La fantasia euclidea di Lele Bonetto

Di Lele Bonetto, quando ho avuto la fortuna di giocarci insieme, c’era un colpo, una mossa che più di molti altri suoi lampi mi faceva impazzire. Non si trattava di dribbling, finte o pallonetti in cui era comunque molto abile. No, c’era qualcos’altro che mi piaceva da matti.

Una giocata che dimostrava l’ampiezza della sua intelligenza calcistica, quella che per alcuni giocatori gli fa vedere gli spazi come se fossero in alto e non sullo stesso terreno verde pianeggiante.

Gli capitava di cercarla quando in campo era schierato sulla fascia sinistra – e succedeva spesso – e con le dovute differenze, visto che stiamo parlando di calcio dilettantistico, mi ricordava sempre un giocatore immenso come Totti.

Accadeva quando andava incontro al pallone – guardandolo frontalmente, con una corsa quasi incontro al proprio terzino – e d’improvviso, senza alcun senso apparente per noi onesti pedatori, di prima intenzione cambiava improvvisamente gioco.

Torsione perfetta del busto, appoggio ben piantato con il piede sinistro e sbam, una raffica di vento che sbalestrava il piano d’appoggio del match.

La particolarità di questo cambio di fronte era che – quando riusciva alla perfezione – la palla non viaggiava in orizzontale ma andava in diagonale in avanti verso il lato opposto. Ed era una vera e propria stecca, non un morbido appoggio che dà il tempo di sistemarsi agli avversari.

Una giocata che dimostrava perché Lele Bonetto fosse uno di quei rarissimi giocatori che nemmeno nelle domeniche da dimenticare qualsiasi allenatore toglieva mai.

Perché era come un quadro che all’improvviso si stacca dal chiodo, col rumore del vetro in frantumi che distrae tutti i presenti e intanto il complice si pappa tutte le tartine.

Insomma, Emanuele da Fanzolo era uno che sapeva incidere e soprattutto decidere le partite.

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Sul finire del maggio 1982 Bonetto sbuca sul mondo atterrando a Montebelluna, cittadina trevigiana natale di Aldo Serena ed Attilio Tesser. Di lì a poco l’Italia di Bearzot trionferà al Mundial spagnolo mentre in campionato il Milan retrocede in serie B. L’82 anni dopo diventerà il brand della squadra di calcetto con gli amici di una vita che, insieme a Lele, dopo aver partecipato a tornei estivi alcolici e goliardici in giro per il triveneto da dieci anni oramai sono gli organizzatori del Torneo delle Compagnie a Fanzolo – frazione di Vedelago (TV), un viaggio calcistico vintage dove dentro c’è soprattutto lo spirito di amicizia del pallone da quattro soldi, quello lontano dal calcio-business milionario e sincero come un calcio negli stinchi. O come una birra alla spina al banco di una sera d’estate.

Nonostante qualche sporadico tentativo di avvicinamento a nuoto e ciclismo, il bimbetto Emanuele si avvicina al calcio a otto anni. A quell’età ovviamente aveva già avuto modo di assaggiare il piacere della sfera di cuoio: come in tanti piccoli paesi dell’Italia intera, dalle Alpi alla Sicilia, molti bambini trascorrevano le ore fra i campi o per strada ad affrontare la stessa sfida in differita su migliaia di stadi improvvisati. L’unico arbitro implacabile era il tramonto, inflessibile fischietto violaceo e arancione che decretava la fine di ogni match al calar delle luci. «In strada, in giardino o su qualche campetto, il pallone c’era sempre. Due ciabatte per fare le porte e si giocava per ore» ricorda Lele oggi.

«Ho iniziato ufficialmente perché mio cugino, della mia stessa età, aveva iniziato ad andare agli allenamenti nella squadra di Caselle di Altivole, per cui decisi di seguirlo. Il primo allenamento fu semplicemente un sogno che si avverava. Da quel momento per me il calcio rappresentò sempre, anche da grande e nonostante gli infortuni, un momento estatico: uscivo di casa, vedevo gli amici e andavo a fare lo sport per me più bello del mondo.» Altri tempi, altro futbol.

«Alla prima vera partita cui partecipavo ricordo che il mister di allora ci dispose in cerchio per dare la formazione. Aveva una visione del gioco democratica: chiamava un ruolo e chi alzava la mano avrebbe giocato proprio in quella posizione. Passati i difensori, che nessuno voleva mai fare, alla voce mediano destro visto che nessuno si proponeva presi coraggio e lo scelsi io. Non potevo sapere bene cosa significasse davvero. Infatti dopo due partite mi spostarono nel ruolo di libero! Ovviamente come tutti desideravo fare l’attaccante, non sapevo che ci sarei riuscito qualche anno dopo.»

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Un paio d’anni bastano al piccolo Lele per mettersi subito in luce e vestire la prestigiosa maglia del Montebelluna, da decenni una vera e propria fucina di talenti della Marca Trevigiana. Il ragazzino però, evidentemente, non è ancora pronto e dopo due stagioni rientra alla base.
Trascorrono altre due campionati ed è a questo punto che la strada di Emanuele svolta verso Castelfranco Veneto. A guidarlo verso la maglia rossostellata del Giorgione – all’epoca società semi-professionistica della serie C2 – è mister Lamberto Facchinelli, che proprio dalla panchina dell’Altivolese approda a condurre i Giovanissimi di Castelfranco e trascina con sé, come ogni grande allenatore che si rispetti, il suo ragazzo più rappresentativo.

Facchinelli diventerà l’allenatore più importante della carriera di Bonetto, che insieme a lui sino alla fine della categoria Allievi vivrà con la maglia del Giorgione momenti esaltanti. «Durante i quattro anni alla guida di Fac sono migliorato come calciatore e ho iniziato a diventare uomo. Sapeva tirar fuori il meglio da ogni singolo giocatore e infatti l’ultimo anno raggiungemmo lo straordinario obiettivo di centrare le Finali Nazionali – riservate alle rappresentanti giovanili delle squadre semi-professionistiche – rimontando 9 punti al più quotato Cittadella. Alla fine di quella stagione lego uno dei miei ricordi più indelebili: vittoria in casa della Triestina, nel mitico Nereo Rocco, per 2-1 con un mio gol di testa.»

Ambiente e partita spettacolare denotano già una delle caratteristiche principali di Emanuele, una di quelle doti che impediva a molti allenatori di sostituirlo anche nelle giornate più nere: la capacità di decidere le sfide importanti. Nel 3-4-3 aggressivo e dinamico di Facchinelli, Bonetto gioca da 10 come esterno sinistro dei tre attaccanti. Tagli, dribbling, giocate di prima e colpi di tacco illuminanti portano Lele ad accrescere il bottino di gol segnati e assist cui era abituato sino a qualche anno prima.

All’ottima tecnica sullo stretto – destro e sinistro levigati in ugual misura – e alla splendida visione di gioco, che lo rende capace di leggere bene ogni trama offensiva, abbina una capacità di lotta e di incassare colpi pesanti che stupisce per un giocatore dotato di fantasia. Il classico giocatore che sembra sempre sul punto di perderla, viene sbilanciato e infine trova il corridoio, scarica poco prima di cadere o male che vada prende un fallo prezioso.

Nella stagione precedente, sempre alla guida del Fac, in Coppa Veneto contro il Peschiera sul Garda segna uno stratosferico poker in trasferta. L’unica quaterna della sua carriera viene salutata da un curioso siparietto fra gli allenatori delle due squadre col mister avversario che, a fine gara, stringe la mano a Facchinelli (nella foto sotto con la divisa del Giorgione) dichiarando: «Se quel 10 lì non arriva in serie A, io non capisco un cazzo di calcio.» La risposta, fulminea, è in pieno stile Rocco: «Ti no te capissi un casso de baeon!»

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Lele continua il percorso in maglia rossostellata sino al campionato Berretti, contribuendo alla risalita del Giorgione 2000 che rinasce dalle ceneri del fallimento del Giorgione – che dopo l’era Carron era finito nelle mani di Mario Auriemma, il Presidente con la pistola – e nel giro di pochi anni riacquista la Promozione.

Bonetto fa la conoscenza di nuovi allenatori, fra quelli che ricorda oggi con maggiore piacere Colombo e Meneghetti.

Colombo – nel campionato di Seconda Categoria – lo schiera trequartista, il ruolo preferito da Lele, che dai primi anni nei Pulcini ha imparato a capire bene come ama muoversi in campo. Dietro alle due punte Lele si esprime nella maniera più automatica possibile, a supporto dei centrocampisti per ricevere palla sul corto e creare il caos fra le linee avversarie grazie all’ottimo uno contro uno e a un cervello fluido in grado di risolvere rapidamente complicate equazioni dove spazio e tempo rappresentano semplici variabili.

Trova varchi dove non si vedono Lele, ed abbassa la temperatura delle partite. Più i match si fanno importanti e più i novanta minuti scorrono, più il suo cervello si ghiaccia e guida gambe e piedi a soluzioni complesse che a lui, evidentemente, sembravano davvero semplici. Beveva camomilla, Lele, prima delle partite e forse grazie all’effetto dell’erba calmante per i propri compagni e allenatori era una sorta di tranquillante.

Dare la palla a lui significava arrestare il proprio cronometro biologico. Potevi tirare un sospiro di sollievo in attesa dell’emozione in cui ti avrebbe fatto approdare, con quella sua anca rotonda che ingannava pure i difensori più arcigni. Dare la palla a Lelebonetto, in pratica, era la promessa che ti avrebbe salvato dagli indiani, ti avrebbe preso per mano prima di scivolare nel dirupo, e passato una coperta per scaldarti dopo un bagno inaspettato nell’acqua ghiacciata.

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Di fede interista grazie ai suggerimenti di papà Elio, Emanuele dopo l’esaltante epopea con la maglia del Giorgione approda a San Floriano, paesino ai confini della campagna castellana.

Indossa sempre i suoi scarpini preferiti, quelli della Diadora col baffo giallo che calzava l’idolo Baggio, e continua a inventare calcio – alternando come il classico genio della lampada momenti di abbagliante bellezza a fasi di oscurantismo pressochè totale – nei campetti di provincia. Qui incontra Capitan Fornasiero, uno di quei mancini talmente delicati da poter incontrare solo nelle serie minori, perché il calcio mainstream talvolta è troppo stressante per poter serenamente disegnare palombelle e quindi è meglio incantare coi propri tocchi le domeniche di paese.

Lele lo ricorda come uno dei migliori compagni con cui abbia avuto la fortuna di giocare, anche se in realtà non ha dubbi su quale sia stato il più forte in assoluto: «Spidy Gazzola, attuale capitano in serie D del Giorgione, sta una spanna sopra agli altri. Gioca ancora ad altissimo livello ed ho avuto la fortuna di vederlo crescere anno dopo anno, stagione dopo stagione, e di cogliere qualche successo insieme. Giocatore completo.»

L’umiltà e i piedi a terra di questo numero dieci gli consentono di giocare in tutti i ruoli d’attacco e a volte con successo addirittura come centrocampista centrale. Nonostante la qualità non gli difetti, è uno di quelli che non tira indietro la gamba. Acciacchi e infortuni, soprattutto alle ginocchia, si fanno sentire ma Lele non molla e con i padovani dell’Ardisci e Spera vive stagioni molto positive – semifinale di Coppa Veneto a un passo dalla Promozione – e sconforto totale a causa di una inaspettata retrocessione che ancora oggi per lui rappresenta uno dei peggiori momenti della propria carriera calcistica.

In maglia bianconera, alla guida di Checco Cargnin, è l’uomo di fantasia nel solido 4-4-1-1 che lo vede come rifinitore alle spalle di Rafa Cazzola. La libertà d’azione e un’ottima forma fisica lo portano ad essere inserito per più di qualche giornata nella top-11 settimanale. L’inaspettata retrocessione del campionato seguente rappresenta invece ancora oggi lo sconforto totale in cui è capace di far precipitare il football casereccio.

Uno specialista in campionati, però, non demorde e sempre coi bianconeri infila la quinta promozione della propria carriera riemergendo dalle sabbie melmose della Seconda Categoria. Dopo una positiva annata al San Gaetano dove manco a dirlo mette in bachecha l’ennesimo titolo, i continui guai fisici e le ginocchia scricchiolanti lo portano a cercare un dorato e anticipato esilio al borgo natio, dove lo stress e il numero di allenamenti è inferiore. A Fanzolo Lele rappresenta ovviamente la stella e per poco non riesce nell’impresa di una storica vittoria del campionato di Terza Categoria, sfumata tragicamente all’ultima giornata, mentre dopo venti minuti impotente usciva dal campo per infortunio e assisteva per una volta alla festa degli altri. Per uno orgoglioso e sportivamente permaloso come lui un vero e proprio dramma.

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Nel calcio dilettantistico ha visto di tutto, oltre a molti tecnici preparati ha incontrato come è nel corso ovvio delle cose qualche compagno esaltato, dotato di poca tecnica e molta lingua. «Non ho mai sopportato chi parlava senza pensare, fosse in campo durante la partita o in spogliatoio. Infatti rifarei ogni scelta sinora ma probabilmente avrei mandato a fanculo volentieri in certi momenti qualche compagno o allenatore…ma il mio carattere silenzioso me lo ha sempre impedito. Non ho mai fatto polemiche perché ho sempre anteposto la squadra a me stesso.»

Di tutti i compagni avuti avrebbe scommesso sulla carriera di Michele Visentini, portiere dell’alta padovana, che dopo alcune esperienze semi-professionistiche in giovane età non è riuscito a fare dei guantoni la propria professione.

Oggi Emanuele invece, smessi presto i panni del giocatore a causa dei continui infortuni allena la Juniores del San Floriano. Da ottimo e diligente operaio impiegato nel settore della segnaletica stradale prova ad indicare la via giusta ai propri ragazzi.

Come legge non scritta del contrappasso impone, il giocatore di fantasia in panchina spesso diventa un promotore di regole ferree. A onor del vero Bonetto abbinava in campo qualità a rispetto delle consegne e dei ruoli e la sua idea di calcio è infatti un mix di questi semplici concetti: «Senza la qualità del singolo a volte puoi fare fatica, perché viene a mancarti quell’imprevedibilità in grado di far saltare gli schemi avversari. Però senza un bravo allenatore puoi nascondere i difetti solo per un breve periodo, prima o poi viene a galla la mancanza di un gioco ed idee condivise. Soprattutto però sono un fedele seguace delle regole di base, riguardanti ritardi, cura del materiale e delle strutture, rispetto verso i compagni. Senza queste accortezze, forse banali, non penso ci possa essere una squadra vincente. Poi a tutto questo vanno abbinate fame e determinazione, senza trascurare il famoso fattore C che non guasta mai!»

Per il futuro sogna semplicemente una famiglia e dei figli che possano essere orgogliosi del proprio papà. Del calcio di una volta – nonostante oggi riconosca che la tecnologia abbia portato numerosi miglioramenti soprattutto in relazione agli strumenti fondamentali come palloni, scarpe e abbigliamento – rimpiange “la passione e la semplicità che lo circondava. Ricordo con molta nostalgia che praticamente ogni frazione aveva la propria squadra in cui credere. Per numerosi motivi oggi tutto questo è cambiato e ha portato all’estinzione del campetto di paese, il luogo principale deputato all’incontro di bambini e ragazzi del posto. I settori giovanili sono diminuiti e per un bambino è più semplice stare sul divano davanti alla playstation o addirittura – dice proprio così – praticare altri sport. La situazione economica grava inoltre su questa trasformazione, dato che gestire una Società calcistica oggi è un costo che diventa ogni giorno sempre più impegnativo. Ogni fusione per me è però fonte di nostalgia: adoravo il calcio genuino dei campanili.»

Strano a dirsi per uno che di campanili in carriera ne ha messi davvero pochi. Al massimo cambiava campo, di prima, senza guardare.

Chissà se oggi ai suoi ragazzi insegna come si fa.

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IDOLI: Roberto Baggio – Francesco Totti – Andres Iniesta

RUOLO: Trequartista / Seconda Punta

FRASE: «Il calcio mi ha regalato quei momenti di felicità che provi quando puoi fare la cosa che ti piace di più e la possibilità di conoscere persone nuove e pure qualche compagno divenuto amico vero. Mi ha tolto qualche festa in più, e forse qualche week-end in giro come ad esempio la libertà di poter una volta andare all’Oktober Fest. Non lo rimpiango però più di tanto, piuttosto col passar del tempo maledisco il conto presentatomi sotto forma di continui dolori alle ginocchia e alla schiena.»