Attilio Lombardo, l’imprendibile struzzo blucerchiato

E’ successo davvero, una di quelle gelide serate baltiche nelle quali basta una classica conversazione internazionale futbolistica a scaldare le brande e i cuori dei sempre nuovi compagni d’ostello. Quella sera a Riga, alla foga doppio malto generale contribuiva un appassionato ossuto, le braccia bianche come lo zucchero, il volto inspiegabilmente glabro, la pinta scura in mano, la parlata poco “Queen’s English” ma, indubbiamente, british al 100%.

Calavo lo sguardo sul suo petto più volte mentre parlava. Fisico tutt’altro che da sportivo, piuttosto da deportato, vantava un’indecifrabile maglietta rosso blu con lo sponsor “TDK”. E come per tutti voi adesso, anche a me in quel momento vennero in mente solo le cassettine degli anni ’90 che non portavano la scritta “BASF”. Non sembrava né la veste del Bologna, né quella del Genoa o tantomeno del Barca. La casacca diventò intellegibile solo dopo aver letto il retro: Lombardo, 7.

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Ok, magari quest’aneddoto non varrebbe come prova dentro un tribunale, ma credo fermamente, come mi volle far capire quel tifoso del Crystal Palace, che se Attilio Lombardo fosse nato a Sheffield, Inverness, Cardiff o Ipswich, sarebbe probabilmente diventato un simbolo nazionale, uno di quelli che oltremanica sono soliti etichettare come a Legend.

Ne sono convinto, per Popeye sarebbe stata tutta un’altra vita, un futuro da Capitano dei Tre Leoni, migliaia di ragazzini con la sua maglietta, nominato Sir con cerimonia ufficiale e via dicendo.

In Italia il suo profilo è coltivato con cura negli archivi del sito “giocatori brutti”. Di poco si parla delle sue prestazioni sportive.

 

Lo ammetto, anch’io come voi ho provato più volte quella delusione, una volta uscito dall’edicola, nel rompere il pacchetto e trovare l’ennesimo fastidioso doppione di Lombardo. Figurina esteticamente difficile anche da recuperare attaccandola sul proprio diario, perché da sempre in Italia, a tutte le età e in tutte le categorie, il bomber-style piace e conta molto per tutti, dentro e fuori dal campo.

Lombardo non è di certo un bomber senza apparenti meriti sportivi. Lombardo ha fatto saper poco fuori dal campo e diciamocela tutta, è di un “brutto” diverso dal Pirate-Style tutto sommato cool di Ribery e Tevez… “Struzzo” in effetti, così chiamato dai compagni a cavallo tra gli ’80 e i ‘90, ti guardava impaurito da quella figurina Panini, con i suoi piccoli occhi muti dentro ad un volto poco terrestre.

Giusto per fare un paragone, Frank e Carlitos ci ricordano quei compagni di classe che prendevano posto in bus sempre in ultima fila e passavano il tempo a saccheggiare i malcapitati, sia all’andata che al ritorno da scuola, dal lunedì al venerdì, tutti i giorni dell’anno. Lombardo invece ricorda quel ragazzino con il berretto di lana piantato senza attirare attenzione a metà corriera, silenzioso e introverso, con lo zaino ancora attaccato alle spalle e mezzo culo fuori dal sedile.

Manchester City v Stoke City - FA Cup Final

 

Ma in barba al belloccio CR#7, che pochi giorni fa ha mandato il Portogallo ai Mondiali carioca con una tripletta impressionante, il primo numero 7 da lucidare sulla nostra bacheca è proprio Popeye, l’imprendibile struzzo blucerchiato.

Il motivo è presto detto: l’ala destra doriana svezzata e cresciuta grazie ai comandamenti di Vujadin Boskov non ha repliche viventi nel calcio odierno.

Ed è un bel paradosso, perché Lombardo potrebbe essere il giocatore più replicabile al mondo. Ha costruito la propria carriera grazie a degli impeccabili fondamentali: corsa da Forrest Gump, semplicità e precisione negli scambi 1-2 di piatto, assist da fondocampo preziosi come il latte fresco al mattino, scariche in porta di prima intenzione. Semplici tecniche di base eseguite senza soluzione di continuità.

Attilio Lombardo è un eccezionale esempio per i giovani calciatori che vogliono imparare l’arte del gioco di squadra, capire l’efficacia della giocata semplice, farsi conquistare dal fascino dell’infinita lotta all’acido lattico tra ali e terzini. Sempre sotto gli occhi del mister, a prendere i consigli e i rimbrotti per primo, o a pochi centimetri dalla riga bianca sotto le tribune, a far alzare in piedi i supporter e a sollevare i boati delle curve.

A guardare oggi le sue (poche) clip su Youtube, a soli 10 anni di distanza ci pare un calciatore di un’epoca che non c’è più. Il suo busto da scarsità toracica con discutibile abilità al servizio militare, gli arti goffamente in eccesso rispetto la propria altezza e le sue esultanze demodé, ne fanno per noi un calciatore da guardare e gustare con nostalgia.

Attilio è la prova che anche nel calcio l’abito non fa il monaco. Ha vinto tutti i titoli italiani ed europei disponibili (tranne la supercoppa Europea), ha lasciato una Coppa Campioni solo in finale contro il Barcellona, a qualche minuto dalla fine dei supplementari. Ha schiantato il Napoli di Maradona 4-0 in una serata dove la finale di Coppa Italia aveva ancora un significato importante. Sicuri di trovare in giro un numero 7 attuale che possa vantare altrettanto? Consigliamo questo video dove trovate anche qualche commento del nostro protagonista.

 

Se volete annoiarvi con le statistiche e il palmares completo per squadra e annata potete consultare Wikipedia. A noi resta da segnalare che Lombardo ha messo poco del suo nella Champions League ottenuta durante la militanza nella prima Juve di Lippi, essendo stato infortunato per gran parte della stagione (tibia e perone). Anche con la Lazio ha vinto trofei importanti, e pur non essendo stato per motivi anagrafici fra i protagonisti della macchina da guerra di Eriksson Attilio si rivelò un gran collante a livello spogliatoio: per esempio durante un torneo estivo ad Amsterdam, vinto dal Barcellona, Lombardo si fece dare una tuta dei blaugrana e si infiltrò alla premiazione venendo poi portato in trionfo dai giocatori.

E nonostante l’anno e mezzo spettacolare in Premier League e i migliaia di entusiasti tifosi inglesi del Crystal, in Italia Lombardo resterà blucerchiato a vita per tutti. Troppo doriano per nascondersi.

Come per molti calciatori di un’epoca pre-social network, fuori dal campo su di lui ci sono poche notizie: niente veline e probabilmente più sangiovese che champagne.

Ci piace immaginarlo in un pomeriggio di fine luglio in riviera, seduto in una spiaggia pubblica a pochi passi dalla casa al mare in compagnia di Vierchowod. Ci immaginiamo i due sotto l’ombrellone in attesa del ritiro estivo, Lombardo pieno di crema o addirittura canotta addosso, borsa frigo con le Peroni ghiacciate e tante firme ogni giorno ai ragazzini (solo maschietti e solo doriani) in delirio.

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Palmares

-3 Scudetti
-2 Coppe Italia
-3 Supercoppe Italiane
-1 Champions League
-2 Coppe delle Coppe
-2 Coppe Uefa
-1 Coppa Intercontinentale

Curiosità

-E’ uno dei cinque calciatori italiani ad aver vinto lo scudetto con 3 squadre diverse (Samp, Juve, Lazio)
– E’ stato capocannoniere nella Coppa Italia 93-94 vinta dalla Samp, segnando 2 gol in finale
– Il figlio Mattia (classe 95) è una promessa della primavera doriana e a breve esordirà in prima squadra
–  E’ stato (lo è tuttora in Turchia) collaboratore tecnico di Roberto Mancini nella vittoria in Premier League del Manchester City nel 2011-2012. In quest’occasione, durante la festa scudetto, ha sventolato un vessillo blucerchiato.

Settimo secondo il “The Sun” nella classifica dei migliori 10 calciatori calvi di tutti i tempi:

1. Zinedine Zidane, Francia

2. Alfredo di Stefano, Argentina

3. Bobby Charlton, Inghilterra

4. Iordan Letchkov, Bulgaria

5. Grzegorz Lato, Polonia

6. Jaap Stam, Olanda

7. Attilio Lombardo, Italia

8. Johnny Metgod, Olanda

9. Steve Bould, Inghilterra

10. Esteban Cambiasso, Argentina

L’invisibile essenzialità di Borja Valero

Ora che Diego Costa, il bomber dell’Atletico Madrid, si è infortunato e salterà la prima storica convocazione con la Spagna finalmente possiamo chiederci in santa pace: ma Borja Valero?
Per carità, mister Vicente non ha certo bisogno di consigli, guida un gruppo stellare bi-campione Europeo, campione Mondiale in carica dotato di talento e freschezza soprattutto per quanto riguarda la linea mediana. Iniesta y amigos garantiscono una qualità da far girar la testa.

Eppure non possiamo fare a meno di chiederci di come al pelato di Madrid non venga concessa almeno una chance.

Giunto lo scorso anno, in compagnia di Gonzalone Rodriguez, alla corte di Della Valle dopo un’amarissima retrocessione col Villareal Borja Valero Iglesias è senza alcun dubbio uno dei migliori cinque centrocampisti della serie A. Simbolo del rinascimento fiorentino guidato da Montella, lo spagnolo è stato un colpo di mercato assoluto: per 7 milioni di euro la Fiorentina è riuscita ad assicurarsi un giocatore eccellente – ha firmato un quadriennale con opzione per il quinto – che garantisce continuità di rendimento ad altissimi livelli.

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Montella – i due si stimano tantissimo – ne parla come di un simbolo nonostante, e sono parole del tecnico, “sia un mistero: non ha un gran fisico, non è velocissimo, non fa molti gol eppure ha una straordinaria intelligenza calcistica che lo rende insostituibile”.

Valero è un tuttocampista che nella Fiorentina agisce prevalentemente partendo dal centrosinistra e partecipa ottimamente a entrambe le fasi.

La lettura dell’azione anticipata rappresenta una dote spiccata del numero 20 viola che lo agevola nell’interdizione e nei ripiegamenti ottimi per merito anche di doti di resistenza da mezzofondista.

In fase di possesso Borja applica l’abc del calcio in maniera naturale e fa sembrare semplicissima una delle cose più difficili: muovere la boccia con pochi tocchi, a testa alta, e una volta scaricato palla dettare un seguente passaggio con un altro movimento.

Abile nell’uno-due, è inoltre molto bravo a recuperare il pallone e a sentire la presenza o il pressing dell’avversario anche ricevendo palla di spalle e pertanto a comandare il gioco scegliendo il lato scoperto.

La sua posizione di partenza è il centrosinistra, ma non disdegna di farsi trovare nella classica zona di trequartista o in alternativa di tagliare per cercare spazio sulle corsie laterali.

Per questo la sua presenza in campo pare a volte immanente.

Dentro al cervello ha un radar e due piedi molto buoni che gli consentono di essere uno dei beniamini del fantacalcio nostrano in quanto lo rendono uno dei maestri dell’assist.

Da fermo – qui va rilevato anche l’ottimo lavoro sulle palle inattive di Gianni Vio conosciuto da Montella ai tempi del Catania e autore di uno schema come questo – o su azione per Borja non c’è differenza: la scelta di tempo, la visione periferica e la misura del passaggio sono da campione assoluto.

Per questo non riusciamo a spiegarci l’esclusione dalla rosa della Spagna di questo splendido giocatore che a 28 anni si trova nel pieno della maturità.

Giocatore spagnolo dell’anno nel 2010 (premio Don Balòn), questo ragazzo tranquillo dalla faccia smussata ha iniziato la carriera nelle giovanili del Real per debuttare con la camiseta blanca sotto l’egida di Capello. Dopo le esperienze nelle file di Maiorca e West Bromwich Valero approda nel 2010 al sottomarino giallo di Vila-Real dove oltre a Gonzalo conosce Giuseppe Rossi, altro futuro compagno. Con la Spagna debutta nel 2011 in amichevole contro gli Stati Uniti e manco a dirlo mette un assist.

Essenziale, pulito, concreto, lineare, testa alta, giocate raffinate, recupera palloni e vede corridoi dove gli altri preferiscono un comodo giro-palla.

Ci chiediamo se sia un giocatore troppo movimentista – predilige una corsa lunga – per i principi oramai consolidati del gioco spagnolo, o se rischierebbe di rubare il posto o perlomeno aumentare la concorrenza a qualcuno dei senatori.

Al momento la sua unica soddisfazione in maglia spagnola rimane il gol vittoria firmato nel 2004 nella finale dell’Europeo Under 19 al novantaduesimo minuto contro la Turchia.

Recentemente ha dichiarato di non sperare nel Mondiale.

Forse ha capito il gioco in anticipo, come spesso gli accade la domenica.

A scuola dal Barcellona: il calciatore come sistema ipercomplesso

Lunedì sera al Palasport Gozzano di Padova si è tenuto il secondo incontro – della decima edizione – del Clinic organizzato dal Calcio Padova e dedicato agli allenatori del settore giovanile.

Eravamo presenti fra il pubblico, in qualità di interessati e appassionati, per assistere a quella che è stata una vera e propria lezione tenuta da Isaac Oriol Guerrero Hernandez, coordinatore generale e responsabile dell’area metodologica della Scuola Calcio del Barcellona.

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Sottolineando innanzitutto che il ragazzo ha 33 anni – rilevante a nostro parere l’approccio moderno e giovane proprio del futbol spagnolo e più in generale estero – la serata è stata incentrata su alcune esercitazioni tipicamente canterane come ad esempio i giochi di posizione coi loro triangoli associativi che si ponevano l’obiettivo di lavorare sulla presa di decisione del giovane calciatore.

Tutto naturalmente evidenziava l’orientamento del calcio 2.0 – di cui guarda caso uno dei pionieri è quel Josè Mourinho che al Barça ha studiato facendo il vice a Robson – secondo cui l’atleta è un sistema neuronale e pertanto corpo e mente vanno allenati in simbiosi, con sedute in cui le componenti motorie e quelle psichiche viaggiano in abbinata.

Oriol è andato ancora più nello specifico parlando di giocatore come sistema ipercomplesso, una sfera dove intervengono otto diverse dimensioni: in primis struttura condizionale, energetica, coordinativa e cognitiva. Poi altre quattro strutture – cosiddette generiche – come quella socio-affettiva, che riguarda l’integrazione nel gruppo del singolo e la sua disponibilità alla cooperazione, quella emotivo-volitiva (ciò che motiva un giocatore a prendere una determinata decisione), quella mentale ovvero la capacità del giocatore di mantenere la stabilità emozionale nel corso del match e infine quella espressivo/creativa – potremmo definirla la magia del calcio – cioè quella che permette al giocatore di trovare una soluzione ai problemi incontrati con un gesto che non appartiene alla sua memoria motrice – e a riguardo cita come esempio un passaggio di spalla di qualche anno fa di Ronaldinho.

Principi validi per bambini dai 6 anni – l’età in cui assorbono di più è dai 6 ai 10 anni – dove la ripetizione del gesto porta all’acquisizione della presa di decisione che si consolida nella memoria a lungo termine diventando automatismo.

Ciò è dimostrato da ricerche neuroscientifiche di ultima generazione.

Fantascienza?
Se la scuola della strada rimane certamente importante, non vanno sottovalutate indicazioni e proposte – che oltre alla tecnica di base presuppongono capacità di concentrazione e conoscenza da parte di giocatori e allenatori – di quella che nell’ultimo decennio si è senza dubbio dimostrata come la miglior accademia formativa del calcio mondiale.

Nanga def, mister Metsu

Era l’estate della presunta maturità e la fine del Liceo si accompagnava, oltre ai soliti pruriti ormonali e a delle urla esistenzialiste affacciate sul balcone del domani, al vero e proprio fastidio dell’orario assurdo cui eravamo costretti per assistere al Mondiale organizzato fra Giappone e Corea del Sud.

Ulisse De La Cruz, terzino dell’Ecuador, assumeva sembianze spaventose. A sentire il Trap, allora c.t. degli Azzurri, dovevamo preoccuparci delle sue folate sulla fascia. L’Italia si presentava con una batteria di attaccanti allucinante: Bobo Vieri, Pippo Inzaghi, Totti, Del Piero, Montella e l’operaio Delvecchio. A centrocampo la rivelazione stagionale era senza dubbio l’atalantino Doni, non ancora in contatto con zingari e scommettitori vari. Completavano l’opera Buffon e Toldo, Maldini e Cannavaro, Nesta e Tommasi.

Una squadra che poteva, nonostante Francesco Coco, brillare di luce propria.

Oltre al Brasile di Rivaldo, Ronaldo e Ronaldinho e all’Argentina di Veron, Batistuta e – pensa te – Claudio Caniggia, fra le squadre da temere vi erano certamente l’Inghilterra guidata da Eriksson e una Spagna in rampa di lancio perenne con talenti assoluti e il naso di Luis Enrique ancora presente.

Su tutti, comunque, spiccava la Francia campione in carica. Les Bleus  parevano candidati ad alzare un altro trofeo pesantissimo dopo aver vinto Mondiale ed Europeo nel giro di due anni. Giusto mix fra esperienza e freschezza, una nuvola di talento e forza fisica che avrebbe scatenato una tempesta di grande calcio sull’Asia affamata di spettacolo.

I transalpini debuttarono schierando Henry e Trezeguet, destinati all’inizio morbido contro la predestinata vittima sacrificale: si tratta del Senegal, vice-campione africano in carica sconfitto nella finale dal Camerun, che schiera undici titolari provenienti dalla Ligue 1.

Osservatori e tifosi concordano nell’assegnare a tavolino una facile vittoria per Lizarazu e compagni contro l’ex colonia. In tribuna, insieme ai commentatori della tivù francese, è pronto anche Laurent Blanc ad accompagnare quella che ha tutte le sembianze di un’ouverture perfetta.

A partecipare alla festa è invitato anche un altro francese: monsieur Bruno Metsu è il tecnico della squadra senegalese, faccia da rockstar e fisico da surfista.

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Arrivato alla guida dei Lions de la Teranga dopo essere stato introdotto al calcio africano da una breve esperienza con la Guinea, il commissario tecnico affronta il calcio da cui proviene e che lo ha formato.

Tre anni di settore giovanile in Belgio, fra le fila dell’Anderlecht, lo avevano introdotto a una buona carriera ad alti livelli in Francia dove cambia vari club e conosce Roger Milla al Valenciennes – forse un segno del destino.

Nel 1987 Metsu intraprende la carriera di coach con i giovani del Beauvais e la stagione successiva prende le redini della prima squadra. Il suo ottimo lavoro porta la squadra, all’epoca in Division 2 a giocarsi i quarti di finale della Coppa di Francia e ad essere notato, nel giro di qualche anno, dai dirigenti del Lille.

Dopo altre esperienze, scevre di trofei e successi da palmares, quando oramai pensava di averne avuto abbastanza del calcio, Metsu diventa allenatore della Guinea e nel giro di pochi mesi viene scelto dalla Federazione Senegalese per la panchina della propria Nazionale.

Bruno inizia a costruire il proprio team partendo da alcuni giocatori esclusi per volere federale a causa di bizze ed indisciplinatezza.

Non è il classico coach tutto regole, i suoi metodi rilassati convincono i calciatori che insieme avrebbero potuto costruire qualcosa di grande.

Per la prima volta nella loro storia i Lions de la Teranga – una parola senegalese che significa ospitalità in tutte le sue molteplici sfaccettature come accoglienza, attenzione, rispetto ed allegria – raggiungono nel 2002 la finale della Coppa D’Africa.

La sconfitta ai rigori con il Camerun è bruciante, (anche se come si vede nel video il primo errore è di Wome), i Leoni Indomabili saranno poi i trionfatori. «Fu il mio primo pianto per una partita di calcio» confiderà Metsu tempo dopo.

Eppure, nonostante il risultato sfavorevole, il Mago Bianco – come era stato ribattezzato dalla stampa locale – viene accolto al suo rientro a Dakar con un tappeto rosso.

 

Fiducia e autostima sono in ogni caso accresciute, e nella mattinata precedente il match inaugurale del 31 maggio 2002 a Seoul Metsu afferma: «Vediamo se i ragazzini possono insegnare una o due cose ai maestri».

È quello che accade.

Nonostante fossero andati a dormire a notte fonda e con la Francia che malgrado Zidane in panchina  dopo ventidue minuti spaventa tutta una Nazione con un tiro a 94 chilometri orari di Trezeguet che si infrange sul palo, il Senegal trova il gol storico con Bouba Diop piovra di metacampo di lotta e di governo che diverrà uno dei protagonisti dell’avventura nippo-coreana.

I Campioni del Mondo sbalzati dal trono e riportati sulla terra da una squadra dal passato coloniale: il 4-5-1 semplice ed agile studiato da mister Metsu stende i Bleus e accende la miccia che l’intero popolo senegalese e i suoi 11 rappresentanti attendevano da troppo tempo di appicciare. All’indomani della vittoria il Presidente senegalese Wade stabilisce una giornata di festa nazionale.

Nella partita seguente il Senegal, dopo essere andato in svantaggio, pareggia contro la Danimarca con uno dei più straordinari contropiedi che la storia del calcio ricordi firmato da Salif Diao.

 

La sorridente esultanza del portiere Sylva e soprattutto l’abbraccio di Metsu in panchina con i suoi collaboratori dopo il gol del numero 15 racconta la potenza della vibrazione collettiva che la grande anima di un “bianco con il cuore di un nero” – come amava definirsi Bruno – era riuscita a fare divampare.

La terza e ultima partita di qualificazione del girone regala lo scontro con l’Uruguay di Montero e Recoba. Gli africani conquistano il punto che li convoglia dritti dritti nella storia permettendo loro di accedere agli ottavi di finale. Dopo essersi portati in vantaggio di tre reti a zero, il risultato termina in parità con la rimonta uruguagia. A segno ancora Papa Bouba Diop con una doppietta e Khalilou Fadiga.

Il numero 10 dal cuore matto – un breve passaggio all’Inter rivelò alcuni problemi cardiaci che comunque gli permisero di continuare la carriera altrove – poco prima dell’inizio della competizione fu accusato di furto da parte di un gioielliere coreano, denuncia poi archiviata pochi giorni dopo quando il giocatore ammise la “bravata” dovuta a una scommessa fra compagni di squadra.

Un altro coach avrebbe probabilmente rispedito a casa il giocatore incriminato. Metsu invece accettò la spiegazione della goliardata fra compagni di squadra e tirò dritto rafforzando l’intero gruppo.

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Non era e non voleva essere un sergente di ferro, Bruno Metsu.

Abituato all’umiltà sin da ragazzo, quando prima di diventare un calciatore professionista si manteneva lavorando al porto di Dunkirk, questo allenatore scapigliato pensava che il calcio fosse innanzitutto gioia.

«Non posso dettare il comportamento a Ronaldinho – raccontò qualche tempo dopo a Gianni Mura – ognuno è diverso e deve responsabilizzarsi da solo».

L’amore profondo verso le sfaccettature dell’essere umano e il rispetto sincero per i valori dei suoi ragazzi rendono Metsu capace di valorizzare al meglio le qualità di una squadra tambureggiante e soave come la musica che proviene da quelle terre.

In un’altra intervista, concessa alla tivù senegalese Tfm, Metsu ripete molte volte les hommes a testimonianza di quanto credesse molto nei rapporti umani e nei talenti e virtù insite in ognuno. Spirito e coesione contavano più di tattica e tecnica, per quanto sviluppate.

«Lavoriamo duro come ogni altra squadra del mondo – affermava Metsu – ma qualcuno spesso dimentica che il calcio non è tattica innanzitutto. Chiunque è in grado di organizzare un 4-4-2. Quello che conta è convogliare l’energia e la forza di ognuno nella stessa direzione, motivare i giocatori, infondere loro sicurezza, renderli più forti mentalmente».

Con questo respiro univoco il Senegal si appresta ad affrontare la Svezia ma dopo soli undici minuti il colpo di testa di Larsson porta in vantaggio gli scandinavi e appiattisce i sogni africani. Ci pensa però Henri Camara a riportare la sfida in parità grazie a un bel diagonale di destro da fuori area.

Ai supplementari, dopo un palo terrificante di Svensson e uno spunto concluso male da quella grande inespressa meteora che risponde al nome di El Hadji Diouf, è lo stesso attaccante con uno strepitoso assolo a iniettare un sinistro letale: il golden gol porta alla morte improvvisa la Nazionale del giovanissimo Ibrahimovic e al tambureggiante paradiso dei Quarti di Finale il Senegal di Bruno Metsu.

Ad Osaka il 22 giugno agli africani si contrappone l’altra assoluta rivelazione del Torneo, la Turchia guidata da Gunes portatrice sana della nuova primavera del calcio promosso dal Galatasary di Terim.

Alla vigilia la tensione è palpabile, Bruno Metsu quasi infastidito dai continui accenni dei cronisti – europei in particolare – al folclore e alla retorica africana sbotta dichiarando che i successi della squadra non sono da imputare a qualche strano rito di fantomatici stregoni.

Il match vive sul ritmo alto imposto dal Senegal, il gol di Camara è però annullato per fuorigioco; numerosi errori banali confermano la previsione di Metsu secondo cui i suoi giocatori avrebbero rischiato di accusare la responsabilità e il peso di essere giunti sino a quel punto.

L’assurda regola del golden gol questa volta punisce e spezza i sogni di gloria di Coly e soci e di tutta la popolazione senegalese. Ma la rete di Mansiz non impedisce ai Metsu-boys di rientrare in Patria ed essere accolti come veri e propri eroi.

«Qui ho imparato la vita».

Così Metsu, convertitosi all’Islam per amore della moglie saluta il Senegal, prima di intraprendere nuove avventure su panchine arabe col nome di Abdou Karim.

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Nel 2007 riesce dove allenatori come Zagallo, Hodgson e Advocaat avevano fallito portando gli Emirati Arabi Uniti a conquistare la loro prima Coppa delle Nazioni del Golfo nella finale contro il Kuwait.

«Ai giocatori, prima di iniziare la manifestazione, ho detto che qui avevano gli alberghi più lussuosi del mondo, potevano comprare tutto ma avrebbero vinto la Coppa solo se erano disposti a faticare e sudare. Alla fine piangevano tutti, compreso il principe. Per questo dico che il calcio è unico.»

Il resto è purtroppo storia recente, con Metsu che tre mesi dopo aver sostituito Maradona alla guida dell’Al Wasl di Dubai rescinde il contratto a causa dell’inarrestabile malattia che lo aveva colpito.

Alcuni passi di un’intervista rilasciata a So Foot raccontano la grandezza di questo allenatore evoluzionista, che si sentiva straniero a casa sua e non era così idealista da non sapere su quale mondo lastricato di danari e cattive intenzioni si muovesse.

«I giocatori che scelgono i campionati mediorientali non vanno giudicati come mercenari. Qualsiasi giocatore e allenatore sceglie in base al contratto che gli viene proposto, come Ibra quando lascia il Milan per accasarsi al Psg. Me ne sono andato in Africa perché avevo l’impressione di essere rispettato molto più che in Francia. Dopo il Mondiale del 2002 nessun club francese mi ha contattato, anche oggi parlate di me solo perché ho rimpiazzato Maradona. Il potere dei media è enorme, ma il calcio è innanzitutto una passione che per qualcuno fortunato diventa un mestiere. Smetterò quando non questo gioco non mi procurerà più alcun piacere».

Ha dovuto mollare prima, l’Entraineur, sgroppando via improvviso come una folata del suo indimenticabile Senegal.

Diceva che se ne andava, insieme ai suoi riccoli ribelli, dove lo portava la vita.  

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