Nevio Scala, dalla terra alle stelle

“Gli uomini sono come la terra, se li coltivi con amore e costanza è probabile che tu raccolga qualche frutto.”

Nevio Scala

scalanevio1990. A poche giornate dalla fine del campionato di serie B a Parma, come in molte altre città italiane, si svolgono le elezioni amministrative. Al Tardini spunta uno striscione destinato a far la storia, indica Marco Osio come possibile candidato Sindaco. Il soprannome rimarrà appiccicato sui capelli lunghi di questo centrocampista offensivo che proprio con un suo gol aprirà il tabellino di un derby caldo come non mai, per l’Emilia paranoica. Il match decisivo, fra Reggiana e Parma, alla penultima giornata vede prevalere gli uomini di Scala con due gol. Il secondo lo caccia dentro Alessandro Melli, ed è matematicamente quarto posto che all’epoca significava ancora promozione diretta in serie A.

Erano i tempi in cui – come potete constatare nel video sotto – la partita alla tv si raccontava con parole come schioppettanti e maginot, e i giocatori festeggiavano togliendosi la maglia e mostrando fisici longilinei ma non scolpiti, senza quadratini addominali, e larghe sottomaglie interamente bianche che avrebbe potuto indossare anche un mediano di Seconda Categoria.

Il Parma, segnato dalla morte del suo presidente Ernesto Ceresini, si affaccia al massimo campionato italiano per la prima volta nella sua storia.

Per celebrare al meglio il successo Calisto Tanzi, patron dell’ascendente Parmalat, acquista il pacchetto di maggioranza del club e inizia a costruire il grande sogno gialloblù degli anni ’90, con la provincia diligente e felice alla conquista del mondo.

Al timone della squadra, confermatissimo, c’è Nevio Scala da Lozzo Atestino, campagna padovana. Nato nel ’47, Scala è un ex calciatore che con la maglia del Milan ha vinto pure la Coppa dei Campioni. Parla poco, Nevio, e negli anni del sacchismo – quella strana setta i cui adepti erano devoti a 4-4-2 pressing e intensité – cerca di tenere a galla i suoi ragazzi disponendoli con tre difensori centrali. Divertente coincidenza vuole che proprio il Vate di Fusignano fosse salpato verso San Siro dopo aver guidato proprio i gialloblù verso la metà degli anni Ottanta alla risalita in serie B e alla sorprendente vittoria in Coppa Italia in casa dei rossoneri.

Oggi assisteremmo a un ampio dibattito se quel Parma giocasse con un vero 3-5-2 o con cinque difensori. Discussioni che lasciano il tempo che trovano, vista la fluidità del gioco del calcio. Per salvarsi e disputare un buon campionato arrivano alla corte di Pedraneschi tre stranieri: il portiere brasiliano Claudio Taffarel, che qualche anno dopo a Pasadena avrebbe asciugato le lacrime ai rigoristi azzurri, il centrale difensivo belga Georges Grün – oggi conduttore televisivo – e il centrocampista offensivo svedese Tomas Brolin. Insieme alla spina dorsale formata dalla vecchia guardia – capitan Minotti, Apolloni, Zoratto, Melli e Osio che alla terza di campionato segna il gol della vittoria contro il Napoli – i tre nuovi arrivi trascinano il Parma al quinto posto finale e a una inaspettata qualificazione alla Coppa Uefa.

L’allenamento defaticante del Parma alla fine di ogni partita inizia ad entrare nelle tv di tutti i tifosi italiani. L’idea arriva dalla Danimarca dove Scala, da grande allenatore preparato e curioso, aveva partecipato a un corso sulle metodologie di allenamento.

L’estate successiva il Parma acquista due giocatori che diventeranno fondamentale per la leggendaria avventura di Scala e capaci – grazie alle loro caratteristiche di spinta – di rendere il sistema di gioco prescelto dal mister un meccanismo bello e maledettamente concreto. Si tratta di Antonio Benarrivo, che giunge dal Padova, ed Alberto Di Chiara in arrivo da Firenze. Due terzini offensivi – il secondo ala sinistra reinventato nel ruolo dal mister brasiliano Lazaroni – dotati di grande corsa, capacità di effettuare ottimamente entrambe le fasi, ottimo tempo d’inserimento e notevole quantità di cross dal fondo rappresentano il tassello mancante per il salto di qualità.

Nonostante l’eliminazione al primo turno in Coppa Uefa e il settimo posto finale, i gialloblù a fine stagione colgono il primo storico successo conquistando la Coppa Italia. La finale era ancora andata e ritorno, gli eroi della notte contro la Juventus sono manco a dirlo il bomber Alessandro Melli e il Sindaco Osio.

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Il primo trofeo italiano da allenatore – dopo lo Scudetto con la maglia del Milan – porta Scala a guidare nuovamente il Parma in Europa. L’obiettivo è cercare di stare nel panorama europeo a buon livello, riscattando la prematura eliminazione della stagione precedente.

In campionato la cavalcata del Parma è suggestiva: grazie anche ai 7 gol del neo-acquisto colombiano Tino Asprilla, attaccante tutto reti, pistole e capriole, il Parma conclude al terzo posto a soli nove punti dal Milan campione.

Il collaudato sistema di gioco, l’accresciuta autostima e fiducia nei propri mezzi, l’intensità e la caparbietà di alcuni uomini chiave portano il Parma per la prima volta nella sua storia in cima a un podio europeo.

Il 12 maggio del ’93 è la data in cui l’Europa scopre Parma e le sue ricchezze. Nel tempio di Wembley Scala – dopo aver eliminato fra le altre Sparta Praga e Atletico Madrid – schiera il classico 3-5-2. Nove titolari sono italiani, Asprilla in panchina che con i suoi 4 gol aveva contribuito a trascinare il Parma alla finale regalando fantasia alle geometrie gialloblù è uno di quei misteri del futbol. Ai giornalisti che incalzavano Scala risponde: «La formazione la saprete dagli altoparlanti.»

Molti di quei ragazzi arrivano a giocarsi una finale europea dopo aver combattuto insieme sui campi di serie B. «Eroi, ma non per caso» precisa il mister. Convinto dei propri mezzi il Parma finalista attende l’appuntamento con la storia all’Hyde Park Hotel, lo stesso albergo dove l’anno prima alloggiava la Sampdoria sconfitta in finale di Coppa dei Campioni.

E come ogni favola che si rispetti, arriva il lieto fine. Parma da provincia morbida, dove tutto sembra scorrere in maniera sempre liscia, si trasforma per una notte in capitale del calcio europeo. Tre a uno finale, Minotti, Melli e Cuoghi. Persino Nesti e Cerqueti nel video sotto li riascolto come una dolce nenia.

Lo status raggiunto di nuovo importante centro del calcio europeo impone alla Società di vestirsi a festa. Sono i primi passi verso il Parma di Tanzi 2.0, quello dei miliardi, dei trofei, di Thuram, Crespo, Veron e del clamoroso crac finale.

Nei due anni successivi grazie ad acquisti come quelli del jolly Sensini, del tuttocampista Dino Baggio, di Crippa e soprattutto del piccolo genio sardo Gianfranco Zola nei due anni seguenti il successo di Wembley il Parma di Scala entra in pianta stabile nel gruppo delle grandi della serie A. Il 3-5-2 o 5-3-2 continua a mietere successi: è Massimo Crippa a segnare il gol vittoria che vale la Supercoppa Europea conquistata ai danni del Milan, partecipante al posto dell’Olympique Marsiglia travolto dagli scandali.

A Copenhagen non riesce il bis nella finale di Coppa delle Coppe. Stavolta i gialloblù vengono sconfitti per 1-0 dall’Arsenal. La sfortuna (palo di Brolin) e numerose chance non sfruttate lasciano a Scala l’amaro in bocca. Rispetto all’anno prima in porta c’è Bucci e davanti Zola e Asprilla.

Difesa alta, intensità, portiere bravo a giocare coi piedi, tecnica e velocità assicurata dalla coppia Zola-Asprilla, gli inserimenti di Brolin. In questa breve sintesi, nonostante la sconfitta, tutto il bel calcio del Parma di Scala.

A secondo posto archiviato il Parma riparte di gran carriera e nella stagione successiva Scala guida i suoi ragazzi a un’altra storica pagina europea: i gialloblù vincono infatti la prima Coppa Uefa battendo la Juventus di Lippi. Il duello è entusiasmante perché coinvolge campionato e Coppa Italia, dove sono i bianconeri che in attacco schierano Baggio, Vialli e Ravanelli ad avere la meglio. In Europa però vincono i ducali, all’andata gol di Dino Baggio e miracoli in serie di Bucci, al ritorno – giocato a San Siro – basta il pari con l’ennesima velenosa rete dell’ex Dino Baggio che risponde all’eurogol di Vialli. Immediatamente a fine partita, come si può vedere nel video, Nevio Scala ha l’eleganza di dedicare la vittoria ad Andrea Fortunato, difensore bianconero scomparso qualche settimana prima a soli 24 anni a causa di una bastarda leucemia.

Non so se mi commuova di più la telecronaca di Pizzul o la chioma di Fernando Couto.

L’anno dopo Scala porta a termine la stagione senza alcun successo, nonostante l’arrivo – pur deludente – del Pallone d’Oro Stoichkov. Parmalat diventa un’azienda dagli orizzonti globali e di conseguenza il Parma, dopo essersi fatto conoscere e apprezzare, mira a diventare una vera e propria potenza europea. I miliardi di Tanzi introducono al calcio-business del nuovo millennio e all’interno di un quadro che sta cambiando i propri colori principali uno come Scala non potrebbe rimanere. «Il Parma non era contento di quello che avevamo raggiunto, voleva vincere il campionato e andare contro le grandi società o imitarle ma in una città piccola come Parma questo non era possibile. Non bastava più vincere le coppe europee e così quando Icaro si è messo le ali di cera, il sole le ha bruciate.» Si chiude con un sesto posto l’epopea gialloblù di Scala, premiato nel 2013 in occasione del Centenario della Società come miglior allenatore della storia del club. Sette anni di grandi emozioni, questo piccolo video racconta qualcosa in più dell’uomo che stava sotto alla tuta e seduto in panchina.

Sceso dalla giostra gialloblù dopo alcuni mesi l’allenatore veneto torna in pista subentrando a Galeone sulla panchina del Perugia. La salvezza non riesce, nonostante i 15 gol di Marco Negri, e Nevio decide che è arrivato il momento di esportare il suo calcio oltre i confini nazionali. La sentenza Bosman aveva difatto improvvisamente allargato i confini relativi al calciomercato dei giocatori comunitari e aperto il primo varco verso il calcio globalizzato 2.0. Anche gli allenatori italiani annusano nell’aria il profumo di esperienze straniere e Scala – forte dei successi conquistati col suo bellissimo Parma – finisce a Dortmund, in Germania, come guida tecnica dei gialloneri del Borussia freschi campioni d’Europa.

Scala succede a Hitzfeld e nel giro di pochi mesi si trova a festeggiare un successo mondiale: l’allenatore venuto dalla campagna sale sul tetto del mondo calcistico grazie alla vittoria di quella che un tempo era la Coppa Intercontinentale. Nella finale, di fronte al Cruzeiro, sono Zorc e Herrlich a fulminare il giovane Dida. Mantenendo il classico 4-4-2 di una squadra già rodata Nevio raggiunge una vittoria davvero significativa, dato che all’improvviso – nonostante il successo raggiunto con una squadra in grado di giocare un ottimo calcio – il clima italiano stava stretto. Poco mediatico per le ambizioni globali di Calisto Tanzi, era stato salutato senza troppi rimpianti. Da uomo saggio e pacato era stato in grado di gestire un ottimo gruppo anche in terra straniera raggiungendo addirittura il massimo trofeo per club. Nonostante non riesca a bissare il successo ottenuto con il Parma in Supercoppa Europea – sconfitta col Barcellona – la stagione è comunque da incorniciare grazie anche all’ottimo percorso in Champions League, interrotto solamente in semifinale contro il Real Madrid. Eppure il calcio un’altra volta mette Scala davanti a un dribbling improvviso e a fine anno, dopo una sola stagione e in anticipo rispetto alla scadenza di contratto, Scala abbandona il Borussia e saluta per divergenze di vedute con la Società rinunciando pure alla buonuscita.

Una pausa di due anni non inibisce la voglia di campo e di calcio estero di Scala, ora uno dei tecnici più ambiti a livello europeo. Nel 2000 firma per il Besiktas, ma l’avventura termina anzitempo pochi mesi dopo con l’esonero del mister dopo la sconfitta con il Fenerbahce con la squadra comunque in seconda posizione di classifica. Esperienza negativa, una delle poche – insieme alla parentesi di Perugia – che come spesso ha dichiarato nelle interviste l’allenatore veneto non ripeterebbe.

Nel 2002 valica la frontiera ucraina e porta lo Shaktar Donetsk alla conquista del suo primo titolo, gettando le basi per la crescita nazionale ed europea del club oggi guidato da Lucescu. «Ho incontrato Ahkmetov a Vienna e ho scelto lo Shaktar perché attratto dall’Ucraina. In me hanno sempre convissuto due persone: l’allenatore e l’agricoltore. A Donetsk, quando avevo del tempo libero, andavo nei campi e osservavo come lavoravano i contadini del posto. I piani ambiziosi, la struttura ultra-moderna della sede centrale e il fatto che il caviale fosse inserito nel menu dei giocatori mi convinsero. Inizialmente i giocatori erano abbastanza chiusi in se stessi, ma grazie al mio staff siamo riusciti piano piano a costruire un rapporto umano importante che ha portato i ragazzi a interagire in maniera più libera e spensierata…ho sempre pensato che tutto questo avrebbe aiutato anche in campo e così è stato, nonostante avessi virato sulla difesa a 4 in quanto dopo alcuni tentativi avevo notato qualche difficoltà nel recepire il sistema a 3.» Il primo titolo dello Shaktar coincide con il primo “scudetto” vinto da allenatore per Scala. Nella stessa stagione la squadra del tecnico italiano strappa anche la Coppa d’Ucraina agli storici rivali della Dinamo Kiev che proprio pochi giorni prima avevano salutato il proprio condottiero, il colonnello Lobanovsky.

L’avvento di Scala sulla panchina ucraina rompe con la tradizione di certe metodologie e importa un nuovo modo di fare calcio. Per Vorobei – giocatore dello Shaktar – “il comunismo era finito con l’arrivo di Scala”.

La mancata qualificazione alla Champions comporta per Scala la fine del cammino ucraino, che per un tecnico globetrotter come lui oramai significa rifare le valigie alla ricerca di un’altra esotica sfida.

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Il viaggio prosegue lungo la cortina di ferro per fare capolinea a Mosca, sponda Spartak. Primo e unico italiano a guidare il club di Mosca, Scala termina in malo modo l’avventura con un esonero non prima di aver comunque lasciato il segno grazie alla vittoria della Coppa di Russia che ancora oggi rimane l’ultimo trofeo conquistato dallo Spartak. Terminata la campagna russa, Nevio decide che è il momento di staccare la spina e riposarsi almeno per un periodo e torna dedicarsi alla sua terra.

Nonostante in rete si possa trovare qualche intervista in cui più volte manifestava la sua volontà di rientrare o la possibilità che fosse chiamato su qualche panchina, Scala non salirà più sullo sgangherato treno del calcio italiano.

L’uomo che per due volte ha rifiutato la panchina del Real Madrid trascorre oggi le sue giornate in campagna, lavorando insieme al fratello Giorgio settanta ettari di terreno dove coltivano tabacco e barbabietole. Era il ’93 quando a Torino incontra un emissario spagnolo. Ma da uomo di parola Scala mantiene fede al contratto stipulato col Parma, dove “ero solo a metà del cammino”. I merengues ripassano qualche stagione dopo, nel ’99 quando Sanz aveva litigato con Camacho e mancava un giorno al via della Liga. «Volai a Madrid, ma non ero convinto della rosa. Guus Hiddink accettò e fu licenziato 4 mesi più tardi.»

Oggi ogni tanto va a caccia, e in silenzio ricorda i tempi in cui diceva ai suoi ragazzi che “se riusciamo ad accettare i nostri limiti e i limiti dei propri compagni uniti a quelli del proprio allenatore, noi diventiamo una squadra vincente.”

Per Nevio Scala il calcio è stato semplicemente un lavoro fantastico, ma la sua vita continua a rimanere ancorata a terra, quella terra che ancora oggi coltiva e lavora, giorno dopo giorno, come fa l’allenatore con i suoi uomini.

«Faccio l’agricoltore come i miei avi, ed è un sogno. Non so se quel modello sportivo, quello stile siano ripetibili, oggi il calcio è figlio di una società degradata. Il Parma smise di essere quello che era quando perdette l’umiltà, ma la gente si ricorda di noi.»

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