Simone Scuffet, le radici nel cognome

Antonio Massariolo adora il rugby, ama il ciclismo, lavora alla radio e ogni tanto – come per questo pezzo – mette la maglia numero nove e scrive di calcio.

Nel calcio c’è un ruolo che esula da tutto il resto, un ruolo in cui si sta soli con se stessi ma si è fondamentali, un ruolo in cui non si possono commettere errori, un ruolo in cui l’Italia è da sempre maestra. Si, ma qui si parla di Rovesciate, di colpi di tacco, di azioni spettacolari direte voi, ma credetemi, le azioni migliori non sempre sono fatte sul campo. Il protagonista della storia è un ragazzo che il ruolo del portiere predestinato ce l’ha già nel nome. Zoff, Buffon, Scuffet, chi non fa segnare gli avversari nel cognome ha una lettera doppia. zoff-dino Calma, non stiamo di certo paragonando due icone viventi ad un ragazzo che in fin dei conti ha solo pochi minuti d’esperienza in Serie A, ma di certo questo Scuffet ha delle radici ben piantate a terra, e solo da radici solide può crescere un meraviglioso albero. Simone Scuffet, friulano doc, nato ad Udine il 31 maggio 1996, è la punta di diamante del vivaio dell’Udinese. Cresciuto sempre nella squadra friulana, il 1° febbraio 2014 la sua vita è cambiata. Si giocava Bologna-Udinese e la squadra bianconera fino a quel momento aveva nel portiere una delle sicurezze maggiori. Željko Brkić però quel giorno era infortunato e l’allenatore, Francesco Guidolin, da gran maestro di calcio, ha saputo cogliere l’attimo.«Simone, oggi giochi tu!» Scuffet prima d’allora non aveva mai messo piede nella massima serie italiana e, data la giovane età, considerava già un traguardo potersi allenare con “i grandi”. Quel giorno però, grande lo è diventato lui. Talmente grande che a fine stagione ha dapprima sfiorato la convocazione al Mondiale, e poi è stato chiamato da una delle formazioni più forti del mondo, da un allenatore che tutti vorrebbero avere. L’Atletico Madrid e Diego Simeone hanno messo gli occhi sul ragazzo, hanno chiamato l’Udinese, offrendo più di 9 milioni di euro ed erano sicuri di poter blindare la loro porta per il prossimo futuro. L’offerta era di quelle che non si possono rifiutare e la squadra friulana non ha saputo rispondere con un no secco. Chi invece ha avuto il coraggio di farlo, lasciando passare uno di quei treni che potrebbero presentarsi solo una volta nella vita, è stato proprio Simone, consigliato dalla sua famiglia. Le azioni migliori a volte si fanno proprio fuori dal campo, ed in questo caso mamma Donatella e papà Fabrizio hanno fatto un salvataggio sulla linea degno del miglior Franco Baresi. Contratto quinquennale, 900 mila euro in tasca a soli 17 anni, 9 milioni più due di bonus con la clausola del 50% in caso di futura cessione per il club friulano: sembrava impossibile rifiutare ma, quando nella vita si conoscono le priorità, allora dinanzi a sé si possono aprire le porte del futuro. «Simone resta a Udine, non va in Spagna perché questo è l’anno della maturità» ha detto a tutto il mondo mamma Donatella. «L’Atletico Madrid può aspettare, noi siamo contenti così. – dice papà Fabrizio che meglio di nessun altro può capire cosa significa il sogno spagnolo per il figlio, essendo stato anche lui portiere – Il procuratore ci ha relazionato sull’offerta e abbiamo deciso di comune accordo con Simone di far saltare tutto». Deve studiare e lui studia, non solo a scuola ma anche ai raduni. Si ispira ad Handanovic e cerca di rubare i segreti di Buffon con cui ha giocato nel raduno pre-mondiale. Il ragazzo è sveglio, sicuro che tra qualche anno il treno potrà guidarlo direttamente lui dove vorrà. La Nazionale l’ha già raggiunta, ora per lui le porte dell’Olimpo del calcio sono aperte. Ma fra un anno, ora c’è la maturità.

L’accanimento tedesco sul cadavere del Brasile

Da qualche giorno ho installato What’s Up sul cellulare e la cosa carina di questa diavoleria che squilla in continuazione è che permette scambi di vedute in tempo reale sugli eventi principali della settimana.

Inutile dire che durante Brasile – Germania amici calciofili partecipavano all’osservazione dell’evento, con la mole di attenzione che ha reso il match l’evento sportivo più twittato della storia.

La sorprendente improvvisazione dei verdeoro di Scolari, che lasciavano decine di metri di campo disponibili alle scorribande dei velocissimi indiani tedeschi, risulta assurda nel calcio 2.0 di big data e analisi in grado di monitorare in maniera dettagliata qualsiasi aspetto dello stile di gioco degli avversari, comprendente punti di forza e di debolezza individuali e collettivi.

scolari

Posto che senza Thiago Silva qualsiasi squadra del mondo – soprattutto questo Brasile – perde almeno tre quarti della propria capacità di difendere, nel secondo tempo la discussione assumeva contorni filosofici.

Mi trovavo – quasi da solo a onor del vero – a implorare i tedeschi di smetterla. Il sesto gol era già stato infilato nella porta del Brasile, record e colossale umiliazione erano già stati ampiamente celebrati, soprattutto da quelle azioni – per qualcuno in stile calcio a 5, per altri come-neanche-negli-anni-sessanta – con giocatori tedeschi nell’area avversaria a passarsi tranquillamente il pallone per segnare a porta praticamente vuota con irrisoria facilità.

Non avevo l’impressione che la Germania volesse deridere il Brasile. Un’entrata quantomeno scomposta di Muller su David Luiz a pochi minuti dalla fine dimostrava che i tedeschi continuavano sulla scia di determinazione e convinzione come se loro siano un popolo talmente “serio” da non aver instaurato sotto l’epidermide cali di tensione, figuriamoci se questi potessero essere quantomeno indotti o controllati.

Tuttavia l’emotività di questo match storico risultava evidente grazie alle inquadrature delle facce dei tifosi brasiliani sugli spalti.

Bambini, vecchi, donne colti in pianti disperati, sguardi vuoti, desolati, urla strozzate.

La Germania continuava ad aspirare ogni lacrima senza lasciare agli avversari nemmeno la forza per piangere. «Ben fatto – legittimamente pensava qualcuno – così ci risparmiano tutto il teatrino che parte dall’inno e finisce con ammiccamenti alla folla a ogni rinvio!»

Fra i miei amici qualcuno sosteneva che sarebbe stato difficile fare possesso per almeno un’ora di gioco. Altri, all’inglese, argomentavano che continuare a impegnarsi era il modo migliore per rispettare competizione e partita. Gente come David Luiz e Marcelo non riscuote molte simpatie fra i miei contatti, e in linea generale sono un propugnatore della tesi secondo cui le partite vanno sempre giocate, sia quando sei già eliminato, sia quando sei sotto o sopra di molti gol.

Eppure la faccia di quelle persone, i racconti sul Maracanazo, tutte le sacrosante polemiche che hanno accompagnato l’organizzazione di questi Mondiali che si fondano sulla stortura di base del mondo capitalistico occidentale (chi ha poco avrà sempre meno, chi ha molto vuole avere sempre di più) mi stavano dicendo che questa non era e non poteva essere un Roma – Catania qualsiasi.

Speravo che finisse presto l’insensato accanimento dei predoni europei sulle macerie polverizzate di un piccolo grande sogno.

Alla fine questo Brasile era brutto – rispetto alla grande tradizione dei Didì, degli Zico, dei Socrates e dei Ronaldinho, antipatico – la traversa di Pinilla all’ultimo minuto dei supplementari degli ottavi è uno dei momenti che non scorderò di questo Mondiale, eppure quando un pugile è al tappeto basta attendere il countdown senza per forza continuare a spaccargli le labbra.

Ogni verticalizzazione e ogni golasso – l’ultimo di Schürrle semplicemente fantasmagorico – apparivano ai miei occhi come un insulto al popolo brasiliano stesso.

Non credo di essere un inguaribile romantico, so come vanno le cose in campo e sinceramente mi ha clamorosamente stupito l’assenza assoluta di una reazione – pur nervosa e magari poco ortodossa – dei giocatori brasiliani che hanno preso il primo e unico cartellino giallo con Dante solo nella ripresa. Undici falli fatti, possesso palla del cinquantuno per cento appannaggio dei brasileiri. Qualcosa non quadra.

Per una volta mi sarebbe piaciuto vedere una inutile melina all’italiana, osservare qualche attaccante teutonico fare piroette inutili e andare a scarico dietro, che insomma in qualsiasi modo provassero a mollare un po’ la presa.

Se lo sport serve ad avere coscienza dei propri limiti e a provare con l’allenamento a superarli, siano essi individuali o collettivi, non dimentico che per la maggioranza della gente comune – e la sensazione si amplifica comunque durante il Mondiale nonostante le storture Fifa – il calcio è un reparto giocattoli dove trovare divertimento, passione e partecipazione.

Ogni avanzata crucca era una lancia che squarciava i piccoli mosaici di sogni di gloria di ogni tessera gialla che contribuiva a comporre il mosaico carioca.

Un saccheggio emotivo senza l’ombra di pietas, in maniera perfetta e sublime, che ha trasformato la notte di ieri in uno specchio deformante per tutti i brasiliani.

Se da appassionato trovo sacrosanto che la Germania sia in finale, in quanto possiede un progetto alle spalle che parte dal fallimento di Euro 2000, giocatori polivalenti di qualità assoluta, idee chiare e organizzazione, da essere umano mi son trovato a tifare per una morte dolce e accompagnata.

Poi ognuno l’inferno se lo costruisce da sé.

brazil