L’uomo in più – Il segno ics non esiste

«La tattica è il passaggio dal caos giovanile alla maturità»

Paolo Sorrentino

Sgombriamo subito il campo da equivoci: L’uomo in più, film del 2001 di Paolo Sorrentino prima di essere un premio Oscar, non è un film sul calcio.

Eppure il calcio lo racconta, e il mondo del pallone – coi suoi interstizi, i sogni, il malaffare e la sporcizia – attraversa tutta la pellicola tramite la figura di uno dei due protagonisti.

Il film inizia infatti con questa scena.

 

Al termine di questa scena facciamo la conoscenza di Antonio Pisapia, capitano dai capelli lunghi e con baffoni anni ‘80 che suggerisce al mister infuriato una tattica differente da quella difensivista approntata sino all’intervallo.

Una volta rientrati dagli spogliatoi – si riconosce dallo scorcio il San Paolo di Napoli ripreso nel 2001 prima dell’inizio della partita fra i partenopei e il Perugia – Pisapia mette a segno un gol fantastico che vale alla squadra una vittoria importante.

La rete non la vediamo mai, la sentiamo solamente raccontare da varie comparse, con accenni a una segnatura irripetibile e la cogliamo nell’entusiasmo di due tifosi in scooter che affiancano nella notte a un semaforo la solitaria automobile di Pisapia in compagnia della fidanzata abbastanza impaurita dallo sguardo misterioso dei due sconosciuti.

Con questi pochi cenni di ripresa pittorica Sorrentino ha già tratteggiato più calcio di quanto forse volesse: il monologo esasperato dell’allenatore sparagnino che si rivolge ai suoi giocatori malmenandoli non solo verbalmente, il riferimento dal tono mercenario dello stesso coach ai premi-partita, la ferma e gentile critica costruttiva di Pisapia che esce dallo spogliatoio affrontando da solo il terreno di gioco dimostrando sin dall’inizio una certa saldezza morale – oltre a connotare da subito il personaggio come uno fuori dai protocolli calcistici fatti di gioco speculativo e compagni di squadra invischiati nelle scommesse contribuisce a inquadrare subito la complessità di splendori e miserie del gioco del futbol.

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Il Presidente della squadra sembra apprezzare questo Capitano dal carattere schivo e dal rendimento sicuro, tanto da sbilanciarsi a promettere un sicuro futuro all’interno della stessa Società a fine carriera.

Insieme a Pisapia facciamo la conoscenza del Molosso, allenatore navigato che ritorna a guidare la squadra qualche tempo dopo per trascinarla fuori dalle secche di bassa classifica in cui era precipitata.

Il Molosso – ispirato a Bruno Pesaola mister anni ’60 che a volte gesticolava alla squadra di avanzare e verbalmente indicava di scappare all’indietro – viene rappresentato come uno dei pochi amici all’interno del mondo pallonaro di Pisapia, che nel frattempo ritroviamo qualche anno dopo a fine carriera dopo aver subito un brutto infortunio ma in possesso del patentino da allenatore.

Ha preso il massimo dei voti a Coverciano ed è convinto che il Presidente gli darà una chance quanto prima.

Il calcio è la divina ossessione di Pisapia, che si sveglia nel cuore della notte per verificare quella che sente come una rivoluzionaria intuizione tattica: la mossa è quella di schierare tre punte supportate da un trequartista. L’uomo in più, appunto, capace di garantire triangolazioni continue e di rendere la squadra molto più pericolosa del solito in fase offensiva.
Il sistema di gioco – fatto realmente conoscere in Italia da Ezio Glerean, uomo dalla schiena dritta, con il suo Cittadella, importato dall’Olanda e riproposto con coraggio nella realtà italiana – è il tarlo che corrode la vita di Pisapia, il quale trascura la moglie sino a farla allontanare, rifiuta qualsiasi compromesso con altre attività che non fosse quella di allenatore e addirittura lo spinge ad abbandonare una promessa di nuovo amore e di riscatto.

Il Molosso cerca di proporre l’amico come secondo, ma la Società mette il veto continuando a non dare alcuna possibilità al povero Pisapia.

Nemmeno lo stesso Molosso, sul finire della vicenda, sembra dare tanto adito alle teorie di Pisapia, salvo poi celebrare quel visionario amico facendo esercitare i giocatori proprio sui concetti di gioco dello stesso Antonio.

Nonostante parli di ripetute e principi di aerobica Pisapia viene continuamente snobbato, sino all’umiliazione finale del Presidente che – colto di sorpresa – dice in faccia al povero Antonio una cosa tipo questa qui sotto, durante una scena tragica e potente nella tristezza del fallimento personale che è prima di tutto umano oltre che professionale.

 

I contratti si fanno e si disfanno, nel mondo del calcio, e si cambiano a seconda dell’umore della piazza.

E se “nella stronza vita può succedere di tutto” per la prima volta a Pisapia accade davvero qualcosa. E la fine della partita – e del film – non è un pareggio come non lo fu per Agostino Di Bartolomei.

La vita è na strunzata, dice l’altro Pisapia, quello interpretato da Servillo verso il termine della pellicola. Il calcio, a volte, è invece qualcosa di maledettamente più serio.

Bert Trautmann, il portiere in trincea che visse tre volte

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

Crack. Il frastuono dei proiettili da mortaio che esplodono lungo le linee nemiche. Crack. Un colpo sordo sul collo e, improvvisamente, l’urlo incessante della folla sugli spalti si attutisce in un buco nero di dolore. Chissà se in quel pomeriggio di maggio del ’56 a Bert Trautmann, durante la finale di FA Cup fra il suo Manchester City e il Birmingham City, subito dopo aver sacrificato la propria incolumità fisica per fermare il centrocampista dei blues Peter Murphy lanciato a rete sono balzati in mente i giorni vissuti qualche anno prima al fronte. Il balenìo delle pallottole come le scintille delle macchine fotografiche assiepate dietro la porta. Il ruggito dei tifosi come il boato della carica. I compagni di squadra che lo soccorrono come i commilitoni che gli si fanno intorno dopo l’esplosione di una mina. «Nessun problema, ragazzi, sono tutto intero. Andiamoci a prendere questa coppa». Non è vero. Trautmann, tedesco di Brema rimasto in Inghilterra dopo un periodo da prigioniero al termine della Seconda Guerra Mondiale, si è rotto il collo. Peter Murphy ha cercato di tirare indietro la gamba destra ma non è riuscito a evitare l’impatto. Impossibile. Troppo irruento il numero uno dei Citizens nella sua uscita salvapartita. Bert non capisce subito di essersi fratturato l’osso. Lo scoprirà solo quattro giorni e tre esami dopo aver alzato al cielo il trofeo più importante di tutti, allora, per il calcio inglese.

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«Ho disputato oltre 500 gare con la maglia del City e per molta gente sono ancora “il tipo che si è rotto il collo durante una partita a Wembley”. Una cosa abbastanza frustrante», dirà Trautmann nel 2011, durante il suo discorso in una cerimonia ufficiale fra vecchie glorie del Manchester City. Del resto un tipo che era stato catturato per due volte dai russi e dagli uomini della resistenza francese, aveva conquistato cinque medaglie per il valore dimostrato durante i combattimenti e, prima della fine del conflitto, era stato imprigionato in un campo di detenzione per nazisti nel nord dell’Inghilterra, come poteva farsi impressionare da un collo spezzato? «Credo che i calciatori, allora, fossero un po’ più tosti rispetto a quelli di oggi», aggiungerà l’ex portiere davanti alla platea di compagni di squadra, giornalisti e tifosi. Lui, di sicuro.

Quante vite ha vissuto Bert Trautmann da Brema? Tre, forse quatto. Nasce nel 1923. Adolf Hitler ha appena fallito il suo putsch. Undici anni dopo l’incubo torna a manifestarsi. Bert quando s’instaura il regime nazista è un ragazzone atletico, amante dello sport. Passa la sua gioventù fra parate all’ombra della croce uncinata e saggi ginnici. Riesce bene in tutte le discipline. Nel 1938 rappresenta la Slesia, la sua regione, ai campionati nazionali di atletica disputati nello stadio olimpico di Berlino dove, due anni prima, lo sprinter nero statunitense Jesse Owens inflisse uno smacco indimenticabile al Führer umiliando i biondoni ariani tedeschi nei 100, nei 200 e nel salto in lungo. L’obiettivo di Bert è partecipare alle Olimpiadi del 1940 nel decathlon. La guerra spazza via questo e altri sogni. Quando Hitler invade la Polonia, accendendo la miccia che di lì a poco incendierà l’Europa, Trautmann lavora come meccanico. Viene arruolato nella Luftwaffe. Impara a pilotare i bombardieri. Viene impiegato come operatore radio. Poi, quando la situazione si fa dura, viene trasferito in prima linea. Prima in Polonia, poi in Russia. Al fronte uccide e rischia di essere ucciso. «Il terreno in Russia era tanto gelato – ricorderà in seguito – che era impossibile scavare per dare una sepoltura ai morti». Viene catturato. Dalla Russia. Dalla Resistenza francese. Dagli americani. Se la cava sempre. Scappa con l’abilità e la destrezza che, in futuro, sfodererà fra i pali. Viene premiato con cinque medaglie. Conquista persino la croce di ferro, massima onorificenza militare. Gli ultimi ad arrestarlo sono gli inglesi. Passa un breve periodo a Ostenda, poi nell’Essex. Viene ufficialmente classificato come “soldato nazista” dalle forze britanniche. Viene trasferito nel Cheshire, in un campo di prigionia per tedeschi. La guerra, nel frattempo, finisce. La Germania è sconfitta. Il perverso sogno dell’impero hitleriano si sgretola. Trautmann viene liberato. Che fare? Tornare nella sua Nazione, distrutta dai bombardamenti e alle prese con un difficilissimo processo di ricostruzione? Bert si guarda intorno. Ha trascorso la sua giovinezza lontano dalla Germania. Non ha legami. In Inghilterra gli offrono un lavoro come contadino e la possibilità di rifarsi una vita. Non ci pensa due volte. Durante la prigionia, intanto, scopre il calcio. Grosso com’è lo piazzano a fare il centravanti. Il piede, però, non è educato. E il fiuto per il gol è piuttosto scadente. Meglio provare a evitarle, le reti, piuttosto che tentare di realizzarle, pensa Bert. Si mette in porta. Bingo. È un gatto. Balzi portentosi, uscite spericolate e rilanci precisissimi (Gordon Banks, il portiere dell’Inghilterra mondiale nel ’66, in seguito, dichiarerà di aver copiato lo stile di Trautmann nel rimettere in gioco il pallone). Firma con un piccolo club delle leghe inferiori, il Saint Helens Town. Ben presto lo notano le squadre del piano di sopra. Il Bolton, il Doncaster, il Grimsby, i due team del Merseyside. Il Burnley gli strappa una mezza promessa.

Soccer - Bert Trautmann Dies - Etihad Stadium

 

Alla fine, però, spunta il Manchester City. È il novembre del ’49 quando Bert firma il suo primo contratto da professionista. Sostituirà Frank Swift, una leggenda citizen, portiere anche della Nazionale. È felice. Potrà guadagnarsi da vivere facendo il calciatore. C’è un piccolo problema. I rapporti fra inglesi e tedeschi, dopo l’uragano hitleriano, non sono all’insegna della cordialità. Fra i supporter del Manchester City ce ne sono molti di religione ebraica. Storcono il naso. “Il City acquista un giocatore nazista”, titola un giornale. La segreteria del club viene inondata di lettere di protesta. Le frange più ostili al nuovo arrivato minacciano il boicottaggio. Bert, silenzioso per natura, decide di tenere duro. Tre persone gli danno una mano. Bob Smith, il proprietario della squadra, lo difende con i giornalisti. «I tifosi possono anche boicottarci, non mi importa – risponde alle domande – Abbiamo preso un portiere fantastico, dovevamo acquistarlo velocemente prima che altre società ce lo soffiassero». Il capitano Eric Westwood, un veterano della campagna in Normandia, lo accoglie a braccia aperte e lo introduce alla squadra. Il rabbino di Manchester, infine, interviene pubblicamente in suo favore. In un mese, complici anche le prestazioni fra i pali, Trautmann da “persona non gradita” a Maine Road si trasforma nell’idolo di migliaia di “vite rovinate dal Manchester United”, quelle narrate nel libro di Colin Shindler, grandissimo tifoso del City, guarda caso di religione ebraica.

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Sistemate le cose con i supporter mancuniani (anche i Red Devils gli porteranno sempre un gran rispetto), il cammino del campione tedesco verso la purificazione non si è concluso. Londra, martoriata dalle bombe naziste durante la guerra, promette di essere una tappa ancora più ardua. La prima occasione di incontro fra Bert e gli spettatori di uno stadio di “The Smoke” (come è nota la capitale fra gli inglesi a nord di Watford) è il match contro il Fulham, nella stupenda cornice di Craven Cottage. Il clima è teso. All’ingresso in campo a Trautmann è riservata un’accoglienza “speciale”. Grida di disappunto, insulti, intimidazione. C’è persino chi scandisce Heil Hitler. Bert è un ghiacciolo. Il trattamento riservato lo carica ancora di più. «Gli attaccanti dei cottagers mi tennero occupati con i loro tiri per tutti i 90 minuti – ha ricordato in un’occasione pubblica – Fui fortunato a giocare tanto bene quel giorno. Volevo dimostrare a tutti che ero un buon portiere e un buon tedesco». Impresa riuscita. Al termine del match il pubblico gli riserva una standing ovation. Negli anni Trautmann si afferma come uno dei migliori numero uno della prima divisione. Su di lui mette gli occhi anche lo Schalke 04 che vorrebbe riportarlo in patria. Nel ’53 il Manchester City declina un’offerta da mille sterline. Nel ’55 la prima grande occasione di mettere in bacheca un major trophy. I Citizens arrivano in finale di FA Cup. Davanti hanno il Newcastle United. Trautmann para l’impossibile, ma non basta. I Magpies vincono 3-1. Al ritorno la squadra viene comunque salutata con entusiasmo dai tifosi. Il più acclamato è il portiere. Quel giorno, al Manchester Town Hall, c’è anche il papà, un filo nostalgico, di Bert. «Non devi mai dimenticare i tuoi supporter e quello che hanno fatto per te – dice, commosso, al figlio – Hitler non ha mai avuto un’accoglienza del genere».

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L’occasione per la rivincita arriva presto. L’anno dopo il City raggiunge ancora la finale di FA Cup. In attacco c’è Don Revie, futuro allenatore del Dirty Leeds che spadroneggerà negli anni ’70 e della Nazionale dei tre leoni. L’avversario, stavolta, è il Birmingham City. I blues delle Midlands, neopromossi in Prima Divisione, hanno raggiunto la finale senza nemmeno aver giocato una partita in casa. Il City è in vantaggio 3-1, nonostante una zuffa nell’intervallo fra Revie e il terzino destro Ken Barnes. Mancano poco meno di venti minuti e gli avanti del Birmingham sbuffano come tori, cercando un gol che consenta loro di buttare in bagarre gli ultimi minuti della finale. Il mediano Peter Murphy buca Dave Ewing e si presenta solo davanti al portiere. Trautmann non ci pensa due volte. Si tuffa e agguanta il pallone. Murphy prova a togliere la gamba ma non ce la fa. L’urto è tremendo. Bert perde i sensi. L’arbitro sospende il match. Il pubblico si azzittisce. Passa qualche minuto e Trautmann si rialza. È visibilmente dolorante, ma non può mollare, visto che allora le sostituzioni non sono ancora possibili. «Dallo scontro con Murphy – ricorderà l’estremo difensore – tutto si fece grigio fino all’ultimo minuto. Rammento di aver fatto un paio di parate, poi più nulla, fino a un altra collisione con Ewing». Bert è di nuovo sull’orlo dello svenimento. In quell’occasione è l’allenatore in seconda a rimetterlo in sesto. Bene o male, riesce ad arrivare al fischio finale senza abbandonare la porta.

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Il giorno dopo viene portato in ospedale a Londra. Il collo viene bombardato con i raggi X. «Non è nulla», gli dice un malaccorto medico londinese. «Eppure io continuavo a sentire un forte dolore», tornerà a ricordare Trautmann. Nonostante le fitte sempre più lancinanti partecipa alla tradizionale parata con la coppa sul bus, improvvisando anche un discorso – superando una naturale riservatezza – mentre i tifosi scandiscono il suo nome. Quando scende dalla tribunetta approntata alla bisogna gli si fa incontro il suo predecessore fra i pali. «Frank Swift per complimentarsi con me mi colpì con una pacca terribile proprio sul collo – dirà Bert, ancora – Sentii come se mi avessero tagliato in due con un’accetta». Riprende il pellegrinaggio fra gli ospedali. Un osteopata gli annuncia che ha cinque vertebre fuori posto e, dopo qualche manipolazione, sostiene che quattro sono andate a posto. Per testare l’efficacia del suo lavoro gli mena un’altra gran manata. Il giocatore vede di nuovo le stelle. Si reca in un terzo nosocomio, il Royal Manchester Infirmary, dove finalmente un medico azzecca la diagnosi. La seconda vertebra è spezzata in due. Uno dei frammenti appoggia sulla terza. Un anno di stop. Una botta. A cui si aggiunge, proprio nel periodo della riabilitazione, una tragedia personale. Bert perde il figlio John, di soli cinque anni, in un incidente. Stringe i denti e con il pensiero di dedicargli il rientro, solo sette mesi dopo il terribile infortunio è di nuovo in campo. È dicembre. Il City gioca contro i Wolves, a quel tempo una delle migliori squadre inglesi. Finisce 3-2 per gli avversari. Segue qualche altra prestazione non troppo brillante. Trautmann è scoraggiato. Si confida con l’allenatore, Les McDowell. «Non sono più quello di prima – gli dice il tedesco – Vi ho fatto perdere almeno sei punti da quando sono rientrato». «Pensa a tutti i punti che ci hai permesso di salvare con le tue parate fino a oggi», ribatte il manager. È un’iniezione di fiducia. Completata dall’arrivo del secondo figlio, Stephen, e dal sostegno dei supporter, mai mancato. Bert torna a essere un pilastro del City. Tanto che nell’ottobre del 1960, a 37 anni, viene selezionato per la squadra della Prima divisione inglese destinata a sfidare il team dei migliori giocatori del massimo campionato irlandese. È il primo tedesco a ottenere un tale onore. In più, indossa anche la fascia di capitano. Gioca fino al 1964. Al suo “testimonial game” Maine Road è pieno come un uovo. Sugli spalti ci sono 48mila persone. Fuori dai cancelli ne rimangono almeno altre 20mila. Appesi i guanti al chiodo, si lancia nella carriera di allenatore. Gira il mondo, precursore di quei tecnici globetrotter che fra anni ’80 e ’90 insegneranno il pallone alle nazioni africane e asiatiche. Guida la nazionale birmana. Poi la Tanzania e la Liberia. Chiude la sua avventurosa esperienza da commissario tecnico sulla panchina del Pakistan. Al suo ritiro si trasferisce in Spagna, una scelta motivata anche dall’influsso benefico del clima iberico sul suo collo che, in certi momenti, gli presenta ancora il conto dello scontro con la gamba di Peter Murphy. Periodicamente rientra in Inghilterra. Nel 2004 la regina lo nomina baronetto, per il contributo offerto alle relazioni fra Germania e Regno Unito. «Ho avuto l’occasione di giocare di fronte ai migliori tifosi del mondo – dirà nel 2011, due anni prima di morire – e mi commuove l’accoglienza che ricevo ogni volta che torno a Manchester. Credo di essere stato un uomo molto fortunato».

Trautmann dead at 89