Ezio Vendrame, ogni alba ha i suoi dubbi

Ho staccato gli ormeggi

dal peso delle cose

e mentre truffo le notti

negandomi ai sogni,

dintorni di una lacrima

ferita, salpo.


Ezio Vendrame

 

vendrame

PREMESSA: Dare un titolo a questo pezzo è stato difficilissimo. Ho scelto infine una citazione di Alda Merini perché nessuna delle espressioni canoniche tipo “genio e sregolatezza”, “calcio e poesia” e cose di questo genere possono esprimere in senso compiuto tutta la vorace esistenza di Ezio Vendrame e il fuoco intimo che alimenta quest’uomo friulano, un fuoco che si sente scoppiettare quando si ha la fortuna di incontrarlo dal vivo.

Qualche giorno fa, esattamente martedì, più o meno tutte le pagine che seguo sui Social dedicate al variopinto mondo del pallone hanno celebrato – giustamente oserei dire – il nono anniversario della triste scomparsa di George Best.

Il leggendario numero 7 dello United è un personaggio talmente pop da rappresentare davvero un’icona globale per chiunque segua il calcio e adori i suoi personaggi ribelli.

Custodisco gelosamente – e indosso ancora ogni tanto per fortuna – una maglietta acquistata on-line su Philosophy Football. La t-shirt riporta una delle sue frasi più famose, un po’ come quelle che vedete da anni sui banchetti di qualsivoglia festival “indipendente” dedicate a Ernesto Guevara.

L’Italia – da sempre affamata di afrori anglofoni (pensate alle cover italianizzate degli anni ’60 come questa, splendida peraltro, di Celentano) aveva bisogno di etichettare e individuare il proprio George Best. Buona parte dell’opinione pubblica e degli stessi addetti ai lavori hanno affibbiato questa nomea di Best all’italiana al buon Ezio Vendrame. Che, fatalità, ha festeggiato il suo sessantasettesimo compleanno proprio lo scorso venerdì 21 novembre.

Dire che Vendrame da Casarsa non assomigliasse – almeno un pochino – al suo collega più famoso d’Inghilterra è ingiusto. I lunghi capelli, la maglia numero 7, i numeri in campo con la divisa biancorossa del Vicenza e gli eccessi fuori dal rettangolo di gioco ben raccontati anche nei libri di questo oramai anziano signore di Casarsa sono noti a chi ama il calcio e le sue storie.

Da quando salì sul pallone e si mise la mano in fronte a mo’ di vedetta prima di effettuare un lancio preciso ai compagni che tardavano a smarcarsi, sino al momento in cui – durante una partita – prese la palla in mano per salutare con dovuta proprietà il suo grande amico Piero Ciampi presente in tribuna, Vendrame ha scritto e raccontato molti aneddoti che potete liberamente scovare leggendo i suoi racconti o spulciando il web.

Quello che mi interessa sottolineare però è che definire Vendrame come il Best all’italiana è fare un torto a questo magnifico e raro esemplare d’uomo che è Ezio.

Uno che dava appuntamento sulla tomba di Pasolini ai giornalisti diretti a Casarsa per intervistarlo “perché è ancora la persona più viva di questo paese” (ma potrebbe starci anche la p maiuscola), uno che conserva dentro le proprie fragili ossa un’anima così ricca, contrastata, multiforme e affamata, non avrebbe potuto certo diventare il simbolo di un’era come è stato – probabilmente suo malgrado e nemmeno del tutto in maniera consapevole – per George da Belfast.

Vendrame da molti anni ormai scrive poesie e sinceramente devo dire che alcune delle sue ultimissime apparizioni mi hanno sorpreso, dal ruolo di opinionista al Sanremo organizzato da Bonolis nel 2005 sino a un incontro a cui ha presenziato lo scorso anno durante la campagna elettorale del Movimento 5 Stelle per le elezioni del Sindaco di Treviso.

cromovendrame

A parte queste sue scelte – che rimangono personali e di cui possiamo conoscere solo impressioni parziali riguardo alla realtà delle cose, conservo dolcissimi ricordi di Ezio Vendrame che, con la timidezza della sua erre arrotata e la passionale sincerità di un bambino cresciuto in orfanotrofio e affamato di vita, ho avuto il piacere di incontrare in un paio di occasioni.

Anni or sono, sinceramente non ricordo se fosse il 2002 o il 2003, a Trebaseleghe (PD) era stato organizzata una presentazione del suo ultimo libro (di conseguenza uno fra “Se mi mandi in tribuna, godo” o “Vietato alla gente perbene”). Ero un giovinastro di nemmeno ventanni e alla fine presi coraggio e gli portai una letterina che gli avevo scritto, ciò che avevo letto, cosa sognavo, quello che mi ispiravano le sue parole e l’ironia senza filtro che inseriva spesso nelle sue storie di vita vissuta. La prese e mi ringraziò, quasi emozionato.

Qualche settimana dopo arrivò a casa mia una busta bianca. Il destinatario ero io e il mittente Ezio Vendrame da Casarsa. Il biglietto inserito riportava una semplice scritta, dei caldi ringraziamenti e la sua firma.

Una cosa da scaldare talmente tanto che alcuni mesi dopo ero addirittura ancora più impressionato nel ritrovarlo casualmente a un concerto al Fishmarket di Padova.

In compagnia di un amico – appassionato di calcio e di musica – mi ero diretto a sentire i Tetes de Bois, una band cantautoriale di Roma.

In occasione del tour per “Pace e Male” – un disco doppio bellissimo dove fra gli ospiti compare pure Gianni Mura in quel capolavoro che è “La canzone del ciclista” – la band ha suonato pure la canzone scritta proprio da Vendrame per quell’album.

Ezio dunque non si era fatto scappare l’occasione di sentirli dal vivo e per me offrirgli una birretta, a fine serata, nel mezzo di due chiacchiere lievi con il tono di chi sta in quel mistico confine che confonde un vecchio amico e un mito, rappresentò l’ennesima occasione per toccare con mano la straordinaria semplicità di quest’uomo che da giovane giocava bene a calcio e ha sempre desiderato vivere a pieno ogni esperienza.

Oggi ogni tanto, specie nelle fredde mattine di pioggia, mi sveglio e spero di vederlo riapparire all’improvviso – come faceva in campo dopo un tunnel al malcapitato avversario che lo trovava senza accorgersi già oltre, lanciato verso la porta con riccioli al vento e calzettoni abbassati – per chiedergli con calma come sta, sapere come vive ogni giorno Ezio Vendrame, dove porta a spasso la sua anima e se conserva da qualche parte un pallone per fare due palleggi ogni tanto.

Da bimbo cresciuto in orfanotrofio – nonostante i genitori fossero vivi ma separati – ha ribadito lui stesso di come il calcio abbia rappresentato sin dall’infanzia uno degli unici modi per dribblare le angherie dell’esistenza.

La canzone da lui scritta per i Tetes de Bois comunque la potete ascoltare qui ed è piena della struggente forza intima che Vendrame sprigiona.

“Fino a quando il futuro apparterrà ai poeti, il profumo dei fiori sarà salvo”.

Non l’ha scritta George Best, ma Ezio da Casarsa un tempo calciatore.

Il futuro del calcio italiano? Copiare (bene).

Qualche giorno fa il nostro Luca Cancellara era presente a “Studio in Triennale”, il festival di Rivista Studio, e ha partecipato all’incontro che vedeva protagonista Andrea Agnelli. L’attuale Presidente della Juventus, incalzato dalle domande di Simon Kuper – editorialista del Financial Time, ha parlato del calcio italiano e del suo futuro. Quella che vi proponiamo è la sintesi di un eccellente report che potete trovare completo di immagini a questo link: https://storify.com/lucancellara/il-futuro-del-calcio-italiano

agnelli

Undici, rivista nata dalla costola di Studio, inaugura (nell’italico 2014) un nuovo modo di intendere, vivere e raccontare lo sport. Ne avevamo bisogno. Soprattutto per lasciarci alle spalle le chiacchiere da bar e avvicinare il concetto di calcio a quello di cultura. Come storicamente fanno molti paese europei (e non), seppur con tradizioni footbalistiche meno consolidate della nostra (leggi Scandinavia).

E così il direttore Giuseppe De Bellis per capire dove andrà e ci porterà il calcio italiano fa sedere insieme Andrea Agnelli, Presidente della Juventus (best practice italiana sotto tanti punti di vista) e Simon Kuper, editorialista del Financial Time (che il campionato più bello al mondo ce l’ha in casa).

Chissà da quanti giorni Kuper si sfregava le mani: chiacchierare di un campionato che fino a 10 annn fa rappresentava il meglio in Europa e nel mondo e che, vuoi per la crisi globale, vuoi per la poco lungimiranza e mala gestione tutta italica, si è vista superare dai colleghi inglese, tedeschi e spagnoli e che non sembra intravedere la luce in fondo al tunnel.

Dopo il torello di riscaldamento da cui emergono ricordi del piccolo Agnelli in ritiro estivo con i bianconeri e qualche preferenza su giocatori e ruoli, Kuper scalda l’atmosfera del salone della Triennale. «Scusi signor Agnelli…ma Tavecchio?» (leggersi “parliamo di futuro del calcio nel Paese del calcio e avete eletto il “signore delle banane” Presidente federale?). Conosciamo le posizioni di Agnelli in proposito e i tecnicismi, agli occhi di un britannico, servono fino ad un certo punto. Il presidente tira in ballo anche la «Lei è inglese e quando è stato eletto Tavecchio non mi ha chiesto come sia stato possibile, ma perchè fosse riuscito a rimanere in corsa per l’elezione».

Va bene, Tavecchio ormai ce lo dobbiamo tenere. Ma in che direzione va il calcio italiano, signor Agnelli? chiede Kuper. Le due parole magiche sono autocritica e strategie mirate.

Con la speranza che qualche squadra segua la scia della Juventus e si inizi a guardare ai migliori esempi internazionali, quelli che fino a quelche anno fa vedevano nella Serie A il modello da imitare. Ora, a ruoli invertiti, tocca a Juve & co. copiare (bene). Iniziando dalla prima della classe, la Premier League.

Provare a limare il gap con le concorrenti europee. Escludendo le top 4 (per Agnelli: Real, Barça, Bayern e Man Utd) i bianconeri non sono così lontani dalla “seconda fascia” che include City, Dortmund, Chealsea e Arsenal. Rispetto ai londinesi la Juventus, nel 2014, ha guadagnato “solo” 30 e 10 milioni in meno (fonte Deloitte), posizionandosi al 9° posto in Europa, prima italiana. E il match si gioca anche, e soprattutto, fuori dal campo: in due settori come “brand managment” e “stadio” su cui i competitors continentali hanno avviato attività specifiche già da qualche anno e doppiandoci senza fermate ai box.

E dove l’obiettivo di domani, soprattutto per i brand forti lontani dai confini nazionali (vedi Manchester in Asia) sarà convertire in voce di bilancio il loro fascino.

Le ultime frecce di Kuper vengono lanciate in casa Juve.

Si parla delle ultime due bandiere bianconere. Quell’Alessandro Del Piero che smessa la maglia numero 10 ha deciso di partire per lidi lontani (Australia prima e India poi) e per il quale Agnelli lascia sempre uno spiraglio aperto e Antonio Conte che ha portato definitivamente sul tetto d’Italia la “nuova Juventus”.

Non poteva mancare infine il riferimento al recente passato, legato a calciopoli e alla precedente gestione societaria.

Ma come è possibile, si chiede Kuper, che uno come Moggi possa ancora entrare allo Juventus Stadium? (lo so Simon, è difficile per noi…). E qui Agnelli commette l’unico passo falso dichiarando che “Moggi rimane una parte importante della storia bianconera”.

moggi

Cosa resta da fare? Correre e copiare (bene) perchè le idee ci sono ma le hanno ancora in pochi. Ed evitare di guardare al passato. Che poi s’inciampa.

L’eleganza contemporanea di Enrico Chiesa

«Se non avessi fatto il calciatore, mi sarebbe piaciuto diventare attore e interpretare la parte di Billy Crystal in Harry ti presento Sally, una pellicola che ha fatto storia».

Enrico Chiesa

enricochiesa

Qualche settimana fa L’Ultimo Uomo ha pubblicato uno splendido pezzo di Stefano Piri su Christian Vieri, un racconto sull’ultimo grande centravanti italiano. L’articolo sin dall’inizio giustamente rammentava di quanto appaia oggi anacronistico il calcio che prevedeva uno come Bobone Vieri – tra l’altro un assoluto cannoniere di razza – al centro dell’attacco.

La fluidità del gioco moderno, l’attenzione rivolta alla fase di transizione, i ritmi ulteriormente implementati – anche se il ragionamento vale sempre meno rivolto alla serie A di questi tempi – hanno fatto in modo che il terminale offensivo abbia radicalmente cambiato non solo il modo di giocare ma soprattutto il concetto stesso che abbiamo di esso. Boban, nella famosa lite verbale con Balotelli, rimproverava allo stesso “la scarsa partecipazione al gioco”, la voglia di partecipare alla manovra con i compagni e per i compagni.

Oggi si parla sempre più spesso di falso nueve, un’idea di calcio che uno come Bobo Vieri avrebbe spazzato via a spallate.

Eppure, senza toccare l’apice da Fenomeno divinatorio di Ronaldo, che anticipò il calcio moderno come un alieno in arrivo da un altro pianeta – e lo fece in maniera talmente devastante da risultare sin troppo in anticipo sui tempi anche per i suoi poveri tendini, nell’opulento campionato italiano a cavallo fra anni Novanta e primi Duemila abbiamo avuto a mio modo di vedere un paio di attaccanti idealmente in grado di inserirsi alla perfezione nel calcio 2.0.

Il primo siede oggi sulla panchina della Fiorentina, si chiama Vincenzo Montella e non è un caso che da allenatore sia stato in grado nelle ultime stagioni – unica squadra, forse, insieme alla Juve di Conte e alla Roma di Garcia – di proporre un calcio gradevole, offensivo, dinamico, incentrato sul possesso-palla e sulla riconquista della palla in zona offensiva. L’Aeroplanino era un centravanti atipico, dotato di un fisico minuto, eppure grazie alla tecnica eccelsa, alla rapidità di lettura delle situazioni e alla capacità di partecipare al gioco collettivo è riuscito a segnare valanghe di reti in ogni club. Solo infortuni e incomprensioni con allenatori molto italiani come Capello hanno in qualche modo frenato la carriera di questo attaccante straordinario.

Per dire, una notte, Montella ha demolito sua maestà Sandro Nesta – altro giocatore decisamente “moderno”.

Oltre a Montella, il potenziale offensivo italiano degli anni ’90 – che nella seconda metà degli anni ’90 sino almeno al 2006 si caratterizza sulla dicotomia centravanti grande e grosso + seconda punta minuta e tecnica – si arricchiva grazie a un altro splendido attaccante decisamente contemporaneo. Uno che nel calcio di oggi starebbe benissimo come prima punta mobile o trequartista di movimento del sistema 4-2-3-1 e che farebbe faville nell’oramai classico 4-3-3.

Si chiama Enrico Chiesa, è nato a Genova ed è diventato grande con la maglia della Sampdoria dove peraltro continua la sua carriera come allenatore della Primavera – e il suo vice da quest’anno è un certo Claudio Bellucci.

Sinceramente non so come sia Chiesa come tecnico, possiamo immaginare sia rimasto un ragazzo di molti fatti e poche parole. Nel video qui sotto a 6.03 racconta quanto sia stato importante per lui uscire da casa per fare un’esperienza con la maglia del Teramo a diciannove anni quando viene a mancare suo padre.

Di lui, prima della spedizione inglese per Euro ’96, Gigi Riva disse: «Chiesa mi somiglia nella velocità dell’esecuzione e nella potenza del tiro. È un giocatore completo. C’è una cosa che mi piace di lui: è un introverso, come lo ero io. Parla poco, ma ha le idee chiare.»

Timido caratterialmente ma effervescente in campo Chiesa entra nel calcio che conta con la maglia grigiorossa della Cremonese allenata da Gigi Simoni. Davanti gioca con Florijancic e Tentoni, partendo molto spesso da destra segna 14 gol e nella stagione successiva torna in maglia blucerchiata nella serie A vinta dal Milan di Weah, Baggio e Savicevic dove il titolo di capocannoniere va ad ex aequo a Beppe Signori e alla rivelazione Igor Protti.

Chiesa si piazza subito dietro al duo con 22 reti, inizia a segnare da novembre e per poco non porta in Europa i blucerchiati che finiscono il torneo appena dietro all’Inter che inizia la stagione con Ottavio Bianchi e la termina con Roy Hodgson.

A supportare Chiesa, che agisce come vero e proprio centravanti pur svariando molto grazie a potenza e velocità su tutto il fronte d’attacco, c’è Roberto Mancini numero 10 dal ciuffo ribelle che nel triennio successivo catapulterà in porta proprio Vincenzo Montella, successore di Chiesa in maglia doriana.

Il bomber infatti, nonostante l’Europeo del ’96 finisca male con l’eliminazione al primo turno dopo il rigore sbagliato da Zola nella partita decisiva contro la Germania, passa in estate al Parma per 25 miliardi di lire. La partita che condanna gli Azzurri è la seconda del girone, contro l’ascendente Repubblica Ceca che perderà la finalissima col primo, crudele Golden Goal della storia. Sacchi, rispetto all’esordio vincente con la Russia, rinuncia al “cerottone” di Gigi Casiraghi e all’inventiva di Gianfranco Zola puntando proprio su Chiesa e Ravanelli.

Chiesa va anche in gol, purtroppo però non basta.

Al Parma comunque Chiesa si consacra. In panchina siede Carletto Ancelotti, che arriva dalla Reggiana ed è per i media italiani, l’allenatore che ha rifiutato Gianfranco Zola. Insieme all’attaccante arrivano Ze Maria e soprattutto Hernan Crespo, che il mister di Reggiolo difende con ostinazione nonostante le difficoltà iniziali sino a lanciarlo nell’Olimpo degli attaccanti.

La splendida stagione dei ducali si chiude col secondo posto a soli due punti dalla Juventus, e con Chiesa che segna 14 gol. Si affermano anche alcuni compagni di squadra come Buffon, Cannavaro e quello splendido esemplare di difensore che era Thuram. L’anno successivo Chiesa segna 10 reti in campionato e 3 in Champions League dove però il Parma viene eliminato al primo turno. La travagliata stagione porta alla fine dell’avventura di Ancelotti sulla panchina parmense.

Chiesa, in ogni caso, è un attaccante oramai assoluto del calcio italiano. Segna in tutti i modi: in corsa e da fermo, in acrobazia, di testa e di rapina per usare un linguaggio d’annata. Soprattutto usa indifferentemente – per potenza e precisione – entrambi i piedi. E agisce da centravanti dinamico, non certo statico e ingombrante come Vieri né tantomeno poco partecipativo e sempre sulla linea dell’offside come Inzaghi.

Cesarone Maldini lo porta in Francia per il Mondiale del ’98. Oltre a Vieri e Roberto Baggio ci sono pure Pippo Inzaghi e Del Piero. La storia azzurra finisce ai rigori come ben sappiamo, e per Chiesa si apre quella che sarà una stagione indimenticabile.

Con Alberto Malesani in panchina il Parma gioca con un 3-4-1-2 divertente e organizzato: la regia difensiva e offensiva è affidata a due ragazzi argentini dotati di grande intelligenza e qualitativamente – soprattutto el Brujita – sopra la media. Si tratta di Nestor Sensini, principe della linea a tre composta insieme a Thuram e Cannavaro, e di Juan Sebastian Veron, uomo di fantasia e geometria (abbinava entrambe nella sua mente euclidea con precisione di un killer che sa quando e dove servire il pallone per fare davvero male), nel centrocampo dove Dino Baggio fa il guardaspalle e Boghossian il moderno incursore da inserimenti. Sulle fasce Fuser e Vanoli assicurano chilometri e cross.

Davanti, manco a dirlo, ci pensano Chiesa e Crespo.

Per i gialloblù è una stagione trionfale.

A Mosca, dopo aver eliminato Bordeaux e Atletico Madrid, i parmensi battono il Marsiglia 3-0 e conquistano la Coppa Uefa.

Una delle tre reti, ed è un capolavoro di un calcio davvero anni ’90, la mette a segno naturalmente il bomber genovese.
Chiesa arriva in corsa, sfrutta il geniale velo di Crespo, e l’appoggia piano di destro. È il suo ottavo gol in otto partite di Coppa Uefa che fa di Enrico il miglior marcatore di sempre della squadra gialloblù nelle coppe europee e il capocannoniere della competizione.

I Malesani-boys aggiungono sulla mensola della sala trofei anche la Coppa Italia e dopo un triennio di grandi soddisfazioni Chiesa sbarca a Firenze per formare un tandem sulla carta esplosivo con Batistuta. In realtà col Trap in panchina Chiesa paga non solo la concorrenza di Mijatovic quanto l’ingombrante presenza proprio del Re Leone, colossale centravanti di grande completezza, che non solo bazzica la zona di campo a Chiesa più congeniale ma per carisma e personalità catalizza molto spesso le giocate dei compagni.

A dispetto di Crespo, in grado di fare a sportellate e coi movimenti incontro spalle alla porta liberava lo spazio per Chiesa, Batistuta è un animale che considera l’area di rigore come una savana di proprietà e costringe pertanto i suoi partner a girare al largo.

Non è un caso infatti che l’anno dopo, con Batistuta che recita il grande addio per andare a vincere lo Scudetto a Roma, Chiesa metta in rete il pallone ben 22 volte. Segna sia con Terim che con Mancini in panchina e il destino vuole che i viola vincano la Coppa Italia col gol di Vanoli – ex compagno di Enrico in maglia gialloblù – che aveva giustiziato la Fiorentina stessa nella finale di qualche anno prima.

La carriera svolta con la rottura del crociato nella stagione successiva.

Chiesa – complice anche l’avanzare dell’età – si trasforma in un altro giocatore.

Diventa più bomber d’area e meno in grado di svariare a tutto campo.

Se penso a una svolta così importante a livello di presenza in campo, a un cambio così radicale nello stile di gioco per un attaccante mi viene solo il paragone col Ronaldo del Real Madrid rispetto a quello dell’Inter.

Uno che continua a segnare molto e in molti modi, senza però incantare le platee in quanto a numeri in velocità.

A me di Chiesa personalmente piaceva molto quando si inseriva in area con un taglio e di prima intenzione calciava forte in diagonale sul secondo palo.

Dopo di lui ho rivisto solo Shevchenko – e ora forse Benzema – fare gol in quella maniera.

A Siena è dolce il tramonto di carriera: nei primi tre anni in maglia bianconera segna infatti 32 gol duettando a turno con Flo, Maccarone e Bogdani.

Chiesa decide poi di trascorrere il proprio inverno al Figline in Seconda Divisione, dopo due annate al Siena non proprio favorevoli e segnate da pochi spezzoni in campo. Alla fine del campionato i gol sono 5 in 21 partite, ma nonostante la media non sia quella degli anni d’oro Chiesa è comunque un eroe grazie alla doppietta che abbatte il Cosenza in finale di Supercoppa.

L’ennesimo infortunio al ginocchio spunta la parola fine sulla carriera di calciatore di Enrico Chiesa che ora continua – come già ricordato prima – in veste di allenatore della Primavera della Sampdoria.

L’attaccante silenzioso si gode i due figli insieme a Francesca, la ragazza che conosce e di cui è innamorato da quando aveva appena 12 anni.

A testimonianza di quanto potesse incidere in una gara detiene tuttora il record di gol messi a segno con la Nazionale partendo dalla panchina.

Quel ragazzino che tifava Milan, per via di una maglietta regalata da uno zio, e che agli inizi di carriera nel settore giovanile giocava come centrocampista è finito per diventare uno degli attaccanti più forti del calcio italiano.

Un attaccante in grado di tagliare, giocare per la squadra e concludere con rapidità e precisione, senza perdere l’eleganza nei movimenti palla al piede, al momento rimane solo un dolce ricordo per l’intristito movimento del futbol nazionale.

Chissà se anche oggi, quando dirige l’allenamento dei suoi ragazzi, indossa ancora un paio di scaldamuscoli sotto ai pantaloncini, come faceva sempre quando in silenzio segnava valanghe di gol.

Fær Øer: l’arcipelago del calcio (per davvero)

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.

Pioggia. Nebbia bassa. Freddo. Tutto l’anno.

Le condizioni climatiche certo non aiutano. Farebbero pensare ad interminabili mesi di letargo, anche sportivo. Solo piscina o palestra.

Invece alle Fær Øer, arcipelago di 18 isole disseminate nel nord dell’oceano Atlantico tra Scozia, Norvegia e Islanda, impazziscono per il calcio. Circa il 25% della popolazione (50.000 mila abitanti scarsi) potrebbe essere contenuto dai due principali stadi, quelli che ospitano la nazionale nei suoi impegni internazionali.

Tórsvøllur stadium

Il più famoso è lo Tórsvøllur della capitale Tórshavn, cittadina di 20 mila anime: l’avete conosciuto se non avevate di meglio da fare quando la nazionale italiana c’ha giocato il 2 giugno 2007 per le qualificazioni agli Europei 2008. In quella nebbiosa e umida occasione gli azzurri, campioni del mondo in carica (in campo partirono titolari Diana, Tonetto e Rocchi) vinsero di misura 1-2, rischiando anche il pareggio; il gol faroese fu messo a segno da Rógvi Jacobsen, attualmente il miglior realizzatore della storia della sua nazionale con 10 reti. L’impianto Tórsvøllur ospita circa 7000 spettatori su tre tribune scoperte ed è stato inaugurato nel 2000, dopo neanche un anno di lavori. Prima la nazionale giocava nel villaggio di Toftir, 1.000 abitanti, nell’impianto Svangaskarð che, dopo aver perso il titolo di stadio della nazionale, ospita le gare casalinghe del B68 Toftir, la squadra principale della città.

Sono presenti molti altri stadi, alcuni dei quali con una capienza ancora maggiore ma con posti a sedere più limitati, uno su tutti lo stadio Gundadalur con i suoi 8.000 posti di cui solo un quarto a sedere.

Faroe_FA

Nelle “isole delle pecore” le strutture non mancano. Così come non manca l’organizzazione federale. La Fótbóltssamband Føroya (FSF), la Federazione calcistica delle Fær Øer, nasce nel gennaio del 1979 e dopo nemmeno dieci anni entra a far parte della FIFA; due anni dopo, nel 1980, anche della UEFA. La FSF regola i campionati isolani a partire dalla prima divisione, la Formuladeildin, il quarantanovesimo campionato più competitivo d’Europa (secondo il coefficiente UEFA, stagione ’14-15*), dominato storicamente dalla HB Tórshavn (nota anche come Havnar Bóltfelag) una delle due squadre della capitale. Dal 1904, anno della fondazione, ha ottenuto 21 campionati nazionali, 26 Coppe di Lega e 2 Supercoppe.

Presenti anche 3 categorie minori minori, la 1. deild, la 2. deild e la 3. deild, e due leghe al femminile: 1. Deild kvinnur e 2. Deild kvinnur. C’è n’è per tutti.

Freddo e calcio dunque. Calcio semi-professionistico. Per i componenti della 162esima nazionale del ranking FIFA il calcio non è tutto. Sì, l’ossatura della nazionale è formata da calciatori a tutti gli effetti: un nome su tutti il portiere Gunnar Nielsen che gioca in Scozia nel Motherwell e che per tre stagioni ha indossato, si fa per dire, i colori del Manchester City. Una sola presenza in Premier League, contro l’Arsenal, a causa dell’infortunio del collega titolare Given. Nel suo Palmares 3 trofei inglesi raccolti tra il 2010 e il 2012 (1 Coppa d’Inghilterra, un campionato inglese e una Commnunity Shield). In nazionale dal 2009 ha totalizzato finora 23 presenze con un passivo di 56 gol, quasi 2 e mezzo a partita. A livello europeo e mondiale si vede di peggio.

Se Nielsen può vantarsi (e molto) di qualche titolo, per di più internazionale, certo non si può dire per la maggior parte dei suoi colleghi. Perchè i faroesi, faroènsi, feringi (fate voi) che scendono in campo nelle qualificazioni a mondiali ed europei sono insegnanti, carpentieri, falegnami e giardinieri. Insomma, tutta questione di organizzazione part-time.

Rógvi Jacobsen segna al campione del mondo Buffon (vedi video finale), si ripete in quel girone (qualificazioni europei 2008) contro Georgia e Lituania, fa una toccata e fuga in seconda divisione norvegese ma poi torna in patria. Un po’ per nostalgia, un po’ perché non ha mai smesso di fare il carpentiere. E dalle sue parti la sua (doppia) tecnica è necessaria.

Fróði Benjaminsen è un suo collega, è un altro carpentiere. Veterano del calcio nazionale (classe ’77) è al secondo posto come presenze, 69 dal 1999, a quattordici distanze dal difensore Óli Johannesen. Nel mezzo, con 72 presenze in quasi 20 anni, c’è Jákup Mikkelsen, portiere dell’ÍF Fuglafjørður oltre che della Nazionale faroese, a cui basteranno altre 11 partite per diventare il giocatore con più gettoni. Per la cronaca Mikkelsen è un insegnante.

Si dice che negli anni ’90, insieme ad un compagno di squadra, fu ceduto dalla KÍ Klaksvík, che per il suo trasferimento non incassò nemmeno una corona. Nella sua nuova squadra, la danese Herfølge, invece incassò qualche gol; nella sua pagina Wikipedia, alla casella corrispondente, c’è un punto interrogativo. Eppure ci dicono che in Danimarca non c’è poi così tanta nebbia quanto nelle isole delle pecore.

*http://it.uefa.com/memberassociations/uefarankings/country/index.html