Heartland, il pallone fangoso del cuore nero inglese

«Doveva andare così. Niente spiegazioni. Se lasciavano calmare le acque si poteva continuare anche venti, trent’anni, tutta la vita, senza una parola sulle elezioni, sulla realtà delle cose. Si insabbia tutto e via, si sceglie di tacere per continuare a salutarsi, bere una birra ogni tanto, lamentarsi del campionato dei Lupi. Sempre se le cose si stabilizzavano, certo. Com’è che aveva detto, Glenn? Il cambiamento è nell’aria»

Bum. Puoi leggerlo in spiaggia, in treno, sotto alle coperte, svaccato in divano o assorto su un tavolo con un cornetto in una serata estiva ma Heartland di Anthony Cartwright ti squarcerà comunque, lasciandoti addosso la polvere cinerea di un’uggiosa giornata nelle periferie inglesi.

Nato a Dudley, a sole 16,3 miglia da Birmingham, lo scrittore inglese laureato in Letteratura Angloamericana ha svolto i lavori più disparati, nella metropolitana di Londra come in un impianto di inscatolamento carni.

Uscito in Gran Bretagna nel 2009, questo splendido romanzo è stato fortunatamente edito in Italia a gennaio 2013 da 66thand2nd.

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Calcio, vita da pub, elezioni fra Laburisti e British National Party, storie d’amore e fallimenti, speranze e delusioni degli immigrati arrivati in Inghilterra si mescolano alla perfezione in questo romanzo che prende le forme di una partita, suddiviso in primo tempo, secondo tempo ed infine risultato finale.

A tenere le redini della narrazione è il match del Mondiale nippo-coreano del 2002 fra Inghilterra e Argentina.

Il “september 11” dei mesi precedenti ha riversato nera pece sulla comunità siderurgica di Dudley e sulla convivenza fra britannici e musulmani.

Tre grandi partite si giocano all’interno della storia: oltre a quella alla televisione, da cui assistiamo tramite gli occhi di Rob – il protagonista, c’è l’atteso big match che decreterà il vincitore della rispettiva lega dilettantistica fra i locali del Cinderheath e la compagine musulmana capitanata da Zubair, amico proprio dell’avversario Rob. Fango e intimidazioni appesantiscono il clima, squarciato da conati di odio e rigurgiti di invidia, e l’atmosfera di una cittadina che si appresta alle elezioni fra i Laburisti e il British National Party, ostile alla costruzione di una nuova megamoschea nell’area dove un tempo fumavano le acciaierie.

Grazie a un sapiente intreccio l’autore confonde le vicende esistenziali di Rob, calciatore fallito che ha solo sfiorato l’esordio con l’Aston Villa, dell’amico pakistano Adnan scomparso nel nulla da anni salvo ripresentarsi con un sapiente colpo di scena, della compagna di scuola di entrambi Jasmine che dopo anni ed amori dalle alterne fortune ritorna per insegnare al borgo natio.

Mentre Rob dedica il proprio tempo alla professione saltuaria di insegnante di sostegno, lo zio Jim cerca, pensieroso e sfiduciato, di vincere le elezioni.

Nel quartiere violenze e bullismo, come lo sfregio del piccolo Andre, regalano vortici di tensione palpabile. Intanto l’avvocato Zubair pensa al fratello scomparso Adnan, e alla sua giovinezza immerso nei numeri del computer dove – accada quel che accada – o sei uno o sei zero. Non c’è via di scampo.

Il padre di Rob, talento bruciato sull’improvviso altare di un grave infortunio, beve birra e accompagna da lontano con lo sguardo i picchi malinconici del figlio.

Sensibilità, pallonate e rimpianti creano lo splendido personaggio di Rob scisso fra le proprie idee e intenzioni e la necessità di fare buon viso a cattivo gioco, trovandosi a giocare con compagni fedeli sostenitori del Bnp.

Dialoghi vividi, panoramiche veriste e realismo crudo sono la cifra stilistica di una storia sulla fottuta bestiola umana e su come vanno le cose nel mondo.

In mezzo a tutto questo, non solo una partita, ma amore, odio, cenere, politica, smarrimento e un silenzio che fa un grande rumore.

Consigliatissimo.

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“Rob la vide, le andò incontro, si preparò al contrasto, Glenn cercò di abbassarsi per togliersi di mezzo tra lui e la palla. Voleva stoppata ma non c’era spazio, non c’era tempo, Rob non riusciva a distogliere lo sguardo da una macchia di fango su un lato della palla in discesa, dritta verso di lui, tirò senza guardare, collo pieno, l’aveva presa bene, lo sentì da come gli schizzava via dallo scarpino. Guardò, mentre avanzava di un passo. La palla andava dritta sul portiere ma all’ultimo momento deviò, scavalcò le sue mani aperte, si abbassò sull’angolino ed entrò in rete. Per un attimo fu dentro. Si sentì il rumore del palo interno colpito dal tiro al volo, poi la palla volteggiò di nuovo al centro dell’area piccola, sul lato opposto. Non finiva mai, mai, eppure era stato un attimo. La palla atterrò davanti a Lee che con la punta del piede la spinse proprio al centro della rete. Grida.”

La laguna nel cuore

Tifare una squadra che ha lo stadio in mezzo all’acqua significa non avere punti di riferimento, sostenere l’imprevedibile, supportare un’abbinamento cromatico unico.

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate. È anche innamorato dell’arancioneroverde e in questo pezzo vi racconta come si tifa a Venezia. 

«Avete i colori più belli d’Italia». Se dovessi fare un sondaggio sulle osservazioni ricevute da chi mi chiede per quale squadra faccio il tifo, queste sette parole vincerebbero per distacco. Anche la domanda “lo stadio è davvero in mezzo all’acqua?” ha vissuto momenti di celebrità ma ammetto che gli apprezzamenti sull’armonia cromatica arancio-nero-verde (negli ultimi anni tendente all’arancio-bianco-verde) infiammano nel profondo la mia fede. L’insolito abbinamento mi ha spesso permesso di atteggiarmi come gli abitanti di qualche sperduta valle orgogliosi del loro formaggio DOP a produzione limitata o come i gruppi cinefili che conoscono a memoria la filmografia d’avanguardia centro-americana degli anni ’80, ammesso che esista.

Qui, però, qualcosa che non esiste c’è. È la squadra per cui faccio il tifo: il VeneziaMestre. Arancio-nero-verde.

Lo Stadio Penzo visto dall'alto, Isola di Sant'Elena

Vista dall’alto dello Stadio Penzo, Isola di Sant’Elena

Tutto ha inizio nel 1919 con l’Associazione Calcio Venezia, la nuova denominazione societaria del Venezia Foot Ball Club nata solo dodici anni prima. Nel 1987 (il nostro, inteso come popolo calciofilo lagunare, 1798, 1915, 2000…) avviene la storica fusione per opera di Maurizio Zamparini, attuale presidente del Palermo: ai nero-verdi veneziani l’imprenditore friulano affianca (grazie ad una fusione societaria per incorporazione) gli arancio-neri del Mestre. Come se domani arrivasse uno sceicco arabo o un tycoon americano e decidesse di fondere in un’unica squadra di calcio Pisa e Livorno, Brescia e Atalanta, Messina e Reggina. Prende così vita il Venezia-Mestre, denominazione mai registrata con atti ufficiali presso la FIGC e di fatto società mai esistita. Il VMFC (Venezia Mestre Football Club) o l’Unione, come amiamo chiamarla noi tifosi dal 1987, è la migliore conseguenza possibile della fusione di stili di vita diversi, intrecci di storie contrastanti, mescolanze di colori non abbinabili, armonie filosofiche distanti: quelle tra terraferma e centro storico lagunare, tra le città di Venezia e Mestre, tra evoluzioni terrestri ed acquatiche, tra due colori secondari, l’arancione e il verde, che trovano la loro sintesi nell’assenza di colore, il nero.

L’amore per il VeneziaMestre è un amore fondato su un’insolita, irrinunciabile, assenza: quella di una squadra di calcio ufficialmente riconosciuta. E quando trascorri sugli spalti adolescenza, gioventù e i primi anni della maturità urlando al cielo il nome di una squadra che nessuno, fuori dalla provincia, (ri)conosce, si insinua in te la consapevolezza che tutto, in quella dimensione di tifoso-errante, è secondario. La squadra non esisterà, ma abbiamo i colori più belli d’Italia, forse del mondo. E le vittorie, non sul tabellino, contro bianconeri, nerazzurri, biancorossi, rossoblù sono assicurate. Col cappotto.

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L’amore per il VeneziaMestre è un’astrazione dal risultato sul campo, dalla posizione in classifica a fine campionato, dal mercato estivo e da quello di riparazione. Se tifassimo l’Unione, con la U maiuscola, con questi propositi finiremmo per stancarci e alienarci. Come quando da ragazzino snobbi la coetanea bionda fingendoti intrigato da quella mora meno carina.

La passione per il VeneziaMestre è una propensione verso l’incerto, l’indefinito, il precario, il provvisorio e l’inaspettato (negli ultimi 10 anni la società è fallita due volte: nel 2005 e nel 2009, ripartendo dai Dilettanti). Come quando lo Stadio Penzo, quello in mezzo all’acqua e secondo impianto più antico d’Italia (costruito nel 1913, due anni dopo il Ferraris di Genova), fu la cornice della più recente dimostrazione tridimensionale della geometria non euclidea.

Sarà pure documentato che l’ultimo (e unico) trofeo degno di nota sia datato 1940-41 (Coppa Italia) e che il più recente è un misero scudetto di Serie D (stagione ’11-’12) ma noi abbiamo visto cose che nemmeno al Bernabeu ed Anfield, tipo questa. Silenzio:

E le (poche) partite memorabili rimangono nei racconti e negli occhi di chi le ha vissute. 1993, sedicesimi di Coppia Italia: dopo il pareggio strappato a Torino, la vittoria a Venezia per 4-3 contro la Juventus con tripletta di Campilongo, che elimina i bianconeri dal torneo. E poi il 3-1 rifilato, sempre in casa, all’Inter di Ronaldo (autore su rigore del gol nerazzurro) che sancì la salvezza certa nella stagione ’98-’99 (2-0 dopo quattro minuti).

Aver seguire a San Siro il Venezia-Mestre significa assistere ad un rigore parato a Shevchenko, capo cannoniere di quella stagione, da parte del difensore brasiliano (colonna della retroguardia veneziana mi sembra eccessivo) Fabio Bilica subentrato al portiere Casazza espulso per fallo sullo stesso attaccante ucraino. Bilica sarà in grado di intercettare anche la ribattuta di Boban ma non il tap-in vincente di Orlandini.

Rimanendo tra i pali significa aver seguito da vicino le gesta di Massimo Taibi, titolare nella stagione ’98-99 in prestito dal Milan chiuso dal titolare Sebastiano Rossi, che viene chiamato a Manchester da Alex Ferguson. Nella prima partita inglese, contro il Liverpool, viene nominato “Man of the Match” ma è dopo poche partite che avviene l’impensabile (tanto quanto la chiamata dello United) contro lo Southampton: un tiro innocuo da fuori area di Le Tissier che Taibi si lascia sfilare goffamente sotto le gambe. Dalla laguna alla Coppa Intercontinentale in otto mesi.

Pura imprevedibilità. Cosa puoi aspettarti da una squadra con questi colori e che gioca, unica in Italia, in uno stadio che si può raggiungere solo piedi o via acqua?

Quelle tinte apparentemente scombinate e la vocazione per l’imponderabile possono trascinarti in uno stadio appoggiato su un’isola e costringerti a viaggi più scomodi delle partite giocate in trasferta. Tutto per seguire una squadra che in 107 anni di storia si è chiamata in dieci modi diversi (in media un cambiamento ogni decade anni circa) e che ha avuto livree colorate di blu, rosso, rosso veneziano (quello del gonfalone della Repubblica Serenissima), verde, nero, arancione e bianco. Quasi sempre mescolati e combinati tra loro.

L’amore per il Venezia-Mestre può avere affascinanti origini cromatiche ma è mosso da un’indefinibile inclinazione per l’incerto, che un giorno, chissà, potrà riportarci nel paradiso del calcio catapultandoci con la memoria negli anni Quaranta, i migliori della storia calcistica veneziana. Quando Ezio Loik e Valentino Mazzola erano i fari della laguna e “i putei de Venexia ghe dava dentro con appassionato fervore, per non dire con rabbia”.

Storie di calcio sotto l’albero

“E il calcio era lì per parlarmi di loro, di pomeriggi assolati e interminabili, di vecchietti urlanti alle finestre, di palloni bucati, di cose che sono lontane ma si assomigliano, del mistero della vita e del tempo che passa, e di quanto poco ne sappiamo noi di tutto questo.“ (E. Remmert)

A Natale puntuali come il gran bollito arrivano i soliti servizi relativi a un anno di sport, magari di calcio, di facce e di emozioni.

Per noi, che apprezziamo il calcio – e lo sport – raccontato con le parole scritte, sarebbe bello trovare sotto l’albero un libro che ci faccia emozionare come uno sbilenco e improbabile esterno sotto al sette al novantaquattresimo di una domenica uggiosa. Proviamo a lasciare qualche consiglio, fra ultime uscite e grandi classici. Con una chicca finale.

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Jorge Valdano “Le undici virtù del leader. Il calcio come scuola di vita”

Chi si è innamorato del sognatore di Futbolandia, non potrà non scegliere questo libro che racconta con lo stile caldo e sensibile proprio dell’ex Direttore Generale del Real Madrid le caratteristiche imprescindibili di un vero leader moderno. Fra credibilità, passione, stile, umiltà, talento e semplicità c’è modo di rivedere il calcio sotto un’altra luce. Non manca una stilettata letteraria all’acerrimo nemico Mourinho: «Se Guardiola è Mozart, Mou è Salieri. Sarebbe un grande musicista se non esistesse Mozart».

John Doe “Solo come in area di rigore”

Luca Leone, web designer romano che risponde al nome d’arte sulla copertina, è l’autore di una storia dove il protagonista è José Henrique, terzo portiere portoghese del Benfica che si trova a vincere la Coppa dei Campioni. Dopo il successo la caduta è rovinosa, e l’enigma che Josè si trova a sbrogliare segue i ritmi del thriller. Prefazione di Angelo Peruzzi.

– Federico Buffa e Carlo Pizzigoni “Storie Mondiali”

Sperling ha messo su carta le dieci straordinarie vicende legate al Mondiale di calcio e alla sua storia, raccontate quest’estate su Sky da colui che ormai è semplicemente il più formidabile narratore sportivo italiano. Insieme al fedele Pizzigoni, Buffa ripercorre azioni indimenticabili che finiscono per tracciare un ampio quadro globale. Parlando di calcio si finisce ad ascoltare musica, a conoscere la politica e ad appassionarsi alla storia del mondo srotolata lungo un rettangolo verde.

– Ivan Sica “Arrigo. La storia, l’idea, il consenso, la fiamma”

La neonata Edizioni In Contropiede, che prende forma all’inizio dell’anno lungo i nebbiosi e cinematografici avamposti della Riviera del Brenta, pubblica la storia romanzata di Arrigo Sacchi da Fusignano. L’uomo nuovo del calcio mondiale, col pressing alto e il 4-4-2 orchestrato col megafono dall’alto a Milanello, è una delle migliori intuizioni di Silvio Berlusconi, che oltre a portare il Milan sul tetto del mondo e nella hall-of-fame delle migliori squadre di sempre contribuisce a creare il terreno della strategia del consenso che investe il territorio italiano. In “Arrigo”, scritto da Ivan Sica, prende forma l’incendiario Sacchi, perfezionista maniacale più volte colpito dallo stress.

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Dei libri di calcio che ho letto nell’ultimo anno e mezzo mi permetto di suggerire “L’Alieno Mourinho” di Sandro Modeo e “Atletico Minaccia Football Club” di Marco Marsullo. Il primo è una sorta di trattato con spunti a tratti filosofici sulla figura di Josè da Setubal, un racconto approfondito che sviscera aspetti metodologici ed esistenziali di uno degli allenatori più famosi del globo, ben scritto ed illuminante. Il secondo è invece un romanzone incalzante sui campi improbabili dell’Eccellenza campana, dove Vanni Cascione – mister il cui unico dio è proprio Mourinho – guida l’Atletico Minaccia Football Club in un campionato esaltante, fra camorra, portieri cocainomani e stopper detti “Trauma”. Divertentissimo e romantico insieme.

Conservo inoltre sulla libreria, pronto da inforcare, “Heartland” dell’inglese Anthony Cartwright: ambientato nella sua Dudley, il romanzo incrocia le vicende della squadra locale del Cinderheath FC impegnata contro la compagine musulmana della stessa città. Sullo sfondo i mondiali nippo-coreani del 2002, a pochi giorni dalla storica sfida fra Inghilterra e Argentina. Rob – ex giocatore e insegnante di sostegno – non ha alcuna voglia di giocare la partita, che potrebbe scatenare una guerra razziale in una periferia abbandonata a sé stessa. Promette bene.

Nella libreria conservo inoltre “Ogni benedetta domenica” di Fulvio Paglialunga. Non posso infine esimermi dal suggerire un libro che ho letto ancora qualche anno fa e che ho amato tantissimo. Si tratta di “Un’ultima stagione da esordienti” di Cristiano Cavina.  Anche se, come molti sapranno, a oggi il migliore racconto di sport mai scritto rimane probabilmente la biografia di un tennista. “Open” che racconta la testa e il cuore di Andre Agassi e che consiglio in maniera davvero calorosa.

E se di libri siete sommersi, pensieri e parole sportive per le orecchie potete trovarli su Fonderia Mercury: Atleticamente è una serie di corti radiofonici, realizzati per la Rete Due della RSI, da Gianmarco Bachi e Sergio Ferrentino. Storie di calcio, di uomini, di folle che immortalano alcuni grandi momenti in soggettiva, dal rigore di Baggio a Pasadena sino alla famosa testata di Zidane a Berlino, portando l’ascoltatore nei flussi inarrestabili e sincronici della mente dello stesso giocatore protagonista. All’iniziativa collabora anche il nostro Luca Cancellara.

Buone Feste da Rovesciate.

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Ezio Vendrame, ogni alba ha i suoi dubbi

Ho staccato gli ormeggi

dal peso delle cose

e mentre truffo le notti

negandomi ai sogni,

dintorni di una lacrima

ferita, salpo.


Ezio Vendrame

 

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PREMESSA: Dare un titolo a questo pezzo è stato difficilissimo. Ho scelto infine una citazione di Alda Merini perché nessuna delle espressioni canoniche tipo “genio e sregolatezza”, “calcio e poesia” e cose di questo genere possono esprimere in senso compiuto tutta la vorace esistenza di Ezio Vendrame e il fuoco intimo che alimenta quest’uomo friulano, un fuoco che si sente scoppiettare quando si ha la fortuna di incontrarlo dal vivo.

Qualche giorno fa, esattamente martedì, più o meno tutte le pagine che seguo sui Social dedicate al variopinto mondo del pallone hanno celebrato – giustamente oserei dire – il nono anniversario della triste scomparsa di George Best.

Il leggendario numero 7 dello United è un personaggio talmente pop da rappresentare davvero un’icona globale per chiunque segua il calcio e adori i suoi personaggi ribelli.

Custodisco gelosamente – e indosso ancora ogni tanto per fortuna – una maglietta acquistata on-line su Philosophy Football. La t-shirt riporta una delle sue frasi più famose, un po’ come quelle che vedete da anni sui banchetti di qualsivoglia festival “indipendente” dedicate a Ernesto Guevara.

L’Italia – da sempre affamata di afrori anglofoni (pensate alle cover italianizzate degli anni ’60 come questa, splendida peraltro, di Celentano) aveva bisogno di etichettare e individuare il proprio George Best. Buona parte dell’opinione pubblica e degli stessi addetti ai lavori hanno affibbiato questa nomea di Best all’italiana al buon Ezio Vendrame. Che, fatalità, ha festeggiato il suo sessantasettesimo compleanno proprio lo scorso venerdì 21 novembre.

Dire che Vendrame da Casarsa non assomigliasse – almeno un pochino – al suo collega più famoso d’Inghilterra è ingiusto. I lunghi capelli, la maglia numero 7, i numeri in campo con la divisa biancorossa del Vicenza e gli eccessi fuori dal rettangolo di gioco ben raccontati anche nei libri di questo oramai anziano signore di Casarsa sono noti a chi ama il calcio e le sue storie.

Da quando salì sul pallone e si mise la mano in fronte a mo’ di vedetta prima di effettuare un lancio preciso ai compagni che tardavano a smarcarsi, sino al momento in cui – durante una partita – prese la palla in mano per salutare con dovuta proprietà il suo grande amico Piero Ciampi presente in tribuna, Vendrame ha scritto e raccontato molti aneddoti che potete liberamente scovare leggendo i suoi racconti o spulciando il web.

Quello che mi interessa sottolineare però è che definire Vendrame come il Best all’italiana è fare un torto a questo magnifico e raro esemplare d’uomo che è Ezio.

Uno che dava appuntamento sulla tomba di Pasolini ai giornalisti diretti a Casarsa per intervistarlo “perché è ancora la persona più viva di questo paese” (ma potrebbe starci anche la p maiuscola), uno che conserva dentro le proprie fragili ossa un’anima così ricca, contrastata, multiforme e affamata, non avrebbe potuto certo diventare il simbolo di un’era come è stato – probabilmente suo malgrado e nemmeno del tutto in maniera consapevole – per George da Belfast.

Vendrame da molti anni ormai scrive poesie e sinceramente devo dire che alcune delle sue ultimissime apparizioni mi hanno sorpreso, dal ruolo di opinionista al Sanremo organizzato da Bonolis nel 2005 sino a un incontro a cui ha presenziato lo scorso anno durante la campagna elettorale del Movimento 5 Stelle per le elezioni del Sindaco di Treviso.

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A parte queste sue scelte – che rimangono personali e di cui possiamo conoscere solo impressioni parziali riguardo alla realtà delle cose, conservo dolcissimi ricordi di Ezio Vendrame che, con la timidezza della sua erre arrotata e la passionale sincerità di un bambino cresciuto in orfanotrofio e affamato di vita, ho avuto il piacere di incontrare in un paio di occasioni.

Anni or sono, sinceramente non ricordo se fosse il 2002 o il 2003, a Trebaseleghe (PD) era stato organizzata una presentazione del suo ultimo libro (di conseguenza uno fra “Se mi mandi in tribuna, godo” o “Vietato alla gente perbene”). Ero un giovinastro di nemmeno ventanni e alla fine presi coraggio e gli portai una letterina che gli avevo scritto, ciò che avevo letto, cosa sognavo, quello che mi ispiravano le sue parole e l’ironia senza filtro che inseriva spesso nelle sue storie di vita vissuta. La prese e mi ringraziò, quasi emozionato.

Qualche settimana dopo arrivò a casa mia una busta bianca. Il destinatario ero io e il mittente Ezio Vendrame da Casarsa. Il biglietto inserito riportava una semplice scritta, dei caldi ringraziamenti e la sua firma.

Una cosa da scaldare talmente tanto che alcuni mesi dopo ero addirittura ancora più impressionato nel ritrovarlo casualmente a un concerto al Fishmarket di Padova.

In compagnia di un amico – appassionato di calcio e di musica – mi ero diretto a sentire i Tetes de Bois, una band cantautoriale di Roma.

In occasione del tour per “Pace e Male” – un disco doppio bellissimo dove fra gli ospiti compare pure Gianni Mura in quel capolavoro che è “La canzone del ciclista” – la band ha suonato pure la canzone scritta proprio da Vendrame per quell’album.

Ezio dunque non si era fatto scappare l’occasione di sentirli dal vivo e per me offrirgli una birretta, a fine serata, nel mezzo di due chiacchiere lievi con il tono di chi sta in quel mistico confine che confonde un vecchio amico e un mito, rappresentò l’ennesima occasione per toccare con mano la straordinaria semplicità di quest’uomo che da giovane giocava bene a calcio e ha sempre desiderato vivere a pieno ogni esperienza.

Oggi ogni tanto, specie nelle fredde mattine di pioggia, mi sveglio e spero di vederlo riapparire all’improvviso – come faceva in campo dopo un tunnel al malcapitato avversario che lo trovava senza accorgersi già oltre, lanciato verso la porta con riccioli al vento e calzettoni abbassati – per chiedergli con calma come sta, sapere come vive ogni giorno Ezio Vendrame, dove porta a spasso la sua anima e se conserva da qualche parte un pallone per fare due palleggi ogni tanto.

Da bimbo cresciuto in orfanotrofio – nonostante i genitori fossero vivi ma separati – ha ribadito lui stesso di come il calcio abbia rappresentato sin dall’infanzia uno degli unici modi per dribblare le angherie dell’esistenza.

La canzone da lui scritta per i Tetes de Bois comunque la potete ascoltare qui ed è piena della struggente forza intima che Vendrame sprigiona.

“Fino a quando il futuro apparterrà ai poeti, il profumo dei fiori sarà salvo”.

Non l’ha scritta George Best, ma Ezio da Casarsa un tempo calciatore.

Fegato e cuore: in campo come nella vita

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.

“In Inghilterra nemmeno i campetti di allenamento delle squadre giovanili di calcio sono spelacchiati. Il football è una religione. E l’erba è la chiesa dova la si pratica.”

Quando ho iniziato a leggere “Fegato e Cuore” di Alessandro Marchi (Book Salad – pp. 236, 13 euro) ho capito che sarebbe diventato un ghiotto boccone per chi, come noi, si alimenta di football, aria frizzante londinese, squadre di periferia e di quel magico senso di unione tra modi di vivere, tradizioni e culture che il calcio detiene.

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Fegato e cuore sono quelli su cui Vincenzo Caligiuro, italiano immigrato a Londra a cercar fortuna, deve investire per avviare la sua nuova vita nella capitale inglese: il mangiaspaghetti alle prese con lavori monotoni e insoddisfacenti, con scomodi coinquilini, con qualche barriera sociale da abbattere

“Ero astemio. Ciò aveva reso estremamente complicato farmi accettare all’interno di qualsivoglia gruppo o comunità su suolo britannico.”

 e pericolo fisico in vista

“Mi resi conto di come in quei primi giorni […] avrebbero potuto rapinarmi, violentarmi, picchiarmi o schiavizzarmi. Ma avrebbe anche potuto andarmi peggio. Avrei potuto incontrare Steve Campbell.”

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Fegato e cuore. Gli organi necessari a sopravvivere e provare ad avere una vita migliore. Steve Campbell, in fondo, questo desidera. E per riuscirci gli è stato necessario mettere sotto formalina il primo cuore e conservare in petto quello nuovo. Steve per una malformazione congenita non è riuscito a diventare un campione del calcio inglese, vive nell’East End e le partite del West Ham sono la sua unica ragione di vita.

Con queste credenziali come potrà apparire Vincenzo agli occhi di Steve?

 “Non sapevo giocare a calcio quindi probabilmente faticava a classificarmi come uomo.”

Fegato e cuore. Quelli che mettono nel loro gioco gli immigrati del Bari Football Club, ogni fredda domenica nei campi spelacchiati della periferia londinese. Una squadretta di turchi, arabi, indiani (e un italiano) con poche velleità e certezze, tra cui quella di ritrovarsi a fine allenamento al bancone del pub per una meritata pinta.

bari FC

“Per me il Bari FC era diventato un mondo in cui trovavo quello che non avevo avuto né a casa, prima, né in Inghilterra. Un mondo fatto di persone, di individui con le proprie particolarità, mai monotoni e capaci di trasmettermi una visione del mondo attraverso tanti occhi.”

Steve e Vincenzo. Tre cuori, sradicati. E un’amicizia che nasce, tanto per cambiare, grazie ad una birra. E si consolida attraverso semplici, quotidiani, maschilisti riti che finiscono per saldare le vite disorientate dello mangiaspaghetti e dell’hooligan disadattato.

Perché nella vita, per superare le difficoltà, per trovare il coraggio di riscoprirsi e farsi scoprire, per credere di più in sé stessi e negli altri ci vogliono fegato e cuore. Come per correre 90 minuti in mezzo al campo.

“Vincenzo, un’ultima cosa: comprati delle scarpe da calcio.”