Tifa la squadra della tua città

Analisi, scrittura, pensieri di Luca Cancellara. Amante delle tribune senza seggiolini, del subbuteo e delle rovesciate.

Prendi un weekend londinese qualsiasi. Prendi i colori di due squadre della città. Facciamo il rosso e il blu? Facciamo. Potresti aver imboccato Fulham Road, essere arrivato a Stamford Bridge e pronto ad assistere a Chelsea-Arsenal. Oppure trovarti in Gordom Road. Perché lo stadio che ti ospiterà potrebbe essere il Griffin Park (vedi foto) e la sfida tra i rossi e i blu il derby di cartello della Football League One (terza divisione inglese) tra Brentford e Leyton. E con te ci saranno migliaia di persone, non solo perché il Griffin Park è l’unico stadio in Inghilterra ad avere quattro pub agli angoli delle tribune. Anche perché i tifosi di Brentford e Leyton sono cresciuti con una litania nelle orecchie. Loro non sono cittadini di Londra, sono abitanti dei loro quartieri. Non possono essere sostenitori di West Ham e Milwall (nell’East End) o delle più quotate Christal Palace e Charlton (nel Sud di Londra). Figurarsi parlare di Arsenal, Chelsea, Totthenam. Loro devono essere tifosi della squadra della loro comunità.

griffin park

 

Come se l’Arena Civica di Milano si riempisse alle partite casalinghe della Brera Calcio, la “terza squadra” meneghina. L’esempio non torna. O come se il Flaminio fosse stato esaurito in ogni ordine di posto. Ora è abbandonato perché la terza società capitolina, l’Atletico Roma, è fallita da un paio di stagioni dopo aver ereditato la storia delle due precedenti “terze” romane, Lodigiani e Cisco. Nemmeno questo esempio torna. Così Roma e Milano si trovano senza ulteriori squadre nelle serie professionistiche. Il gioco è fatto. Anzi, proprio per niente.

Support your local team, dude.

Oltremanica va così. Un isolato, un fiume, una linea della tube, pochi chilometri sono sufficienti per definire, se non imporre, la fede calcistica ad ogni amante del football. Anche i più ribelli si troveranno prima o poi di fronte all’insindacabile “legge del tifo”. Il fratello maggiore, gli amici o i compagni di scuola spiegheranno che, se sei di Liverpool, è poco originale, se non moralmente riprovevole, tifare per una compagine della seppur vicina Manchester. Per non andare più distanti.

«Il calcio è il mastice per tenere insieme le comunità locali, per conferire loro un senso di identità. È a buon mercato, facile da capire e scalda gli animi» pontifica Richard Holt in un passaggio di “Sport and the British”. Holt non sbagliava di un centimetro. Quel collante è resistito dall’epoca vittoriana ad oggi.

turn off your tv

Non solo a Londra, in tutta l’Inghilterra. Non solo nelle serie professionistiche. Giù e ancora più giù, fino alle Football Conferences, le 5° e 6° leghe dilettantistiche*. Dove lo spirito del tifo per la squadra locale, del proprio quartiere, della propria comunità si radica senza mostrare segnali di smarrimento nel tempo.

Tralasciando la Championship, la serie B inglese, che ha una media di spettatori (quasi 16.500) che sbianca anche qualche squadre di Serie A, balza agli occhi la media di poco più di 7.500 spettatori della Football League One (la terza divisione, campionato a 24 squadre) che supera di oltre duemila, sì duemila, unità la media-pubblico del nostro campionato cadetto.

E più scendiamo e più si rafforza l’amore per la squadra della propria città. La quarta serie, la Football League Two (la nostra serie D) ha registrato una media di circa 4.300 presenze, più del doppio dei numeri raggiunti dalla Lega Pro Prima Divisione. E giù ancora fino al dilettantismo. La Conference National, l’ultimo gradino prima della suddivisione regionale (due gironi North e South), si ferma a quasi 1.800 spettatori a partita, media calcolata su 24 società, doppiando in modo secca il migliaio scarso della nostrana Serie D.

Se si focalizzano le prestazioni dei singoli club, notiamo che la migliore della League One, lo Sheffield United, club più antico al mondo, ha totalizzato nella stagione 2012/13 una media di circa 18.000 spettatori (con una tendenza del -2,8% rispetto alla stagione precedente) e un record di quasi 23.500. I corrispettivi colleghi italiani, in questo caso il Perugia Calcio, alla seconda stagione nella terza lega, pur essendo i capofila d’affluenza della Prima Divisione, si sono fermati a quasi 6.000 (con il record di 10.000). Numero di molto inferiore a quello raggiunto persino dalle prime della classe della League Two, la 4° inglese, una serie “più sotto” del Perugia: qui si difende con risultati simili agli umbri l’ACF Wimbledon che però, a Londra, conta 11 concittadine militanti in campionati maggiori.

tifosi sheffield

 

In Italia la fede per una squadra che non faccia parte delle (ex) sette sorelle, della serie A o del gruppo delle decadute non va di moda. C’è di più. Viene vista, dai tifosi dei top teams, dal veneto milanista, dall’umbro juventino, dal pugliese interista, come una passione di serie B. Quella stessa passione “for my local team” è vissuta in modo inversamente proporzionale da quella, sempre più piccola, fetta di supporters che seguono le vicende solo della squadra locale, che sia di provincia, che giochi in serie minori, che sia mai andata oltre i campionati regionali.

La cornice inglese descrive uno scenario in cui il modo di vivere il calcio e il rapporto con la “propria squadra” ha radici culturali, sociali, quasi antropologiche, attecchite nel tempo. I numeri, e non solo, lo confermano.

Come dicono da quelle parti If you want to support your local team then do so, by all means, if not then don’t.

 

Per i numeri e le statistiche sull’affluenza negli stadi in Europa: http://www.european-football-statistics.co.uk

*stagione 2012/13 e fino al 1° gennaio 2014. Fonte: http://www.scribd.com/doc/196157714/Medie-Spettatori-Campionati-UEFA-2013-2014-Classifica-Per-Campionati

Peter Knowles, il calciatore di Dio

Questo pezzaccio è di Enrico Camanzi, amante della musica, delle rovesciate e dell’Inghilterra. 

Avevo dodici anni quando fui espulso per una bestemmia cacciata durante la semifinale di un torneo all’oratorio. Billy Bragg, fosse stato sugli spalti, avrebbe applaudito la mia imprecazione scambiando una rozza manifestazione di incazzatura dovuta all’ennesimo fallo fischiatomi contro per un gesto di ribellione contro l’istituzione chiesa. Peter Knowles, anche lui fra gli immaginari spettatori, avrebbe alzato gli occhi al cielo, condannando severamente il mio porcone. Ma che c’entrano il menestrello della rivoluzione e il talentuoso attaccante dei Wolverhampton Wanderers ritiratosi a nemmeno 24 anni dopo essere stato folgorato sulla via di Geova? ’Speta un attimo.

È il 6 settembre del 1969. Ottava giornata dell’allora First Division. I Wolves pareggiano 3-3 con il Nottingham Forest, dopo essere stati in vantaggio 3-0. Peter Knowles esce dal terreno di gioco, si fa la doccia, sistema le sue cose nella sacca e se ne va dagli spogliatoi. Non rientrerà mai più. Conferma al manager Bill McGarry, ex terzinaccio di Port Vale e Bournemouth con la reputazione da duro, l’intenzione di ritirarsi, già ventilata a inizio stagione. «Lavate e stirate maglia e calzoncini. Lunedì sarà di nuovo fra noi», dice McGarry che porterà i boys in oro e nero a una finale di Coppa Uefa persa con il Tottenham. Manco per idea. Peter non si fa vedere lunedì. E nemmeno martedì. Rimane assente tutta la settimana. Anche quella a venire. La società non straccerà il suo cartellino fino al 1982, nella speranza che ci ripensi. Non accadrà. L’attaccante che qualche anno prima ha trascinato i Wolves alla promozione a suon di gol; la punta che, nelle previsioni di tutti, avrebbe potuto essere inserito nella nazionale inglese per i Mondiali di Mexico 70; «il miglior giocatore che abbia mai indossato la nostra casacca», parola di un vecchio tifoso quando lo vide ai funerali dell’ex compagno di squadra Frank Munro nel 2011, non metterà mai più piede sul rettangolo verde.

Peter Knowles action

 

Che è successo? Knowles, pur senza gli eccessi di George Best o Robin Friday, sin dalle prime pedate è iscritto alla folta schiera dei mattacchioni del football. Occhi chiari, zazzera e basette, sorriso ammiccante sulle figurine. Gli piacciono le auto. Su una di loro, una MG nuova fiammante, ha aerografato le sue iniziali. Tormenta i compagni con scherzi birichini. «Non beveva, ma era davvero matto – ricorda Phil Parkes, portiere dei Wolves – Quando c’era da farsi una risata era sempre in prima linea». Sul campo è un demonio. «Era bravo a passare la palla, aveva i piedi buoni e calciava davvero bene – è il ricordo di Frank Munro – Era intelligente». Si concede quello che in pochi si sognerebbero di fare. Calcia la sfera sugli spalti dopo un gol. Si siede sul pallone vicino alla bandierina del corner per far passare il tempo. I Wolves a fine ’60 non sono affatto male. Non sono più l’armata di Stan Cullis che a metà del decennio precedente superò la sontuosa Honved di Puskas meritandosi l’appellativo di «campioni del mondo», ma sono una squadra in rampa di lancio. All’ala Dave Wagstaffe terrorizza i terzini con serpentine e cross allo zucchero filato. In mezzo Bailey e Hibbit fanno muro e hanno abbastanza cervello per impostare l’azione. Davanti Knowles fa coppia con Derek «the Doog» Dougan. Il nordirlandese, amicone di George Best del quale porterà a braccia la bara, è un altro bel personaggino. Baffoni spioventi e lingua tagliente, è uno degli idoli di Molineux, lo stadio dei Wolves. Finirà addirittura candidato alle elezioni del 1997. Knowles è la stella. Nell’estate del ’69 lo cerca il Liverpool. Bill Shankly, mica cazzi. Lui rifiuta. I tifosi vanno in sollucchero, interpretando il suo niet come un giuramento di fedeltà eterna alla maglia gold and black, anche perché il ragazzo, in precedenza, ambizioso come una faina, aveva ripetutamente chiesto di essere ceduto a qualche team di prima fila. Non è così.

peter knowles cover

 

Nella testa di Peter, quell’estate, è scattato un clic. Negli Usa, dove i lupi del Black Country si sono recati per giocare «travestiti» da Kansas City Spurs un torneo farlocco organizzato con l’obiettivo di inoculare agli ammeregheni la passione per il football, si è avvicinato alla religione dei testimoni di Geova. «Fu la sua fidanzata a convincerlo – rammenta ancora Munro – Fu lei la prima a convertirsi». Chissà. Magari la svolta di Peter ha radici più profonde. È proprio lui a ricordare una partita in casa quando, capitato vicino alla linea di fondo, si ferma ad ascoltare incitamenti e grida adoranti. Sono tutti per lui. «Pensai fra me e me “Non è giusto – ha ricordato qualche anno fa in un’intervista radio – sono solo una persona normale”. Rimasi scioccato da quelle manifestazioni di idolatria». Quella riflessione, probabilmente, è il sassolino che inizia a formare la valanga. Knowles rimugina. Geova, o chi per lui, gli indica la strada. Lui è confuso. Col pallone si diverte. Ma non lo diverte quello che circonda il pallone. Ed è convinto che i peana di tifosi, media e compagni di squadra lo stiano cambiando. In peggio. «Avevo brutti atteggiamenti nei confronti delle persone. Da quando presi a fare sul serio con il calcio, a 17 anni, fino al giorno in cui smisi, fui un tipo molto arrogante», ha affermato. Basta. All’inizio della stagione, dopo aver respinto la proposta del Liverpool, chiede un incontro a McGarry. «Boss – gli confessa – tempo sei settimane e faccio i bagagli. Non mi vedrete più». «Ok Peter – gli risponde il manager con un ghigno – adesso vai di là con i tuoi compagni, cambiati e corri in campo per l’allenamento». Nessuno pensa che i propositi di mollare siano reali. Sensazione alimentata anche dall’inizio in grande stile. Knowles segna tre reti nei primi quattro match. I Wolves volano. Il primo tempo con il Forest è una conferma. La squadra c’è. I tifosi, dopo tanto penare, possono sognare piazzamenti nelle prime posizioni.

peter knowles pin

 

Quando Peter annuncia ai compagni di squadra la sua scelta, tutti pensano a uno dei suoi soliti tiri mancini. Sì, la fretta nel raggiungere il tunnel al fischio finale e i brevi cenni di saluto al pubblico hanno insospettito qualcuno, ma nessuno crede davvero che lunedì il ragazzo dagli occhi grigi non sarà a sudare insieme a tutti gli altri sul campo di allenamento. E invece. Goodbye. Peter Knowles scende dalla giostra. Trova un impiego come lattaio. Poi come magazziniere da Marks & Spencer. Il pallone sparisce dalla sua vita, se si eccettuano alcuni testimonial game negli anni ‘70. Al passo d’addio giornalisti e commentatori non lesinano speculazioni. «L’hanno tirato scemo – dice qualcuno – Non è un ragazzo maturo e si è fatto influenzare». «È un debole – rilancia qualcun altro – Non è riuscito a battersi per realizzare il suo sogno, indossare la maglia dell’Inghilterra». Peter non si cura di loro. Guarda e passa. Forte della sua fede e di un rapporto strettissimo con la moglie Jean. Che per i tifosi dei Wolves è una sorta di Yoko Ono che ha imbambolato il loro beniamino. «Sono felice – ha detto Knowles rispondendo alle domande di un quotidiano inglese un paio di anni fa – Il mio tenore di vita è peggiorato rispetto a quando facevo il calciatore, ma non me ne importa molto. Sono in buona salute e sto ancora con mia moglie. Se avessi continuato a giocare questo non sarebbe successo». I Wolves, quando Peter getta la spugna, sono sotto choc. Il campionato va a rotoli. I sogni di gloria tramontano ben presto. Finiranno quella stagione al tredicesimo posto. Con il passare degli anni ci si dimentica della storia. A soffiare via la polvere ci pensa Billy Bragg, il poeta genietto ribelle di “A New England” e “Levi Stubbs’ tears”. Pensa a Peter quando nel ’91 scrive God’s footballer. Lo stesso titolo del libro di Steve Gordos, tifosissimo dei Wolves e grande ammiratore dell’ex giocatore. Il quale, però, non gradirà affatto la scelta di realizzare una sua biografia. «Sono disgustato», sentenzierà, cercando di bloccarne la pubblicazione. Invano.

Ma chi è Peter Knowles? Un pazzo? Un invasato? Un debole? Un calciatore fallito? Un uomo in pace con se stesso? L’amico Frank Munro, con lo spirito semplice dei calciatori di una volta per i quali le creste erano solo quelle sul capino dei galli, forse si avvicina a farne un ritratto preciso quando, intervistato dal Guardian, disse di «averlo visto quando venne a trovarmi mentre ero in ospedale dopo un infarto. Mi è sembrato un uomo molto felice. Chi siamo noi per dire che ha fatto la scelta sbagliata?»

peter knowles today

 

He scores goals on a Saturday
And saves souls on a Sunday
For the Lord says these are the Last Days
Prepare thyself for the Judgement yet to come”
GOD’S FOOTBALLER Billy Bragg 1991