Il lavoro integrato per il calciatore del 2020: Luca Gotti e il training del Parma FC

“L’Italia perde sempre di poco, perciò non rivede mai il suo progetto.”

(Marcelo Bielsa)

Il Parma di Cassano e Lucarelli, Paletta e Parolo, il Parma del presidente Ghirardi che brilla nella serie A odierna navigando nelle zone alte della classifica, il Parma incensato da giornali e tivvù è soprattutto il Parma di Roberto Donadoni. Mister serio e onesto, il Donadùn, capace di dare un’organizzazione di gioco brillante a un team su cui probabilmente non molti avrebbero scommesso a inizio stagione.

Tanto più che era arrivato al Tardini uno come Cassano che avrebbe potuto squassare gli equilibri delicati di ogni spogliatoio.

E invece il Parma si ritrova a ridosso delle grandi, grazie a un gioco gradevole e organizzato, capace di porre sulle luci della ribalta campioni traballanti sul filo teso del declino come Fantantonio, mediani dal gol facile buoni per la Nazionale come Parolo e vecchi lupi di mare della difesa in grado di segnare addirittura di tacco come Lucarelli. Senza tralasciare il fatto che Mirante è il quarto portiere meno battuto del campionato insieme al napoletano Reina e sta dietro solamente al podio degli estremi difensori di Roma, Juventus e Sampdoria.

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Non entreremo nel merito della politica manageriale del club, che vanta un record abbastanza particolare per quanto riguarda prestiti e comproprietà con una girandola ossessivo/compulsiva di giovani talenti più o meno sconosciuti, molto spesso giovani, che porta il Parma a investire su svincolati di serie B e Lega Pro e che grazie a scambi, plusvalenze e società satellite come gli sloveni del Nova Gorica fruttano alle casse dei ducali quella liquidità necessaria a tenere il passo nella massima serie.

Qui si vuole innanzitutto sottolineare l’ottimo lavoro svolto da mister Donadoni – soprattutto pensando a quanti si turarono il naso di fronte al suo incarico da c.t. azzurro – e alzare il sipario su una di quelle figure che molto spesso si vedono di striscio nelle foto, inquadrati quasi per sbaglio, a meno che non ci sia un Mourinho capace di mandarli una tantum in sala-stampa o una squalifica del titolare. Forse non tutti sanno infatti che il vice-allenatore del Parma è Luca Gotti, nato ad Adria nel 1967 con un passato da ottimo giocatore nel San Donà.

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Nello scorso dicembre Luca Gotti è stato ospite del Calcio Padova in occasione di un’altra puntata del Clinic organizzato dalla Società biancoscudata dedicato agli allenatori di calcio del settore giovanile. Un incontro molto interessante, presentato con l’umiltà e la lucidità di chi a furia di gavetta sul rettangolo verde è riuscito a guadagnarsi anche la stima di Roberto Baggio.

La storia infatti è abbastanza nota: il Codino – dopo il naufragio della spedizione azzurra al Mondiale in Sudafrica nel 2010 – viene incaricato dalla Figc di sviluppare un programma adatto a sviluppare al meglio i giovani calciatori di nazionalità italiana, mirando al modello tedesco con l’intento di creare un serbatoio di qualità che condivida dalle Alpi alla Sicilia obiettivi e caratteristiche. Un copione fondato su principi cardine validi per le scuole calcio di ogni campanile che fosse in grado di creare il miglior giocatore possibile del 2020. L’epilogo dello scorso gennaio, figlio del classico politichese italico che ha fatto scuola anche sulle poltrone del calcio, è ahinoi conosciuto. Baggio lascia l’incarico di Presidente del Settore Tecnico e probabilmente il calcio italiano perde una grossa occasione di crescita, nonostante Sacchi e Viscidi – insieme a Prandelli – stiano continuando a fare un grandissimo lavoro con i gruppi delle Nazionali giovanili e quella maggiore.

Il progetto-Baggio poteva essere l’occasione per dare uno slancio futuro al cambio culturale richiesto dal calcio moderno.

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A questo dossier di 900 pagine aveva contribuito anche Luca Gotti, in veste di collaboratore richiesto dal Codino in persona, che racconta come l’idea base fosse quella di creare una sorta di “università azzurra” ponendo un’accademia di tecnici federali per ogni provincia. Oltre a ricevere, visionare e far crescere direttamente tramite stage e raduni i migliori giovani di zona, l’intenzione era quella di tracciare delle linee-guida comuni per tutti da rivolgere ai tecnici dei settori giovanili del territorio.

Immaginando il calciatore del 2020 Gotti racconta di essersi concentrato sulle caratteristiche imprescindibili che dovrà avere l’atleta futbolistico nel prossimo decennio, in relazione ai cambiamenti repentini del gioco stesso.

La prima indubbia qualità richiesta era senza dubbio la tecnica. Per sottolineare la questione Gotti tira fuori un divertente aneddoto, quasi leggendario, sull’esame al Supercorso di Coverciano di Toninho Cerezo il quale – interpellato su quali fossero le tre variabili fisiche principali per vincere una partita (forza, velocità, resistenza, ecc.) – rispose con un “tecnica, tecnica, tecnica”.

In secondo luogo Luca Gotti aveva individuato come seconda caratteristica imprescindibile da sviluppare l’intensità, ovvero “l’abitudine a dare il 100% ad ogni allenamento” che molto spesso non è propria dell’italiano medio…che spesso adora il massimo risultato con il minimo sforzo.

Analizzando alcuni dati – ad esempio che fra il 70% e l’80% dei gol subiti arrivano in fase di possesso – la terza variabile fondamentale da sviluppare diventa la transizione. Tecnicamente è quel tempo che intercorre nella fase di passaggio da una situazione positiva (possesso) a una negativa (non possesso) o viceversa. Tanto più i tempi di transizione saranno prossimi allo zero – Mourinho è Special ad allenare questo – tanto più la squadra e il singolo giocatore saranno più efficaci sia in fase d’attacco che in quella di ripiegamento difensivo o di recupero palla. Penso prima, arrivo prima avrebbe detto qualche mister old-school.

La quarta caratteristica sottolineata da mister Gotti era la capacità di gestire superiorità e inferiorità numerica, mentre per la quinta il riferimento andava invece al calcio a 5 che sempre più spesso presta al calcio colpi ad alta velocità e soprattutto gesti tecnici (vedi conduzione/ricezione con la suola, ad esempio).

L’analisi poi andava a focalizzare sugli sviluppi futuri del ruolo del portiere che negli ultimi anni ha visto un incremento nel coinvolgimento del gioco a 11, basti pensare al Barcellona di Guardiola che alza i terzini e fa allargare i centrali proprio per sfruttare anche il numero 1 come un vero e proprio giocatore. Gotti si chiedeva pertanto giustamente quali potranno essere l’accrescimento dedicato al ruolo di quello che sembra diventerà sempre più un estremo difensore.

Infine, last but not least, l’etica sportiva: sembra forse banale, eppure Gotti sottolinea di come questo concetto – ricco di sfaccettature, dalla voglia costante di migliorare i propri limiti all’accettazione dell’errore – sia il veicolo primordiale per la crescita brillante di ognuno.

La Baggio-Revolution purtroppo non si è mai messa in moto, pertanto Luca Gotti si è messo di buona lena nuovamente a fianco di mister Donadoni e il Parma – insieme alla Fiorentina di Montella – l’unica squadra di serie A che fa allenare i propri atleti seguendo metodologie di lavoro integrato.

A Collecchio c’è un grande centro analisi che – in virtù dell’utilizzo delle nuove tecnologie legate al pallone – recupera ogni giorno dati sensibili relativi alle prove in allenamento di ogni singolo atleta.

Due dati per Gotti molto rilevanti sono la potenza metabolica (il tipo di sforzo che fai) e l’alta intensità (in un match vi sono alte accelerazioni e alte decelerazioni).

«Si lavora molto poco sulla didattica in senso stretto e sulla tattica intesa in senso generale come siamo sempre stati abituati. Semplicemente, si gioca. Cinque contro cinque, sei contro sei, e via così. Cerchiamo di arricchire le conoscenze relative ad alcuni principi: catene di gioco come riscaldamento, partitelle dedicate alla transizione, attacco della profondità. Il modo di condurre l’allenamento deve essere stimolante all’intensità: a seconda di come modulo vocalmente la proposta renderò l’esercitazione più o meno interessante.»

Tutti i dati raccolti vengono elaborati e affissi ogni giorno nella bacheca dello spogliatoio per stimolare una sana competizione fra compagni. Casella verde per chi si è allenato bene, gialla per chi era sotto un suo personale limite al massimo di 10, rossa per chi sforava oltre i 10.

Il lavoro integrato, inteso come esercizio del calcio nella sua totalità che racchiuda la pluridimensionalità di una partita dove tecnica, tattica, fattori fisici e mentali si confondono e sono in continua evoluzione, è pertanto per Gotti – e i risultati ma soprattutto le prestazioni del Parma sembrano confermare l’impressione – la nuova frontiera dell’allenamento calcistico in uno sport dove la velocità di elaborazione dell’informazione diviene sempre più centrale.

«Per questo uno come Cassano può permettersi ogni tanto di passeggiare. Perché pensa due volte più velocemente degli altri.»

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Adriano: ascesa e caduta di un Imperatore

Antonio Massariolo adora il rugby, ama il ciclismo, lavora alla radio e ogni tanto – come per questo pezzo – mette la maglia numero nove e scrive di calcio.

Il 14 agosto 2001, in piena preparazione estiva, l’Inter allenata da Hector Cuper era impegnata in un’amichevole di lusso allo stadio Santiago Bernabeu. Nel Real Madrid di quell’anno giocavano assieme Figo, Zidane, Raul, Roberto Carlos e Hierro, mente i tifosi della squadra milanese erano nostalgici del Fenomeno, di quel Ronaldo capace di giocate incredibili condite sempre da un grave infortunio.

Al gol di Christian Vieri, su assist di Clarence Seedorf, aveva risposto su rigore Fernando Hierro e la partita sembrava destinata ad andare verso un pareggio che poteva accontentare entrambe le formazioni. All’85’ però in campo entrò un giovane ragazzo appena arrivato in Italia: il suo nome era Adriano Leite Ribeiro, era nato il 17 febbraio 1982 in una favela di Rio de Janeiro, e con i tifosi dell’Inter fu subito amore. Adriano era brasiliano come il Fenomeno sfortunato Ronaldo e, proprio come l’idolo della curva, in campo mostrò giocate uniche.

In quella partita, in soli 8’, Adriano seminò il panico nella difesa madridista, toccò sette palloni in cinque minuti, iniziando con un tunnel ai danni di un giocatore del Real Madrid e finendo procurandosi due calci di punizione. Uno di questi lo tirò proprio lui e da li in poi il suo soprannome divenne l’Imperatore.

Per capire il carattere del ragazzo basti pensare che quella punizione avrebbe dovuto tirarla il numero 10 dell’Inter, quel Clarence Seedorf che in quanto a personalità non è mai stato secondo a nessuno, ma Adriano prese in mano il pallone, lo sistemò con cura, fece tre passi indietro, guardò Iker Casillas e, con il piede sinistro, colpì con rara potenza il pallone che andò ad insaccarsi sotto l’incrocio dei pali. Il portiere del Real Madrid non fece nemmeno in tempo a veder partire il tiro e l’Inter, grazie al gol di Adriano, vinse quella partita contro i blancos. La felicità dei tifosi però era tutta per l’aver visto in campo un nuovo fenomeno, un ragazzo di 19 anni, alto 1 metro e 89 centimetri e con un fisico da boxeur, pieno di potenza ed agilità.

Giancarlo Padovan quel giorno iniziò il suo pezzo per il Corriere della Sera con questa frase: “Forse è stata un’ allucinazione, ma ieri sera, al 39′ della ripresa, ci è parso che nell’Inter giocasse Ronaldo. Non era lui, ma uno che, se possibile, in otto minuti ha fatto vedere di essere addirittura superiore”.

 

L’attaccante, giunto all’Inter da sconosciuto in una trattativa che portò Vampeta al Flamenco, esordì in Serie A il 9 settembre 2011, in un Parma-Inter conclusasi con un pareggio con due reti a testa. Per vedere il primo gol nella massima serie italiana, i tifosi dovettero aspettare solo una settimana. Il Venezia allora allenato dal futuro Ct della Nazionale Cesare Prandelli, stava bloccando l’Inter sull’1-1 ma, a tempo regolamentare scaduto, su un calcio d’angolo battuto, manco a dirlo, da Clarence Seedorf, Adriano fu lesto ad insaccare regalando la vittoria alla sua squadra e meritando l’ovazione di tutto San Siro, convinto d’aver finalmente ritrovato un brasiliano al centro del proprio attacco. Adriano però era ancora un ragazzo molto giovane, tatticamente acerbo ma dalle potenzialità altissime. Per questo nel gennaio del 2002, dopo aver inanellato otto presenze ed un solo gol con l’Inter, venne mandato in prestito alla Fiorentina e, come se fosse destino, il brasiliano scelse il numero 90.

A Firenze l’Imperatore mise in luce tutte le sue caratteristiche. Chiamato a sostituire Enrico Chiesa, alle prese con la riabilitazione dopo la rottura del legamento collaterale del ginocchio destro, Adriano entrò subito nei meccanismi della squadra. In attacco faceva coppia con Domenico Morfeo ed il pubblico viola sognava una salvezza tranquilla. Il primo gol per il brasiliano arrivò il 13 gennaio 2002 nella prima gara del girone di ritorno. La Fiorentina, che in campionato si era stagnata verso gli ultimi posti della classifica, stava perdendo 2 a 1 a Verona, sul campo di quel Chievo dei Miracoli allenato da Gigi Del Neri e che alla fine del campionato giunse in quinta posizione, conquistando una storica qualificazione alla Coppa UEFA. La formazione veneta sembrava avere la partita in pugno, ma al 90°, all’ultimo cross a disposizione, Adriano si fece spazio di prepotenza, superò il difensore e riuscì a colpire di testa il pallone, riportando in parità la partita e regalando un punto alla sua Fiorentina.

Un altro pareggio agguantato all’ultimo dal brasiliano fu nella partita successiva a quella veronese. La Fiorentina ospitava il Milan di Shevchenko e Filippo Inzaghi. La squadra rossonera stava vincendo grazie al gol di Josè Mari ma, ancora al 90°, Adriano mostrò tutta la sua classe. Ricevette palla al limite dell’area da un compagno, resistette di potenza al tentativo di recupero di Paolo Maldini mandandolo letteralmente a gambe all’aria, e segnò di sinistro sul primo palo, superando il portiere Sebastiano Rossi. Tecnica, potenza e agilità, in questo gol ci sono tutte le peculiarità di Adriano.

Al termine della stagione l’Imperatore risultò il capocannoniere della squadra con 6 reti, alcune di ottima fattura. Oltre alle due già citate, i tifosi viola ricorderanno sicuramente l’ennesimo pareggio regalato da Adriano alla sua squadra grazie ad una punizione. Il brasiliano riusciva a battere i calci piazzati come pochi al mondo, unendo potenza e precisione in un mix letale per i portieri avversari. Il suo gesto ricordava molto le punizioni di Roberto Carlos, fenomenale terzino che, dopo una sfortunata parentesi all’Inter, fece la storia del Real Madrid.

 

Le reti di Adriano però non bastarono a salvare la Fiorentina che, al termine del campionato, fu costretta a retrocedere in Serie B.

Per la stagione 2002/2003 il brasiliano trovò casa nel Parma, facendo coppia in attacco con il romeno Adrian Mutu. Sotto la guida di Cesare Prandelli, passato proprio in quell’anno dal Venezia al Parma, Adriano giocò 40 partite, mettendo a segno 25 gol. Sono sempre le punizioni calciate con la massima potenza sul palo del portiere a rendere Adriano un giocatore unico, un attaccante che per la stazza avrebbe potuto fare tranquillamente reparto da solo ma che non disdegnava le partenze dalle ali ed il gioco tipico della seconda punta. Il Parma quell’anno arrivò 5° in campionato ed al termine della stagione vendette al Chelsea Adrian Mutu. Nella città ducale Adriano ci rimase fino al gennaio 2004, quando l’Inter decise di prendersi anche la seconda meta del cartellino e costruire l’attacco proprio sul giocatore brasiliano.

 

La carriera del brasiliano era ad una svolta, finalmente poteva essere protagonista in una squadra che puntava a vincere tutte le maggiori competizioni al mondo. A Milano trovò ad allenarlo Roberto Mancini e per lui fu croce e delizia. Con l’Inter l’Imperatore vinse due campionati (2006 a tavolino e 2007), venne eletto miglior marcatore dell’anno IFFHS nel 2005, lo stesso anno in cui portò la sua Nazionale ad aggiudicarsi la Confederations Cup, risultando il capocannoniere del torneo con cinque reti. Questo fu l’apice della carriera di Adriano che, dall’anno seguente in poi, si perse tra amicizie sbagliate e vizi a cui non seppe mai resistere.

Nella stagione 2006/2007 le reti messe a segno furono cinque ed in quella successiva soltanto una. L’Inter, quindi, prese la decisione di mandare il ragazzo in prestito al San Paolo sperando che l’aria di casa potesse fargli superare il momento difficile. In campo Adriano in effetti restituì la fiducia segnando 17 reti in 28 partite tra Campionato Paulista e Coppa Libertadores, ed al termine della stagione fu richiamato dall’Inter. L’aria di Milano però al brasiliano proprio non andava giù ed i vecchi problemi riaffiorarono.

Adriano non era più il giocatore d’un tempo, appariva appesantito, lento e poco resistente. Fu lo stesso giocatore, anni dopo, ad ammettere i suo problemi con l’alcol.

«Dopo la morte di mio padre, curavo la depressione con l’alcol e bevevo tantissimo – dichiarò in seguito Adriano -, soprattutto birra. All’Inter, ai tempi di Mancini, mi presentavo ogni giorno ubriaco. A casa non dormivo per paura di fare tardi all’allenamento, ma arrivavo in condizioni talmente impresentabili che mi mandavano a dormire in infermeria e ai giornalisti dicevano che avevo avuto problemi muscolari. Tornato da San Paolo, però pensavo di aver superato i miei problemi, ma ricominciai a bere. Tornai per Mourinho, ma non fu sufficiente. Ricominciai di nuovo con le feste, le donne e l’alcol. Mourinho voleva tenermi, ma la società non volle saperne e così andai via…»

Fu il Presidente Moratti a dichiarare la cessione di Adriano, ammettendo di cercare “la soluzione migliore per lui”. Il brasiliano tornò quindi in patria, al Flamenco dove ricominciò ad essere un giocatore di calcio ed a mostrare ancora qualche lampo di classe. Al debutto contro l’Atlético Paranaense segnò un gol di testa, contro l’Internacional mise a segno una tripletta ed alla fine del campionato risultò il capocannoniere con 19 reti. In Brasile l’Imperatore era amato dal pubblico e dalla società che, più di una volta, non lo punì nonostante le intemperanze disciplinari e gli allenamenti saltati per, come lui stesso dichiarò, “non essere assolutamente in condizioni per allenarsi”.

Le buone prestazioni con il Flamenco fecero riaccendere le luci sul brasiliano che venne nuovamente richiesto da squadre europee. La spuntò la Roma che l’8 giugno 2010 gli fece firmare un contratto triennale. A 28 anni Adriano avrebbe finalmente potuto dare continuità alla sua classe. L’avventura romana però, anche a causa di un infortunio alla spalla subito durante il derby con la Lazio, fu un totale flop. Adriano infatti collezionò solamente cinque presenze, senza mai riuscire ad andare a segno. Intanto però in Brasile, il 10 febbraio 2011 gli venne ritirata la patente per il suo rifiuto di sottoporsi al test dell’etilometro. L’8 marzo 2011, giunse la comunicazione che l’As Roma ed il giocatore di comune accordo firmarono la rescissione consensuale del contratto.

Il 28 marzo 2011 un Adriano appesantito e fuori forma fu corteggiato da Corinthians che lo mise sotto contratto. Fu curioso vedere come la tifoseria del club disertò in massa la presentazione dell’ormai ex Imperatore. Dopo solo un mese il fisico di Adriano non riuscì a reggere e si ruppe il tendine d’Achille. L’infortunio fu di quelli brutti, ma l’attaccante non sembrò rendersene conto. Dopo l’intervento di ricostruzione del tendine lesionato infatti, Adriano non seguì un assoluto riposo e compromise la riabilitazione andando a ballare in un locale togliendosi lo stivaletto protettivo: «Non posso mica restare sempre chiuso in casa come un detenuto» tentò di giustificarsi.

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Anche a causa di questa bravata Adriano riuscì a tornare in campo solamente dopo otto mesi. La stagione la concluse con solamente un gol e quattro presenze da titolare. Il Corinthians inoltre non fu certo felice delle continue ragazzate del giocatore, tra le quali spicca la volta in cui fu trovato seduto in un tavolo di un supermercato con davanti a se innumerevoli tazzine di caffè, dentro le quali però c’era birra. La fantasiosa bravata mandò su tutte le furie il presidente Sanchez, che mise fine al rapporto con il giocatore con queste ironiche parole: «È una persona adulta, sa cosa è giusto fare e sta a lui sapersi gestire. Se non riesce a rinunciare alla birra, che beva tranquillamente dalla lattina senza nascondersi. Anzi, gli consiglierei di bere whisky, che fa ingrassare ancora di più».

Il resto è storia recente, fatta di feste e nessun gol. L’ultima occasione per tornare ad essere un calciatore Adriano l’ha avuta con il Clube Atlético Paranaense. Il giocatore si allenò con la squadra per un breve periodo, gli fu offerto un contratto a rendimento ma, il 24 gennaio 2014, non si presentò al raduno del club, rimase a Rio de Janeiro dove la sera prima aveva organizzato una festa. Ora sembra davvero deciso dopo due anni a rientrare nell’arena calcistica per 30 mila euro al mese. La speranza per Adriano sta nelle parole del suo ex Presidente Massimo Moratti: «Il ragazzo è intelligente, ce la farà a uscirne e a scegliere gli amici giusti».

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Paul Scholes: silent hero

Ritorna sulle nostre pagine Luca Cancellara, che entra dritto in scivolata sulla fantastica carriera di Paul Scholes. 

Per fortuna che Paul Aaron Scholes, quando decise di venire al mondo, una quarantina di anni fa, aveva il respiro corto. Per fortuna che l’asma, che lo accompagnerà per tutta la carriera, l’ha obbligato all’aerosol prima di ogni partita. Immagino cosa sarebbe stato per i suoi avversari e i suoi compagni d’allenamento senza quel respiro corto. Forse è per preservare l’autonomia dei suoi polmoni che Paul ha sempre preferito i chilometri sul campo alle parole. Al Silent Hero,  soprannome dato dai tifosi del Manchester United, bastavano pochi sguardi per impostare le azioni di squadra e arginare quelle dei rivali.

Soccer - FA Barclaycard Premiership - Manchester United v Chelsea

 

E dove le sue corte leve non arrivavano ci han pensato, fin dai primi anni di gioco, i suoi tackles: il 18 dei Red Devils, grazie alla sua lunga carriera, si porta a casa (per ora) la maglia nera dei fallosi del massimo campionato inglese. Il suo nome è stato annotato nei taccuini degli arbitri ben 99 volte in Premier League, quasi uno ogni quattro partite, e 23 in Champions League (uno ogni tre partite). Per un totale di 150 ammonizioni e 8 espulsioni dirette.*

Gialli e rossi che hanno minato la carriera del “buon” Paul: «I didn’t always do it on purpose, some of it was just bad timing, I suppose». Insomma, non l’ha fatto sempre di proposito. Ma spesso quel suo dark side, come l’ha definito Arsène Wenger, ne ha sporcato lo stile. O semplicemente è una parte di esso. Come quel silenzioso ma efficace martellamento di passaggi e di pressing, di corsa e di contrasti:

“I was just getting people back. If someone got me early in the game it was always in the back of my mind that I needed to get them back.”

Chi la fa l’aspetti. Soprattutto dal taciturno Paul. Con quegli occhietti vispi che si fanno spazio sotto le folte sopracciglia e con quel sorrisino sornione che esibiva quando centrava il sette. L’incrocio dei pali. La destinazione preferita dei suoi bolidi, del suo destro fuori area. Sostanza e quantità, ma anche qualità, tecnica e visione di gioco.

Socrates l’avrebbe voluto vedere giocare nel Brasile, per il Dottore aveva tutte le carte in regola per farlo; Thierry Henry l’ha incoronato senza dubbio il miglior giocatore della Premiership “sa sempre cosa fare” e per Zidane “Scholes è stato il più grande mediano dell’ultima generazione, l’avversario più difficile da affrontare”. Per non parlare di un’altra icona United, quel Bobby Charlton che, da giurato della Hall of Fame del calcio inglese, l’ha inserito nella speciale classifica nel 2008.

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Classifica dopo classifica. Con 718 presenza Paul Scholes occupa il terzo posto per presenze con la maglia del Man U, dietro al suddetto Charlton e all’inarrivabile compagno di reparto Ryan Giggs (957 presenza). Nei primi cinque posti c’è anche Gary Neville che, insieme a Giggs e Scholes ha fatto parte della mitica “Class of 92” del Manchester che sarebbe poi diventata vero e proprio pilastro della prima squadra e negli ultimi quindici anni.

Paul vi entra nel 1994 contro il Port Vale, in Coppa di Lega, e segna una doppietta decisiva. Non ne uscirà più nei 19 anni successivi.

Rossi: i suoi capelli, i completi dello United indossati, i cartellini. Uno su tutti quello del 5 giugno 1999 con la maglia della nazionale inglese contro la Svezia. Stadio Wembley, quasi 76.000 spettatori. Al 51esimo minuto del secondo tempo Scholes viene espulso per doppia ammonizione (due gialli per due falli su Schwarz). José Maria Garcia-Aranda non sa che mandando anzitempo il numero undici sotto la doccia farà di Scholes il primo giocatore espulso a Wembley in 233 partite della nazionale dei tre leoni. Nel 2003 Wembley viene demolito per far spazio alla nuovo impianto. Paul passa alla storia come l’unico calciatore inglese espulso nella cattedrale del calcio londinese.

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Anche nella decisione di abbandonare il calcio Scholes è unico. Il 3 maggio 2011, dopo la sconfitta in Champions League contro il Barcellona, annuncia il ritiro dal calcio giocato, tenendo aperta la possibilità di entrare nello staff tecnico di Sir Ferguson:“Che altro posso dire di Paul Scholes che non ho detto prima. Stiamo per perdere un giocatore veramente incredibile. Paul è sempre stato fonte di ispirazione per i giocatori di tutte le età e sappiamo che continuerà nel suo nuovo ruolo”.

Nel frattempo al termine del match con il Barça, finale a Londra persa 3-1, Scholes, entrato al 77°, si vede accerchiato dai giocatori blaugrana, 5 per la precisione: Xavi, Busquets, Pedro, Iniesta e Messi. Gli chiedono di poter scambiare la maglia con la sua, rossa, prima dell’addio. Iniesta avrà la meglio. Ma non sarà l’ultima. Per la precisione l’ultima col numero 18.

Otto mesi dopo Ferguson gli chiede di tornare a disposizione. Paul non aspettava altro, non ci pensa due volte e il suo rientro è cosa fatta, con il numero 22 sulle spalle. Il ritiro, seppur rinviato, avviene al termine della stagione 2013, a pochi giorni dall’annuncio di Ferguson di lasciare, dopo 26 stagioni, la sua panchina.

“I love to watch Scholes, to see him pass, the boy with the red hair and the red shirt” Socrates.

genius

* http://www.statbunker.com/players/getPlayerStats?player_id=618

Rafa Cazzola, highway to gol

Sei maggio di due anni fa. Primavera inoltrata, domenica da sole alto e aria frizzantina come direbbero i cronisti di un tempo.

Pomeriggio che fermenta nella grande bottiglia del calcio dilettantistico da cui si abbevera un esercito di illusi sognatori ogni santissima domenica.

Una domenica come tante, insomma, una di quelle domeniche dove operai del manifatturiero, venditori, esercenti, panettieri, impiegati e studenti si travestono da calciatori e allenatori pronti a indossare una maglia che potrebbe renderli re per una notte e avvicinarli almeno per novanta minuti alle figurine del calcio mainstream.

Sono quasi le sei della sera di una domenica così, di maggio e di erba quasi all’inglese, quando sgorga lenta sulle guance di Luigi una lacrima paterna dopo che il figlio Raffaele ha timbrato l’ennesimo gol importante della sua carriera di bomber della provincia veneta. A pochi minuti dal novantesimo il sigillo di Cazzola chiude la partita perfetta dell’Ardisci e Spera e sembra spezzare quasi al traguardo i sogni di vittoria del campionato del Mestrino. L’abbraccio dei compagni che sommerge Rafa dopo il gol non è solo il meritato tributo a un senatore dal furore di un ventenne giunto all’ultimo giro di tango in maglia bianconera, non è semplicemente l’esultanza per una rete che non avrebbe forse portato ai play-off ma avrebbe certificato senza alcun dubbio la qualità della stagione, ma è soprattutto l’onda di quella strana amicizia da spogliatoio che vuole festeggiare un uomo come tanti impegnato in una delle più difficili partite che la vita riserva.

Raffaele Cazzola viveva il campo, gli allenamenti, il dopo-gara con la stessa passione, grinta e testardaggine con cui si muoveva fuori dal rettangolo verde. Quella rete – l’ennesima – di una carriera da vero e proprio goleador, dopo essere subentrato a un quarto d’ora dalla fine, era una finestra di luce su un momento sentimentale tribolato. Se molti dei tifosi – anziani e giovani – del team locale si scaldavano per una vittoria prestigiosa, Luigi Cazzola da lontano guardava commosso quel figlio selvatico che lo aveva abituato sin da bambino ad esultare per un gol.

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Raffaele Cazzola nasce a Camposampiero, in provincia di Padova, nel novembre del 1977: sono gli anni dello sviluppo rapido delle piccole imprese artigianali, a conduzione familiare, che portano il Veneto ad organizzarsi nei cosiddetti distretti industriali. Il bocia, mancino sin dalla nascita, gioca a pallone per la prima volta con la maglia dell’Ambrosiana, la squadra del suo paese. A Sant’Ambrogio, frazione di Trebaseleghe, non c’erano squadre per ogni categoria per cui Rafa, nonostante fosse uno spaurito pulcino, viene aggregato al macro-gruppo degli Esordienti.

A quell’età, quando chiedi un triangolo ad ogni muretto e ti abitui a calciare radente devastando tutte le aiuole, il risultato non ha certo importanza. Per questo il testa-coda del girone, con l’Ambrosiana a recitare la parte della vittima e il Loreggia in quella del carnefice, nonostante la sonora sconfitta rappresenta il primo nitido e indelebile ricordo del bambino Cazzola: «Dopo pochi minuti eravamo già sotto di un gol – racconta Rafa – tutto secondo copione. Fu da lì a poco che accadde ciò che non avrei mai dimenticato: palla che arriva in area di rigore, io lì appostato ad attenderla, controllo di destro e botta di collo sinistro. Il sacco si gonfia. Non dimenticherò mai la mia corsa sfrenata con il pugno alzato per tutto il campo.»

Lo chiama proprio sacco, Raffaele. Per lui – ancora oggi che a causa di alcuni problemi fisici si è ritirato ancora relativamente giovane – la porta è sempre stata qualcosa con cui si ha confidenza, un gioco dove buttare il pallone dentro ed esultare è qualcosa di naturale che scorre sottopelle. Sin da allora l’istinto del centravanti, e questa disinvoltura tipica di un bambino, lo ha accompagnato.

«Mio padre era un appassionato, eppure al calcio mi avvicinai da solo come accadeva spesso all’epoca: giocavo in continuazione nel giardino di casa con Fabio e Paolo, i miei due vicini. Con le porte immaginarie che ci ritrovavamo la baruffa che andava per la maggiore era quella relativa a un gol-non-gol. E per qualche finestra rotta!» In casa Cazzola dominava il nerazzurro, Raffaele si innamora da subito della cromia dell’Inter senza che il babbo abbia il bisogno di insistere: «Mi piacevano i colori, e all’epoca la Beneamata non vinceva nulla: ho sempre avuto un debole per le squadre in difficoltà.»

Dopo i primi dribbling con l’Ambrosiana e una fugace stagione con la divisa del Levada, Rafa indossa per la prima volta quella che diventerà indiscutibilmente la sua maglia: i Diavoli Rossi di Trebaseleghe accolgono fra le loro fila questo ragazzino senza immaginare che sarebbe entrato col suo magico sinistro nella piccola grande storia del club. Oltre al futbol Raffaele sin dai 13 anni inizia ad appassionarsi all’hard-rock. Il primo grande amore sono gli AC/DC, negli anni delle superiori approfondisce la cultura metal che rappresenta per il bomber la sintesi perfetta di ironia e schiettezza.

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Da allievo Cazzola è già prolifico quanto basta ad essere convocato contemporaneamente da Juniores e Prima Squadra dove totalizza ben 15 presenze a soli sedici anni, come a testimoniare di come non ci siano quote-giovani che servano di fronte alla bravura e alla voglia di apprendere.

Di lì a poco si trasferisce per due stagioni in prestito al Cittadella dove incontra Nuccio Bresolin, l’allenatore che cambia la vita al giovane attaccante ambrosiano: «Fu il primo a spiegarmi il calcio nella sua totalità e a darmi l’opportunità, nonostante le difficoltà iniziali, di apprendere concetti fino ad allora a me sconosciuti. Mi volle per il campionato Berretti e quel passo fu fondamentale innanzitutto per la crescita tecnico-tattica e soprattutto dal punto di vista disciplinare: nei campionati provinciali facevo sempre gol, ma ero ancora un calciatore molto grezzo, poco abituato a giocare con il gruppo. Non ce n’era bisogno, bastava che mi allungassi il pallone o dribblassi tre avversari e andavo in porta. Con il Cittadella naturalmente il livello si era nettamente alzato. Grazie a Bresolin e all’esperienza di tipo professionistico avevo avuto modo di capire che senza la dovuta abnegazione avrei rischiato di trovarmi in difficoltà e di non essere realmente apprezzato.»

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Alla scadenza del prestito Cazzola rientra al campo-base, calcisticamente arricchito e pronto ad iniziare in pianta stabile l’esperienza della Prima Squadra nel campionato di Promozione. L’atmosfera idilliaca dura però solo un paio di mesi, quando Rafa infatti in allenamento va incontro alla prima sciagura che rischia di smorzare sul nascere una buona carriera: «A causa della rottura del legamento crociato e soprattutto dell’inadempienza dei medici, che al primo intervento non svolsero al meglio il loro dovere, rimango fermo due anni.»

Rientra sempre con la maglia del Trebaseleghe, ma la stagione dopo nel ’99 scende in Prima Categoria con il Bus.Mar. In seguito passa al Rustega, in Seconda Categoria, dove rimane per due stagioni e riesce a impallinare per ben tre volte nel corso della stessa partita una nobile decaduta come il Giorgione di Castelfranco Veneto. Dopo aver dimostrato di essere tornato su livelli fisici ottimi, Raffaele rientra nuovamente a Trebaseleghe, disceso nel corso degli anni in Seconda Categoria.

Stavolta Raffaele mette le tende per ben sei anni, durante i quali vive la golden-age della propria carriera. Qui incontra mister Ezio Cavasin e grazie anche al suo 4-3-3 dove agisce da punta esterna di destra, libero di accentrarsi e tagliare per concludere col mancino sfruttando al meglio la propria agilità e lo spunto sullo stretto, Cazzola matura e si completa imparando a curare anche la fase difensiva.

Rafa però rimane sempre quel bambino che indossa la maglia numero 11 e vuole battere ogni portiere col suo sinistro uncinato.

Lo fa per ben 108 volte diventando il cannoniere più prolifico di sempre nella storia del Trebaseleghe e coronando il sogno di portare la sua squadra nel giro di pochi anni di nuovo in Promozione. Cazzola segna in tutti i modi: spesso con il suo fatato sinistro, di rapina, d’astuzia, su punizione, su rigore, da fuori, con uno-due e tagli dentro, con assoli entusiasmanti. Ogni tanto segna anche di destro, lui che come quasi tutti i mancini quando calcia con l’altro piede assume una coordinazione labile e decisamente particolare, mette in rete in acrobazia e persino di testa nonostante uno alto 170 cm non si potesse propriamente definire un gigante.

Per le 100 reti il Trebaseleghe organizza un tributo di tutto rispetto, una vera e propria festa che coinvolge le giovanili coi Pulcini schierati a centrocampo che indossano una maglietta con la scritta 100 volte Raffaele. Manco a dirlo quella domenica Rafa vola subito a quota centouno.

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Riesce ad entrare nel cuore della tifoseria locale anche grazie all’aiuto di compagni come Cristiano Cerello, secondo Raffaele «il prototipo di compagno ideale: persona integerrima e vero uomo squadra. In campo non mollava mai e il pallone lo sapeva trattare come pochi.» Davanti fa spesso coppia e imbambola i difensori avversari insieme a Erik Bonaldo, attaccante dalla tecnica e dalla potenza fisica impressionanti, uno che sapeva vincere le partite da solo e rispondeva pienamente alla tipica espressione del talento bruciato.

Con la maglia dei Red-Devils padovani Raffaele vive momenti di gioia cristallina e sconforto totale: «Per intensità agonistica e stress emotivo la partita che non dimentico è la finale di Coppa Veneto contro i bellunesi del Ripa 2000. Il match valeva la Promozione, dopo un rigore sbagliato per parte e noi rimasti in dieci alla mezzora siamo riusciti a spuntarla con un mio gol a cinque minuti dalla fine.»

L’altalena della sfera di cuoio gli regala, com’è ovvio, anche qualche amarezza. «Con il Giorgione, dopo che l’anno prima avevamo vissuto un testa a testa esaltante in Prima Categoria, ci trovammo di fronte la stagione successiva nei play-off di Promozione: loro erano uno squadrone, noi rimaneggiati e imbottiti di giovani a causa di molti infortuni. Ciò nonostante sino a dieci minuti dal termine siamo rimasti in partita sull’1 a 1 per poi crollare nel finale e precludere il sogno del passaggio a un altro grande salto.»

A Trebaseleghe finisce un ciclo esaltante, e Rafa a 31 anni ha bisogno di nuovi stimoli e soprattutto sfide: a trascinarlo in maglia bianconera, sulla sponda arsegana di San Giorgio delle Pertiche, è l’ex-compagno di squadra Massimo Pallaro, centrocampista dai pensieri svelti e dai piedi delicati.

Con Checco Cargnin in panchina Raffaele è da subito un punto fermo: nel girone di andata trascina i compagni sul podio della classifica, a ridosso di corazzate come il Thermal Abano. Lo fa entrando in campo sempre col piede sinistro, una delle sue poche scaramanzie, calzando le Asics compagne fedeli e fermandosi rigorosamente sempre per il terzo tempo dopo la partita e anche a fine allenamento. Da buon metallaro e amante del calcio inglese di fronte a qualche birra non si tirava certo indietro.

Rafa infatti è uno di quelli che cementa il gruppo, una delle poche superstar del mondo del calcio dilettantistico a conservare lo spirito di un esordiente: dà tutto, fino all’ultimo respiro, e grazie a un’intelligenza calcistica brillante e alla grinta di un mediano il bomber cambia con maturità modo di giocare.

Inizia a muoversi da prima punta, staziona in posizione più centrale, a ridosso degli ultimi venticinque metri, sfruttando esperienza e l’innato senso del gol che lo porta a una stratosferica media di una rete a partita.

A Limena Cazzola però s’infortuna nuovamente il ginocchio, e il treno che si abbatte su di lui smorza anche i compagni che alla fine della stagione vengono eliminati al primo turno dei play-off contro il Vigodarzere. Ancora oggi se chiedete a quel lupo di mare di Cargnin vi risponderà che uno dei più grandi rimpianti della sua carriera di allenatore è stato proprio l’infortunio di Cazzola, che ha privato la squadra del suo terminale e con il quale forse sarebbe stato possibile giocarsela sino in fondo.

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Ad Arsego comunque Raffaele viene apprezzato per il suo modo di essere: genuino, sincero, verace e feroce, il bomber ricorda gli arsegani come la miglior tifoseria che abbia mai avuto modo di incontrare.

Nel campionato successivo i guai al ginocchio non gli danno tregua e l’esplosione della coppia Azzalin – Maggiolo lo relegano in seconda fila. Cazzola, tenace e orgoglioso, non molla ma le sue personali difficoltà coincidono con quelle della squadra guidata da Rinaldi, sfortunata e colpevole, che termina il torneo con una amarissima retrocessione.

Il blocco costruito nel corso degli anni da Paolocci – vero e proprio manager all’inglese all’epoca che gestiva tutto, dalla campagna-acquisti ai rimborsi oltre che gli allenamenti – perde alcuni pezzi pregiati.

In Seconda rimane comunque un’ossatura importante che prova a risalire la china con Armando Vaioli, un allenatore dalla schiena dritta e dai principi tattici e morali molto solidi. Vaioli guida l’Ardisci a una portentosa risalita diretti in Prima Categoria, fermo nel proporre un 3-4-3 oliato e d’attacco con suggestioni – nonostante il sistema sia diverso – quasi zemaniane.

Con Raffaele per forza di cose la stima è massima: «Lo metto sul podio dei miei tre allenatori più importanti e che mi hanno arricchito maggiormente. La cosa che mi colpiva di più era la sua volontà di proporre un calcio quasi impensabile nelle categorie dilettantistiche. Anche se non facevo parte – a causa di saltuari malanni – dei titolari inamovibili ha sempre dato importanza a chi, come me, si è messo a disposizione della squadra. Ogni domenica uscivo dal campo e potevo dire che avevamo giocato a calcio, o comunque ci avevamo provato.» (Nella foto sotto relativa ai festeggiamenti per il ritorno in Prima Rafa appare in basso a destra con divisa e occhiali da sole come pronto alla terza carriera negli Emirati)

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Cazzola accetta di fare qualche partita in meno e dimostra ai più giovani come tenacia, costanza e passione – unite a doti e talento naturali – possano fare la differenza.

Esaltante nella difesa del pallone, nell’ultima stagione conferma di essere uno spauracchio per tutti gli avversari. Ormai diventa uno di quei calciatori che si alzano dalla panchina e fanno esclamare al terzino avversario: «Ora entra quello che ci fa gol». Con l’Oriago accade proprio così.

La forza di questo Hubner piccoletto che segna sempre, fuma come un rocker e non disdegna birrozza e bisboccia, è l’entusiasmo immutato che conserva col passare degli anni.

La voglia di giocare è quella del giardino di casa, dell’oratorio, quando vuoi mettere sempre la gamba e non andartene a casa anche se fa buio.

Lavora sempre intensamente, Rafa, perché quello che conta per lui è la maglia numero 11 alla domenica.

Per questo, dopo quel gol col Mestrino e le lacrime del babbo, all’allenamento seguente del martedì prima dell’ultima partita di campionato che avrebbe davvero chiuso un ciclo mister Vaioli ringrazia la “vecchia guardia” e cita Cazzola come esempio per i giovani in grado di dimostrare come ci si possa rendere utili indipendentemente dai minuti giocati.

In spogliatoio Raffaele è ironico e diretto, avere giocato in epoche dilettantistiche dove il soldo girava facilmente e il livello era certamente alto gli permetteva di avere uno sguardo privilegiato su possibilità e doti dei ragazzi. Non faceva mai pesare le sue cifre, né tantomeno era uno di quelli – e ce ne sono molti – che pensava al rimborso mensile come obiettivo principale. Non poteva essere diversamente, in fondo continuava a sgolarsi e sbracciarsi, a difendere la palla come un danzatore dal pizzetto oramai grigio sulla bandierina, a borbottare e bofonchiare se non veniva cercato rasoterra come richiedeva sempre.

Per questo poteva permettersi di consigliare o argomentare.

E forse proprio per questo motivo il suo ultimo anno giocato rappresenta una mezza delusione: dopo l’addio all’Ardisci infatti, si sistema per una tranquilla Seconda Categoria a Badoere. A due passi da casa, con l’obiettivo di fare da chioccia ai giovani e innalzare il tasso tecnico e lo spirito di gruppo di un team che cercava innanzitutto la permanenza in categoria.

Salvezza raggiunta con molti patemi ai play-out, e che secondo il bomber avrebbe potuto essere ottenuta con meno sofferenza: «Un gruppo sostanzioso di compagni di squadra era amico anche fuori dal campo, una sorta di compagnia che li portava a rispettare poco le regole comuni del gruppo e anche il loro stesso divertimento. Faciloneria e disinteresse. Come insegnano i vecchi: puoi andare a casa a qualsiasi ora della notte il sabato sera se poi riesci a fare comunque la differenza sul campo. Non mi andava un approccio così superficiale, dai giovani mi sarei aspettato molto più entusiasmo.»

L’amarezza per la stagione con più ombre che luci e soprattutto i crescenti acciacchi decretano la fine dell’avventura agonistica del calciatore Raffaele Cazzola.

Ora si diletta con gli amatori del Levada, manco a dirlo protagonista del gol.

Dice che un giorno vorrebbe diventare allenatore e se avesse un figlio non lo spingerebbe a giocare a pallone, l’unica certezza è che non sarebbe mai juventino.

«Quando guardo il borsone tutti i ricordi tornano a galla. Ha sempre rappresentato la mia apprensione pre-partita. Ogni volta che aprivo il bagagliaio dell’auto mi assalivano dubbi del tipo: ho messo le scarpe? Per me il calcio è un sistema dove società, squadra e allenatore devono interagire perfettamente. Basta una sola sbavatura per portare a insoddisfazioni e scarsi risultati. La parola chiave è responsabilità, qualcosa che coinvolge tutti e che porta a distinguere gli uomini dai ragazzini. Adoro il calcio dilettantistico perché a dispetto di quello mainstream ogni istante è irripetibile e l’unico replay possibile è quello della propria memoria.»

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– IDOLI: Ronaldo e Maldini

– RUOLO: Attaccante (ma gli sarebbe piaciuto fare il portiere)

– FRASE: «Nel calcio non ho mai avuto molti amici. Per me la parola amicizia ha un valore importantissimo e non mi piace svenderla. Ma ho stimato – ricambiato – molti compagni che in campo e fuori non erano solo degli ottimi confidenti ma anche i miei primi critici.»