L’Arbitro

Raccontare il calcio non è assolutamente semplice.

Tanto meno farlo in forma cinematografica.

Una pellicola recente uscita qualche settimana fa nelle sale e presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia ci ha favorevolmente colpito.

Si tratta de L’Arbitro, scritto e diretto da Paolo Zucca, che narra le vicende dilettantistiche dell’Atletico Pabarile, squadra della Terza Categoria sarda.

Paesaggi, campetti spelacchiati e rivalità da bar vengono arricchite dall’uso del bianco e nero.

Improbabili match e vicende personali dei protagonisti sull’isola si intrecciano con l’ascesa parallela nel calcio dei lustrini che conta di un eccezionale arbitro interpretato da un ottimo Stefano Accorsi. Le storie finiranno per cozzare in questo divertentissimo film che racconta splendori e miserie del gioco più amato da un duplice punto di vista.

Echi di Soriano e GigiRiva, grandi palcoscenici e polverose domeniche, momenti poetici e dribbling amatoriali, maglie lise e fischietti collusi, la classe di Matzutzi e sana filosofia da tavola.

Consigliato, come un’Ichnusa fresca davanti a qualsiasi partita.

L’anomalia Allegri nel dna rossonero

Di Massimiliano Allegri, dalla scorsa stagione, se ne parla molto e spesso tifosi e osservatori si distinguono sostanzialmente in due fazioni: chi lo assolve quasi in toto, giustificando il tecnico toscano per l’assoluto impoverimento della rosa del Milan dovuto al cambiamento radicale di politica societaria, e quelli invece che lo ritengono totalmente – o quasi – inadatto a guidare la squadra rossonera imputandogli scarso carisma e discutibili capacità tattiche.

Per sgombrare il campo da subito dichiaro di ritrovarmi senza dubbio fra i secondi.

Nonostante la mia passione da tifoso milanista fosse andata affievolendosi sin da qualche anno prima – quando l’adolescenza lascia spazio a una presunta maturità e s’incomincia a vedere il calcio come la Terra dalla Luna e ad amarlo in maniera diversa – nell’estate del 2010 rimasi abbastanza interdetto nell’apprendere che il nuovo allenatore della mia squadra del cuore sarebbe stato Allegri. Speravo piuttosto in uno come Luciano Spalletti, nonostante fosse da poco alle prese con la campagna russa, in un Cesare Prandelli ad esempio.  Non m’impuntavo come molti altri tifosi sull’assurdo dogma mediatico del Milan-ai-milanisti, piuttosto mi aspettavo un mister in grado di trasmettere idee di bel giuoco in linea con il dna che mi aveva battezzato e ammaliato fin da infante. Leonardo in fondo non mi aveva entusiasmato col suo “casino organizzato” e probabilmente c’era bisogno di una svolta: come ha dimostrato il mercato – quello non fatto – degli anni successivi il Milan era di fronte a una svolta generazionale (le scadenze e i conseguenti addii di uno zoccolo duro che aveva fatto la storia fra cui i vari Seedorf, Gattuso, Inzaghi, Nesta e compagnia) e – cosa ancor più importante – per la prima volta nella storia a un ridimensionamento di spesa economica dovuto alla spending review decisa da Silvio Berlusconi.

Luglio 2010: Allegri è ufficialmente il nuovo allenatore del Milan

Luglio 2010: Allegri è ufficialmente il nuovo allenatore del Milan

A onor del vero ricordavo con piacere il Cagliari di Mazzone e poi di Giorgi, quello di Ballardini subentrato a Sonetti ma nonostante le indiscutibili ottime stagioni la compagine sarda di Allegri non era rimasta impressa nel mio cuore di tifoso dall’imprinting rossonero. Con quella faccia un po’ così e l’espressione di chi sembrava avesse vinto un super-jackpot sapendo benissimo di meritarselo poco, la scelta della dirigenza mi rendeva assai perplesso.

C’era da dire che uomini tendenzialmente libertari male si erano accostati alla panca di San Siro sponda milanista, in quanto non conciliavano con l’autoritarismo tipico del Cavaliere. Tabarez, Zaccheroni, lo stesso Leonardo avevano pagato – indipendentemente da meriti e demeriti sportivi – stile e visioni di vita piuttosto che di futbol in senso stretto. Allegri da questo punto di vista era un’incognita.

La prima stagione terminò bene, ma dal mio punto di vista – molto critico e forse severo ribatteranno quelli che “in fondo non è colpa sua con la squadra che si ritrova” – ha giocato fondamentalmente senza avversari (come fu per Mancini con l’Inter post-Calciopoli). I cugini nerazzurri infatti, oltre che con i postumi da pancia piena post-triplete, si trovavano nella delicatissima fase di passaggio dal regno irripetibile dell’alieno Mourinho alla sobrietà normalizzante di Benitez. Il transfugo Leonardo addirittura per poco non riesce in un incredibile remuntada, mentre il Napoli dei tre tenori si piazza in terza posizione. Oltre a questa motivazione il successo finale era da tributarsi a mio parere in grossa parte al vero colpo di mercato estivo di Galliani & Friends ovvero Zlatan Ibrahimovic, calciatore decisivo come pochi nei tornei nazionali.

È durante questo campionato che Allegri incomincia la rottamazione: complice qualche infortunio di troppo inizia a decentrare, sullo scacchiere tattico e non solo, quell’Andrea Pirlo che non solo rappresentava il nostro fiore all’occhiello in campo internazionale ma il vero e proprio simbolo del Milan ancelottiano. Ad Andrea da Brescia da gennaio viene preferito un interditore puro – per quanto ottimo – come Van Bommel sovvertendo in un colpo solo i canoni estetici che da sempre costituiscono l’architrave ideale del Milan berlusconiano e una qualsivoglia lungimirante scelta societaria visto che l’olandese non era più giovanissimo e dunque la mossa risultava davvero poco interpretabile.

Ai metodi di allenamento e alla scarsa disponibilità ai colloqui individuali male si adatta tutta la vecchia guardia, in particolare pilastri come Seedorf e Gattuso che non faranno nulla per celare l’astio verso il tecnico. D’altro canto a onor del vero bisogna rilevare di come forse pochi allenatori sarebbero stato in grado di resistere ad urti da parte di senatori del genere e coadiuvare pertanto Via Turati nel processo di ringiovanimento.

Fatto sta che il Milan torna a vincere lo Scudetto e Galliani giustamente gongola beato.

Ma a me continua a piacere poco quella squadra che mi aveva fatto innamorare con trame delineate e spartiti tattici ben precisi, senza dubbio valorizzati da una pletora di fuoriclasse che nell’arco di un ventennio avevano fatto incetta di Palloni d’Oro e altri innumerevoli premi.

Sembra molto lontano il calcio di Acciughina da quello piratesco, affascinante e coraggioso del suo mentore Galeone.

La fazione pro-mister dice che in fondo con Ibra un vero e proprio gioco corale è impossibile da avere, l’attaccante svedese accentra, concentra e fortunatamente anche risolve la grossa parte degli spunti dei compagni di squadra.

Detto di Van Bommel, oltre agli arrivi di Robinho e Boateng (in estate) ed Emanuelson e Cassano (a gennaio con la cessione del pupillo presidenziale Ronaldinho), il mister si avvale delle preziose comparsate di giovani come Strasser e Merkel.

 

Nella stagione successiva il Milan perde, con grande sorpresa degli osservatori, il campionato in favore della Juventus ricostruita da Antonio Conte grazie al furore di lippiana memoria e a un’organizzazione collaborativa di stampo moderno che fa impallidire lo schema monocorde di Milanello del palla ad Ibra e correte ad abbracciarlo.

Nonostante la stagione monstre di Nocerino, il Diavolo colleziona una pesante serie di infortuni che appesantiscono il cammino: Thiago Silva su tutti – nel momento cruciale della stagione – oltre ai guai di Gattuso e Cassano.

L’apice positivo è il limpido successo in Champions contro l’Arsenal, quasi del tutto cancellato con una sconfitta tremenda nel ritorno a Londra che permette di continuare il cammino infranto poi contro il solito Barcellona.

Si parlerà molto del gol-fantasma di Muntari e onestamente è indubbio che la rete avrebbe cambiato l’andamento del match e forse dell’intero torneo, ma il vero vincitore agli occhi del pubblico di ogni fede è Pirlo che in bianconero appare ringiovanito e completamente ritrovato, dimostrando sin dall’inizio di essere il vero cardine della vittoria della Vecchia Signora. Vedere cioccolatini per Lichsteiner e Marchisio per credere.

 

La stagione, anche se cominciata con i migliori auspici con la vittoria in Supercoppa ai danni dell’Inter, termina amaramente e la coda estiva porta via un blocco di colonne come Gattuso, Seedorf, Nesta e il bomber Inzaghi che conclude la sua mitologica avventura di centravanti con un gol che riscatta l’esilio forzato voluto da Allegri in persona.

Ma il pianeta milanista scricchiola e traballa pesantemente soprattutto in virtù delle inaspettate milionarie cessioni degli ultimi due fuoriclasse rimasti in rosa: Thiago Silva e Ibrahimovic prendono la via di Parigi, lasciando nelle casse di via Turati 62 milioni di euro e un vuoto di classe ed esperienza che appare incolmabile.

Non è un caso che il Milan sia trascinato inizialmente da El Shaarawy, apprezzato giovane attaccante che l’anno prima aveva collezionato più rimbrotti da Ibra che minuti giocati.

Allegri ha indubbiamente il merito di plasmare una squadra svuotata della sua identità e di risorgere, dopo un’inevitabile disastrosa partenza, nella seconda parte di stagione grazie anche ai gol del nuovo arrivo Mario Balotelli che culmina nel terzo posto finale di vitale importanza per le casse del club. La bella Fiorentina di Montella schiuma di rabbia vedendosi soffiare la terza piazza anche per colpa di errori arbitrali macroscopici in favore del team milanese.

Il punto più alto, a mio parere, del periodo del tecnico toscano viene raggiunto il 20 febbraio quando batte nell’andata degli ottavi di finale con il classico due a zero casalingo un Barcellona sempre più narciso. Uno dei Milan europei più scarsi di sempre riesce a sognare il passaggio del turno grazie alle reti di Boateng e Muntari; per abnegazione, attenzione e ferocia i rossoneri giocano un match entusiasmante. Il Faraone rincorre Alves come un terzino qualsiasi, sottolineando perché uno come Ibra difficilmente potrà vincere una Champions.

La chiusura delle linee di passaggio studiata da Allegri è a dir poco perfetta. L’entrata in campo di Niang ha un tempismo e un effetto ottimo.

Il risveglio al Camp Nou sarà brusco ma solo gli dei del calcio sanno come sarebbe finita se proprio il francesino avesse infilato la porta blaugrana con il risultato ancora sull’uno a zero per i catalani. (Il titolo del video esagera)

 

L’estate vive sul filo dell’ennesimo tormentone umorale dettato da Berlusconi. Galliani lavora ai fianchi e per un’altra volta convince il Presidente a ripartire con Massimiliano in panchina, appuntandosi al petto la medaglia per aver creduto nell’allenatore malgrado l’inizio stagione più buio che la recente storia rossonera ricordasse e soprattutto tenendolo lontano dal rampante mister della cantera rossonera Pippo Inzaghi.

Rivitalizzato Pazzini e trasformato Constant in un terzino affidabile ad alti livelli, il peggio per Allegri sembra definitivamente alle spalle.

E invece le cronache ci raccontano di come questo silenzioso – ma non in panchina – coach toscano sia tornato di nuovo in bilico.

Ceduto Boateng, rientrato Kakà, salutato non senza polemiche Ambrosini, acquistato Matri sembrava che il Milan dopo le scosse di assestamento della passata stagione avesse trovato una nuova affidabile fisionomia e fosse pronto a ritornare a dar fastidio alla Juve per il titolo.

Al momento a guidare la serie A si trova la Roma di Garcia (curioso visto che proprio Max sembrava in lizza sino all’ultimo per la panca dei giallorossi) e il Diavolo staccato di sedici punti dopo nove gare.

La fragilità difensiva della squadra – dovuta in primis a una cifra tecnica davvero povera, questo per chi scrive anche una colpa del coach che ha avallato tutto pur di restare in sella – unita all’incostanza di Balotelli che lo scorso anno da gennaio fu il vero e proprio trascinatore della rimonta (e da lì, a titolo di cronaca, cominciò la progressiva sparizione di El Shaarawy ma questa è un’altra storia) sta relegando a un campionato inspiegabilmente anonimo i rossoneri.

Detto che probabilmente la preparazione è mirata a dare il meglio nella seconda parte di stagione – assurdo nel calcio moderno dove anche un’amichevole insulsa in terra statunitense può costare il posto nell’era delle neuroscienze e del calciatore come atleta/pensante – domenica ero allo stadio Ennio Tardini di Parma.

Sono andato in gita con mio padre, l’uomo che mi svegliava ad orari assurdi quando ero ancora un bimbetto per tifare insieme il Milan che giocava col sottofondo incessante del satellite e vinceva l’Intercontinentale a Tokyo con gente come Chicco Evani e Giovannino Stroppa.

Ho visto una difesa imbarazzante, ma soprattutto un atteggiamento surreale, svagato e senza nerbo. Se anche Biabiany sembra Cristiano Ronaldo c’è da dire che manca uno come Marione Yepes capace di stendere l’avversario lanciato, di trasmettere almeno quella rabbia agonistica basilare anche nei tornei più infimi di provincia.

Il discorso delle qualità individuali tiene comunque fino a un certo punto: la sensazione è che l’improvvisazione regni sovrana e che pure le azioni d’attacco siano frutto di inventive o accelerate individuali occasionali piuttosto che di un disegno tattico proprio di una grande squadra che desideri farsi chiamare tale. Lo sterile giro-palla da Abate (che in certi momenti al cross ricorda l’Oddo più sfortunato) a Constant passando per i cinque/sei tocchi di un centrocampista, i movimenti pressochè assenti non solo di Balotelli ma anche dell’inadeguato Birsa denotano l’assenza di uno straccio di idea.

Il Parma ribatteva con poche tracce ma chiare: incursioni di Biabiany, ricerca immediata di Cassano che a due all’ora mantiene ancora promesse di fuoriclasse e inserimenti di Parolo.

Nel Milan oltre a Poli il deserto, o quasi.

E chi ti toglie il mister poco dopo l’intervallo?
Proprio il giovane centrocampista che insieme a De Jong era stato l’unico a salvarsi. Lo fa e, complice un calo di intensità e mentale dei padroni di casa, riesce a rimettere in piedi la partita e rischia pure di andare su di un clamoroso vantaggio con il neo-entrato Kakà.

Sceglie di passare a un improvvisato 4-2-3-1 con Montolivo e l’olandese a fungere da cerniera e Matri ad allungare la squadra, sconfessando le scelte iniziali e dimostrando che la partita non era poi stata preparata così bene.

Il Milan poi perde, e in fondo è giusto così, e Allegri ripete nelle intervista post-partita una litania senza mordente di chi non sembra poi così preoccupato.

Forse ha ragione lui e anche stasera, riuscirà a salvare la pelle ottenendo dai suoi una buona prestazione e un risultato positivo contro un altro zombie chiamato Lazio.

Quello che rimane però, al popolo rossonero da qualche tempo smarrito, è la sensazione che Max sia un irriducibile aziendalista e che solo grazie a questa sua virtù sia arrivato sino ai nostri giorni.

In fondo ci sono domeniche in cui anche il Sassuolo sembra poter giocare a calcio, mentre il Milan – oramai geneticamente modificato – troppo spesso lascia l’impressione di poter giocare solamente a pallone.

Calcio a due velocità

Oltralpe le squadre di calcio scioperano dal 29 novembre al 1 dicembre contro la nuova legge fiscale che prevede il pagamento del 75% di tasse sulla parte di salario destinato a quei calciatori che guadagnano più di un milione di euro l’anno.

Fra questi il caso più eclatante è certamente quello di Zlatan Ibrahimovic, l’attaccante svedese in forza al PSG di proprietà degli sceicchi che aumentano ogni estate la batteria di milionari del pallone. Curiosa poi la vicenda dell’As Monaco, altro team ricchissimo allenato dall’italiano Ranieri e appartenente all’oligarca russo Rybolovlev, che non verserà un centesimo allo Stato in quanto soggetto al regime fiscale del Principato di Monaco. Nei tempi dell’aleatorio fair-play finanziario ideato proprio dal francese Platini scommettiamo che il caso-Monaco (che dopo essersi assicurato il fuoriclasse colombiano Falcao per 60 milioni e averni spesi un altro centinaio per altri professionisti della pedata si trova primo in coabitazione proprio con i parigini) susciterà parecchie polemiche e lotte di potere in seno al governo del football francese e forse europeo.

A maggior ragione fa impressione constatare – come riportato anche dalla Gazzetta – che la Figc schiaffeggia il serbatoio dilettantistico, già messo a dura prova dalla crisi economica, rialzando in maniera assurda i costi relativi ai tesseramenti dei giovani calciatori fino ai 15 anni.

Un tetto al monte-ingaggi della serie A o pensare di devolvere parte di alcuni introiti milionari a tutto il movimento non sarebbe improponibile, ma sarà di certo impossibile.

calcio-giovanile

Arriba el Clasico!

Ritorna oggi una delle partite che non ha bisogno di presentazioni, il derby di Spagna fra Barcellona e Real Madrid.

Nonostante durante lo scorso anno sulla panchina catalana fosse presente Tito Vilanova, che per Josè Mourinho non rappresentava certo – a livello di concezioni calcistiche, approccio filosofico e stima reciproca – Pep Guardiola (i loro mind games sono stati una delle cose più divertenti delle ultime stagioni), la dicotomia blaugrana/merengues verteva comunque sulla sfida continua e perenne – una saga a un certo punto – fra il sistema della escuela canterana e la personalizzazione del futbol madridista targato Mourinho.

Per la prima volta El Clasico torna ad assomigliare a una partita “normale”, asperrima e sanguigna, che proporrà un calcio e un tema differente rispetto all’apprezzatissimo canovaccio delle ultime puntate.

Da una parte il Barcellona del Tata Martino, meno armonico e più cinico, con gli attaccanti che pressano e rientrano con molta minor frequenza – in alcune partite Messi ha giocato da 9 classico – dove qualche palla lunga è finalmente consentita (come ha dichiarato Pique http://www.gazzetta.it/Calcio_Estero/Liga/10-09-2013/barcellona-pique-ammette-eravamo-schiavi-tiqui-taka-tito-vilanova-tata-martino-201134122055.shtml) e le ripartenze possono appartenere anche a chi fino a poco tempo fa interessava sempre e comunque tenere il pallone più degli avversari e recuperarlo subito nella metà-campo d’attacco. Sabato 21 settembre il Barcellona ha vinto 4-0 in trasferta, contro il Rayo Vallecano e incredibilmente il dato del possesso-palla racconta come qualcosa a La Masia sia effettivamente cambiato: 54% contro 46%.

Sulla sponda madrilena è invece giunto a guidare il team della Capitale Monsieur Ancelotti: dopo aver sperimentato il calcio inglese alla corte di Abramovic e la Ligue francese sulla panchina del Paris St. Germain costituito da petrodollari e fuoriclasse Carletto approda forse nell’ambiente ideale, più simile per stile societario e concezione di gioco a quello che fu il suo adorato interregno rossonero.

L’allenatore italiano a Madrid è stato accolto come una liberazione. Il suo curriculum da vincente e la sua aria bonaria e paciosa sono una ventata di aria buona in un ambiente avvelenito dal periodo mourinhano. Ma oltre a dover dirimere, finora con buoni risultati, la questione Casillas-Diego Lopez Ancelotti si è trovato a dover fronteggiare l’ingaggio stratosferico di Bale e una piazza oramai impaziente che dopo anni di schiaffi – eccetto alcuni momenti sporadici – chiede di tornare a vincere giocando un bel calcio e di inserire finalmente fra gli scaffali della Ciudad Deportiva la Decima.

Per riuscire nell’impresa, oltre all’acquisto record del gallese, è stato deciso di lasciar partire un giocatore eccellente come Mesut Ozil e fare spazio al vero pallino del coach: Isco, un ragazzo dalla classe cristallina, adorato anche da Zizou in persona. I soliti problemi di abbondanza, uniti all’infortunio di Xabi Alonso, e a un’autostima di gruppo da costruire passo passo hanno portato alla situazione attuale: come ha dimostrato anche l’ultima sfida contro un’ottima Juventus il Real è ancora un’unità ibrida, in fase di modellamento, che procede grazie alla classe e agli strappi dei singoli piuttosto che per merito di un disegno collettivo di ampio respiro.

Al momento a guidare la classifica della Liga c’è il Barcellona che con otto vittorie su nove partite precede di un solo punto l’altra squadra di Madrid – l’Atletico del Cholo Simeone che nonostante la cessione di Falcao giocherà il ruolo di terzo incomodo (e forse qualcosina in più) per tutto il campionato. Il Real al momento si trova in terza posizione, staccato dai rivali di sempre di soli tre punti. Ma mentre i blaugrana continuano a infilare nelle porte avversarie molti gol (28, media di tre a partita) e a subirne molto pochi (solo 6), i madrileni confermano di avere qualche problema di equilibrio rimanendo sempre esposti al rischio di subire una rete.

Dalle nostre parti, sospesi in rovesciata sulla nebbia veneta, indoviniamo un pareggio: il campionato è ancora lungo ed entrambe le squadre staranno attentissime soprattutto a non perdere.

Ma posto che sarà curioso vedere se Messi rientrerà – come spesso faceva con Guardiola – per ricevere palla ma soprattutto disturbare l’inizio dell’azione di Modric e compagni, a nostro parere un ruolo molto importante nell’economia del match potrebbe essere giocato da quello straordinario argentino che risponde al nome di Angel Di Maria.

Il mancino di Rosario, infatti, anche mercoledì ha giocato una bella prova in Champions League fornendo l’assist per il primo gol di Ronaldo e distribuendo chicche ai compagni come questo altro passaggio-gol da far rivedere nelle scuole calcio contro il Copenaghen qualche settimana fa.

Nel calcio moderno molto spesso vediamo gli esterni giocare a piedi opposti – vedi Bayern col mancino Robben a destra e il destro Ribery a sinistra – e Di Maria grazie a tecnica individuale sopraffina, visione di gioco e disponibilità alla collaborazione è a mio modo di vedere uno dei migliori interpreti di questa versione 2.0 dell’ala. Carente in fase realizzativa, ma molto presente nella costruzione del gioco e nell’ultimo passaggio, Di Maria potrebbe essere l’hombre del partido in un Clasico che potrebbe essere segnato dai suoi tagli e dai suoi incroci in uno contro uno con Adriano che non è al livello certamente di Dani Alves.

Certamente il campione argentino, protetto alle spalle da Arbeloa, dovrà essere in grado di rientrare e pressare un certo Iniesta (interessante a tal proposito sarà anche valutare le scelte della linea mediana di Ancelotti dove Khedira sembra sicuro, con Isco che potrebbe essere schierato al suo fianco per un atteggiamento molto offensivo oppure sulla linea dei trequartisti con Modric a far da geometra e Ronaldo da prima punta) per poi ripartire velocemente.
Non c’è dubbio che il Barça entrerà in campo con una mentalità molto differente rispetto a quella svagata vista martedì a San Siro, ma se il Real Madrid dovesse riuscire a sorprenderla noi punteremmo su Angel Di Maria come attore protagonista.

E per fortuna che col Tata Martino ora anche il portiere in caso di emergenza può lanciare lungo.