui libro è basato sul Tao Te Ching di Lao-tzu, consiglia ai leader di esercitarsi per diventare più aperti. «Il leader saggio si mette al servizio: deve essere ricettivo, flessibile, capace di seguire. È la vibrazione che si sviluppa tra i membri a dominare e a guidare il gruppo, mentre il leader la segue. In questo modo la coscienza dei membri ne uscirà trasformata e ancora più assoluta.» È ciò che stavo cercando di fare con i Bulls. Il mio obiettivo era di agire nella maniera più intuitiva possibile, per permettere ai giocatori di guidare la squadra dall’interno. Volevo che fossero capaci di lasciarsi trasportare dal flusso dell’azione, come alberi che si flettono a seconda del vento. Questo è il motivo per cui insistevo tanto per avere allenamenti fortemente strutturati. Mi facevo sentire in maniera decisa nelle nostre sessioni a porte chiuse, per inculcare nella mente dei giocatori la visione di dove volevamo arrivare e di come arrivarci. Ma una volta che la partita iniziava, mi facevo da parte e lasciavo che fossero i giocatori a orchestrare l’azione. Di tanto in tanto mi inserivo per fare degli adattamenti difensivi o chiamare delle sostituzioni se avevamo bisogno di un’iniezione di energia, ma per la maggior parte del tempo lasciavo che fossero i giocatori a prendere il comando. Per far funzionare questa strategia avevo bisogno di sviluppare un forte nucleo di leader in squadra che potessero far diventare realtà questa mia visione. È fondamentale avere una struttura. In tutte le squadre vincenti che ho allenato, la maggior parte dei giocatori aveva un’idea precisa del proprio ruolo nel roster. Quando la struttura gerarchica è chiara, l’ansia e lo stress dei giocatori diminuiscono.”

Io non credo negli allenamenti punitivi per i giocatori. Mi piacciono gli allenamenti stimolanti, divertenti e, soprattutto, efficaci. Coach Al McGuire una volta mi disse che il suo segreto era di non far sprecare tempo a nessuno. «Se non ci riesci con otto ore di impegno al giorno – diceva – non vale pena continuare a sbatterci la testa.» Quella è stata la mia filosofia da lì in poi. Molte mie convinzioni sull’argomento erano state influenzate dal lavoro di Abraham Maslow, uno dei fondatori della psicologia umanistica e noto per la sua teoria della gerarchia dei bisogni. Maslow credeva che il bisogno umano più alto fosse quello di raggiungere l’auto-realizzazione, che lui definisce “l’utilizzo e lo sfruttamento dei talenti, delle capacità e delle potenzialità di un individuo.”Nelle sue ricerche, ha scoperto che le caratteristiche basilari dell’auto-realizzazione sono la spontaneità e la naturalezza, l’accettazione di se stessi e degli altri, alti livelli di creatività e una grande attenzione verso la soluzione dei problemi più che la gratificazione del proprio ego. Per raggiungere l’auto-realizzazione, conclude, bisogna prima soddisfare una serie di bisogni primari, che si sovrappongono l’uno all’altro fino a formare la cosiddetta Piramide di Maslow. Il livello più basso è quello dei bisogni fisiologici (fame, sonno, sesso); seguono i bisogni di sicurezza (stabilitò, ordine); appartenenza (amore, affetti); stima (rispetto di sé, riconoscimenti); e, infine, l’auto-realizzazione. Maslow conclude che la maggior parte delle persone non riesce a raggiungere la cima della piramide perché resta bloccata nei livelli inferiori. Nel suo The Farther Reaches of Human Nature Maslow descrive i passaggi-chiave per raggiungere l’auto-realizzazione:

  • Vivere la vita «intensamente, altruisticamente, con piena concentrazione e totale assorbimento»;
  • Prendere decisioni giorno dopo giorno che favoriscano la crescita anziché la paura;
  • Entrare più in sintonia con la propria natura e agire secondo ciò che si è;
  • Essere onesti con se stessi e assumersi le responsabilità per ciò che si dice e si fa, anziché fare il doppio gioco o comportarsi in maniera falsa;
  • Identificare le difese del proprio ego e trovare il coraggio di rinunciarvi;
  • Sviluppare la capacità di autodeterminarsi il destino e osare essere diversi e anticonformisti;
  • Creare un continuo processo per raggiungere il massimo potenziale e compiere il lavoro necessario per realizzare la propria visione;
  • Favorire le condizioni per avere momenti di illuminazione, o quelli che Maslow chiama «momenti di estasi» nei quali pensiamo, agiamo e proviamo sensazioni in maniera più cosciente, con più amore e maggiore accettazione verso gli altri

Sono venuto a contatto con le idee di Maslow durante la specializzazione all’università e le ho trovate estremamente liberatorie.”

“«Il lavoro è sacrosanto ed edificante quando scaturisce da ciò che siamo, quando entra in relazione con il nostro personale cammino», scrive l’attivista, insegnante e monaco laico Wayne Teasdale in A Monk in the World. «Affinchè il lavoro sia sacro, deve essere connesso con la nostra realizzazione spirituale. Il nostro lavoro deve rappresentare la nostra passione, il nostro desiderio di contribuire alla nostra cultura, specialmente per lo sviluppo degli altri. Con passione intendo i talenti che possiamo condividere con gli altri della nostra comunità, i talenti che formano il nostro destino e ci permettono di essere davvero utili al prossimo.» Per inserire il sacro nel lavoro e nella vita, è essenziale creare un ordine a partire dal caos. Teasdale cita il cantautore nativo americano James Yellowbank, secondo il quale «il compito della tua vita è tenere in ordine il tuo mondo.» Per riuscirci ci vuole disciplina, un sano equilibrio tra lavoro e gioco e nutrimento per la mente, il corpo e lo spirito all’interno di un contesto comunitario – valori profondamente radicati nel mio essere, come negli obiettivi delle squadre che ho allenato. Fare in modo che i giocatori guardassero dentro di sé non era sempre facile. Non tutti nei Bulls erano interessati alla realizzazione “spirituale”. Ma non cercai di inculcargliela a forza. Il mio era un approccio più sottile. (…) Il messaggio che volevo mandare era che mi interessavo a loro in quanto individui, tanto da impiegare tempo a cercare un libro che potesse avere un significato particolare per loro. O perlomeno che riuscisse a farli sorridere.”

“Per migliorare il suo livello di consapevolezza, sviluppai uno speciale linguaggio dei segni per comunicare con lui durante la partita. Se si allontanava troppo dal nostro sistema gli lanciavo un’occhiata e mi aspettavo da lui un cenno di riscontro. Questa è l’essenza dell’allenamento: far notare ai giocatori i loro errori e fare in modo che dimostrino di aver capito di avere sbagliato. Se non lo riconoscono è finita.”

“Michael aveva bisogno di cambiare modo di guardare alla leadership. «Tutto sta nell’essere presenti e nell’assumersi la responsabilità di come ci si rapporta con se stessi e con gli altri – sostiene George Mumford – Ciò significa adeguarsi agli altri e accettarli per quel che sono. Anziché pretendere che siano qualcos’altro, o arrabbiarsi per far sì che lo diventino, devi provare ad accettarli per quel che sono e guidarli dove vuoi che vadano.»”

“Quando ripenso alla stagione 95-96, mi viene in mente un’altra parabola che John Paxson aveva trovato riguardo l’imperatore Liu Bang, il primo leader a consolidare la Cina come impero unificato. Secondo l’interpretazione storica di W. Chan Kim e Renée A. Mauborgne, Liu Bang tenne un sontuoso banchetto per festeggiare la sua grane conquista e invitò il maestro Chen Cen, che lo aveva ben consigliato durante la vittoriosa campagna. Chen Cen portò come ospiti tre dei suoi discepoli, che rimasero confusi da un enigma di fondo di quelle celebrazioni. Quando il maestro chiese di esternare i loro dubbi, essi dissero che l’imperatore sedeva al tavolo centrale con i tre capi del suo consiglio: Xiao He, che amministrava magistralmente l’impero dal punto di vista logistico; Han Xin, che aveva guidato brillantemente le operazioni militari e vinto ogni battaglia; e Chang Yang, che aveva un talento tale per la diplomazia da riuscire a far sottomettere capi di stato prima ancora di entrare in guerra. Ciò che i discepoli non riuscivano a comprendere era l’uomo a capo del tavolo stesso, l’imperatore. «Liu Bang non ha nobili origini» dissero «e la sua conoscenza di logistica, guerra e diplomazia non è certo paragonabile a quella dei capi del suo consiglio. Com’è possibile allora che sia imperatore?»                                                         Il maestro sorrise e domandò loro: «Cosa determina la resistenza della ruota di una carrozza?» «Non è forse la solidità dei raggi?» chiesero i discepoli.                                    «E allora per quale motivo due ruote con raggi identici hanno resistenze diverse?» incalzò il maestro. «Guardate oltre ciò che si vede. Non dimenticate mai che la ruota non è fatta solo di raggi, ma anche degli spazi tra i raggi. Raggi solidi mal collocati renderanno fragile la ruota. Il loro potenziale massimo verrà raggiunto solo in base all’armonia che si crea tra essi. L’essenza della costruzione di una ruota sta nell’abilità dell’artigiano di trovare lo spazio adatto per il giusto equilibrio tra i raggi. Pensateci, ora: chi è l’artigiano in questa stanza?» Dopo un lungo silenzio, uno dei discepoli chiese: «Maestro, ma come fa l’artigiano ad assicurarsi dell’armonia tra i raggi?» «Pensa alla luce del sole», rispose il maestro. «Il sole fa crescere e rende vivi gli alberi e i fiori. E lo fa propagando la propria luce. Ma, alla fine, in che direzione essi crescono? La stessa cosa succede con un “artigiano” come Liu Bang. Dopo aver messo degli individui nelle condizioni ideali per realizzare il loro massimo potenziale, si assicura dell’armonia tra di loro dandogli tutto il merito per i loro risultati individuali. E alla fine, come gli alberi e i fiori crescono verso il sole, anche le persone si rivolgono a Liu Bang con devozione.» Liu Bang sarebbe stato un ottimo allenatore di basket. Il modo in cui organizzava il suo impero non era diverso da quello con cui portammo l’armonia all’interno dei Bulls nelle successive tre stagioni.”

 

“Per ispirare i giocatori adattai una citazione dal Canto della strada di Walt Whitman e la appesi sui loro armadietti prima dell’esordio ai playoff contro i Miami Heat. «D’ora in avanti non chiediamo più buona fortuna, siamo noi la buona fortuna.» Tutti si aspettavano che avanzassimo trionfalmente fino al titolo NBA, ma quelle erano sempre le partite più difficili da vincere. Volevo che i giocatori sapessero che, nonostante la nostra straordinaria stagione, il resto del percorso non sarebbe stato facile. La loro buona fortuna avrebbero dovuto costruirsela da soli.”

“Osare significa perdere momentaneamente la propria stabilità. Non osare mai significa perdere definitivamente se stessi.” (Soren Kierkegaard)

“Il maestro zen Lewis Richmond racconta la storia di quando sentì Shunryu Suzuki riassumere in due parole il buddhismo. Suzuki aveva appena finito di parlare a un gruppo di studenti zen, quando qualcuno disse: «Hai parlato del buddhismo per quasi un’ora e non sono riuscito a capire niente di ciò che hai detto. Sapresti dirmi sul buddhismo qualcosa che io possa capire?» Dopo che le risate si furono placate, Suzuki rispose tranquillamente: «Tutto cambia.»                                                                                 Quelle parole, disse Suzuki, contenevano la verità fondamentale dell’esistenza: ogni cosa è sempre in movimento. Finchè non impari ad accettarlo, non sarai mai capace di trovare la vera serenità. Ma per farlo bisogna accettare la vita nella sua interezza, non solo ciò che ritieni “le cose belle”. «Il fatto che le cose cambino è il motivo per cui in questo mondo provi dolore, e ne vieni scoraggiato. Ma quando cambi il tuo modo di comprendere e di vivere la vita, allora sì che puoi goderti completamente la tua nuova esistenza in ogni momento. È per la caducità delle cose che puoi goderti la vita.»”

“C’è un detto zen che cito spesso e che recita: «Prima dell’ispirazione taglia la legna, porta l’acqua. Dopo l’ispirazione: taglia la legna, porta l’acqua.» Il punto è: resta concentrato sull’obiettivo a portata di mano anziché vivere nel passato o preoccuparti del futuro. E in questo la squadra si stava dimostrando bravissima.”

“«Le cose che vanno in pezzi sono una specie di prova e anche una sorta di guarigione», scrive Chodron. «Noi pensiamo che il senso sia superare la prova o superare il problema, ma la verità è che le cose non si risolvono. Tornano a unirsi e poi rivanno in pezzi. Poi si riuniscono di nuovo e di nuovo cadono a pezzi. Funziona così. La guarigione arriva quando si lascia spazio, affinchè tutto ciò accada: spazio per il dolore e per il sollievo, per la sofferenza e per la gioia.» Provai tutte quelle emozioni durante il mio anno a Chicago.”

“La chiave, dissi, era portare i Lakers a credere l’uno nell’altro in modo da lavorare insieme in modo efficace e trasformare una squadra di “io” in una squadra di “noi”, come era accaduto ai Bulls all’inizio degli anni ’90. «Quando hai un sistema offensivo, non puoi semplicemente prendere il pallone e cercare di segnare», spiegai. «Devi muovere la palla, perché devi condividerla con tutti gli altri. E quando lo fai, condividi anche il gioco, e questo fa una grossa differenza.»

“Uno dei principi-base del pensiero buddhista è che la nostra convenzionale concezione dell’Io in quanto entità separata dal resto del mondo è un’illusione. A livello superficiale, ciò che consideriamo il nostro Io può apparire come separato e distinto dal resto. Dopo tutto, ognuno di noi appare diverso e ha una distinta personalità. Ma a livello più profondo, ciascuno di noi è parte di una correlata interezza. Martin Luther King Jr. parlò in modo chiaro di questo fenomeno naturale. «In senso letterale, tutto nella vita è correlato» dissee. «Tutte le persone sono impegnate in una inevitabile rete di reciprocità, coinvolte in un destino comune. Tutto ciò che tocca direttamente uno, tocca indirettamente gli altri. Io non potrò mai essere quel che dovrei essere finchè tu non sarai quel che dovresti essere, e tu non potrai mai essere quel che dovresti essere finchè non lo sarò io. Questa è la correlata struttura della realtà.» Il maestro buddhista giapponese del XIII secolo Nichiren aveva una visione più pragmatica. Ai suoi discepoli perseguitati dalle autorità feudali scrisse una lettera per esortarli a cantare insieme «con lo spirito di tanti corpi ma unico nella mente, superando le differenze tra di loro per diventare inseparabili come i pesci con l’acqua in cui nuotano.» L’unità che Nichiren auspicava non era una meccanica uniformità, imposta dall’esterno, bensì una connessione che rispettasse l’unicità di ogni individuo. «Se tra le persone prevalesse lo spirito di tanti corpi ma unico nella mente,» aggiunse «esse raggiungerebbero i propri obiettivi. Al contrario, con un unico corpo ma diversi nella mente, non riuscirebbero a raggiungere niente di eccezionale.»                                                   Era quello il tipo di coesione che volevo coltivare ai Lakers. Non mi aspettavo di trasformare i giocatori in monaci buddhisti, ma pensavo che la pratica meditativa potesse aiutarli a liberarsi da una visione individualistica di se stessi e facesse intravvedere loro un modo diverso di rapportarsi agli altri e al mondo circostante. (…) Sin da quando gran parte dei futuri giocatori NBA vanno alle medie, sono immersi in un universo che rafforza il comportamento egoistico. Mentre crescono e continuano ad avere successo, vengono circondati da legioni di agenti, promoters, groupies e altri lacchè che non fanno che ripetere a ciascuno di loro che lui è da man, il migliore. Ci vuole poco prima che inizino a crederci davvero. Come non bastasse, L. A. è un mondo devoto alla celebrazione del concetto stesso di auto-glorificazione. Ovunque i Lakers andassero – non solo le superstar ma anche gli altri giocatori – venivano accolti come idoli, e ricevevano infinite, e spesso remunerative, opportunità per crogiolarsi nella loro magnificenza. La mia intenzione era invece dare loro un rifugio sicuro e protettivo da tutta quella follia e riportarli in contatto con il loro profondo – ancorchè inesplorato – desiderio di legami autentici. Questo era l’essenziale primo passo da cui sarebbe dipeso il futuro successo della squadra.”

“Mentre ci preparavamo per i playoff, pensai potesse essere utile ai giocatori una bella rinfrescata su come giocare a basket in maniera altruista, ma questa volta secondo una prospettiva diversa. Quella del Buddha. Dedicai allora una seduta di allenamento a parlare del pensiero buddhista e di come sia applicabile al basket. Probabilmente persi l’attenzione di alcuni giocatori quasi subito, ma se non altro la discussione li portò per un po’ a dimenticarsi della pressione per l’imminente post-season. In sintesi, il Buddha insegna che la vita è sofferenza e la causa primaria delle nostre sofferenze è il nostro desiderio che le cose siano diverse da come in realtà sono. Un momento le cose possono andarci bene e quello dopo no. Quando cerchiamo di prolungare il piacere o di rigettare il dolore, soffriamo. Il lato positivo è che il Buddha prescrive un metodo pratico per la cessazione della bramosia e dell’infelicità, seguendo quello che lui definiva il Nobile Ortuplice Sentiero. I passi erano: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta sussitenza, retto sforzo, retta presenza mentale, retta concentrazione. Pensavo che questi insegnamenti potessero contribuire a spiegare cosa stavamo cercando di fare come squadra di basket.

  1. RETTA VISIONE – Pensa al gioco nella sua interezza e al lavorare insieme come squadra, come le cinque dita di una mano.
  2. RETTA INTENZIONE – Guarda a te stesso come parte di un sistema anziché come solista. Questo implica affrontare ogni partita con l’intenzione di essere intimamente coinvolto con ciò che accade alla squadra, perché sei integralmente connesso a tutti gli altri.
  3. RETTA PAROLA – Ha due componenti. Una consiste nel parlare in senso positivo a te stesso per tutta la partita senza perderti in risposte senza senso («Detesto quell’arbitro», «Adesso gliela faccio vedere io a quel bastardo»). La seconda riguarda il controllo di ciò che dici agli altri, specie ai tuoi compagni, e il concentrarti nel dare loro riscontri positivi.
  4. RETTA AZIONE – Comportati secondo ciò che succede in campo, anziché metterti ripetutamente in mostra o agire in modi che possano inficiare l’armonia della squadra.
  5. RETTA SUSSISTENZA – Rispetta il lavoro che fai e usalo per il bene della comunità anziché per alimentare il tuo ego. Sii umile. Ti strapagano con cifre assurde per fare una cosa semplicissima. E pure divertente.
  6. RETTO SFORZO – Essere altruisti e adoperare le giuste energie per svolgere il proprio lavor. Tex Winter dice che non c’è niente che possa sostituire l’impegno; io aggiungo che se non ti impegni, vai in panchina.
  7. RETTA PRESENZA MENTALE – Arrivare a ogni partita conoscendo bene il nostro piano gara, compreso cosa bisogna aspettarsi dagli avversari. Implica anche giocare con precisione, facendo i giusti movimenti al momento giusto, e stando sempre attenti a ciò che sta succedendo in partita, che tu sia in campo o in panchina.
  8. RETTA CONCENTRAZIONE – Restare concentrati su ciò che si sta facendo e non essere ossessionati da un errore commesso in passato o da cose negative che potrebbero accadere in futuro. “

“Il maestro spirituale Eckhart Tolle osserva: «Con l’entusiasmo scopri che non devi fare tutto da solo. Infatti, non c’è nulla di significativo che tu possa fare da solo. L’entusiasmo duraturo porta un’ondata di energia creativa nelle nostre esistenze e tutto ciò che devi fare è cavalcare quell’onda.»”

“Fox aveva un’interessante teoria su ciò che stava accadendo. Era convinto che al via della terza stagione i giocatori fossero talmente pieni di sé da pensare di saperne più degli allenatori su cosa bisognasse fare per rivincere il titolo. Lui la riassumeva così: «Al primo anno seguivamo tutti ciecamente. Al secondo abbiamo contribuito con gioia. Al terzo volevamo guidare la nave.»”

Lo sbaglio che spesso le squadre campioni commettono è che cercano di ripetere quella che era stata la loro formula vincente. È raro però che funzioni, perché quando parte la nuova stagione i tuoi avversari hanno già studiato tutti i video e scoperto come controbattere a ogni mossa che facevi. La chiave per ripetersi nel lungo periodo è continuare a evolvere come squadra. Vincere è muoversi verso l’ignoto e creare qualcosa di nuovo. Ricordate la scena del primo film di Indiana Jones, I predatori dell’arca perduta, quando qualcuno chiede a Indy cosa avrebbe fatto dopo e lui risponde: «Non lo so, ma in qualche modo mi arrangerò»? Ecco, io la leadership la vedo così. Un gesto di improvvisazione controllata, un esercizio di Thelonius Monk per le dita, da un momento all’altro.”

“I miei sforzi per controllare la rabbia mi fecero ricordare di una vecchia storia zen. Una sera di pioggia due monaci stavano tornando a piedi al loro monastero quando videro una bellissima donna che faticava a superare le pozzanghere lungo la strada. Il monaco più anziano le offrì aiuto e la portò a braccia oltre le pozzanghere, sull’altro lato della strada. Poi il monaco più giovane si avvicinò a quello più anziano e gli disse: «Maestro, come monaci a noi è proibito toccare le donne.» «Sì, fratello» rispose il più vecchio. «E allora, signore, perché hai trasportato quella donna fino all’altro lato della strada?» Il monaco più anziano sorrise e disse: «Io l’ho lasciata sul ciglio della strada, tu ancora te la stai portando dietro.»”

“La mia strategia di dare a Kobe un po’ di spazio non sembrava funzionare: più gli davo libertà e più diventava aggressivo, e molta della sua rabbia era diretta a me. Faceva commenti sarcastici in allenamento e sfidava la mia autorità davanti agli altri giocatori. Mi consultai con uno psicoterapista, il quale mi suggerì che il modo migliore per gestire uno come Kobe era di 1) abbandonare le critiche e fargli molti commenti positivi; 2) non fare niente che potesse metterlo in imbarazzo davanti ai compagni; 3) permettergli di pensare che quello che volevo da lui fosse una sua idea. Provai alcune di quelle tecniche e per certi versi furono utili, ma Kobe era in modalità “solo contro tutti” e quando la pressione diventava insopportabile, la sua reazione istintiva era di attaccare verbalmente.
Capii che non c’era molto che potessi fare per cambiarne il comportamento; ciò che potevo fare era cambiare il modo in cui reagivo io ai suoi scatti d’ira. Fu una lezione importante per me.”

Gestire la rabbia è il compito più difficile per ogni allenatore. Richiede molta pazienza e delicatezza perché il confine fra l’intensità aggressiva di cui c’è bisogno per vincere e la rabbia distruttiva è spesso sottile come la lama di un rasoio.
In alcune tribù dei Nativi americani, i più vecchi identificavano i guerrieri più rabbiosi del villaggio e gli insegnavano a trasformare quella furia selvaggia e incontrollata in una fonte di forza e di potere creativo, tanto che quei guerrieri spesso poi diventavano i migliori leader della tribù. Questo è ciò che cercai di fare con i giovani giocatori nella mia squadra.     Nella cultura occidentale tendiamo a considerare la rabbia un difetto da eliminare. È così che sono stato cresciuto: da cristiani devoti, i miei genitori pensavano che la rabbia fosse un peccato e dovesse essere mondata. Ma cercare di eliminare l’ira non funziona mai: più cerchi di sopprimerla e più è probabile che esploda in un secondo momento in forme ancora più aggressive. L’approccio migliore è capire nella maniera più profonda possibile quali siano le condizioni in cui l’ira scatta nella mente e nel corpo, così da trasformare quell’energia latente in qualcosa di produttivo. Come scrive lo studioso buddhista Robert Thurman, «il nostro obiettivo è sconfiggere la rabbia, non distruggere il fuoco che l’alimenta. Noi tratteremo quel fuoco con saggezza e lo incanaleremo verso fini creativi.»”

“Una squadra batte sempre un gruppo di individui.”

“Per come la vedo io, la chiave per diventare un giocatore NBA non è imparare i movimenti più cool per finire negli highlights; è imparare a controllare le emozioni e tenere la mente concentrata sulla partita, a giocare sul dolore, a ritagliarsi il proprio ruolo in squadra e a giocare con continuità, a restare calmi sotto pressione e a mantenere l’equilibrio mentale dopo le sconfitte più tremende o le vittorie più entusiasmanti. A Chicago avevamo coniato una frase per tutto questo: passare dall’essere un giocatore di basket a un giocatore NBA “professionista”.”

“«Suona più mistico di quanto sia in realtà» dice Fish del percorso che ha dovuto affrontare. «L’obiettivo degli allenatori era definire delle linee-guida su come giocare assieme come gruppo; poi era compito tuo trovare la traccia per tutto il resto. Era un modo inusuale di creare un’organizzazione, perché non era sovra-organizzata. Non dovevi fare ciò che loro pensavano dovessi fare, come invece tanti allenatori fanno: loro facevano un passo indietro e lasciavano a te il compito di trovare la tua strada.»”

“Ero impressionato dalla gelida determinazione dei giocatori. L’anno precedente avevano fatto passi da gigante nell’assimilare il sistema ma ora, ispirati dall’esperienza condivisa della sconfitta, stavano scavando più in profondità nel loro impegno gli uni verso gli altri così che potessimo diventare più coesi – e invincibili – come squadra. Questo è ciò a cui mi riferisco quando dico danzare con lo spirito. Con “spirito” non intendo niente di religioso: mi riferisco a quel profondo spirito di squadra che nasce quando un gruppo di giocatori si impegna a sostenersi a vicenda per raggiungere qualcosa di più grande di se stessi, non importa quali siano i rischi. Quel tipo di impegno spesso implica colmare le lacune dei compagni o commettere fallo quando è necessario o proteggere un altro giocatore dall’essere ridicolizzato da un avversario. Quando una squadra crea un legame del genere, si avverte da come i giocatori si muovono fisicamente e si rivolgono l’uno all’altro, in campo e fuori. Giocano con un trasporto gioioso e quando discutono lo fanno con dignità e rispetto.”

“Invece di fare il mio solito discorso pre-partita, presi una sedia e dissi: «Cerchiamo di trovare la giusta concentrazione». Sedemmo in silenzio per cinque minuti e sincronizzammo i nostri respiri. L’assistente Brian Shaw iniziò a fare il suo discorso tattico sui Magic, ma quando girò la lavagna per mostrare gli schemi ai giocatori, vedemmo che era vuota. «Non ho scritto niente – disse – perché sapete già cosa dovete fare per batterli. Andate in campo e giocate l’uno per l’altro e chiudiamo questi playoff stasera.» Fu un gran bel modo di prepararsi alla partita decisiva.”

“La cosa più appagante fu guardare Kobe trasformarsi da giocatore egoista ed esigente a leader che i compagni volevano seguire. Per riuscirci, Kobe aveva dovuto imparare a dare per avere. La leadership non è imporre agli altri la tua volontà. È l’arte del lasciare perdere.”

“Allenare ti porta su un’altalena emotiva difficile da fermare, anche quando ti sei diligentemente impegnato a lasciar perdere il tuo desiderio che le cose siano diverse da come in realtà sono. Sembra che ci sia sempre qualcosa in più da dover lasciare andare. Il maestro zen Jakusho Kwong consiglia di diventare «un partecipante attivo nella sconfitta». Siamo tutti condizionati a cercare solo il guadagno, spiega lui, a essere felici e a cercare di soddisfare ogni nostro desiderio. Ma nonostante ciascuno di noi riesca a capire a diversi livelli che la sconfitta è portatrice di crescita, la maggior parte delle persone crede ancora che sia l’opposto e debba essere a tutti i costi evitata. Se ho imparato qualcosa dai miei anni di pratica zen e come allenatore di basket, è che ciò a cui cerchiamo di opporci ci resiste sempre. A volte il lasciare scorrere accade in fretta; altre, ci vogliono diverse notti insonni. O settimane.”

“I saggi buddhisti dicono che c’è solo «un decimo di centimetro di differenza» fra la terra e il cielo, e io penso che lo stesso si possa dire del basket. Vincere un titolo richiede un delicato equilibrio tra tanti elementi, e con la mera forza di volontà puoi arrivare solo fino a un certo punto. In qualità di leader, il tuo compito è fare qualsiasi cosa in tuo potere per creare le condizioni perfette per vincere, mettendo da parte il tuo ego e motivando la tua squadra a giocare nella maniera giusta. Ma a un certo punto devi lasciare andare e mettere tutto nelle mani degli dei del basket. L’anima del successo è abbandonarsi a quel che è.”

Non cercare di guardare il mondo oggettivo.

Quello che ti è dato vedere è assai diverso da te stesso.

Io vado per la mia strada e incontro me stesso, che include tutto ciò che ho incontrato.

Non sono un qualcosa che posso osservare (come un oggetto).

Quando comprendi il tuoi io che include ogni cosa,

trovi la tua vera strada.”

Tozan Rokai – monaco buddhista del XIX secolo

 

Estate Millenovecentonovantaquattro

A undici anni probabilmente la memoria non è un concetto che puoi avere ben definito.

La costruzione del tuo ego è talmente tumultuosa, variopinta e alla ricerca di nuove scoperte che il tempo è un concetto che spesso risuona familiare solo come evento atmosferico. “Gheto vardà el tempo par doman?” – capitava di sentire talvolta in cucina nei discorsi fra madri e nonne.

Eppure ricordo lo stesso – anche se di anni compiuti ne avevo addirittura solamente dieci – che il tragitto che portava al Santuario di Monte Berico, in quell’assolato martedì di luglio del 1994, assaggiavo per la prima volta l’idea di tempo come flusso delle cose che scorrono sotto ai nostri occhi.

Sapevo che la partenza era fissata la mattina dal piazzale della chiesa e desideravo fortissimamente che mamma non mi avesse fregato sull’orario del ritorno. Non so come fosse riuscita a convincermi. Forse la presenza di molti compagni di classe delle elementari e un’età che non permetteva di sbattere i pugni sul tavolo mi aveva spinto a conciliare e a deporre momentaneamente le mie perplessità. Quel giorno alla tivù davano infatti Italia – Nigeria, ottavo finale di una Coppa del Mondo, che avevo seguito per la prima volta in maniera quasi consapevole. Non potevo permettermi di perderla, nemmeno per qualsiasi miracolo di qualsivoglia Madonna del mondo! C’erano Benarrivo, i non-cugini Baggio e di fronte quegli omoni dai nomi improbabili che avevo imparato a conoscere a memoria sulle figurine. Amunike, Yekini, Amokachi, Rufai, Eguavoen e compagnia. Eguavoen era impossibile da dimenticare, non solo per quel nome pieno di vocali, ma perché la figurina riportava un puntino difettoso all’altezza-collo che gli conferiva una minacciosa aria da ergastolano. Ottima presentazione per un difensore.

Nigeria 1994 WC v Argentina

Avevo già sofferto abbastanza seguendo un dissestato cammino di qualificazione, iniziato addirittura a Milano a novembre col gol a pochi minuti dal termine di Dino Baggio, imbeccato da una deviazione portoghese su tiro proprio di Roberto.

Le cose oltre-oceano erano iniziate male con la sconfitta contro l’Eire col gol di Ray Hougton. Sembravano addirittura sul punto di sfracellarsi dopo pochi minuti della seconda partita quando restammo in dieci per il rosso a Pagliuca e il Vate da Fusignano decise in pochi secondi di sostituire il nostro uomo più rappresentativo con il secondo Marchegiani.

Ci pensò il solito Dino Baggio da Tombolo a darci nuova linfa nonostante l’infortunio al Capitano Frankie Baresi.

Col Messico il gol di Massaro mi esaltò talmente tanto – giusto contrappasso per la scoperta di quell’emozione chiamata paura – da farmi scrivere con il gesso il risultato momentaneo su uno di quei cartelli estivi improvvisati che segnalano la possibilità di mangiarsi una fetta d’anguria fresca. La goduria nel patio del negozio d’ortofrutta di mio zio, proprio vicino alla piazza del paese, durò il tempo di un ghiacciolo. Pochi minuti dopo tale Bernal Marcelino costrinse il sottoscritto e mio cugino a complicati calcoli su un bloc-notes per capire se potevamo passare o eravamo eliminati. Due minuti dopo scacciavamo l’ansia, in attesa di spiegazioni dal Vangelo secondo Pizzul, scartavetrando tergicristalli delle auto parcheggiate con un Tango annerito dai troppi rimbalzi sull’asfalto.

Fra gavettoni e profumo d’anguria, con le sere finalmente interminabili come le partite di allora coi ragazzi del quartiere, passavamo come ultima delle migliori terze. Eravamo illuminati, come le lucciole prima del corteggiamento che scorgevamo nelle passeggiate lungo il fiume, e la paura di prima ritornava piccina, come un sasso lanciato lentamente sul pantòcco appena disegnato.

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La parrocchia, o forse i catechisti, chi lo sa, aveva organizzato questa gita verso il Santuario di Monte Berico, provincia di Vicenza. Pullman, o meglio corriera, come si preferisce dire dalle mie parti, e pranzo al sacco.

Il gran vociare e la rumorosa allegria del gruppo di madri, suore e nonne al seguito contrastava e pressava i nostri pruriti calcistici infantili, che grattavamo sottopelle nel retrocorriera. La strada mi sembrava interminabile e ogni tanto di nascosto lanciavo qualche sguardo antipatico a mia mamma. Come poteva avermi mentito? Dai, in fondo anche la Madonna a un certo punto avrebbe interrotto le trasmissioni e le cascate di rosari in sottofondo per dire a tutti che bisognava andare a pregare per Sacchi e i suoi ragazzi.

Una quarantina di chilometri a undici anni possono sembrare la circumnavigazione del globo.

Eppure le sette di sera sembravano ancora lontane, e l’ansia rimaneva cheta in tasca, mentre insieme ai compagni bevevamo aranciata e mangiavamo qualche cioccolatino spuntato a sorpresa fra le nostre giovani mani. Avevamo maglie colorate, zaini improbabili, braghe corte. Qualcuno portava il berretto, qualcun altro i calzini di spugna. Io pensavo alla Nazionale e dopo il pranzo continuavo a chiedere che ora fosse a qualsiasi adulto estraneo mi capitasse a tiro.

Soverchiato dal dovere cattolico avevo timore di mostrarmi impaziente di andarmene, però imparavo a conoscere i battiti del mio personalissimo tempo e a dedicare tutta la mia attenzione al match che stava per iniziare.

Ce l’avremmo fatta? O avremmo pagato quel pizzico di fortuna che ci aveva consentito di sperare ancora? Senza Baresi non sarebbe stato facile resistere all’urto di quei bisonti africani. Dino aveva il piede caldo? E chi avrebbe scelto Arrigo davanti? Baggio, Roberto, sembrava davvero giù e davanti non potevamo sperare solamente in Massaro.

Il pomeriggio era una clessidra inesorabilmente rovesciata.

Finalmente si poteva partire e il rombo del motore della corriera accesa valeva più di qualsiasi orazione alla Madonna.

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Rientravamo tardi, troppo tardi.
Arrabbiatissimo covavo un broncio che mia madre doveva assolutamente cogliere, non capivo come potesse non capire. Come per miracolo lungo la strada si materializzò fra le nostre mani una mini-televisione portatile. Non ricordo chi l’avesse portata appresso, forse addirittura quella malvagia stratega di mia madre. L’antennina giocava brutti scherzi e alle sette passate eravamo attaccati a quel piccolo schermo per capire che l’Italia aveva iniziato sotto un sole lancinante a stelle e strisce e stava addirittura perdendo.

Ogni tanto il segnale saltava e in quel preciso istante la parola tempo uscì dal vocabolario per diventare finalmente un concetto da interiorizzare. Pregavo in silenzio la Madonna di Monte Berico e lo sconosciuto Dio del calcio per ritornare a casa prima possibile. Al parcheggio non dissi nulla, la mia corsa verso l’auto urlava silenziosa che bisognava semplicemente andare a casa.

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Niente bucce d’anguria, anzi, meglio dire scorze d’anguria, solo un bicchiere d’acqua, la poltrona in legno con i cuscini rossi cullava finalmente l’inizio del secondo tempo. Continuavamo a perdere.

A circa mezzora dalla fine Sacchi sostituiva Signori con Gianfranco Zola che si posizionava all’ala sinistra, nel tentativo di scardinare la difesa avversaria.

Dopo pochi minuti il pifferaio sardo subiva lo sventolio in faccia di un cartellino rosso che mi sbatteva addosso l’epico silenzio delle speranze frantumate.

Eravamo in dieci, stanchi e incapaci di mettere paura a quello squadrone in maglia verde.

Con rassegnazione seguivo le rotonde pause di Bruno Pizzul e mi attaccavo sempre più teso alla poltrona, i nervi che affioravano e le mani sudate che azzannavano la poltrona come uno scalatore si afferra alla roccia mentre rischia di precipitare, tuffandomi senza speranze negli occhi di quegli Azzurri che in panchina proprio non riuscivano a star seduti. I pantaloni verdi della tuta di Arrigo erano il segno che pure la Madonna tifava per gli africani e per noi oramai non rimaneva che fare da spettatori.

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Avevo trascorso un intero pomeriggio a immaginare quella partita e il tempo per rimettersi sulla strada di casa sembrava non trascorrere mai. E ora che ero lì, davanti ai miei Azzurri, quei maledetti minuti che ci separavano dalla mesta eliminazione parevano volatilizzarsi, come le nostre residue speranze di mettere il gol del pareggio. Pizzul diceva che stavamo finendo “in un clima sconfortante”. Fuori calava ormai la sera, di lontano solo qualche rumore di grillo, mio padre che doveva ancora rincasare, io che pensavo al giorno dopo immaginando che tutto d’ora in poi sarebbe andato a rotoli quell’estate, che forse saremmo stati costretti a iniziare prima la scuola e per punizione andare a piedi una volta la settimana al Santuario di Monte Berico. Altro che scorze di anguria e profumo di erba appena tagliata e partite infinite con gli amici nei giardini di casa. Madonna mia, se ci sei, mandaci il pallone giusto.

E poi non so bene dopo quella rimessa quale fu l’Azzurro che imbeccò il taglio di Mussi.

Pochi secondi prima ci avevano fatto vedere Sacchi sbracciarsi e sgolarsi, e improvvisamente la voce di Pizzul sull’”ancora un’iniziativaaaaa” pareva una corda tesa allo scalatore tifoso che oramai stava precipitando fra le grinfie della sconsolatezza.

Incredibilmente Mussi vinse il rimpallo col difensore che stava intervenendo e si trovò in area, a pochi giri di lancette sull’orologio dall’aereo del ritorno in patria, riuscendo a servire proprio lui, Roberto Baggio.

Il Divin Codino da Caldogno abitava a pochi chilometri di distanza dal Santuario di Monte Berico. E tutte quelle preghiere non potevano essere state recitate invano!

Il piattone a chiudere si infilò preciso come una lama nell’angolino basso alla destra di Rufai. Il replay lo vidi qualche minuto dopo, quando avevo finito di esultare con una corsa a perdifiato, scappando in giardino urlando a squarciagola.

La Madonna aveva benedetto quel codino vicentino, ecco perché non poteva che essere per forza Divino. Il tocco di destro ci aveva riportato giù dall’aereo e io sentivo il cuore impazzire, battere così forte come forse succede a chi crede di sentirsi morto e improvvisamente riscopre la bellezza della vita. Eravamo ancora vivi e il tempo diventava qualcosa di improvvisamente gioioso. Ci stavamo guadagnando almeno i supplementari, e allora c’erano ancora fette di cocomeri da assaporare e zero compiti da godere quell’estate.

Tassotti, Maldini, Luca Bucci. Tutti ad abbracciare Roby da Vicensa, il Benedetto di Monte Berico. Mi stavo convincendo che la Fede fosse qualcosa che potesse davvero cambiare il corso dei destini, e quel ragazzo con la Dieci era una testimonianza vivente che i miracoli potevano sul serio accadere!
Sembrava tutto finito” sospirava Brunone, e da allora in poi il tempo non sarebbe mai più stato quello atmosferico. Roberto Baggio mi stava proiettando dentro a una consapevolezza nuova, dovevo fare i conti col tempo d’ora in poi, col tempo tiranno che poteva volare via come sale dalla scatola quando capita di aprirla troppo, oppure farti palpitare per la viva attesa dei desideri, quando non sai se quella del terzo banco ti vorrà davvero baciare.

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Come una maschera del wrestling o un supereroe dei fumetti il suo destro aveva appena pennellato un sogno davanti ai miei occhi.
E come nelle storie a bivi quel fottutissimo pallone prima di finire in fondo al sacco era passato nell’unica scia possibile fra le gambe di un difensore avversario e i piedi di Daniele Massaro. Da vero bomber d’area, con un movimento che avremmo imparato a definire alla Pippo Inzaghi negli anni a venire, Massaro aveva addirittura tentato di sfiorarlo con il sinistro quel pallone. Forse un’eventuale deviazione avrebbe potuto essere letale e alzare tutti i nostri sogni sopra la traversa – sarebbe accaduto lo stesso ma qualche giorno più tardi, mentre eravamo tutti in spiaggia a sognare una Coppa del Mondo contro i maestri del futbol –, magari avremmo fatto gol comunque. Non era dato sapere e andava benissimo così. Era evidente che il Santuario di Monte Berico custodiva e proteggeva i piedi delicati di Baggino. Ora che il miracolo era avvenuto potevamo avvicinarci ai supplementari con l’invisibile forza dei risorti.

Eravamo rientrati in corsa, come ci raccontava la nostra magica Voce friulana, e ad anni di distanza non so Mussi dove abbia trovato la forza e la lucidità di alzare la testa per servire il compagno smarcato in un momento del genere anziché provare lui a tirare una castagna scaccia-incubi.

I palpiti del cuore d’incanto trasformavano il tempo su quell’angolo di campagna, la poltrona finalmente morbida, senza spine, come soffice prato dopo una lunga scalata era un dolce angolo su cui respirare dopo una lunga faticata prima di mettersi nuovamente in cammino verso la cima.

Ricominciavano i supplementari. Ridotti in dieci, con una sete bestiale, ma con la certezza che la Madonna di Monte Berico proteggeva i nostri sogni.

Italian team coach Arrigo Sacchi yells directions to his players from the sidelines during action against Nigeria in their second round World Cup soccer match, Tuesday, July 5, 1994 in Foxboro, Mass. Italy came from behind to defeat Nigeria 2-1 and now advance to the quarterfinals of the World Cup against Spain on Saturday, July 9 in Foxboro. (AP Photo/Luca Bruno)

La netta sensazione che il pellegrinaggio odierno avesse trasformato il nostro Mondiale divenne certezza quando Dino, altro veneto doc entrato al posto di Berti, allargò a pochi minuti dalla fine del primo tempo supplementare su quello straordinario terzino di nome Antonio Benarrivo. Il parmense aveva giocato a Padova sino a qualche anno prima e sicuramente era stato in visita almeno una volta nella vita al Santuario di Monte Berico. Ecco il triangolo santissimo.

Dino, Benarrivo che cede a Baggio e con una forza prodigiosa riesce a buttarsi in area nella cappa strozzamuscoli di Boston. Roby attende una frazione di secondo il movimento del compagno e trova una soluzione che solo un Eletto poteva immaginare. Cucchiaiata sopra alle teste dei difensori schierati, Benarrivo che mette il corpo a protezione del pallone e a pochi metri dal portiere il marcatore in divisa verde che inesorabilmente lo travolge.

Rigore.

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Poltrona di nuovo roccia scivolosa.

Mani sudate.

Dilatazione del tempo, quei secondi fra il fischio dell’arbitro e la rincorsa dal dischetto diventavano di nuovo settimane.

Va Roberto sul dischetto.

Giuro che farò tutti i compiti entro luglio se segniamo, promettevo in silenzio alla Vergine Maria protettrice degli Azzurri.

La fresca sera e un silenzio da vacanza interminabile avvolgevano quella rincorsa.

Anche i quadretti di casa, la credenza in legno, gli animali fuori sembravano attendere che quel bivio ci indicasse come proseguiva la Storia.

Era stato proprio Eguavoen, quello della figurina macchiata, a fare fallo.

Momento topico, diceva Bruno, santo apostolo di tutte le divinità del calcio.

Mille sofferenze e mille emozioni –  si lasciava andare proprio così l’uomo in cabina – e pensando ad alta voce diceva che tutti i telespettatori italiani avevano sofferto.

Puoi scommetterci, Bruno! Non avevo mai masticato tanta ansia sino a quel luglio del ’94.

Benarrivo fuori in barella, “siamo in 9 contro 11 ma stiamo per battere un calcio di rigore”. La forza della sofferenza dei pellegrini ci stava guidando a un passo dal Monte.

Baggio posò il pallone sul dischetto e si sistemò i calzettoni. In quel momento capii che avremmo segnato. Tale tranquillità denotava una sicurezza che solo un Apostolo designato poteva avere.

Poi prese una rincorsa lunga sino a uscire dall’area e allora non ero più così sicuro del fatto che avrebbe segnato perché avrebbe avuto troppo tempo per pensare. Io fuori dal portico di casa quando mi allenavo a tirare i rigori non prendevo mai rincorse troppo lunghe anche perché il cortile era leggermente in salita e diventava più dura del previsto.

Ma la Madonna ci proteggeva, cazzo!

Manco Celentano avrebbe tenuto il silenzioso sospiro come ha fatto Pizzul prima di raccontarci quello che stavamo vivendo.

Fischia l’arbitro, parte Baggio, sìììì, gol!

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In nessun altro momento sarei stato più così felice di mantenere le promesse di bravo bambino. Probabilmente già la notte stessa sarei riuscito a finire tutti gli esercizi di matematica. Poi mi resi conto che dopo l’estate sarei passato alle Medie per cui potevo anche rilassarmi, non avrei dovuto rendere conto a nessuno.
A questo ci arrivai forse il giorno dopo, quando potevo aver smaltito almeno in parte le frizzanti bollicine di quella partita incredibile.

Rigore perfetto, palla da una parte e portiere dall’altra, palo interno e gol.
Pensavo fosse da addebitare alla Santa Madre l’invenzione portentosa dei pali rotondi e non spigolosi. Un raggio celeste aveva spinto il pallone ad avere quell’effetto rientrante.

ITALY V NIGERIA

Due a uno per noi, altra folle esultanza, e i ranger americani a bordo campo impassibili a controllare il pubblico, cristo santo.

Il Tasso con la maglia fuori, la corsa di Conte dalla panchina, il replay con quel pallone che toccava velocemente il palo per infilarsi, un’attesa che solo Totti sei anni dopo ci avrebbe fatto vivere con un altro pazzesco rigore in terra d’Olanda.

Pizzul si scusava per talune espressioni forti, tipo “Baggio rischia la vita”, riferendosi a quel penalty infilatosi dopo il bacio al palo.

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Aveva tutta la mia approvazione.

Le sorti della mia estate stavano inevitabilmente cambiando, e anche se non avevo un taccuino su cui appuntare quelle emozioni di cui scoprivo lentamente i nomi, ero pronto ad affrontare con una rinnovata speranza il mondo nuovo che mi attendeva oltre il ponte.
Le scuole medie stavano in territorio comunale, in paese avevamo solo le elementari e quindi con la bici avrei dovuto affrontare salite più ripide. Forse non solo con la bici.

Ma la Madonna di Monte Berico proteggeva il nostro cammino, ecco perché mia madre mi ci aveva portato. Perché RobyBaggio potesse insegnarmi che la storia potevamo riscriverla, a patto di volerlo intensamente.

Forse lo capii qualche anno dopo, insieme alla netta consapevolezza del tempo che fugge, sbocciata in quel caldo pomeriggio di luglio. E di come il tempo sia un ritmo danzante che dilata i tuoi giorni, che ogni tanto ti stringe il collo, che ti fa ansimare e attendere, e pregare e sperare, e sentirti perso, e poi ritrovarti vivo, senza fiato, con il cuore in gola e un sorriso ebete e una palla in fondo al sacco, nella porta giusta.

Al fischio finale non presi alcun appunto né mi persi in inutili riflessioni. Avevamo passato il turno e potevamo ancora sperare.

Uscii assaporando dolcemente le samesse dell’anguria che si incastravano fra i denti, gettai la scorza, e presi il mio Tango. Riprovai a calciare un rigore proprio come l’aveva tirato Roberto.

Il pallone colpì il palo ma non girò come quello che avevo visto pochi minuti prima alla tivù in un lontano stadio d’America. Forse per oggi la Madonna di Monte Berico aveva già lavorato troppo e d’altronde capivo che nell’ordine cosmico delle cose era giusto dare precedenza agli Azzurri. Dopo qualche svogliato rimbalzo il pallone si accovacciò appena oltre il muricciolo che separava il cortile di cemento dalla siepe e si addormentò sereno a farsi coccolare dai rami.

Anche se avevo sbagliato, ero felice. Domani ora era una parola diversa, e il suono del giorno dopo che stava per farsi spazio e mandare a dormire quella magica sera come una irripetibile melodia accompagnava la mia estate e l’orizzonte inesplorato della Spagna, gli avversari della prossima sfida.

Potevo rientrare a casa e sprofondare come un esploratore soddisfatto nel mio morbido giaciglio. Mi tolsi le scarpe, le presi con due dita e aprii la porta del garage.

Una lucciola brillava nell’aria e il fiume vicino odorava di mare.

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Educazione Calcistica: penso dunque gioco

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.

Si chiama Funino ed è un metodo di formazione calcistica per ragazzi dai sette ai dieci anni presente in sessanta paesi nel mondo. Da oltre quindici anni pilastro formativo della Federazione Spagnola di cui la cantera del Barcellona è la punta d’iceberg.

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«Siamo appena tornati da Debrecen, in Ungheria, dove abbiamo tenuto un corso: la Federazione magiara sta pensando di adottare il nostro metodo per rilanciare il movimento calcistico. E in Cina, da qui al 2025, prevedono di aprire 58 mila accademie».

Marcello Nardini, portiere degli anni ’70 (ha giocato anche in Germania) mi introduce così nello sconosciuto mondo del Funino, letteralmente “divertimento per il bambino”. Perché il Prof. Nardini, oltre che ex giocatore professionista e medico dello sport, è il presidente dell’associazione italiana Horst Wein, l’allenatore degli allenatori come viene chiamato laddove abbia diffuso il suo verbo.

E di fronte a questi numeri vacillo: non ho mai sentito parlare del santone Wein e del suo metodo sviluppato in 60 paesi nel mondo con l’obiettivo di educare i calciatori tra i sette e i dieci anni.

Per inquadrare velocemente il tema, e colmare la mia ignoranza, Nardini snocciola le Società che hanno aderito all’educazione alternativa: oltre alla Federazione Spagnola, che ha abbracciato il progetto sino a farlo diventare la sua Guida Ufficiale, anche Arsenal, Schalke 04, Leeds, Hoffenheim e St. Pauli. Ma soprattutto Valencia, Real Madrid e Barcellona, hanno plasmato le loro cantere sulla metodologia di Wein, medaglia olimpica d’argento nel 1980 come coach della Nazionale spagnola di hockey. Il modello di Wein e dei suoi seguaci diffusi in ogni angolo di mondo (tra cui Armenia, Panama, Estonia, Arabia Saudita e Singapore) è interamente basato sulle capacità psico-fisico-tecniche dei ragazzi: qualsiasi cosa, nella visione Funino, viene adattata alle abilità dei piccoli atleti, si procede per gradi in funzione delle loro attitudini. Rispetto ai tradizionali metodi educativi, l’apprendimento del giovane è essenzialmente guidato dal Gioco: l’obiettivo è quello di ricreare le condizioni del gioco di strada, senza meccanizzare un gesto tecnico dopo l’altro come avviene generalmente con il metodo analitico.

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«La difficoltà attuale del calcio – mi spiega Nardini – è proprio questa: pretendiamo dai giovani giocatori di partecipare a situazioni di gioco troppo complesse per le loro capacità ed è per questo che il metodo Funino si fonda sul tre contro tre, per passare poi gradualmente al calcio a cinque, a sette, e, solo dopo i 14 anni, al calcio a undici.»

Le fasi di un’azione su cui si concentrano i formatori di Wein sono quattro: percezione, cioè acquisire informazioni sulla dinamica di gioco; comprensione ed interpretazione, in cui ci si fa carico delle precedenti esperienze per riconoscere il problema trovare le soluzioni migliori; presa di decisione, valutando le diverse opzioni e calcolandone i rischi ed infine l’esecuzione, risolvendo il problema con una risposta motrice corretta eseguita con il “giusto” tempo.

Il gioco insomma come unico maestro, giochi semplificati come stimolatori naturali di fantasia e creatività, grazie alle continue sollecitazioni di gesti tecnici differenti e alla presa di coscienza e al dominio di spazio e tempo. Durante tali esercitazioni l’allievo è costretto a trovare la “soluzione” attraverso il ragionamento, decidendo rapidamente cosa è meglio fare in quella determinata situazione.

L’altro pilastro del sistema F sono le porte: ci sono quattro reti, due da attaccare e due da difendere in un campo da 25 x 30 metri circa; con questi requisiti aumentano notevolmente i tocchi di palla di ciascun giocatore, maggiore è il coinvolgimento nell’azione e la cooperazione tra compagni diventa necessaria, dovendo difendere due porte e poterne attaccare altrettante. In questo senso il ragazzo non è “costretto” a focalizzarsi su un unico obiettivo (l’unica porta) ma ne viene allenata la visione periferica di gioco, il cervello rimane costantemente attivo per una rapida lettura, in tempo reale, delle azioni difensive e offensive.

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Un altro elemento fondamentale del metodo Wein è il rapporto allenatore-giocatore: «I nostri formatori non sono educati a suggerire (per non dire urlare da bordo campo) ai ragazzi cosa fare ma insegnano loro a capire cosa fare, ma li accompagnano alla consapevolezza di eseguire precisi gesti tecnici e a mettere in pratica situazioni tattiche in funzione alle loro carenze, instillando nella memoria a lungo termine del ragazzo la soluzione al problema».

In Italia? «Siamo indietro di 20 anni» risponde categorico Nardini: «L’innovazione viene vista come elemento che può mettere in crisi lo status quo, ma per noi la cosa fondamentale è migliorare la qualità del calcio e l’evoluzione sportiva dei nostri piccoli giocatori. Abbiamo dovuto chiedere una deroga alla FIGC perché i ragazzi, seppur piccoli, non possono giocare gare ufficiali con 4 porte e tre contro tre.»

Perché da noi si è giocato e si gioca a Funino, nel 2013 e nel 2014 sono stati organizzati rispettivamente il primo torneo nazionale ed internazionale con sedi a Desio e Monza. «Il Funino è la riscoperta del gioco di strada di un tempo ma con una miglior organizzazione e a misura di bambino. È un modo di giocare che lascia esprimere la creatività senza pressioni» mi spiega Alessandro Crisafulli, uno degli organizzatori dei due eventi italiani: «Non ci sono competizioni, classifiche o premiazioni finali ma solo la nomination “the beautiful game” per il miglior gioco espresso». Che nell’edizione di settembre 2014 è stato vinto dal St. Pauli, distintosi tra gli avversari che comprendevano, oltre a squadre italiane tra cui Inter e Atalanta, anche società finlandesi, irlandesi, polacche, spagnole e tedesche per un totale di oltre centocinquanta ragazzi coinvolti. E proprio in quell’occasione i giovani calciatori stranieri hanno mostrato la miglior confidenza con le dinamiche di gioco del sistema Funino: «In Germania sono sette le società professionistiche che hanno aderito al programma di Wein, tra cui il Bayern Leverkusen. E si è visto: i ragazzi tedeschi hanno espresso un gioco più armonico, coprendo meglio gli spazi in campo e dimostrando una superiore intelligenza calcistica».

 

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Il torneo, che ha avuto importanti partner tra cui Unicef ed Expo2015, ha rappresentato una ventata di novità anche dal punto di vista sociale: la nuova educazione viene portata anche al di fuori del campo con pubblico e genitori assiepati a bordo campo, posizione che permette di avvicinarsi con un’ottica propositiva all’azione dei piccoli calciatori aumentandone la connotazione d’incitamento a discapito della pressione psicologica e del tifo tout court. Inoltre i piccoli calciatori sviluppano la capacità di dare valore e rispetto alla superiorità dell’avversario senza doversi arrendere e a mettere in campo la volontà di superarsi per raggiungere un livello di gioco ottimale senza tener conto del risultato: nel Funino, infatti, non esiste il punteggio e i gol, maggiori rispetto alle tecniche tradizionali (anche solo per la doppia porta a disposizione), non sono fini a sé stessi ma vissuti come coronamento di buone dinamiche tecnico-tattiche.

La situazione italiana è dunque meno evoluta rispetto ad altre esperienze, soprattutto europee, ma la prospettiva è tutt’altro che negativa: ai corsi organizzati dall’associazione italiana Horst Wein partecipano centocinquanta-duecento allenatori e formatori per volta e, anticipazione del Prof. Nardini, si sta lavorando al primo torneo mondiale di Funino in Italia, che sarà organizzato nel giugno del prossimo anno: «Le squadre italiane solitamente puntano a far crescere i ragazzi dal punto di vista fisico, trascurando l’approccio mentale e cognitivo alla partita e alle dinamiche di individuali e di squadra. C’è ancora molto da fare, soprattutto puntando sul metodo Brain Kinetic, nato in Germania a opera di Horst Lutz, che permette di incrementare le capacità cerebrali degli atleti al fine di creare calciatori intelligenti e completi».

Perchè come sostiene Wein, il calcio parte dalla testa, attraversa il cuore e termina nei piedi.

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NOTA: L’articolo è stato scritto riportando qualche fedele citazione dal sito Ideacalcio di Diego Franzoso: qui potete trovare l’intero pezzo dedicato al metodo Funino. 

Mad Marco Boogers, che viveva nella roulotte

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

CREDITS: L’ultima immagine riportata nel pezzo è diMaartje Brockbernd Photography. The last image is taken by Maartje Brockbernd Photography.

Se in giro c’è una t-shirt che permette a chi la indossa di proclamare, orgogliosamente, “Io l’ho visto giocare”, i casi sono due. Sei Pelè, Maradona o Best. Oppure sei un giocatore che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria dei tifosi per qualche motivo che esula da grappoli di reti e dribbling magici. Marco Boogers, ex centravanti di una pletora di squadre olandesi di seconda fila e colpo grosso messo a segno da Harry Redknapp per il West Ham United nell’estate del 1995, con tutta evidenza non era Pelè, Maradona o Best. E, sfortunatamente per i tifosi Hammers, nemmeno era Iain Dowie, ruvidissimo centravanti nord irlandese rimasto nei ricordi del pubblico di Upton Park più per la sua bruttezza e uno storico autogol di testa in un match di Coppa di Lega contro lo Stockport County ripreso dalle telecamere di Sky (uno dei commenti al video che circola su Youtube dell’inopinata incornata è “Cracking finish from Dowie, shame it was the wrong end”. No need to translate, isn’t it?). Detto questo, non stupisce che in vendita on line ci sia una maglietta che recita, rigorosamente in tinta claret and blue, “I saw Marco Boogers play”. Il passaggio dello sfiorito tulipano al Boleyn Ground fu tanto fugace da rimanere, in un certo senso, circonfuso da un alone leggendario, seppure per ragioni non troppo nobili. Questa è storia di oggi.

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Al momento dello sbarco dell’attaccante in Gran Bretagna, infatti, prevalgono fiducia e curiosità. Curiosità perché Boogers è un nome pressoché sconosciuto al grande pubblico. Fiducia perché se è stato nominato terzo giocatore dell’anno in Eredivisie (il massimo campionato olandese), scarso scarso non sarà, si dicono i supporter della squadra dell’East End londinese. Quell’anno Boogers ha incrociato gli scarpini con gente come Ronaldo, il futuro idolo della Kop Jari Litmanen, due giovanissimi Patrick Kluivert e Clarence Seedorf, il pilastro dell’Ajax Ronald De Boer, rimediando una serie di belle figure. Per di più indossando la casacca dello Sparta Rotterdam, i cugini poveri del Feyenoord che, a un curriculum esangue di successi (se si eccettua un periodo d’oro a cavallo degli anni ’00 e ’10 del secolo scorso), possono opporre la schiatta di club più antico di tutti i Paesi Bassi, essendo stato fondato nel 1888. “Facile distinguersi in squadre come Ajax o Psv – si spalleggiano i fan dello United – Tutt’altro farlo con un team che si è piazzato al quattordicesimo posto”. Nel campionato che sta per iniziare Harry Redknapp, reduce da una discreta prima stagione al comando con la salvezza raggiunta grazie a un finale di annata da ricordare, parte con un dubbio in attacco. Chi affiancare all’irremovibile Tony Cottee, l’enfant du pays tornato a splendere nel suo giardino di casa dopo una serie di stagioni di su e giù sulla riva del Mersey colorata di blu? Cottee è una punta brevilinea, brava ad attaccare gli spazi, si direbbe oggi, e nella mente del manager ex Bournemouth potrebbe rendere al meglio avendo al fianco un cristone che si sobbarcasse il lavoro sporco senza difettare, comunque, in fase realizzativa. La scelta, prima del fischio d’inizio della Premier league, è fra Dowie e Marco. I tifosi non hanno dubbi. Sarà il fascino del giocatore arrivato dall’estero, saranno le credenziali di Boogers, sarà che il nord irlandese reduce da un’esperienza a Southampton è considerato un discreto rincalzo e nulla di più, ma fra i pub e i fish and chips intorno allo stadio non c’è tifoso che non speri di vedere il West Ham trascinato in Europa a suon di reti dalla coppia Cottee-Boogers. I media sono un filo più scettici. Anche perché inizia a serpeggiare una storiella, rimasta a lungo in bilico fra leggenda metropolitana e realtà, che l’olandese sia stato acquistato (e per 800mila sterline, neanche due lire) solo sulla base di alcune videocassette visionate da Redknapp durante l’estate. La vicenda, se fosse vera, farebbe a pugni con la tradizione di un club noto per la sua capacità di far sbocciare i ragazzi dell’Academy. Chi ha ragione? I supporter (e Redknapp che continua a giurare sulle doti del nuovo attaccante)? Oppure i giornalisti?

redknapp west ham

Il precampionato mette altra benzina nel motore dei pessimisti. Boogers, che si è presentato a Boleyn Ground con un taglio a spazzola da marine tosato da un giardiniere alticcio, non ingrana. Non riesce a fare amicizia con i compagni, ma è anche spiazzato dalla way of life londinese. Negli anni in cui stelle del calcio italiano come Vialli, Di Matteo e Zola si integrano perfettamente qualche chilometro più in là, godendosi le opportunità e la tranquillità di Chelsea, Marco è un pesce fuor d’acqua. I club britannici non hanno ancora l’abitudine di arruolare anfitrioni che aiutino i giocatori stranieri a prendere confidenza con tutto quello che c’è fuori dal campo. Boogers e la moglie sono soli. La donna, in particolare, inizia a sentire la mancanza della madre, alla quale è legatissima. Anche sul rettangolo verde le cose non vanno alla grande. La punta di Dordrecht fatica a entrare in forma. Il risultato è che per il debutto in campionato contro il Leeds, Redknapp decide di affiancare Dowie a Cottee, fra i mugugni dei tifosi che vorrebbero festeggiare l’esordio della coppia anglolandese. Il momento di Boogers arriva a metà del secondo tempo, quando gli hammers sono proiettati in avanti a caccia del pareggio. L’olandese entra al posto del difensore Kevin Rowland ma non lascia alcuna traccia. Spaesato e molle, si trascina per il campo in evidente ritardo di condizione e intesa con i compagni. La fiducia dei supporter inizia a incrinarsi.

boogers action

Il turno successivo riserva al West Ham l’avversario peggiore che possa capitare, il Manchester United di Sir Alex Ferguson che chiuderà l’annata con lo splendido double Premier-FA Cup. I reds quell’anno sono una macchina da guerra quasi perfetta. A fianco di vecchi leoni come Steve Bruce, Denis Irwin e Gary Pallister e dei titolarissimi  Roy Keane ed Eric Cantona, il manager scozzese ha promosso praticamente in blocco i migliori rappresentanti della cosiddetta Class of ’92, i ragazzi che vinsero la Coppa d’Inghilterra giovanile nel 1992. L’Old Trafford impara a conoscere futuri idoli come Paul Scholes, Nicky Butt, David Beckham, Ryan Giggs, i fratelli Phil e Gary Neville. E proprio quest’ultimo sarà involontario protagonista dell’azione che trasformerà Marco Boogers da semplice “pacco” di mercato a “leggenda”, destinata a entrare nella storia del West Ham dall’ingresso sbagliato. La stagione dei mancuniani non è iniziata benissimo, con una sconfitta a Birmingham contro l’Aston Villa (3-1, la rete della bandiera è segnata dal non ancora Spice Boy) e i fan rumoreggiano a fronte di un mercato che ha portato al Theatre of Dreams solo il portiere comprimario Nick Culkin. Redknapp, comunque, non si fida dell’avvio a fari spenti dei rivali e decide di schierare una squadra coperta, con il solo Cottee davanti. Spera di reggere l’urto del terzetto Cantona-Cole-Giggs e magari di trafiggere Schmeichel con una ripartenza fortunata. Boogers, ancora, siede in panchina.

A una decina di minuti dal termine, sul risultato di 2-1 per i reds, Redknapp decide di giocarsi la carta del centravanti orange. Un cross azzeccato oppure un batti e ribatti in mezzo all’area, pensa il manager londinese, possono essere l’occasione buona per sfruttare i centimetri e la potenza di Marco. Si sbaglia. Quello che succede, in realtà, non servirà agli hammers per pareggiare la partita, ma sarà utile a Boogers per regalare uno dei momenti più surreali del calcio inglese anni ’90. Siamo all’86’. Il centrocampo ospite butta una palla lunga sull’out destro. Gary Neville si piazza per un facile controllo, pronto ad appoggiare a Beckham per il più semplice dei disimpegni. In quel momento i più accorti fra gli spettatori notano Boogers sprintare per diversi metri in direzione della palla e del terzino in maglia rossa. “Che sta facendo?”, si chiede chi ha osservato la folle corsa della punta di Dordrecht. Impossibile raggiungere la sfera. Marco non se ne cura. Sembra investito da una forza immateriale che lo spinge a concentrare tutti i suoi sforzi in quell’inutile sgroppata. La velocità e il campo bagnato ne accelerano l’impeto. A qualche metro dal difensore avversario Boogers si prepara scompostamente al tackle. La palla, intanto, è già finita mansueta sui piedi di Beckham. Poco importa. L’inquadratura, ora, è puntata solo sul neoentrato giocatore ospite e su Gary Neville. L’impatto è inevitabile e violentissimo, come si direbbe nella ricostruzione di un incidente d’auto. Boogers colpisce il futuro commentatore di Sky all’altezza delle ginocchia. Per un attimo l’intero stadio piomba in un silenzio irreale. Anche i giocatori sembrano paralizzati. Quando gli atleti in campo e l’arbitro razionalizzano l’accaduto, convergono tutti verso la zona del terribile fallo. Neville è a terra e urla di dolore. Gli animi si accendono. Gli altri reds provano a farsi giustizia da soli, puntando il dito contro Boogers e circondandolo con fare minaccioso. L’olandese, rialzatosi dopo lo scontro, pare essere appena atterrato da Marte. Strabuzza gli occhi, meravigliato di tutto quel can can. Ci pensa l’arbitro a riportarlo sulla terra, sventolandogli davanti al naso il cartellino rosso. Marco accenna a una protesta, scarsamente supportato dai compagni. Non è seccato dall’espulsione. Più che altro è convinto che la decisione dell’arbitro, in qualche modo, rovini la perfezione perversa del suo gesto eclatante. Lascia il campo a testa china, accompagnato dai cori dei suoi tifosi. “One Marco Boogers / One Marco Boogers”, cantano i supporter arrivati da Londra, beati dell’abbattimento del terzino del Manchester United, già ben avviato sulla strada che lo porterà a diventare uno dei calciatori più odiati di tutta l’Inghilterra.

Boogers fallo

Nei giorni successivi, davanti al giudice della FA il giocatore proverà ad abbozzare una difesa, “incolpando” per il fallo il terreno bagnato e sostenendo che, comunque, Gary Neville era riuscito a portare a termine la partita. E quindi non avrebbe risentito troppo del colpo subìto. Le toghe del calcio, da parte loro, stanno più dalla parte del Sun che, il giorno dopo il match, titola a caratteri cubitali “Horror Tackle” e puniscono Boogers con quattro giornate di squalifica. È a quel punto che, complice anche il caso, il tulipano arruolato da Redknapp esce dalla cronaca per entrare nel mito. Nella vicenda irrompono due attori non protagonisti che contribuiranno a scriverne il capitolo più noto. Si tratta di Bill Prosser, impiegato del West Ham che si occupa di prenotare i voli per i giocatori e di un reporter di Clubcall, un’agenzia di stampa sportiva che offre servizi al telefono per tifosi ma anche per radio, tv e quotidiani. Il giornalista, fiutata l’opportunità di una storia di colore, chiama Prosser al telefono. Vuole fissare un’intervista con Boogers per parlare dell’ormai tristemente famoso tackle su Neville. Il dipendente del club gli dice che l’olandese, frastornato dalle sgradite attenzioni ricevute dai media, ha deciso di tornare in patria per trascorrere lì il periodo di stop. Aggiunge di non aver acquistato alcun biglietto aereo per lui e la moglie e che Boogers, probabilmente, ha impacchettato le sue cose e raggiunto Dordrecht in auto. «Probably he’s gone by car», dice Prosser al telefono. Chissà perché, il reporter capisce “he has gone back to his caravan”. Un calciatore professionista che vive in una roulotte? Ce n’è abbastanza per scrivere un’agenzia gustosa, anche senza avere particolari dalla viva voce del diretto interessato. Il reporter prepara un pezzo su Boogers e signora, impegnati a ritrovare nel loro caravan la serenità perduta a causa del difficile impatto con l’Inghilterra e per la cattiva pubblicità garantita a Marco dal fallo killer su Neville. Il giorno dopo il solito Sun ci mette il carico a bastoni, titolando “Barmy Boogers gone to live in a caravan”, che si può tradurre come “Boogers il matto è tornato a vivere in una roulotte”.

Ovviamente Marco non è tornato a vivere in una roulotte, invenzione che lo perseguiterà per tutta la vita, tanto che in rete ci sono ancora pagine serie che raccontano di quella sua stramba scelta. È vero, però, che in Olanda Boogers e consorte si macerano nel dubbio di aver fatto la cosa giusta, accettando l’offerta del West Ham. La nostalgia è enorme e in patria ci sono squadre che farebbero carte false pur di avere l’attaccante ex Sparta Rotterdam in rosa. Dopo qualche tentennamento Boogers decide comunque di fare ritorno a Londra, anche perché i dirigenti del West Ham hanno preso a tempestarlo di telefonate, esigendo il suo rientro alla base. E così Boogers fa rotta sulla capitale, presumibilmente in auto attraverso il tunnel della Manica da poco inaugurato. Si presenta ad Upton Park. Con sé avrebbe – il dettaglio non è mai stato confermato con certezza – un certificato dello psicologo che lo descriverebbe come “temporaneamente inadeguato dal punto di vista mentale a giocare al pallone”. L’olandese ha sempre negato, sostenendo di soffrire di una gastrite acuta di origine nervosa. Quanto basta, a prescindere dalla verità o meno del dettaglio sul certificato medico, perché media e tifosi lo bollino come Mad Marco. Si rifà vivo in campo a fine ottobre, subentrando come rincalzo nelle sconfitte contro Blackburn Rovers e Aston Villa. In seguito ci si mette anche la sfortuna. Boogers si lesiona il ginocchio in allenamento a dicembre, infortunio che è anche l’occasione per scoprire i precedenti problemi fisici palesati nel suo periodo allo Sparta. Un episodio che dimostra le lacune dei responsabili dello scouting del West Ham. Boogers viene operato a Londra e ottiene di trascorrere la convalescenza in Olanda. Mentre si sta riprendendo a Dordrecht, nasce il suo primo figlio. “Il lieto evento – scrivono i giornali inglesi – è simbolico di come non ci sia nulla che trattenga i Boogers a Londra”. Marco viene prestato al Groningen. Non indosserà più la casacca claret and blue e successivamente troverà la sua dimensione nella seconda divisione olandese, con esperienze fortunate al Volendam e all’FC Dordrecht. Con il West Ham ha giocato in tutto 44 minuti, in quattro partite terminate con altrettante sconfitte. Resta il mistero di come Boogers sia stato reclutato a Londra. Harry Redknapp nella sua prima autobiografia uscita nel 1998, rivelò la sua versione dei fatti. «Qualcuno – scrisse – mi mandò una videocassetta di Boogers e mi sollecitò a darci un’occhiata. Rimasi molto impressionato e mi adoperai subito per metterlo sotto contratto». Da parte sua il giocatore, che oggi è direttore tecnico dell’FC Dordrecht, ha sempre giurato che gli osservatori del West Ham assistettero a numerose partite dello Sparta Rotterdam. A vent’anni di distanza il dubbio rimane. Così come rimangono le ironie su quello che è ormai noto come il “Caravan myth” di “Mad Marco” Boogers.

Boogers oggi

Heartland, il pallone fangoso del cuore nero inglese

«Doveva andare così. Niente spiegazioni. Se lasciavano calmare le acque si poteva continuare anche venti, trent’anni, tutta la vita, senza una parola sulle elezioni, sulla realtà delle cose. Si insabbia tutto e via, si sceglie di tacere per continuare a salutarsi, bere una birra ogni tanto, lamentarsi del campionato dei Lupi. Sempre se le cose si stabilizzavano, certo. Com’è che aveva detto, Glenn? Il cambiamento è nell’aria»

Bum. Puoi leggerlo in spiaggia, in treno, sotto alle coperte, svaccato in divano o assorto su un tavolo con un cornetto in una serata estiva ma Heartland di Anthony Cartwright ti squarcerà comunque, lasciandoti addosso la polvere cinerea di un’uggiosa giornata nelle periferie inglesi.

Nato a Dudley, a sole 16,3 miglia da Birmingham, lo scrittore inglese laureato in Letteratura Angloamericana ha svolto i lavori più disparati, nella metropolitana di Londra come in un impianto di inscatolamento carni.

Uscito in Gran Bretagna nel 2009, questo splendido romanzo è stato fortunatamente edito in Italia a gennaio 2013 da 66thand2nd.

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Calcio, vita da pub, elezioni fra Laburisti e British National Party, storie d’amore e fallimenti, speranze e delusioni degli immigrati arrivati in Inghilterra si mescolano alla perfezione in questo romanzo che prende le forme di una partita, suddiviso in primo tempo, secondo tempo ed infine risultato finale.

A tenere le redini della narrazione è il match del Mondiale nippo-coreano del 2002 fra Inghilterra e Argentina.

Il “september 11” dei mesi precedenti ha riversato nera pece sulla comunità siderurgica di Dudley e sulla convivenza fra britannici e musulmani.

Tre grandi partite si giocano all’interno della storia: oltre a quella alla televisione, da cui assistiamo tramite gli occhi di Rob – il protagonista, c’è l’atteso big match che decreterà il vincitore della rispettiva lega dilettantistica fra i locali del Cinderheath e la compagine musulmana capitanata da Zubair, amico proprio dell’avversario Rob. Fango e intimidazioni appesantiscono il clima, squarciato da conati di odio e rigurgiti di invidia, e l’atmosfera di una cittadina che si appresta alle elezioni fra i Laburisti e il British National Party, ostile alla costruzione di una nuova megamoschea nell’area dove un tempo fumavano le acciaierie.

Grazie a un sapiente intreccio l’autore confonde le vicende esistenziali di Rob, calciatore fallito che ha solo sfiorato l’esordio con l’Aston Villa, dell’amico pakistano Adnan scomparso nel nulla da anni salvo ripresentarsi con un sapiente colpo di scena, della compagna di scuola di entrambi Jasmine che dopo anni ed amori dalle alterne fortune ritorna per insegnare al borgo natio.

Mentre Rob dedica il proprio tempo alla professione saltuaria di insegnante di sostegno, lo zio Jim cerca, pensieroso e sfiduciato, di vincere le elezioni.

Nel quartiere violenze e bullismo, come lo sfregio del piccolo Andre, regalano vortici di tensione palpabile. Intanto l’avvocato Zubair pensa al fratello scomparso Adnan, e alla sua giovinezza immerso nei numeri del computer dove – accada quel che accada – o sei uno o sei zero. Non c’è via di scampo.

Il padre di Rob, talento bruciato sull’improvviso altare di un grave infortunio, beve birra e accompagna da lontano con lo sguardo i picchi malinconici del figlio.

Sensibilità, pallonate e rimpianti creano lo splendido personaggio di Rob scisso fra le proprie idee e intenzioni e la necessità di fare buon viso a cattivo gioco, trovandosi a giocare con compagni fedeli sostenitori del Bnp.

Dialoghi vividi, panoramiche veriste e realismo crudo sono la cifra stilistica di una storia sulla fottuta bestiola umana e su come vanno le cose nel mondo.

In mezzo a tutto questo, non solo una partita, ma amore, odio, cenere, politica, smarrimento e un silenzio che fa un grande rumore.

Consigliatissimo.

bnp

“Rob la vide, le andò incontro, si preparò al contrasto, Glenn cercò di abbassarsi per togliersi di mezzo tra lui e la palla. Voleva stoppata ma non c’era spazio, non c’era tempo, Rob non riusciva a distogliere lo sguardo da una macchia di fango su un lato della palla in discesa, dritta verso di lui, tirò senza guardare, collo pieno, l’aveva presa bene, lo sentì da come gli schizzava via dallo scarpino. Guardò, mentre avanzava di un passo. La palla andava dritta sul portiere ma all’ultimo momento deviò, scavalcò le sue mani aperte, si abbassò sull’angolino ed entrò in rete. Per un attimo fu dentro. Si sentì il rumore del palo interno colpito dal tiro al volo, poi la palla volteggiò di nuovo al centro dell’area piccola, sul lato opposto. Non finiva mai, mai, eppure era stato un attimo. La palla atterrò davanti a Lee che con la punta del piede la spinse proprio al centro della rete. Grida.”