Essere Josè Mourinho oggi

«Non sarà bello, ma diavolo, i tifosi del Chelsea non si aspettano un quadro di Rembrandt, vogliono la Coppa»  Josè Mourinho

Premetto a onor di cronaca che non ho mai letto La piramide rovesciata, che la mia formazione giornalistico sportiva è assolutamente esistenzialista e dunque emozionale/retorica, per questo mi affascinano tematiche analitiche e d’impatto razionale che fortunatamente stanno cominciando a diffondersi anche nel linguaggio sportivo italiano – vedi L’Ultimo Uomo come miglior esempio. 

La quasi simultanea uscita dagli spogliatoi terreni di Tito Vilanova e Vujadin Boskov – due tecnici così diversi per epoca, filosofia, provenienza e modalità d’interazione con il mondo esterno – unita a una riflessiva domenica da resaca durante la quale ho avuto modo di gustarmi molte delle ricche pagine dell’ultimo numero di IL, mensile del Sole 24 Ore che riservava l’uscita di aprile al calcio e ai nuovi modi di conoscerlo e raccontarlo,  mi ha permesso di dare contorni maggiormente definiti a un tema che sembra ultimamente appassionare parecchio – perlomeno certi gruppi e persone che abitualmente utilizzano i social network e cui ormai ultimamente frequento spesso seguendo commenti e pareri vari.

Il focus è scatenato da quel signore portoghese che siede sulla panchina del Chelsea e che domenica ha reso silente una Kop mai così fremente andando a vincere 2-0 in casa del Liverpool con l’ennesima prestazione in pochi giorni da pullman parcheggiato sulla linea di porta.

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A dire la verità ho avuto modo di leggere parecchie opinioni contrastanti su Mourinho e soprattutto sulle sue modalità di interpretare il giuoco del calcio sin dal passaggio del turno in Champions ai danni del Paris St Germain. Mi riferisco in particolar modo ad alcuni gruppi che su Facebook raccolgono appassionati, esperti e neofiti della tattica e della metodologia calcistica soprattutto con particolare riferimento al calcio giovanile. Chi scrive infatti è un ragazzo di 30 anni che da quasi dieci prova a fare l’istruttore di Esordienti in settori dilettantistici cercando di formare i ragazzi provando ad arricchirli in termini di principi e conoscenze calcistiche e soprattutto di accendere e far fiammeggiare la loro scintilla intima a livello umano (posso dire che forse è più quello che continuo a imparare, in campo e ancor più fuori per quanto riguarda relazioni, linguaggi, sfumature di questi uomini-in-potenza).

La semifinale di andata della Champions League fra Atletico Madrid e Chelsea, con gli inglesi chiusi nel puro catenaccio a difendere lo zero a zero, senza alcun abbozzo di transizione vagamente offensiva, ha naturalmente infiammato in maniera esponenziale il dibattito che vedeva fra i protagonisti puristi della scuola olandese, interisti vedovi, machiavellici contropiedisti e numerosi altri esponenti delle più varie scuole di pensiero che sostanzialmente si potevano suddividere in due macro-aree: da una parte gli scandalizzati, ovvero quelli che “non si può giocare così”; dall’altra coloro che “il fine giustifica i mezzi, ou yee.”

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Giornalisti sportivi su Twitter incensano o denigrano a seconda del loro modo di intendere il gioco del calcio la modalità adottata da Mourinho per affrontare le ultime importantissime gare: il dilemma su cui J. M. spalanca il sipario e di fronte a cui pone chiunque segui le gesta calcistiche della più recente versione del suo Chelsea è prima di tutto di natura filosofica e ha a che fare non semplicemente su quale strategia sia preferibile adottare per conquistare risultati cui tutti aspirano – alcuni si spingono addirittura ad accusare il catenaccio come un’ingiustizia a priori – ma spinge invece l’interrogativo verso profondi meccanismi di scelte coscienti e mirate proprie della vita di ognuno di noi.

Insomma, sembra che giocare bene sia l’unico modo accettabile dal Barcellona di Guardiola in poi nell’era in cui siamo tutti – un po’ ipocritamente – eco-sostenibili, vicini alle minoranze e culturalmente di livello.

Quel furbone di Mourinho si inserirebbe in questo filone come uno proveniente da un’altra epoca che tramite trucchetti di bassa lega, deprecabili strategie, e pullman parcheggiati contribuirebbe a distruggere l’emozione del gioco più amato del mondo.

Jorge Valdano, acerrimo nemico culturale e sportivo del portoghese ai tempi del Madrid (farlo fuori fu uno dei primi grossolani errori di Mourinho alla Casa Blanca, non a caso l’unico club in cui ha fallito o quasi del tutto), nel suo Il sogno di Futbolandia (libro da me medesimo adorato alla follia) scrive: “Vivere da codardi è peggio che morire. Se proprio dobbiamo andare verso la morte, facciamo della nostra strada un’avventura: pensiamo, giochiamo, rischiamo. È l’unico modo di non essere un semplice strumento.” Facile intuire come l’argentino e il portoghese non potessero andare proprio d’amore e d’accordo.

Basterebbe citare una vecchia ma sempre attuale risposta di Mourinho, durante la sua prima esperienza al Chelsea, a un giornalista che gli chiedeva di giocare meglio.

«Accetto il fatto che si debba giocare con più fantasia, che il Chelsea debba fare un gioco più intrigante e bello da vedere, ma dipende dalle partite. Alcune gare sono spettacolari, altre lo sono meno. È un po’ come l’omelette e le uova. Se non hai le uova, non puoi fare l’omelette. E, comunque, anche l’omelette dipende dalla qualità delle uova. Al supermercato tu hai uova di prima classe, seconda e terza, alcune sono più costose di altre e danno migliori omelettes. Quando hai Drogba, Lampard, Ballack e Carvalho fuori, stai parlando del 40% della squadra. Quindi, il problema non è quando hai 4, 5 o 6 giocatori infortunati, ma chi sono gli infortunati e la loro importanza nella squadra.»

Innanzitutto bisognerebbe intendersi se possa esistere una connotazione più oggettiva di altre per definire l’espressione giocare meglio degli avversari: schierare più attaccanti? Tenere il baricentro più alto? Riprodurre con maggiore frequenza catene di gioco provate in allenamento? Essere maggiormente coerenti con un’idea-base di sistema di gioco?

Personalmente credo che tutte le grandi squadre sappiano imporre il loro sistema di gioco (non necessariamente basato sul sacchiano aforisma dell’essere padroni del campo e del gioco, se lo fosse tanto meglio per lo spettacolo che però è una cosa diversa dal gioco), indipendentemente dal fatto che questo sia basato su un’impostazione offensiva o attendista,  che debbano essere duttili e che sappiano predisporre almeno un paio di spartiti ideali ad accogliere sia le interpretazioni dei singoli interpreti che le differenze e difficoltà imposte dal confronto con l’orchestra avversaria – dato che il fine insito in qualsiasi evento sportivo moderno è fino a prova contraria quello della vittoria. Un mio vecchio allenatore – che a quanto ne so ai giorni nostri collabora col buon Francesco Guidolin all’Udinese – amava ripetere che “in un coro tutti devono cantare la stessa canzone.” Corretto.

E se trasliamo la metafora, rimanendo sempre in ambito musicale, immaginando ogni squadra di calcio come una banda in grado di suonare il rock ogni mister avrà certamente il ruolo di dettare temi e principi e dirigere lo spartito sulla base delle proprie idee ma anche quello di mettere in condizione, chesso, il suonatore di oboe di farlo nel miglior modo possibile all’interno di quello spartito. O di trovare infine una melodia che permetta all’orchestra di rendere al meglio.

Ma tornando alla risposta di Mourinho e collegandomi a quest’ultimo spunto viene lecito chiedersi – nel mondo odierno del calcio business – quanto proprio l’allenatore portoghese non possa essere quantomeno corresponsabile di paccate di miliardi spese in giro che non hanno permesso di trovare il suonatore adatto…o le uova giuste, se preferite.

La questione viene affrontata in questi giorni in Inghilterra, dopo che domenica il Chelsea di Mourinho ha sfilato dalle mani del Liverpool la possibilità di giocarsi direttamente un titolo senza dipendere dai risultati di qualche altra squadra con una prestazione forse ancor più terribilmente difensiva di quella vista a Madrid qualche sera prima. Dopo aver minacciato e strillato tutta la settimana di andare in campo per protesta con i ragazzi dato che la Federazione non ha anticipato il match senza – a suo dire – tenere conto della cruciale sfida di ritorno in programma domani sera allo Stamford Bridge, i Blues si sono presentati ad Anfield senza Cech, Terry, Hazard, Eto’o e Ramires e con gente come David Luiz e  Willian in panca proprio in vista della sfida di Champions.

Il risultato finale è stato un 2-0 esterno cucinato in maniera talmente cinica da risultare sprezzante e violenta, tanto è stato il nulla in termini di idee e principi di gioco messi in campo dalla squadra guidata dal portoghese.

David Maddock infatti dalle colonne del Mirror si è scagliato senza mezzi termini contro la strategia di Josè da Setubal accusato di aver espressamente barato dal primo all’ultimo minuto: “Nei primi dieci minuti i Blues hanno tenuto il pallone fuori dal campo per più di quattro”. Una tattica studiata a tavolino, secondo Maddock, dato che grazie agli ormai famigerati Big Data Mourinho e il suo team ben sapevano che i Reds sono soliti spaccare molto presto le partite.

Maddock racconta di aver cambiato canale durante la semifinale fra Atletico e Chelsea tanto era triste lo spettacolo offerto dalla squadra inglese, ma vedere Mou che stoppa Gerrard nel tentativo di riprendere velocemente la palla “non è una farsa, ma una tragedia.” “Ad Anfield non è stato nemmeno anti-calcio, non si è giocato proprio a calcio perché la palla era deliberatamente tenuta fuori dal gioco per lunghi periodi. Da una squadra che costa centinaia di milioni di sterline e che può vantare alcuni dei più superbi e talentuosi calciatori del pianeta.”

Per il giornalista britannico la colpa va imputata non solo a Mourinho ma anche all’arbitro Atkinson, reo di aver permesso questo atteggiamento senza redarguire né verbalmente né con l’uso dei cartellini i giocatori del Chelsea, e anche allo stesso Liverpool che perdendo la testa e lasciandosi innervosire è caduto nella trappola quando un pareggio avrebbe contribuito a conservare perlomeno il vantaggio di dipendere solo da se stessi. “Il Chelsea ha difeso meravigliosamente – scrive a onor del vero Maddock – eppure ingannando e barando dal primo minuto (…) hanno ucciso il calcio.”

“Ma in fondo Abramovich – chiosa infine il giornalista – non ha cacciato una fila di manager proprio perché ha dato loro centinaia di milioni da spendere acquistando giocatori di fantasia in grado solo di produrre un gioco noioso (vedi Di Matteo)?”

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A tal proposito giova ricordare quello che ha dichiarato Xavi, qualche mese fa, alla splendida rivista Panenka a proposito del coach portoghese: «Mourinho è un tecnico esclusivamente di risultati, non mi piace come giocano le sue squadre: nessuno ricorderà l’Inter Campione d’ Europa.»

Indubbiamente vero che nel 1974 furono i tulipani del calcio totale di Crujiff e soci ad essere ricordati nonostante la sconfitta subita in finale contro la Germania. Ma di squadre davvero rivoluzionarie, che spingono con le loro prestazioni i confini dello sport stesso un po’ più in là, ce ne sono ben poche che possono essere ricordate nel corso della storia. L’ultima è rappresentata certamente dal Barcellona di Guardiola, che non a caso è stato per anni l’allenatore in campo dei blaugrana proiettati dalla fine anni ’90 con l’olandese Van Gaal nell’era moderna durante la quale Rijkaard avrebbe contribuito a sagomare i contorni di quella grandiosa opera d’arte finemente completata e assurta ai massimi ed estatici livelli da Guardiola e Vilanova.

Come molti di voi già sapranno a trentatre anni Mourinho approda in blaugrana come vice di Bobby Robson: il coach inglese, infatti, lo vuole con sé in Catalunya dopo l’esperienza vincente in Portogallo alla guida del Porto con il giovane Josè a fare da assistente. Mourinho rimane a Barcellona anche quando Robson passa a fare il dirigente e sulla panchina approda l’olandese Van Gaal, seguace del calcio totale che vede Barcellona da Cruijff in poi come un avamposto dell’idea di futbol arancione.

«Da Van Gaal ho imparato la fase difensiva, da Robson quella offensiva» dice Mourinho. In quello spaziale libro che è L’Alieno Mourinho di Sandro Modeo – un incredibile trattato sui multiformi aspetti del calcio in toto – la figura del portoghese viene sviscerata da più prospettive.

Quello che più balza agli occhi – e che a mio modesto parere è decisamente sottovalutata nella maggior parte delle discussioni che riguardano Mourinho – è che Josè sia innanzitutto un innovatore da un punto di vista squisitamente metodologico: nonostante il suo sia un calcio di principi, e non di schemi, molte persone tralasciano l’influenza che le scoperte della neuroscienza hanno avuto nella costituzione del metodo Mourinho.

Sulla distruzione del paradigma secondo cui corpo e mente viaggiano separatamente e sulla nuova filosofia dell’atleta come omogeneo nucleo di cervello e fisico, che si muove sempre in simultanea e pertanto va allenato in contemporanea nella sua multi-dimensionalità, non si basa soltanto la formazione e il lavoro di Mourinho ma semplicemente tutto il calcio moderno.

La scomparsa quasi totale del lavoro a secco, i giochi di posizione della cantera del Barcellona, il gioco come vero e unico maestro, la scoperta guidata sono concetti che guidano la maggior parte dei top club che vediamo ogni giorno in tv (in Italia solo Parma e Fiorentina paiono aderire quasi totalmente a questa concezione moderna).

Per questo motivo credo che già con i suoi metodi di training – “i miei giocatori non adorano lavorare con me, ma amano fare ciò che io propongo” – Mourinho sia da annoverare fra quei coach che hanno contribuito ad innalzare, o comunque a modificare e certamente ad ammodernare, il gioco odierno del calcio.

Gli insegnamenti blaugrana, lo stampo olandese iniziato da Van Gaal e culminato nell’era Guardiola – connubio irripetibile di estetica ed efficacia con un mister che, guarda caso, era il cervello della formazione allenata proprio da Van Gaal – sono rielaborati in Mourinho a seconda delle sue convinzioni e del camaleontismo che appartiene a un linguaggio semplice ma indubbiamente non semplicistico.

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Risulta ancora più affascinante pertanto avere assistito da spettatore neutrale tramite racconti, cronache e tele-visioni all’epico scontro fra la dicotomia del Barça di Guardiola, sul lungo periodo vincitore in termini di trofei innanzitutto e culminato da un punto di vista dello spettacolo puro nell’accademica manita del 2010. 

Fa specie constatare come i più grandi interpreti della panchina del calcio 2.0 si siano affrontati con differenti concezioni che sgorgavano dallo stesso, primigenìo imprinting rielaborato in maniere profondamente diverse.

Mourinho non lo ammetterà mai, eppure il Barcellona di Guardiola ha offuscato – se non in certe fasi oscurato – la luce stellare della sua carriera, attirando simpatie universali e consensi quasi bulgari per l’unione di armonia collettiva e bagliori individuali.

Nonostante Mou non sia un integralista tattico e non rinneghi che esistono molti modi di vincere, il nostro ha sempre sofferto le critiche dei detrattori che considerano il suo gioco noioso e banale e pare oggi – libero dai guardiolismi rivali e dal dna spagnolo che fischiò Capello alla Casa Blanca per una Liga infarcita di sbadigli e 1-0 – essersi deciso ad imboccare finalmente una via fra estetica e praticità.
Appare chiaro insomma che fra Rembrandt e la Coppa il Mou sia teso a inseguire in tutti i modi la seconda (sarebbe straordinaria da questo punto di vista una finale Chelsea – Bayern), ritenendo perlomeno di non avere pennelli adeguati o sufficienti per dipingere un quadro capace di racchiudere in un’unica squadra utile e dilettevole.

Per questo motivo – secondo i critici appunto un suo grande errore dato il budget a disposizione…alla storia il compito di smentire questi legittimi punti di vista con un Chelsea che potenzialmente con un ringiovanimento difensivo e un attaccante di razza potrebbe diventare la sua creatura perfetta – il mister portoghese sembra aver adottato una strategia particolare per avvicinarsi ai match cruciali di fine stagione.

Se il gioco del football infatti per Pasolini era “un sistema di segni” ovvero “una lingua, sia pure non verbale” sembra oramai evidente che l’evoluzione di Mourinho e del suo calcio stia diventando sempre più la trasposizione dei suoi mind-games sul campo di gioco.

Le ultime partite del Chelsea denotano un quasi totale trasferimento in direzione di una sfida immaginata più in termini narrativi nella testa del proprio mister che non nella effettiva proposizione di principi e direttive allenate durante la settimana.

Sembra sempre più – e in questa soggettiva percezione aiuta anche il lavoro mediatico globale – che le sfide siano contro fra Atletico e Mourinho, fra Liverpool e Mourinho, citato mille volte più di ogni giocatore pur fondamentale, come se l’ego portoghese fosse in grado di catalizzare, deformare e indirizzare l’andamento del match più di qualsiasi altro suo giocatore.

Collegandomi nuovamente al libro di Modeo, Mourinho pare sempre più avvicinarsi ad Houdini e alla sua arte magica e illusoria. O almeno a riuscirsi a fare percepire come tale. Tatticamente il portoghese non è certo un tecnico da 11 contro 0: una delle variabili che riesce ad allenare meglio nei suoi uomini – a detta di molti addetti ai lavori, anche di quelli che assolutamente non apprezzano i principi di gioco a cui sottende la sua carriera – è senza dubbio la fase di transizione.

Il luogo comune che rappresenta Mourinho come un mister capace di convincere Eto’o a fare il terzino è una maniera popolare di descrivere l’abilità del coach portoghese di rendere le proprie squadre quasi in grado di azzerare il passaggio dalla fase di possesso palla a quella di non possesso e di rendersi pertanto minimamente vulnerabili e pur sempre pericolose.

Le ultime sfide – quelle “incriminate” – per come si sono svolte si possono raccontare però senza alcun tentativo di transizione positiva: a Madrid non vi è stato da parte del Chelsea un tiro in porta degno di questo nome, a Liverpool i gol sono arrivati su uno scivolone di Gerrard mentre il raddoppio di Willian sgorga da un contropiede a campo aperto che neanche su Holly e Benji.

Insomma, sembra proprio che Mourinho voglia affermare una certa inferiorità collettiva dei suoi non solo nei confronti di big della Champions più complete individualmente (vedi Psg ad esclusione – forse – di Jallet) o più avanti nella costruzione dell’equilibrio globale – leggi Atletico, bensì pure confrontando le capacità della propria rosa con quella del Liverpool.

I critici sostengono che questa convinzione rappresenta in fondo un’ammissione – o una presa di coscienza – di un errore alla base della gestione delle risorse del club e della spesa multimilionaria di giocatori e talenti di cui Mourinho non può non esserne il primo responsabile.

Ma ripensando a Xavi – “l’Inter campione d’Europa non la ricorda nessuno” – e alle ultime prestazioni sale il sospetto che a Mourinho interessi soprattutto che la sua figura venga scolpita nella leggenda: vincendo infatti la terza Champions con tre club diversi – perdipiù con la finale che si gioca quest’anno nella sua Lisbona, oltre ad essere iscritto di diritto nella Hall of Fame dei coach sportivi di tutti i tempi, tornerebbe a brillare nel panorama del calcio che conta come e più di Guardiola.

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A differenza dell’obiettivo primario per cui opera ogni allenatore del settore giovanile – teoricamente la formazione del giovane calciatore – le prime squadre del calcio business dell’anno 2014 sono tutte, senza alcuna esclusione, risultatiste a priori. Lo testimonia la stizza di Beckenbauer che, al termine della sfida persa all’andata dal Bayern in casa del Madrid dopo venti minuti iniziali da lacrime agli occhi per chi adora una certa idea del calcio, ha sentenziato: «Il possesso palla non significa nulla se non segni nessun gol». Il fine rimane dunque, per tutti, quello di vincere più trofei possibili mettendo in qualsiasi modo lecito una palla in più in fondo al sacco rispetto all’avversario. Per cui, giunto a questo punto della stagione e della sua carriera, per Josè poco conta il “come”.

Se in sociologia per Marshall McLuhan “il mezzo è il messaggio” allora la comitiva di turisti parcheggiata da Mourinho sul campo dell’Anfield domenica scorsa con Demba Ba che si intrufola in gol come un imbucato a un party esclusivo al Louvre di fronte alla Gioconda è comunque da valutare come un’estensione o un potenziamento delle facoltà umane, seppur le più subdole, meschine e deprecabili che ci possano essere.

Allo stesso modo di chi preferisce tentare il colpo con scorribande mordi-e-fuggi e pistoleri organizzati in fulminee ripartenze – vedi lo stupendo gol di Benzema proprio contro il Bayern (ma avrebbe potuto/dovuto Ancelotti giocarsela in un’altra maniera o era più importante fare una partita di questo genere e portare a casa un importante 1-0 in vista del ritorno?), c’è chi invece per conquistare appunto il risultato invade la riserva avversaria apparecchiando il tavolo e portando le sedie da casa per disporre il salone dei novanta minuti senza alcuna differenza fra home e trasferta seguendo i dettami del calcio totale (vedi Bayern).

Mourinho, insomma, sembra scuotere come non mai i filosofici animi dediti al calcio nel tentativo di ordinare il caos di quello stesso universo che vuole conquistare per rendersi definitivamente immortale.

El malo de Mourinho, poi, che ha fallito – perlomeno l’obiettivo principale della Decima – proprio alla Casa Blanca dove non ha trovato il classico ambiente in cui è solito intervenire con la sua narrazione vivente che si svolge sempre secondo alcuni topos ben pecisi, da qualche settimana ha infatti iniziato a scrivere alcune pagine del romanzo-Chelsea come quella di una squadra, citando Modeo, “dalla fame atavica” o, ad essere onesti, come quella di una squadra di giovani puledri che già sta gareggiando oltre le proprie possibilità. Sornione come sempre, e abilissimo a indispettire chi pensa appunto che sia lui a non aver puntato sui cavalli giusti, alla fine del ritorno vinto contro il Psg ha dichiarato: «Non importa con chi giocheremo. L’anno scorso questi ragazzi erano a venti punti dalla vetta e giocavano in Europa League. Oggi siamo ai piani alti in campionato e ci stiamo giocando una semifinale di Champions. Indipendentemente dall’avversario ai ragazzi dirò semplicemente enjoy it.» L’anno scorso non c’erano Willian, Matic, Eto’o, per dirne una, eppure in questo modo Mou contribuisce a creare il clima ideale per mettere in scena la sua ennesima grande opera.

Tanto, come ha già magistralmente osservato qualcuno, in vista del ritorno di Champions se passerà il turno e guadagnerà una finale che potrebbe proiettarlo nella leggenda avrà avuto ragione per la strategia esclusivamente difensiva utilizzata all’andata, se invece si troverà eliminato potrà confermare all’opinione pubblica la sua scelta di difesa iniziale in quanto la sua squadra risulterà essere stata effettivamente inferiore agli avversari.

Nonostante tenda ad esagerare in gestualità e polemiche – vedi il dito nell’occhio al povero Tito, uno dei momenti sportivi più bassi della sua carriera – non per la banale ragione secondo cui in questo modo tende ad attirare le principali attenzioni sulla propria figura liberando i giocatori da inutili pressioni ma soprattutto per quella coesistenza, sapientemente descritta proprio da Modeo, fra “toni perentori al limite dell’inquisitorio e nello stesso tempo un’insofferenza scandalosa da eretico”, Mourinho conserva dunque una duplice anima tipica di chi sembra appassionarsi al calcio come strumento conoscitivo di limiti, paure, pulsioni proprie della natura umana.

Per questo trovo banale pensare che le sue squadre siano noiose, o non mi trovo d’accordo sul fatto che uno come lui o lo odi o lo ami.

Effettivamente per la maggior parte delle persone – fra cui il sottoscritto – che conoscono Mourinho solo attraverso i filtri che intervengono ogni giorno a raccontare la realtà e a darci l’illusione di conoscerla e governarla potrà anche ridursi a una ordinaria questione di tifo, gusti, filosofie calcistiche.

«Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio.»

Mourinho ci invita ogni giorno ad esplorare il mondo che attraversiamo ogni giorno con sguardo indagatore capace di guardare le cose da una prospettiva a cui prima non avevamo nemmeno pensato potesse esistere.

O perlomeno a pensare che gioia e dolore, noia ed estasi, cinismo e sentimento sono due facce oscillanti della stessa moneta che siamo sempre noi a decidere dove e in che modo lanciare.

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Walter Novellino: il Monzòn della panchina

Luca Cancellara e Antonio Massariolo condividono la passione per la radio, l’accento arancioneroverde, di solito uno crossa e l’altro rovescia o viceversa tanto in fondo il risultato è sempre che mi fanno sognare un giorno una semifinale di Champions in laguna. 

Alfredo Walter Amato Lenin Novellino detto Monzón. Nome lungo, sfaccettato, fantasioso, eclettico. Come la sua carriera, il suo carattere, il suo temperamento, il suo tono di voce.

Un giorno Nino Benvenuti se lo ritrovò davanti durante una visita allo Stadio Filadelfia e qualcuno lo avvertì: «Attento, questo picchia». Da quel giorno Walter fu per tutti Monzón (pugile argentino che nel 1970 ha sottratto il titolo mondiale proprio a Benvenuti). Grintoso e tenace in campo, con quegli occhi leali e sinceri incassati sotto le sopracciglia, come un pugile.

Ma andiamo con ordine. Partendo dai nomi: «Alfredo era un parente, Walter piaceva alla nonna,  Amato Lenin piaceva al mio papà. Comunista convinto, unico spettatore di un comizio rosso nella piazza della mia Montemarano, vicino ad Avellino».

Il primo pallone Walter lo calcia nelle strade di San Paolo, Brasile, dove trascorre i primi anni di vita con la famiglia in cerca di fortuna. Tornato in Italia, le sue doti calcistiche lo portano ad una lunga trafila in Serie C (Legnano, Cremonese, Empoli) presenziando una sola volta in serie A, con i granata, nel match Torino-Napoli della stagione 72-73. È dalla stagione ’75 che Novellino si impone come uno dei migliori centrocampisti del campionato italiano, guadagnandosi il posto da titolare per tre stagioni consecutive nel Perugia di Castagner. Qui si consacra come trequartista, all’epoca si chiamava centravanti arretrato, ruolo che Walter interpreta unendo classe e genio ad una indimenticata carica agonistica che gli fa ingaggiare memorabili duelli con gli stopper più rudi.

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Grazie alle sue doti e a quelle dei compagni di squadra Vannini, Agroppi e Sollier (l’attaccante che alzava il pugno in segno di saluto) la squadra del capoluogo umbro si fa grande: tra questi anche il metronomo del gruppo, quel Renato Curi che Walter accompagna nei suoi ultimi istanti di vita proprio sul campo di Perugia in un freddo e piovoso pomeriggio autunnale del ’77. Contro la Juventus Novellino è in campo, qualche decina di metri lontano dal suo amico “cuore matto”. Perugia renderà omaggio a Curi intitolando a lui lo stadio cittadino.

Nel ’78 le Furie Rosse concludono imbattute a soli 3 punti dal Milan. La provincia calcistica alla ribalta nazionale, come sarà poi nei primi tra gli anni Novanta e Duemila con i vari Rapaic, Amoruso, Materazzi, Nakata, Bucchi e Ze Maria di patron Gaucci.

Walter e il suo talento allontanano i giudizi maligni degli osservatori. Walter diventa grande, a discapito del cognome. Tanto da essere chiamato dal Milan nientepopodimeno che come erede di Rivera: con i rossoneri colleziona 120 partite, uno scudetto e la maglia azzurra (unica presenza contro la Turchia nel ’78).

Nel mezzo una breve parentesi con la maglia dell’Ascoli: memorabile la sua doppietta a Zoff contro i bianconeri, il 28 novembre 1982.

Dal campo alla panchina il passo è breve quanto naturale. La carriera da allenatore è ancora strettamente legata alla squadra della città che più ama. Gaucci, patron del Perugia, chiama “il nuovo Capello” in prima squadra, dopo qualche anno da tecnico nelle giovanili, per esonerarlo alla vigilia dello spareggio contro l’Acireale (in C1, stagione 92-93) a causa di alcuni diverbi sul ruolo societario dell’amato Castagner. In quell’occasione Gaucci, dopo la conclusione del campionato di serie C girone B a pari merito con l’Acireale, esonera Novellino per dare una motivazione in più allo spareggio, anticipando di fatto l’assunzione di Ilario Castagner, che avrebbe dovuto iniziare a lavorare dalla stagione successiva. Mai un allenatore si era visto esonerare all’ultima di campionato, dopo una vittoria e alla vigilia della partita con cui si sarebbe giocata la promozione in serie B. Novellino, già esonerato nel corso del torneo per essersi rifiutato di apportare gli accorgimenti tecnico-tattici indicati dal presidente-padrone Gaucci, era stato fortemente rivoluto dallo spogliatoio. Ma quella seconda volta Walter non c’aveva più visto, stretto all’angolo come un pugile a fine ripresa: Castagner, suo indimenticato allenatore nel Perugia di serie A, era nello stesso aereo su cui viaggiavano giocatori e dirigenti, al ritorno da Casarano. «Castagner è mio ospite e lei non può permettersi di mettere in discussione le mie decisioni», aveva sbottato Gaucci. «Anzi, visto che lei da un po’ di tempo mi sta mancando di rispetto, si consideri licenziato. Domenica non andrà in panchina». Ad anni di distanza Novellino fece autocritica sull’accaduto: «Ero ancora un ragazzo a Casarano. Adesso non mi comporterei più così. In ogni caso Castagner non c’entrava. Gaucci, era ed è un impulsivo, che vuole bene alla propria squadra, come lo sono io».

Archiviata per sempre, almeno calcisticamente, la sua relazione con il Perugia, Novellino sbarca in laguna per dirigere il Venezia e qui compie il primo miracolo da CT. Nella stagione 97-98 traghetta gli arancioneroverdi in serie A, dopo trent’anni dall’ultima apparizione nella massima serie. La stagione successiva parte male e prosegue peggio, interi mesi trascorsi nelle ultime posizioni della classifica; il suo sguardo però è convinto, come quando puntava, da giocatore, il terzino di turno. E sottovoce rassicura: «Ci salveremo». Fa il modesto Novellino che, al primo anno di A, «non sa – perché – «non ha esperienza, quanti punti servono per salvarsi, perciò dobbiamo farne più possibile». E così è. Grazie alla coppia del gol Recoba-Maniero il Venezia si trascina fino al decimo posto, arrivando ad accarezzare l’Intertoto.

Dopo l’esperienza lagunare Walter passa prima al Napoli, conquistando la promozione in serie A nel 2000, poi scende nuovamente nell’inferno della Serie B per riportare in A il Piacenza nel 2001. Nella stagione 2002-2003 arrivò il suo grande amore. Per Monzón il mare è sinonimo di libertà e niente è più vicino a lui di una camminata sul lungomare De Andrè. Nel 2003 riporta in Serie A la Sampdoria, società nella quale rimase ben 5 anni, raggiungendo nel 2005 un inaspettato 5° posto e sfiorando per un solo punto i preliminari di Champions League. Con una formazione fatta da buoni giocatori ma nessun campione, con personaggi come Aimo Diana, Angelo Palombo e Cristiano Doni, Novellino fa miracoli. Il suo 4-4-2, con difesa a zona e un regista a centrocampo, perfettamente si sposava con i giocatori in rosa. In attacco Novellino ha sempre preferito un attaccante di peso affiancato a una seconda punta mobile e di qualità, ed in quella stagione nessuno avrebbe potuto essere più perfetto della coppia Bazzani-Flachi.

Nella stagione 2007-2008 Urbano Cairo lo chiama al Torino, e per lui rivoluziona completamente la rosa. Novellino, al primo allenamento con i granata, si ritrova davanti 14 nuovi giocatori, nomi di peso come: Matteo Sereni, Gianluca Comotto, Marco Motta, Eugenio Corini, David Di Michele, Nicola Ventola e quell’Alvaro Recoba che proprio sotto la guida di Walter al Venezia visse la sua stagione migliore. L’uruguaiano, in campo con un insolito numero 4 sulla schiena, però non incise, segnando una sola rete in campionato, alla terza giornata contro il Palermo. L’unico ricordo positivo di Recoba in maglia granata è una doppietta in Coppa Italia contro la Roma di Spalletti, Vucinic e Amantino Mancini.

Chi invece ai tifosi granata regalò gioie anche se non prettamente legate ai risultati, fu proprio Walter Novellino. Soprannominato Monzón mica per nulla, Walter ha una caratteraccio, in campo è sanguigno, diretto, appassionato, e questo non sempre fa piacere agli arbitri. Il 26 settembre 2007, durante Parma-Torino, Novellino ci regala una delle pagine più bizzarre della storia del calcio moderno. Walter in quella partita era squalificato a causa di un’espulsione ricevuta per troppe proteste nella precedente partita contro il Siena. Monzón però è un leone richiuso in gabbia, il suo habitat naturale è il campo, a stretto contatto con i giocatori, con il gioco, con l’erba. A stare in tribuna Walter soffre e farebbe di tutto per scendere e strigliare i suoi uomini. Fu così che gli sobbalzò in mente una bizzarra idea. L’arbitro aveva appena fischiato la fine del primo tempo e le squadre si stavano dirigendo negli spogliatoi. Novellino avrebbe dovuto restare seduto in tribuna ma la sua sedia per tutta la prima frazione di gioco rimase vuota. “Sarà a camminare o al bar per sciogliere la tensione” avranno pensato i tifosi nel non vederlo sugli spalti. Walter però ne sa una più del diavolo.

Prima dell’inizio della gara, pur essendo squalificato, nello spogliatoio riservato alla propria squadra, permanendovi nel corso del primo tempo e uscendone nell’intervallo, presumibilmente nascosto in un voluminoso contenitore utilizzato dal magazziniere per il trasporto degli indumenti di giuoco dei calciatori

recita la sentenza del Giudice sportivo.

 Monzón quel 26 settembre 2007 si nascose nello scatolone delle magliette dei giocatori e passò tutto il primo tempo chiuso lì dentro, da solo negli spogliatoi. Naturalmente a Walter venne infitta un’ulteriore squalifica ma per i tifosi quella fu una gioia equiparabile solamente allo scudetto. La sua carriera nel Torino continuò fino al 2009 con una staffetta di esoneri tra lui e Gianni De Biasi. Novellino iniziò poi la stagione 2009-2010 con la Reggina in Serie B, squadra dalla quale fu esonerato dopo solo dieci partite e nove punti conquistati, proprio in seguito ad una sconfitta per 2-0 contro il “suo” Torino. Dopo una breve parentesi come consulente del Perugia post-fallimento, Walter è tornato in panchina, prima a Livorno e poi a Modena.

Alfredo Walter Amato Lenin Novellino è della specie sanguigna, è un Mazzone meno romano, un Simeone meno giramondo, un uomo di campo.

«Leggo la Divina Commedia» disse una volta, «Ma è già arrivato al Paradiso?» gli chiesero…«Sono sempre all’Inferno. Mi Piace.»

 

 

Vivere e morire per Ryan Giggs: la storia del suo nemico numero 1

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate. 

Il vento e la pioggia di Manchester, la musica dei Joy Division, il rosso, tanto rosso e un numero. Quell’undici su quelle spalle strette, poco sotto quella testa ricciolina. La vita di Mikey Wilson ruota attorno a questi pochi sacri ingredienti. Gli stessi che segnano i 36 anni di Rodge Glass, autore di Voglio la testa di Ryan Giggs (66thand2nd – pp. 328, € 17) nato con il cuore red e l’abbonamento all’Old Trafford in tasca.

“Quel giorno, nel 1984, (tuo padre) ti compra la tenuta del Manchester United, il primo regalo che tu abbia mai ricevuto che non fosse stato chiaramente acquistato da mamma. E c’è dell’altro, qualcosa di super speciale. Ti porterà per la prima volta a una partita, allo stadio e tutto il resto”.

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Sentimenti, azioni, passioni e frustrazioni. Il mondo di Mikey (Wilson è il cognome del padre di Giggs che il calciatore gallese decise di abbandonare a 16 anni per acquisire quello materno) ha origine e fine, nascita e morte, stimolo ed esaurimento qui. In quell’immaginario fatto di allenamenti, partite, gol, esultanze, delusioni, riconoscimenti e successi firmati United.

A Mikey interessa correre dietro ad un pallone, anche se relegato nel giardino di casa o in quello della scuola. Sa che deve faticare in partite su campi fangosi di squadre di provincia prima di approdare ai livelli che gli spettano. Prima di poter scendere in campo nel “Teatro dei sogni” e indossare la maglia dei Red Devils.

“Ci riesci tu, Ryan? Riesci a immaginare come sarebbe stato essere me?”

Mikey e Ryan si danno del tu. O almeno è quello di cui Mikey è convinto. Lo conosce bene, conosce i suoi difetti e i suoi pregi, uno su tutti quel suo

“correre sulla fascia come se la sua sopravvivenza dipendesse dall’arrivare a fondo campo e fare il cross perfetto”

magari per il suo colpo di testa che si insacca in rete. Un giorno a casa Wilson bussa il Grand’uomo, Sir Alex Ferguson in persona, che battezza il futuro del piccolo Mikey:

“Figliolo, se scatti sulla fascia come corri per casa andrai benissimo. Non c’è dubbio. Nessun dubbio.”

Mikey non ci crede. Non può essere lui la giovane promessa del Manchester United. Non sa che il suo futuro è firmato “Classe ’92”, quella che passerà alla storia come una delle migliori generazioni di calciatori di Manchester grazie alle gesta dei vari Giggs, Scholes, i fratelli Neville e Butt, ma anche dei dimenticati Appleton, Thornley e Notman che “avrebbero potuto chiamarsi pure Topolino o Paperon de’ miei Coglioni ma tanto nessuno sa chi siano”.

E così arriva il giorno in cui i sogni del giovane Wilson fanno posto alla realtà, i desideri di una vita alle certezze: dopo mesi di panchina, Mikey viene chiamato da Mister Ferguson a dare prova di sé con l’Oldham. Nientepopodimeno che sull’erba dell’Old Trafford. La sua scena dura appena centotrentatré secondi, poco più di due minuti. Un intervento scomposto e fuori tempo procura la frattura di una gamba al suo avversario e un lungo infortunio a lui stesso. Quello di Wilson passa alla storia come “il più breve e il peggiore debutto della storia” in Premier League.

Pochi istanti dal paradiso all’inferno. Dalle prime pagine di giornali e tg al dimenticatoio, dai riflettori dello stadio al buio della camera da letto. Un lungo calvario che mina l’equilibrio di una giovane promessa sportiva e di una giovane persona.

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Voglio la testa di Ryan Giggs è la storia di un giovane amante del pallone, della sua famiglia, di una città intera e del rapporto di questa con la squadra cittadina. Per Mikey seguire allo stadio il Man Utd è un modo per mantenere vivo il rapporto con il padre e il fratello, sfilacciati negli anni a causa di problemi di alcolismo e finanziari. È un modo per tenersi in vita e tenere vivi i rapporti sociali e gli affetti che ne derivano:

“In giornate così non conta solo la partita, conta sentirsi parte di una comunità”

Lo sfaldamento di una vita personale e, insieme, di un sistema calcio:

“Si vedeva che (Giggs) sarebbe rimasto nel giro per anni, come dirigente o chissà cosa, capite? Senza attirare l’attenzione, però. Seduto tra i veri tifosi, nei posti economici, invece di spassarsela con dirigenti e compagnia a caviale e champagne”

 Perché Wilson, dal suo posto in tribuna, osserva inerme l’avvento inarrestabile del cosiddetto «calcio moderno», il calcio degli affari miliardari, dei padroni e degli sponsor oltreoceano, dello star-system e dei suoi strafottenti protagonisti. Rodge Glass, attraverso gli occhi di Mikey, descrive il cambiamento  che tutto ciò ha avuto sulle persone e sui tifosi che vogliono continuare ad amare la squadra del cuore e i suoi colori. Negli ultimi vent’anni la città di Manchester è stata calcisticamente “deturpata” con l’avvento di imprenditori americani (versante United) e arabi (versante City) ma fa di tutto per non rinunciare alla genuinità del rapporto con il pallone.

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C’è, per esempio, chi ha deciso di declinare il calcio da palcoscenico e di ribellarsi: molti continuano ad andare allo stadio con i colori originali della fondazione, il verde e l’oro, datata 1878. Altri hanno deciso di abbandonare lo stadio e creare il Football Club United of Manchester, una società dilettantistica gestita direttamente dai tifosi, in cui la “partecipazione popolare” è trasversale, dalla rosa dei calciatori alla costruzione dello stadio nuovo: l’idea è quella di riappropriarsi della squadra e non lasciarla in mano agli azionisti o signori di Borsa.

Ultimo atto, sportivo e narrativo. La finale di Champions League a Mosca contro il Chealsea. Gli undici red devils titolari sono: Van Der Sar, Brown, Ferdinand, Vidic, Evra, Scholes, Carrick, Hargreavs, Ronaldo, Tevez, Rooney. Ryan Giggs non è della partita. Parte dalla panchina. Almeno all’inizio. Ma l’epilogo del match, gli annali ci dicono, è legato al suo piede. Nel racconto firmato da Glass il gallese lo sarà anche di un aspettato e angosciante post partita. Di un giudizio finale che galleggia tra amore e odio.

Non scambierei la mia carriera con quella di nessuno. [Ryan Giggs]