Josè Luis Chilavert: parate, pensieri, postura e punizioni del Lider Maximo dei portieri

Quando ero un esordiente mi capitò di giocare un’intera stagione in porta. Da centrocampista mi trovai a difendere i pali, non ricordo quale problema avesse avuto il ragazzo che sarebbe dovuto essere il nostro estremo difensore. D’accordo col mister di allora, che mi chiamava Ielpo ma mi riconosceva una follia sudamericana che mi portava a guidare la difesa e giocare palla fuori dall’area di rigore, passai una stagione colorata come la divisa che indossavo. Il tema richiamava certamente una maglietta in stile Campos, forse anche peggio per una cromia che sembrava assemblata da un undicenne in confidenza con l’acido lisergico.

Per me però era talmente bella che me ne uscivo anche in giro.

All’epoca le divise si lavavano in casa, se c’era bisogno, e io che sognavo Higuita e ogni tanto mi facevo una volata da area ad area per calciare un rigore dopo quell’incredibile campionato ricominciai a dar legnate in mezzo. Eppure l’attaccamento per i portieri non diminuì, anzi. Per tutta l’estate del 98’ cercavo disperatamente la maglia di Josè Luis Felix Chilavert, il numero 1 del Paraguay che segnava gol su punizione e parava sassi e meteore. Si era presentato al Mondiale in Francia con delle bande arancioni dal fluorescente effetto fiammeggiante che esaltavano la sua aura da capitano coraggioso.

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Mi ero innamorato di lui qualche tempo prima, dopo un servizio al tiggì quando all’ora di pranzo mandarono in onda uno dei gol più importanti della sua carriera, contro l’Argentina. Onestamente ci fu l’errore del portiere avversario ma l’importanza di quella rete fu grande e la sua maglia col bulldog accese la mia fantasia quindicenne.

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Cominciai a seguire le eroiche gesta di quello che all’apparenza era l’ennesimo portiere della stirpe folle e giocoliera dei portieri sudamericani che qualche anno prima aveva messo il colombiano Higuita in copertina.

C’è stato un momento – quando la Colombia di Maturana stava diventando grande e il Paraguay germinava invece la successiva decade historica – che i due si erano addirittura affrontati, una situazione surreale. Ma nessun scorpione poteva pungere l’animo dell’arquero guaranì. Chila fece gol a Renè e la sua esultanza svelava sin da allora l’attitudine da caudillo di Josè Luis.

Non era uno di quei portieri tutto genio e sregolatezza, anzi.

Il Chila innanzitutto svolgeva in maniera straordinaria il compito nativo affidato all’estremo difensore: grazie a doti di reattività fuori dal comune, a una strepitosa capacità di leggere l’azione che garantiva sempre un ottimo piazzamento fra i pali e alla prontezza di riflessi Chilavert emergeva fra i migliori guardiani degli anni Novanta. Abile nelle uscite basse, fungeva da trascinatore emozionale e al tempo stesso guidava i compagni di retroguardia con l’austero distacco razionale necessario al ruolo. Combinava freddezza europea e calore latino, assicurava sicurezza con perfette prese in uscita alta, ed era capace di impaurire l’avversario nell’uno contro uno.

Era un portiere essenziale: in caso di difficoltà non esitava ad usufruire dell’arte della respinta, non a caso i suoi idoli erano Zoff e Schumacher due antitesi dello stereotipo del portiere sudamericano. Uno dei suoi più grandi punti di forza, a mio parere, era la straordinaria capacità di reazione nel riagguantare il pallone dopo una respinta corta prima dell’arrivo dell’attaccante. Dotato di una grande potenza fisica era in grado di chiudere lo specchio senza troppi passetti di raccordo e oltre al coraggio la sua partecipazione vocale in campo era costante e attenta. Dal dischetto – quando i rigori non andava a batterli ma doveva provare a intercettarli – spesso si rivelava ipnotico per il tiratore avversario.

Nel video qui sotto a 1’58” indica chiaramente al rigorista il lato sul quale si tufferà: naturalmente bluffa ma la sua pressione psicologica è tale da indurre il malcapitato a calciare dalla parte opposta, proprio dove lui si sarebbe buttato.

 

Forse proprio per questo qualche tempo dopo era ancora convinto che senza il golden gol di Blanc a sette minuti dalla fine dei supplementari agli ottavi di finale del Mondiale di Francia ’98 ai rigori a passare sarebbe stato il suo Paraguay: «Me li sarei sbranati tutti.»

La selezione paraguagia giunse in terra transalpina guidata dal c.t. brasiliano Carpegiani dopo essersi qualificata come seconda sudamericana alle spalle dell’Argentina. Nonostante fossero inseriti in un girone temibile e complicato con Spagna, Nigeria e Bulgaria, il Paraguay sbarca convinto di poter riuscire in una grande impresa. La cifra media della squadra è buona, il pacchetto arretrato capeggiato da Carlos Gamarra di alto livello. Qualche problema di sterilità in attacco ma Arce, l’oriundo Acuña, Ayala, Caniza, Enciso, Paredes e Cardozo arrivano gasati come non mai. Il gruppo, psicologicamente solido grazie agli ottimi risultati raggiunti nel girone di qualificazione, è molto unito e compatto anche a livello federale: a capeggiare e rappresentare la Selezione ovviamente Chilavert.

Josè Luis attira un’attenzione mediatica senza precedenti: «Il pubblico europeo poteva finalmente vedermi all’opera dal vivo. Agli allenamenti mi sentivo un sorvegliato speciale. Da parte mia mi svegliavo alle 7 ogni mattina e iniziavo la giornata percorrendo 3-4 km di corsa prima di aggregarmi alla squadra per la seduta delle 9.30. Facevo tre allenamenti, il mio unico segreto che tentavo di far notare alla stampa era che qualsiasi obiettivo poteva essere raggiungibile a patto di essere disposti a lavorare alacremente.»

(Ma qui sotto col Velez l’atmosfera generale appare molto più rilassata)

 

L’attitudine all’allenamento, un piede sinistro da attaccante, grandi parate e una presenza carismatica avevano acceso l’attenzione su questo portiere che già nel 1995 era stato eletto miglior portiere del mondo dalla IFFHS (Istituto Internazionale di Storia e Statistica del Calcio) davanti ai due grandissimi scandinavi Schmeichel e Ravelli. El Bulldog – soprannome meritato per via di quella sua caratteristica maglia e del suo ringhioso atteggiamento – era diventato grande con la squadra argentina del Velez guidato da Carlos Bianchi. Durante la giovinezza degli anni ’80 aveva già assaggiato Apertura e Clausura con il San Lorenzo, e una parentesi spagnola con la maglia del Real Sociedad gli aveva permesso di aprire la serie di gol della sua carriera – anche se con la Nazionale aveva inserito il suo nome sul tabellino marcatori col rigore precedentemente citato contro Higuita, vero e proprio battesimo del fuoco.

Sin da allora dagli undici metri caratterizza il suo calcio con un collo a incrociare potente ma il debutto dell’esultanza non è propriamente da ricordare: prima di rientrare fra i pali, come si vede infatti, il nostro fa in tempo ad essere uccellato dal calcio d’inizio degli avversari.

Ma a permettergli di diventare un portiere goleador è proprio mister Bianchi che nel ’93 prima gli affida il compito di battere un rigore decisivo contro l’Estudiantes e poi quasi un anno dopo lo manda a calciare una punizione all’ultimo minuto di Velez – Deportivo Español battuta peraltro in modo magistrale (purtroppo il video non è più fruibile): «Vedeva che mi esercitavo in allenamento e quel giorno non esitò a ordinarmi l’esecuzione.  Da grande allenatore quale era, Bianchi curava molto i dettagli e quella volta fu perentorio nell’ordinare ai compagni che il tiro toccava a me. Per convincerlo ad essere il primo battitore avevo solo un modo: fortunatamente fu un golasso.»

Nel 94’ il Velez vince la Copa Libertadores: Chilavert è protagonista nella finale di ritorno contro i brasiliani del San Paolo con un rigore parato e uno segnato. «Davanti a centomila tifosi della squadra di casa fu come vincere una guerra con un machete contro qualcuno che poteva utilizzare un caccia» dirà a proposito di quel match.

A dicembre il ciclo di Bianchi tocca il vertice con il Velez che si laurea Campione del Mondo sconfiggendo il Milan di Capello nella finale di Coppa Intercontinentale grazie ai gol di Trotta e Asad. «In quell’occasione i rossoneri mi sembrarono presuntuosi – racconta José Luis – Quando strinsi la mano a Rossi sembrò guardarmi come se pensasse “e voi chi siete?”». Questo successo porta il numero uno del Paraguay alla ribalta internazionale. I suoi gol attraggono gli occhi stupiti dei media occidentali, che raccontano le gesta e l’atteggiamento fiero di questo portiere che sembra provenire da un altro pianeta.

Nel corso degli anni Chilavert para da numero 1 e segna da numero 10 con sontuosi calci dal limite capaci di stendere le grandi storiche argentine come questa magia contro il Boca Juniors e pazzesche reti da distanza siderale come quella che potete apprezzare contro il River Plate. La telecronaca in lingua originale rende benissimo l’emozione di questo gol leggendario: minuto 5.15, una rete da porta a porta, da altro mondo.

 

Prima di arrivare in Francia nell’estate del ’98 trova addirittura il tempo per segnare il suo primo gol su azione contro il Colon de Santa Fe sempre indossando la maglia del Velez guidato allora da Marcelo Bielsa. Bianchi a parte – fra i due c’era un rapporto di stima e fiducia reso eterno dalle vittorie – El Loco è il mister preferito di Chilavert. Nonostante il rapporto abbia vissuto fasi burrascose col portiere messo fuori squadra per insubordinazione per essere reintegrato dopo qualche settimana, Chila di Bielsa dice che «nonostante brami un calcio specialistico, dove ognuno dei giocatori è come un ingegnere che collabora con gli altri dieci per l’ideazione di un chip per un computer, Marcelo è prima di tutto un essere umano straordinario. Un giorno mi chiese dove avevo trovato una polo con maniche lunghe che indossavo allora. Gli risposi a Manhattan, a New York, la miglior città del mondo. Due anni dopo, quando giocavo in Francia, mi chiama – Sono Marcelo, ti ricordi quando mi dicevi che New York è la più bella città del globo? Avevi ragione, sto passeggiando per la Fifth Avenue e devo ammettere che è davvero spettacolare!  New York, veramente una città fantastica, avevi ragione. Ma…senti, dov’è che avevi comprato quella polo??» Il calore umano ricercato dal Chila, sovente polemico con autorità politiche e sportive paraguayane e internazionali, lo guidano a capitanare il Paraguay nel Mondiale.

La sorte mette di fronte agli ottavi di finale il Paraguay con i padroni di casa della Francia. Qualificati dopo un inaspettato passaggio del turno raggiunto tramite due pareggi con Bulgaria  e Spagna – nella gara contro i bulgari Chilavert sfiora il gol più atteso e si iscrive nella leggenda come il primo portiere a battere un calcio di punizione a un Mondiale – e la vittoria contro la Nigeria, i biancorossi di Carpegiani si apprestano ad affrontare i lanciatissimi transalpini approdati agli ottavi con tre vittorie su tre partite epperò senza Zidane squalificato per due giornate in seguito a uno dei suoi colpi di testa che gli costò il rosso nella partita stravinta con l’Arabia Saudita.  Poco male dal momento che, in confronto alla rosa e al pedigree dei giocatori del Paraguay, il c.t. Jacquet può schierare una vasta argenteria con una linea a quattro arretrata di eccellenza con Thuram – Blanc – Desailly e Lizarazu e campioni del calibro di Djorkaeff o in rampa di lancio come Henry e Trezeguet.

Il Paraguay giunge all’appuntamento gasato dopo essere riuscito nell’impresa di eliminare la Spagna e soprattutto, come ricorda Chilavert, senza nulla da perdere: «Non eravamo tesi, era già incredibile essere arrivati a poterci giocare quella chance. Alcuni dei miei compagni al debutto con la Bulgaria osservavano Stoickov come si fa rimirando un idolo, sembrava stessero per chiedergli un autografo. Per questo dissi ai miei compagni prima di batterci con i francesi: muchachos, dobbiamo semplicemente dare tutto e uscire da qui senza rimpianti.» Fatto sta che il Paraguay tira fuori un partitone d’altri tempi, con i Bleus che provano senza successo a bucare il Capitano avversario straordinariamente protetto da un gigantesco Gamarra e da una eccezionale prova di abnegazione collettiva.

Assume un sapore antico e romantico insieme rivedere oggi quel match che si gioca a Lens  quel 28 giugno 1998: tutta la partita assomiglia a una di quelle interminabili sfide del campetto sottocasa, da una parte i cow-boy forti e convinti di esserlo, dall’altra gli indiani che stanno in trincea, parcheggiano le lance davanti alla tenda del loro Capo e attendono il calare delle tenebre per il duello finale col nemico.

L’unico tramonto possibile è quello dei calci di rigore e a mano a mano che scorrono i minuti il tempo è come un cerchio che si stringe rischiando di mettere con le spalle al muro i francesi. L’obiettivo dei sudamericani – neanche tanto celato – è quello di giocarsi tutto ai tiri dal dischetto puntando sull’asso Chilavert per ipnotizzare una Nazione intera.

Il piano riesce per i novanta minuti regolamentari.

Nel primo tempo supplementare i francesi, sospinti dal pubblico, cercano di forzare i tempi – un esempio è la rapidità con cui Barthez va a recuperare palla dai raccattapalle – senza però impensierire i sudamericani che di minuto in minuto si fanno sempre più rocciosi. All’intervallo il gran caldo e la tensione sembrano stravolgere di più la Francia che ricomincia infatti sottotono. La guerra di nervi sembra essere sbilanciata in favore dei biancorossi, che ricominciano la ripresa scavando le energie nel fossato della convinzione di essere ormai giunti al porto. I Bleus riprendono con la stessa aria di un condannato a morte, come se non potessero fare altro che andare incontro al destino dei rigori.

Il Paraguay parte bene, la Francia lunghissima inizia a perdere palloni e contrasti.

A un certo punto – su un lancio lungo – Desailly frana a terra e se la sfera non gli finisse casualmente contro cambiando direzione la punta avversaria si sarebbe trovata col grilletto da sola davanti a Barthez. Quando l’epilogo sembra ormai a un termine, con gli spettatori che variano con lo scorrere del cronometro parecchie sinfonie di silenzio, sucede che Blanc si sgancia e sale.

La partita ormai assomiglia sempre più a una sconfinata lotta per la sopravvivenza, dove chi segna per primo resta vivo. E in effetti è così dato che si trattava del primo Mondiale dove vigeva l’assurda regola del golden goal.

Il Paraguay recupera palla ma non ha più la forza di alzarsi e respirare, riesce a malapena a respingere gli assalti. Blanc non rientra in posizione ma rimane in fase d’attacco. La difesa paraguayana – come avrebbe raccontato Pizzul – si salva come può. Sembra un segno.

E invece arriva un cross di Pires.

Gamarra – autore di un match monumentale – in preda ai crampi, come avrebbe confidato lo stesso Chilavert, perde Trezeguet che di testa smorza perfettamente sul destro di Blanc.

Il destro di Laurent è uno sparo che fredda i paraguayani.

Chilavert si mette le mani sul volto, i francesi esultano in blocco come per una liberazione da un sortilegio, come se non credessero ai propri occhi. Quel gol è il cemento armato della Coppa che alzeranno.

Passano dieci secondi, Barthez deve ancora finire la sua lunga corsa dalla porta per festeggiare con i suo, Chilavert si rialza e da Capitano vero consola i suoi derelitti compagni.

Abbraccia Arce che piange a dirotto, mentre Platini sorride tirato in tribuna.

Scuote e quasi solleva di peso Gamarra rimasto seduto, con le braccia sulla testa, col senso di colpa che schiaccia l’impresa che sognava sin da quando aveva cominciato a giocare a calcio.

Rincuora Ayala, e mentre torna fra i pali a raccogliere la sua Madonna protettiva appoggiata dietro la linea di porta – il nostro era molto cattolico –, riceve il saluto quasi devoto da parte del suo collega francese.

A complimentarsi con questo uomo capace di ipnotizzare quasi totalmente un’intera Nazione arriva anche Blanc, poi tocca a Desailly.

Non piange il Chila. Prima che un portiere strepitoso è dotato di una dose di garra fuori dal comune.

«Ci sentimmo comunque eroi, ero orgoglioso di ognuno dei miei compagni.»

 

Per Chilavert passeranno mille anni prima di rivedere un Paraguay più forte del ’98. Lui saluta l’Europa senza aver segnato il gol tanto atteso ma lasciando i riflettori accesi sul ruolo del portiere finalmente considerato – secondo lui – alla stregua di un attaccante.

Colpisce i cuori della gente, Josè Luis.

Uno così vero, non disposto a scendere a compromessi, che non ha paura di quella che definisce “rappresaglia” non può che brillare di luce propria. Il fatto che sia un campione arricchisce ed evidenzia questo suo modo di essere, quello di chi – e sono parole sue – mantiene una coerenza e una postura nella propria vita.

Parla proprio di postura, il Chila, di schiena dritta.

L’anno successivo non partecipa alla Copa America, organizzata proprio dal Paraguay e vinta dal Brasile: «Se abbiamo i soldi per gli stadi, dovremmo usarli prima per costruire scuole ed ospedali.»

Ritorna in Nazionale e al Mondiale del 2002 in panchina trova a guidarlo quel Cesare Maldini che sulla panchina dell’Italia quattro anni prima in amichevole gli diede tre dispiaceri, uno con la fantascientifica firma in rovesciata di Checco Moriero. In Asia Chilavert arriva visibilmente appesantito: i fasti argentini e  l’epopea del ’98 iniziano ad allontanarsi, nelle ultime due stagioni ha lasciato il Velez per accasarsi allo Strasburgo dove nel 2001 vince la Coppa di Francia ai rigori segnando l’ultimo penalty (qui un gol in terra francese). Ai Mondiali il Chila salta la sfida inaugurale con il Sudafrica a causa della squalifica ricevuta per lo sputo a Roberto Carlos durante un match delle qualificazioni ma riesce comunque a guidare i compagni agli ottavi di finale, secondi dietro alla Spagna e davanti a Sudafrica e Slovenia.

Agli ottavi ancora una volta il miracolo non riesce e il carnefice europeo indossa la maglia della finalista Germania. Stavolta, contro la Slovenia, sfiora ancor più da vicino il gol che lo avrebbe reso immortale.

 

A fine torneo vive la sua ultima stagione in Uruguay con la maglia del Peñarol, nel 2004 saluta per sempre il calcio giocato e l’anno seguente si becca sei mesi di condanna in Francia per aver falsificato dei certificati medici. Bazzecole per uno che nel ’94 aveva preso tredici giornate di squalifica più tre mesi con la condizionale per una rissa da saloon che lo aveva visto protagonista contro il Gimnasia y Esgrima.

D’altronde amava ripetere che “la migliore apologia è avere molti nemici perché questo rappresenta gli uomini superiori.”

Per lui un portiere doveva avere personalità, tecnica, psicologia e forza caratteriale.

Passato alla storia come uno dei numeri uno più forti di sempre, oggi ama leggere Garcia Marquez, fa il testimonial per qualche rivedibile pubblicità, si dedica a un’azienda vinicola e alla politica del suo Paese, in ogni caso niente che abbia a che fare con il calcio.

Aveva fame di gloria ed è riuscito ad ottenerla, per lui il lavoro futbolistico era come quello di un’azienda: «Mi sveglio alle sette di mattina perché voglio trionfare.»

Del calcio adorava soprattutto il silenzio che calava nello stadio del Boca quando con la maglia del Velez si avvicinava all’area di rigore per calciare una punizione e tutto il pubblico ammutoliva, forse per rispetto, un po’ per paura.

Vive in pace, il lider maximo Chilavert, perché «mai ho sognato tutto quello che sono riuscito ad ottenere.»

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