Sulla cattedra del successo: a lezione da Phil Jackson

Philip Douglas “Phil” Jackson è un ex cestistaallenatore di pallacanestro e dirigente sportivo statunitense.

Ha vinto 2 titoli da giocatore (con i New York Knicks) e 11 da allenatore (6 con i Chicago Bulls, 5 con i Los Angeles Lakers).

Eleven Rings – L’Anima del Successo è un libro meraviglioso, consigliato non solo a tutti gli sportivi e agli amanti dei concetti legati al coaching, ma è un viaggio interiore nella storia di un uomo capace di collegare altri uomini, di metterli in connessione, e guidarli a raggiungere le mete preposte, affrontando sconfitte, pressioni e cambiamenti.

Questo è un semplice aforismario tratto dal libro e dedicato a chiunque ricerchi possibili spunti per la crescita di sé stessi e del gruppo di lavoro che si trova a guidare.

Una lettura vivamente consigliata.

“Un altro aspetto degli insegnamenti buddhisti che mi ha influenzato è l’enfasi sull’apertura e la libertà. Il maestro zen Shunryu Suzuki ha paragonato la mente a una mucca in un pascolo. Se rinchiudi la mucca in un piccolo spazio, diventerà nervosa e frustrata e inizierà a mangiare l’erba del vicino. Ma se le dai un grande pascolo per poter vagare liberamente, sarà più contenta e meno incline a cercare di fuggire.”

“So che stai pensando di diventare allenatore, prima o poi. Penso che sia una buona idea, ma allenare non è solo divertimento e partite. A volte non importa quanto tu sia una brava persona, dovrai comportarti da stronzo. Non puoi fare l’allenatore se hai bisogno di piacere a tutti.”

“Ciò che adoro della lista di Monk è il messaggio essenziale sull’importanza della consapevolezza, della collaborazione e dell’avere ruoli chiaramente definiti, principi che si applicano tanto al basket quanto al jazz. Ho scoperto presto che il miglior modo per coordinare i giocatori in azione era di farli giocare a un ritmo di quattro quarti. La regola-base era che chi portava palla doveva fare qualcosa prima della terza battuta: o la passava, o tirava, o iniziava a palleggiare. Quando tutti tenevano il tempo, diventava più facile armonizzare l’uno con l’altro, battuta dopo battuta.”

“Era difficile giocare contro di noi – dice Kobe Bryant – perché gli avversari non sapevano mai cosa stavamo per fare. Perché? Perché nemmeno noi sapevamo cosa avremmo fatto da un momento all’altro. Tutti leggevano e reagivano l’un l’altro. Eravamo una grande orchestra.”

“Il basket è un grande mistero. Puoi fare tutto nel modo giusto. Puoi avere il mix perfetto di talento e il miglior sistema offensivo possibile. Puoi organizzare una strategia difensiva infallibile e preparare i tuoi giocatori a ogni possibile eventualità. Ma se il gruppo non è unito, i tuoi sforzi saranno vani. E il legame che unisce una squadra può essere molto fragile, e tremendamente sfuggente. L’unità di un gruppo non si può controllare accendendo o spegnendo un interruttore. Bisogna creare il giusto ambiente affinchè possa crescere, e poi alimentarla giorno per giorno.”

“Non c’è bisogno di dire che la professione dell’allenatore attira un sacco di maniaci del controllo, impegnati in continuazione a ricordare a chicchessia che sono loro i maschi alfa dello spogliatoio. Capita anche a me. Ma negli anni ho imparato che l’approccio più efficace è quello di delegare il più possibile l’autorità e coltivare le capacità di leadership di tutti. Quando ci riesco, questo non solo costruisce l’unità di squadra e permette agli altri di crescere, ma anche – paradossalmente – rafforza il mio ruolo di leader. Alcuni allenatori limitano gli input da parte del proprio staff perchè vogliono essere loro l’unica voce dominante nella stanza. Io, invece, incoraggio tutti – allenatori e anche giocatori – a prendere parte alla discussione, per stimolare la creatività e favorire un ambiente più incline a includere che a escludere. Questo è particolarmente importante per i giocatori che non hanno un grande minutaggio. La mia poesia preferita sul potere dell’inclusione è “Outwitted” (Beffato) di Edwin Markham:

Disegnò un cerchio che mi escludeva –

Eretico, ribelle, in disprezzo mi aveva.

Ma l’amore e io avemmo l’astuzia per trionfare:

disegnammo un cerchio che lo faceva entrare!”

“La storia che aveva catturato l’attenzione di Paxson parlava di un giovane principe che era stato mandato dal padre a studiare come diventare un buon governante presso un grande maestro cinese. Il primo incarico che il maestro gli assegnò fu quello di passare un anno da solo nella foresta. Quando il principe tornò, il maestro gli chiese di descrivere cosa avesse sentito e lui rispose: «Riuscivo a sentire il canto dei cuculi, il fruscio delle foglie, il movimento dei colibrì, il gracchiare dei grilli, il soffio dell’erba, il ronzio delle api e il sibilo o le grida del vento.» Dopo che il principe ebbe finito, il maestro gli disse di tornare nella foresta per sentire cos’altro poteva essere udito. Così il principe tornò indietro e sedette da solo nella foresta per diversi giorni e notti, chiedendosi a cosa si riferisse il maestro. Poi, un mattino, iniziò a sentire dei flebili suoni mai uditi prima. Non appena tornò dal maestro, il principe disse: «Quando ascoltavo più attentamente, potevo sentire ciò che non si sente – il suono dei fiori che si aprivano, il rumore del sole che scaldava la terra, e il suono dell’erba che assorbiva la rugiada mattutina.» Il maestro annuì. «Sentire ciò che non si sente» disse, «è una disciplina indispensabile per essere un buon sovrano. Solo quando chi governa avrà imparato ad ascoltare attentamente il cuore delle persone, avvertendone i sentimenti inespressi, le indicibili sofferenze e i silenziosi lamenti, solo allora potrà sperare di ispirare fiducia in loro, di capire quando qualcosa va male e di scoprire le autentiche necessità dei suoi cittadini.»                                                                                       Sentire ciò che non si sente. Questa è una qualità che serve a tutti nel gruppo, non solo al leader. Nel basket, gli statistici contano gli assist, o i passaggi che poi portano a segnare. Ma io sono sempre stato più interessato ai giocatori focalizzati sul passaggio che porta al passaggio che porta a segnare. Ci vuole tempo per sviluppare quel tipo di consapevolezza, ma una volta che la si padroneggia, l’invisibile diventa visibile e il gioco ti si apre davanti agli occhi come un libro. Per rafforzare la consapevolezza dei giocatori, mi piaceva tenerli sulle spine su cosa li aspettava. Durante un allenamento, sembravano così svogliati che decisi di spegnare le luci e farli giocare al buio – non una cosa semplice da fare, specialmente quando stai tentando di ricevere un passaggio-missile da Michael Jordan. Un’altra volta, dopo una sconfitta imbarazzante, feci tutto l’allenamento senza dire una parola. Altri allenatori pensavano che fossi pazzo. A me importava solo dar la sveglia ai miei giocatori, anche solo per un momento, per fargli vedere l’invisibile. E sentire ciò che non si sente.”

“Ma io credo che se hai curato ogni dettaglio, le leggi di causa ed effetto – e non la fortuna – solitamente determinano il risultato. Certo, in una partita di basket ci sono un sacco di cose che non si possono controllare. Questo è il motivo per cui concentriamo la maggior parte del nostro tempo su cosa possiamo controllare: il giusto lavoro di piedi, le giuste spaziature in campo, il giusto modo di gestire il pallone. Quando giochi nel modo giusto, tutto assume più senso anche per i giocatori e la vittoria è il risultato più probabile.”

“Ma c’è un altro tipo di fiducia che è ancora più importante – la fiducia nel nostro essere tutti connessi a un livello che supera la comprensione. Questo è il motivo per cui faccio sedere i giocatori in silenzio. Sedersi in silenzio in gruppo senza distrazioni può far entrare in sintonia le persone in maniera più profonda. Come diceva Nietzsche: “I fili invisibili sono i legacci più forti.” Nella mia carriera quei legacci li ho visti formarsi varie volte. Il profondo sentimento di connessione che si sviluppa quando i giocatori si uniscono crea una forza straordinaria, che può spazzare via la paura di perdere.”

“Il modo in cui fai una cosa è il modo in cui fai ogni cosa.” (Tom Waits)

“Vincere richiede talento, ripetersi richiede carattere.” (John Wooden)

“Nel suo Il Tao della Leadership, John Heider sottolinea l’importanza di interferire il meno possibile con le dinamiche di gruppo. «Le regole limitano la libertà e la responsabilità», scrive. «L’applicazione delle regole è coercitiva e manipolativa, il che diminuisce la spontaneità e riduce l’energia all’interno del gruppo. Più sei coercitivo e più resistenza incontrerari da parte delle persone.» Heider, il cui libro è basato sul Tao Te Ching di Lao-tzu, consiglia ai leader di esercitarsi per diventare più aperti. «Il leader saggio si mette al servizio: deve essere ricettivo, flessibile, capace di seguire. È la vibrazione che si sviluppa tra i membri a dominare e a guidare il gruppo, mentre il leader la segue. In questo modo la coscienza dei membri ne uscirà trasformata e ancora più assoluta.» È ciò che stavo cercando di fare con i Bulls. Il mio obiettivo era di agire nella maniera più intuitiva possibile, per permettere ai giocatori di guidare la squadra dall’interno. Volevo che fossero capaci di lasciarsi trasportare dal flusso dell’azione, come alberi che si flettono a seconda del vento. Questo è il motivo per cui insistevo tanto per avere allenamenti fortemente strutturati. Mi facevo sentire in maniera decisa nelle nostre sessioni a porte chiuse, per inculcare nella mente dei giocatori la visione di dove volevamo arrivare e di come arrivarci. Ma una volta che la partita iniziava, mi facevo da parte e lasciavo che fossero i giocatori a orchestrare l’azione. Di tanto in tanto mi inserivo per fare degli adattamenti difensivi o chiamare delle sostituzioni se avevamo bisogno di un’iniezione di energia, ma per la maggior parte del tempo lasciavo che fossero i giocatori a prendere il comando. Per far funzionare questa strategia avevo bisogno di sviluppare un forte nucleo di leader in squadra che potessero far diventare realtà questa mia visione. È fondamentale avere una struttura. In tutte le squadre vincenti che ho allenato, la maggior parte dei giocatori aveva un’idea precisa del proprio ruolo nel roster. Quando la struttura gerarchica è chiara, l’ansia e lo stress dei giocatori diminuiscono.”

Io non credo negli allenamenti punitivi per i giocatori. Mi piacciono gli allenamenti stimolanti, divertenti e, soprattutto, efficaci. Coach Al McGuire una volta mi disse che il suo segreto era di non far sprecare tempo a nessuno. «Se non ci riesci con otto ore di impegno al giorno – diceva – non vale pena continuare a sbatterci la testa.» Quella è stata la mia filosofia da lì in poi. Molte mie convinzioni sull’argomento erano state influenzate dal lavoro di Abraham Maslow, uno dei fondatori della psicologia umanistica e noto per la sua teoria della gerarchia dei bisogni. Maslow credeva che il bisogno umano più alto fosse quello di raggiungere l’auto-realizzazione, che lui definisce “l’utilizzo e lo sfruttamento dei talenti, delle capacità e delle potenzialità di un individuo.”Nelle sue ricerche, ha scoperto che le caratteristiche basilari dell’auto-realizzazione sono la spontaneità e la naturalezza, l’accettazione di se stessi e degli altri, alti livelli di creatività e una grande attenzione verso la soluzione dei problemi più che la gratificazione del proprio ego. Per raggiungere l’auto-realizzazione, conclude, bisogna prima soddisfare una serie di bisogni primari, che si sovrappongono l’uno all’altro fino a formare la cosiddetta Piramide di Maslow. Il livello più basso è quello dei bisogni fisiologici (fame, sonno, sesso); seguono i bisogni di sicurezza (stabilitò, ordine); appartenenza (amore, affetti); stima (rispetto di sé, riconoscimenti); e, infine, l’auto-realizzazione. Maslow conclude che la maggior parte delle persone non riesce a raggiungere la cima della piramide perché resta bloccata nei livelli inferiori. Nel suo The Farther Reaches of Human Nature Maslow descrive i passaggi-chiave per raggiungere l’auto-realizzazione:

  • Vivere la vita «intensamente, altruisticamente, con piena concentrazione e totale assorbimento»;
  • Prendere decisioni giorno dopo giorno che favoriscano la crescita anziché la paura;
  • Entrare più in sintonia con la propria natura e agire secondo ciò che si è;
  • Essere onesti con se stessi e assumersi le responsabilità per ciò che si dice e si fa, anziché fare il doppio gioco o comportarsi in maniera falsa;
  • Identificare le difese del proprio ego e trovare il coraggio di rinunciarvi;
  • Sviluppare la capacità di autodeterminarsi il destino e osare essere diversi e anticonformisti;
  • Creare un continuo processo per raggiungere il massimo potenziale e compiere il lavoro necessario per realizzare la propria visione;
  • Favorire le condizioni per avere momenti di illuminazione, o quelli che Maslow chiama «momenti di estasi» nei quali pensiamo, agiamo e proviamo sensazioni in maniera più cosciente, con più amore e maggiore accettazione verso gli altri

Sono venuto a contatto con le idee di Maslow durante la specializzazione all’università e le ho trovate estremamente liberatorie.”

“«Il lavoro è sacrosanto ed edificante quando scaturisce da ciò che siamo, quando entra in relazione con il nostro personale cammino», scrive l’attivista, insegnante e monaco laico Wayne Teasdale in A Monk in the World. «Affinchè il lavoro sia sacro, deve essere connesso con la nostra realizzazione spirituale. Il nostro lavoro deve rappresentare la nostra passione, il nostro desiderio di contribuire alla nostra cultura, specialmente per lo sviluppo degli altri. Con passione intendo i talenti che possiamo condividere con gli altri della nostra comunità, i talenti che formano il nostro destino e ci permettono di essere davvero utili al prossimo.» Per inserire il sacro nel lavoro e nella vita, è essenziale creare un ordine a partire dal caos. Teasdale cita il cantautore nativo americano James Yellowbank, secondo il quale «il compito della tua vita è tenere in ordine il tuo mondo.» Per riuscirci ci vuole disciplina, un sano equilibrio tra lavoro e gioco e nutrimento per la mente, il corpo e lo spirito all’interno di un contesto comunitario – valori profondamente radicati nel mio essere, come negli obiettivi delle squadre che ho allenato. Fare in modo che i giocatori guardassero dentro di sé non era sempre facile. Non tutti nei Bulls erano interessati alla realizzazione “spirituale”. Ma non cercai di inculcargliela a forza. Il mio era un approccio più sottile. (…) Il messaggio che volevo mandare era che mi interessavo a loro in quanto individui, tanto da impiegare tempo a cercare un libro che potesse avere un significato particolare per loro. O perlomeno che riuscisse a farli sorridere.”

“Per migliorare il suo livello di consapevolezza, sviluppai uno speciale linguaggio dei segni per comunicare con lui durante la partita. Se si allontanava troppo dal nostro sistema gli lanciavo un’occhiata e mi aspettavo da lui un cenno di riscontro. Questa è l’essenza dell’allenamento: far notare ai giocatori i loro errori e fare in modo che dimostrino di aver capito di avere sbagliato. Se non lo riconoscono è finita.”

“Michael aveva bisogno di cambiare modo di guardare alla leadership. «Tutto sta nell’essere presenti e nell’assumersi la responsabilità di come ci si rapporta con se stessi e con gli altri – sostiene George Mumford – Ciò significa adeguarsi agli altri e accettarli per quel che sono. Anziché pretendere che siano qualcos’altro, o arrabbiarsi per far sì che lo diventino, devi provare ad accettarli per quel che sono e guidarli dove vuoi che vadano.»”

“Quando ripenso alla stagione 95-96, mi viene in mente un’altra parabola che John Paxson aveva trovato riguardo l’imperatore Liu Bang, il primo leader a consolidare la Cina come impero unificato. Secondo l’interpretazione storica di W. Chan Kim e Renée A. Mauborgne, Liu Bang tenne un sontuoso banchetto per festeggiare la sua grane conquista e invitò il maestro Chen Cen, che lo aveva ben consigliato durante la vittoriosa campagna. Chen Cen portò come ospiti tre dei suoi discepoli, che rimasero confusi da un enigma di fondo di quelle celebrazioni. Quando il maestro chiese di esternare i loro dubbi, essi dissero che l’imperatore sedeva al tavolo centrale con i tre capi del suo consiglio: Xiao He, che amministrava magistralmente l’impero dal punto di vista logistico; Han Xin, che aveva guidato brillantemente le operazioni militari e vinto ogni battaglia; e Chang Yang, che aveva un talento tale per la diplomazia da riuscire a far sottomettere capi di stato prima ancora di entrare in guerra. Ciò che i discepoli non riuscivano a comprendere era l’uomo a capo del tavolo stesso, l’imperatore. «Liu Bang non ha nobili origini» dissero «e la sua conoscenza di logistica, guerra e diplomazia non è certo paragonabile a quella dei capi del suo consiglio. Com’è possibile allora che sia imperatore?»                                                         Il maestro sorrise e domandò loro: «Cosa determina la resistenza della ruota di una carrozza?» «Non è forse la solidità dei raggi?» chiesero i discepoli.                                    «E allora per quale motivo due ruote con raggi identici hanno resistenze diverse?» incalzò il maestro. «Guardate oltre ciò che si vede. Non dimenticate mai che la ruota non è fatta solo di raggi, ma anche degli spazi tra i raggi. Raggi solidi mal collocati renderanno fragile la ruota. Il loro potenziale massimo verrà raggiunto solo in base all’armonia che si crea tra essi. L’essenza della costruzione di una ruota sta nell’abilità dell’artigiano di trovare lo spazio adatto per il giusto equilibrio tra i raggi. Pensateci, ora: chi è l’artigiano in questa stanza?» Dopo un lungo silenzio, uno dei discepoli chiese: «Maestro, ma come fa l’artigiano ad assicurarsi dell’armonia tra i raggi?» «Pensa alla luce del sole», rispose il maestro. «Il sole fa crescere e rende vivi gli alberi e i fiori. E lo fa propagando la propria luce. Ma, alla fine, in che direzione essi crescono? La stessa cosa succede con un “artigiano” come Liu Bang. Dopo aver messo degli individui nelle condizioni ideali per realizzare il loro massimo potenziale, si assicura dell’armonia tra di loro dandogli tutto il merito per i loro risultati individuali. E alla fine, come gli alberi e i fiori crescono verso il sole, anche le persone si rivolgono a Liu Bang con devozione.» Liu Bang sarebbe stato un ottimo allenatore di basket. Il modo in cui organizzava il suo impero non era diverso da quello con cui portammo l’armonia all’interno dei Bulls nelle successive tre stagioni.”

 

“Per ispirare i giocatori adattai una citazione dal Canto della strada di Walt Whitman e la appesi sui loro armadietti prima dell’esordio ai playoff contro i Miami Heat. «D’ora in avanti non chiediamo più buona fortuna, siamo noi la buona fortuna.» Tutti si aspettavano che avanzassimo trionfalmente fino al titolo NBA, ma quelle erano sempre le partite più difficili da vincere. Volevo che i giocatori sapessero che, nonostante la nostra straordinaria stagione, il resto del percorso non sarebbe stato facile. La loro buona fortuna avrebbero dovuto costruirsela da soli.”

“Osare significa perdere momentaneamente la propria stabilità. Non osare mai significa perdere definitivamente se stessi.” (Soren Kierkegaard)

“Il maestro zen Lewis Richmond racconta la storia di quando sentì Shunryu Suzuki riassumere in due parole il buddhismo. Suzuki aveva appena finito di parlare a un gruppo di studenti zen, quando qualcuno disse: «Hai parlato del buddhismo per quasi un’ora e non sono riuscito a capire niente di ciò che hai detto. Sapresti dirmi sul buddhismo qualcosa che io possa capire?» Dopo che le risate si furono placate, Suzuki rispose tranquillamente: «Tutto cambia.»                                                                                 Quelle parole, disse Suzuki, contenevano la verità fondamentale dell’esistenza: ogni cosa è sempre in movimento. Finchè non impari ad accettarlo, non sarai mai capace di trovare la vera serenità. Ma per farlo bisogna accettare la vita nella sua interezza, non solo ciò che ritieni “le cose belle”. «Il fatto che le cose cambino è il motivo per cui in questo mondo provi dolore, e ne vieni scoraggiato. Ma quando cambi il tuo modo di comprendere e di vivere la vita, allora sì che puoi goderti completamente la tua nuova esistenza in ogni momento. È per la caducità delle cose che puoi goderti la vita.»”

“C’è un detto zen che cito spesso e che recita: «Prima dell’ispirazione taglia la legna, porta l’acqua. Dopo l’ispirazione: taglia la legna, porta l’acqua.» Il punto è: resta concentrato sull’obiettivo a portata di mano anziché vivere nel passato o preoccuparti del futuro. E in questo la squadra si stava dimostrando bravissima.”

“«Le cose che vanno in pezzi sono una specie di prova e anche una sorta di guarigione», scrive Chodron. «Noi pensiamo che il senso sia superare la prova o superare il problema, ma la verità è che le cose non si risolvono. Tornano a unirsi e poi rivanno in pezzi. Poi si riuniscono di nuovo e di nuovo cadono a pezzi. Funziona così. La guarigione arriva quando si lascia spazio, affinchè tutto ciò accada: spazio per il dolore e per il sollievo, per la sofferenza e per la gioia.» Provai tutte quelle emozioni durante il mio anno a Chicago.”

“La chiave, dissi, era portare i Lakers a credere l’uno nell’altro in modo da lavorare insieme in modo efficace e trasformare una squadra di “io” in una squadra di “noi”, come era accaduto ai Bulls all’inizio degli anni ’90. «Quando hai un sistema offensivo, non puoi semplicemente prendere il pallone e cercare di segnare», spiegai. «Devi muovere la palla, perché devi condividerla con tutti gli altri. E quando lo fai, condividi anche il gioco, e questo fa una grossa differenza.»

“Uno dei principi-base del pensiero buddhista è che la nostra convenzionale concezione dell’Io in quanto entità separata dal resto del mondo è un’illusione. A livello superficiale, ciò che consideriamo il nostro Io può apparire come separato e distinto dal resto. Dopo tutto, ognuno di noi appare diverso e ha una distinta personalità. Ma a livello più profondo, ciascuno di noi è parte di una correlata interezza. Martin Luther King Jr. parlò in modo chiaro di questo fenomeno naturale. «In senso letterale, tutto nella vita è correlato» dissee. «Tutte le persone sono impegnate in una inevitabile rete di reciprocità, coinvolte in un destino comune. Tutto ciò che tocca direttamente uno, tocca indirettamente gli altri. Io non potrò mai essere quel che dovrei essere finchè tu non sarai quel che dovresti essere, e tu non potrai mai essere quel che dovresti essere finchè non lo sarò io. Questa è la correlata struttura della realtà.» Il maestro buddhista giapponese del XIII secolo Nichiren aveva una visione più pragmatica. Ai suoi discepoli perseguitati dalle autorità feudali scrisse una lettera per esortarli a cantare insieme «con lo spirito di tanti corpi ma unico nella mente, superando le differenze tra di loro per diventare inseparabili come i pesci con l’acqua in cui nuotano.» L’unità che Nichiren auspicava non era una meccanica uniformità, imposta dall’esterno, bensì una connessione che rispettasse l’unicità di ogni individuo. «Se tra le persone prevalesse lo spirito di tanti corpi ma unico nella mente,» aggiunse «esse raggiungerebbero i propri obiettivi. Al contrario, con un unico corpo ma diversi nella mente, non riuscirebbero a raggiungere niente di eccezionale.»                                                   Era quello il tipo di coesione che volevo coltivare ai Lakers. Non mi aspettavo di trasformare i giocatori in monaci buddhisti, ma pensavo che la pratica meditativa potesse aiutarli a liberarsi da una visione individualistica di se stessi e facesse intravvedere loro un modo diverso di rapportarsi agli altri e al mondo circostante. (…) Sin da quando gran parte dei futuri giocatori NBA vanno alle medie, sono immersi in un universo che rafforza il comportamento egoistico. Mentre crescono e continuano ad avere successo, vengono circondati da legioni di agenti, promoters, groupies e altri lacchè che non fanno che ripetere a ciascuno di loro che lui è da man, il migliore. Ci vuole poco prima che inizino a crederci davvero. Come non bastasse, L. A. è un mondo devoto alla celebrazione del concetto stesso di auto-glorificazione. Ovunque i Lakers andassero – non solo le superstar ma anche gli altri giocatori – venivano accolti come idoli, e ricevevano infinite, e spesso remunerative, opportunità per crogiolarsi nella loro magnificenza. La mia intenzione era invece dare loro un rifugio sicuro e protettivo da tutta quella follia e riportarli in contatto con il loro profondo – ancorchè inesplorato – desiderio di legami autentici. Questo era l’essenziale primo passo da cui sarebbe dipeso il futuro successo della squadra.”

“Mentre ci preparavamo per i playoff, pensai potesse essere utile ai giocatori una bella rinfrescata su come giocare a basket in maniera altruista, ma questa volta secondo una prospettiva diversa. Quella del Buddha. Dedicai allora una seduta di allenamento a parlare del pensiero buddhista e di come sia applicabile al basket. Probabilmente persi l’attenzione di alcuni giocatori quasi subito, ma se non altro la discussione li portò per un po’ a dimenticarsi della pressione per l’imminente post-season. In sintesi, il Buddha insegna che la vita è sofferenza e la causa primaria delle nostre sofferenze è il nostro desiderio che le cose siano diverse da come in realtà sono. Un momento le cose possono andarci bene e quello dopo no. Quando cerchiamo di prolungare il piacere o di rigettare il dolore, soffriamo. Il lato positivo è che il Buddha prescrive un metodo pratico per la cessazione della bramosia e dell’infelicità, seguendo quello che lui definiva il Nobile Ortuplice Sentiero. I passi erano: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta sussitenza, retto sforzo, retta presenza mentale, retta concentrazione. Pensavo che questi insegnamenti potessero contribuire a spiegare cosa stavamo cercando di fare come squadra di basket.

  1. RETTA VISIONE – Pensa al gioco nella sua interezza e al lavorare insieme come squadra, come le cinque dita di una mano.
  2. RETTA INTENZIONE – Guarda a te stesso come parte di un sistema anziché come solista. Questo implica affrontare ogni partita con l’intenzione di essere intimamente coinvolto con ciò che accade alla squadra, perché sei integralmente connesso a tutti gli altri.
  3. RETTA PAROLA – Ha due componenti. Una consiste nel parlare in senso positivo a te stesso per tutta la partita senza perderti in risposte senza senso («Detesto quell’arbitro», «Adesso gliela faccio vedere io a quel bastardo»). La seconda riguarda il controllo di ciò che dici agli altri, specie ai tuoi compagni, e il concentrarti nel dare loro riscontri positivi.
  4. RETTA AZIONE – Comportati secondo ciò che succede in campo, anziché metterti ripetutamente in mostra o agire in modi che possano inficiare l’armonia della squadra.
  5. RETTA SUSSISTENZA – Rispetta il lavoro che fai e usalo per il bene della comunità anziché per alimentare il tuo ego. Sii umile. Ti strapagano con cifre assurde per fare una cosa semplicissima. E pure divertente.
  6. RETTO SFORZO – Essere altruisti e adoperare le giuste energie per svolgere il proprio lavor. Tex Winter dice che non c’è niente che possa sostituire l’impegno; io aggiungo che se non ti impegni, vai in panchina.
  7. RETTA PRESENZA MENTALE – Arrivare a ogni partita conoscendo bene il nostro piano gara, compreso cosa bisogna aspettarsi dagli avversari. Implica anche giocare con precisione, facendo i giusti movimenti al momento giusto, e stando sempre attenti a ciò che sta succedendo in partita, che tu sia in campo o in panchina.
  8. RETTA CONCENTRAZIONE – Restare concentrati su ciò che si sta facendo e non essere ossessionati da un errore commesso in passato o da cose negative che potrebbero accadere in futuro. “

“Il maestro spirituale Eckhart Tolle osserva: «Con l’entusiasmo scopri che non devi fare tutto da solo. Infatti, non c’è nulla di significativo che tu possa fare da solo. L’entusiasmo duraturo porta un’ondata di energia creativa nelle nostre esistenze e tutto ciò che devi fare è cavalcare quell’onda.»”

“Fox aveva un’interessante teoria su ciò che stava accadendo. Era convinto che al via della terza stagione i giocatori fossero talmente pieni di sé da pensare di saperne più degli allenatori su cosa bisognasse fare per rivincere il titolo. Lui la riassumeva così: «Al primo anno seguivamo tutti ciecamente. Al secondo abbiamo contribuito con gioia. Al terzo volevamo guidare la nave.»”

Lo sbaglio che spesso le squadre campioni commettono è che cercano di ripetere quella che era stata la loro formula vincente. È raro però che funzioni, perché quando parte la nuova stagione i tuoi avversari hanno già studiato tutti i video e scoperto come controbattere a ogni mossa che facevi. La chiave per ripetersi nel lungo periodo è continuare a evolvere come squadra. Vincere è muoversi verso l’ignoto e creare qualcosa di nuovo. Ricordate la scena del primo film di Indiana Jones, I predatori dell’arca perduta, quando qualcuno chiede a Indy cosa avrebbe fatto dopo e lui risponde: «Non lo so, ma in qualche modo mi arrangerò»? Ecco, io la leadership la vedo così. Un gesto di improvvisazione controllata, un esercizio di Thelonius Monk per le dita, da un momento all’altro.”

“I miei sforzi per controllare la rabbia mi fecero ricordare di una vecchia storia zen. Una sera di pioggia due monaci stavano tornando a piedi al loro monastero quando videro una bellissima donna che faticava a superare le pozzanghere lungo la strada. Il monaco più anziano le offrì aiuto e la portò a braccia oltre le pozzanghere, sull’altro lato della strada. Poi il monaco più giovane si avvicinò a quello più anziano e gli disse: «Maestro, come monaci a noi è proibito toccare le donne.» «Sì, fratello» rispose il più vecchio. «E allora, signore, perché hai trasportato quella donna fino all’altro lato della strada?» Il monaco più anziano sorrise e disse: «Io l’ho lasciata sul ciglio della strada, tu ancora te la stai portando dietro.»”

“La mia strategia di dare a Kobe un po’ di spazio non sembrava funzionare: più gli davo libertà e più diventava aggressivo, e molta della sua rabbia era diretta a me. Faceva commenti sarcastici in allenamento e sfidava la mia autorità davanti agli altri giocatori. Mi consultai con uno psicoterapista, il quale mi suggerì che il modo migliore per gestire uno come Kobe era di 1) abbandonare le critiche e fargli molti commenti positivi; 2) non fare niente che potesse metterlo in imbarazzo davanti ai compagni; 3) permettergli di pensare che quello che volevo da lui fosse una sua idea. Provai alcune di quelle tecniche e per certi versi furono utili, ma Kobe era in modalità “solo contro tutti” e quando la pressione diventava insopportabile, la sua reazione istintiva era di attaccare verbalmente.
Capii che non c’era molto che potessi fare per cambiarne il comportamento; ciò che potevo fare era cambiare il modo in cui reagivo io ai suoi scatti d’ira. Fu una lezione importante per me.”

Gestire la rabbia è il compito più difficile per ogni allenatore. Richiede molta pazienza e delicatezza perché il confine fra l’intensità aggressiva di cui c’è bisogno per vincere e la rabbia distruttiva è spesso sottile come la lama di un rasoio.
In alcune tribù dei Nativi americani, i più vecchi identificavano i guerrieri più rabbiosi del villaggio e gli insegnavano a trasformare quella furia selvaggia e incontrollata in una fonte di forza e di potere creativo, tanto che quei guerrieri spesso poi diventavano i migliori leader della tribù. Questo è ciò che cercai di fare con i giovani giocatori nella mia squadra.     Nella cultura occidentale tendiamo a considerare la rabbia un difetto da eliminare. È così che sono stato cresciuto: da cristiani devoti, i miei genitori pensavano che la rabbia fosse un peccato e dovesse essere mondata. Ma cercare di eliminare l’ira non funziona mai: più cerchi di sopprimerla e più è probabile che esploda in un secondo momento in forme ancora più aggressive. L’approccio migliore è capire nella maniera più profonda possibile quali siano le condizioni in cui l’ira scatta nella mente e nel corpo, così da trasformare quell’energia latente in qualcosa di produttivo. Come scrive lo studioso buddhista Robert Thurman, «il nostro obiettivo è sconfiggere la rabbia, non distruggere il fuoco che l’alimenta. Noi tratteremo quel fuoco con saggezza e lo incanaleremo verso fini creativi.»”

“Una squadra batte sempre un gruppo di individui.”

“Per come la vedo io, la chiave per diventare un giocatore NBA non è imparare i movimenti più cool per finire negli highlights; è imparare a controllare le emozioni e tenere la mente concentrata sulla partita, a giocare sul dolore, a ritagliarsi il proprio ruolo in squadra e a giocare con continuità, a restare calmi sotto pressione e a mantenere l’equilibrio mentale dopo le sconfitte più tremende o le vittorie più entusiasmanti. A Chicago avevamo coniato una frase per tutto questo: passare dall’essere un giocatore di basket a un giocatore NBA “professionista”.”

“«Suona più mistico di quanto sia in realtà» dice Fish del percorso che ha dovuto affrontare. «L’obiettivo degli allenatori era definire delle linee-guida su come giocare assieme come gruppo; poi era compito tuo trovare la traccia per tutto il resto. Era un modo inusuale di creare un’organizzazione, perché non era sovra-organizzata. Non dovevi fare ciò che loro pensavano dovessi fare, come invece tanti allenatori fanno: loro facevano un passo indietro e lasciavano a te il compito di trovare la tua strada.»”

“Ero impressionato dalla gelida determinazione dei giocatori. L’anno precedente avevano fatto passi da gigante nell’assimilare il sistema ma ora, ispirati dall’esperienza condivisa della sconfitta, stavano scavando più in profondità nel loro impegno gli uni verso gli altri così che potessimo diventare più coesi – e invincibili – come squadra. Questo è ciò a cui mi riferisco quando dico danzare con lo spirito. Con “spirito” non intendo niente di religioso: mi riferisco a quel profondo spirito di squadra che nasce quando un gruppo di giocatori si impegna a sostenersi a vicenda per raggiungere qualcosa di più grande di se stessi, non importa quali siano i rischi. Quel tipo di impegno spesso implica colmare le lacune dei compagni o commettere fallo quando è necessario o proteggere un altro giocatore dall’essere ridicolizzato da un avversario. Quando una squadra crea un legame del genere, si avverte da come i giocatori si muovono fisicamente e si rivolgono l’uno all’altro, in campo e fuori. Giocano con un trasporto gioioso e quando discutono lo fanno con dignità e rispetto.”

“Invece di fare il mio solito discorso pre-partita, presi una sedia e dissi: «Cerchiamo di trovare la giusta concentrazione». Sedemmo in silenzio per cinque minuti e sincronizzammo i nostri respiri. L’assistente Brian Shaw iniziò a fare il suo discorso tattico sui Magic, ma quando girò la lavagna per mostrare gli schemi ai giocatori, vedemmo che era vuota. «Non ho scritto niente – disse – perché sapete già cosa dovete fare per batterli. Andate in campo e giocate l’uno per l’altro e chiudiamo questi playoff stasera.» Fu un gran bel modo di prepararsi alla partita decisiva.”

“La cosa più appagante fu guardare Kobe trasformarsi da giocatore egoista ed esigente a leader che i compagni volevano seguire. Per riuscirci, Kobe aveva dovuto imparare a dare per avere. La leadership non è imporre agli altri la tua volontà. È l’arte del lasciare perdere.”

“Allenare ti porta su un’altalena emotiva difficile da fermare, anche quando ti sei diligentemente impegnato a lasciar perdere il tuo desiderio che le cose siano diverse da come in realtà sono. Sembra che ci sia sempre qualcosa in più da dover lasciare andare. Il maestro zen Jakusho Kwong consiglia di diventare «un partecipante attivo nella sconfitta». Siamo tutti condizionati a cercare solo il guadagno, spiega lui, a essere felici e a cercare di soddisfare ogni nostro desiderio. Ma nonostante ciascuno di noi riesca a capire a diversi livelli che la sconfitta è portatrice di crescita, la maggior parte delle persone crede ancora che sia l’opposto e debba essere a tutti i costi evitata. Se ho imparato qualcosa dai miei anni di pratica zen e come allenatore di basket, è che ciò a cui cerchiamo di opporci ci resiste sempre. A volte il lasciare scorrere accade in fretta; altre, ci vogliono diverse notti insonni. O settimane.”

“I saggi buddhisti dicono che c’è solo «un decimo di centimetro di differenza» fra la terra e il cielo, e io penso che lo stesso si possa dire del basket. Vincere un titolo richiede un delicato equilibrio tra tanti elementi, e con la mera forza di volontà puoi arrivare solo fino a un certo punto. In qualità di leader, il tuo compito è fare qualsiasi cosa in tuo potere per creare le condizioni perfette per vincere, mettendo da parte il tuo ego e motivando la tua squadra a giocare nella maniera giusta. Ma a un certo punto devi lasciare andare e mettere tutto nelle mani degli dei del basket. L’anima del successo è abbandonarsi a quel che è.”

Non cercare di guardare il mondo oggettivo.

Quello che ti è dato vedere è assai diverso da te stesso.

Io vado per la mia strada e incontro me stesso, che include tutto ciò che ho incontrato.

Non sono un qualcosa che posso osservare (come un oggetto).

Quando comprendi il tuoi io che include ogni cosa,

trovi la tua vera strada.”

Tozan Rokai – monaco buddhista del XIX secolo

 

Heartland, il pallone fangoso del cuore nero inglese

«Doveva andare così. Niente spiegazioni. Se lasciavano calmare le acque si poteva continuare anche venti, trent’anni, tutta la vita, senza una parola sulle elezioni, sulla realtà delle cose. Si insabbia tutto e via, si sceglie di tacere per continuare a salutarsi, bere una birra ogni tanto, lamentarsi del campionato dei Lupi. Sempre se le cose si stabilizzavano, certo. Com’è che aveva detto, Glenn? Il cambiamento è nell’aria»

Bum. Puoi leggerlo in spiaggia, in treno, sotto alle coperte, svaccato in divano o assorto su un tavolo con un cornetto in una serata estiva ma Heartland di Anthony Cartwright ti squarcerà comunque, lasciandoti addosso la polvere cinerea di un’uggiosa giornata nelle periferie inglesi.

Nato a Dudley, a sole 16,3 miglia da Birmingham, lo scrittore inglese laureato in Letteratura Angloamericana ha svolto i lavori più disparati, nella metropolitana di Londra come in un impianto di inscatolamento carni.

Uscito in Gran Bretagna nel 2009, questo splendido romanzo è stato fortunatamente edito in Italia a gennaio 2013 da 66thand2nd.

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Calcio, vita da pub, elezioni fra Laburisti e British National Party, storie d’amore e fallimenti, speranze e delusioni degli immigrati arrivati in Inghilterra si mescolano alla perfezione in questo romanzo che prende le forme di una partita, suddiviso in primo tempo, secondo tempo ed infine risultato finale.

A tenere le redini della narrazione è il match del Mondiale nippo-coreano del 2002 fra Inghilterra e Argentina.

Il “september 11” dei mesi precedenti ha riversato nera pece sulla comunità siderurgica di Dudley e sulla convivenza fra britannici e musulmani.

Tre grandi partite si giocano all’interno della storia: oltre a quella alla televisione, da cui assistiamo tramite gli occhi di Rob – il protagonista, c’è l’atteso big match che decreterà il vincitore della rispettiva lega dilettantistica fra i locali del Cinderheath e la compagine musulmana capitanata da Zubair, amico proprio dell’avversario Rob. Fango e intimidazioni appesantiscono il clima, squarciato da conati di odio e rigurgiti di invidia, e l’atmosfera di una cittadina che si appresta alle elezioni fra i Laburisti e il British National Party, ostile alla costruzione di una nuova megamoschea nell’area dove un tempo fumavano le acciaierie.

Grazie a un sapiente intreccio l’autore confonde le vicende esistenziali di Rob, calciatore fallito che ha solo sfiorato l’esordio con l’Aston Villa, dell’amico pakistano Adnan scomparso nel nulla da anni salvo ripresentarsi con un sapiente colpo di scena, della compagna di scuola di entrambi Jasmine che dopo anni ed amori dalle alterne fortune ritorna per insegnare al borgo natio.

Mentre Rob dedica il proprio tempo alla professione saltuaria di insegnante di sostegno, lo zio Jim cerca, pensieroso e sfiduciato, di vincere le elezioni.

Nel quartiere violenze e bullismo, come lo sfregio del piccolo Andre, regalano vortici di tensione palpabile. Intanto l’avvocato Zubair pensa al fratello scomparso Adnan, e alla sua giovinezza immerso nei numeri del computer dove – accada quel che accada – o sei uno o sei zero. Non c’è via di scampo.

Il padre di Rob, talento bruciato sull’improvviso altare di un grave infortunio, beve birra e accompagna da lontano con lo sguardo i picchi malinconici del figlio.

Sensibilità, pallonate e rimpianti creano lo splendido personaggio di Rob scisso fra le proprie idee e intenzioni e la necessità di fare buon viso a cattivo gioco, trovandosi a giocare con compagni fedeli sostenitori del Bnp.

Dialoghi vividi, panoramiche veriste e realismo crudo sono la cifra stilistica di una storia sulla fottuta bestiola umana e su come vanno le cose nel mondo.

In mezzo a tutto questo, non solo una partita, ma amore, odio, cenere, politica, smarrimento e un silenzio che fa un grande rumore.

Consigliatissimo.

bnp

“Rob la vide, le andò incontro, si preparò al contrasto, Glenn cercò di abbassarsi per togliersi di mezzo tra lui e la palla. Voleva stoppata ma non c’era spazio, non c’era tempo, Rob non riusciva a distogliere lo sguardo da una macchia di fango su un lato della palla in discesa, dritta verso di lui, tirò senza guardare, collo pieno, l’aveva presa bene, lo sentì da come gli schizzava via dallo scarpino. Guardò, mentre avanzava di un passo. La palla andava dritta sul portiere ma all’ultimo momento deviò, scavalcò le sue mani aperte, si abbassò sull’angolino ed entrò in rete. Per un attimo fu dentro. Si sentì il rumore del palo interno colpito dal tiro al volo, poi la palla volteggiò di nuovo al centro dell’area piccola, sul lato opposto. Non finiva mai, mai, eppure era stato un attimo. La palla atterrò davanti a Lee che con la punta del piede la spinse proprio al centro della rete. Grida.”

La laguna nel cuore

Tifare una squadra che ha lo stadio in mezzo all’acqua significa non avere punti di riferimento, sostenere l’imprevedibile, supportare un’abbinamento cromatico unico.

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate. È anche innamorato dell’arancioneroverde e in questo pezzo vi racconta come si tifa a Venezia. 

«Avete i colori più belli d’Italia». Se dovessi fare un sondaggio sulle osservazioni ricevute da chi mi chiede per quale squadra faccio il tifo, queste sette parole vincerebbero per distacco. Anche la domanda “lo stadio è davvero in mezzo all’acqua?” ha vissuto momenti di celebrità ma ammetto che gli apprezzamenti sull’armonia cromatica arancio-nero-verde (negli ultimi anni tendente all’arancio-bianco-verde) infiammano nel profondo la mia fede. L’insolito abbinamento mi ha spesso permesso di atteggiarmi come gli abitanti di qualche sperduta valle orgogliosi del loro formaggio DOP a produzione limitata o come i gruppi cinefili che conoscono a memoria la filmografia d’avanguardia centro-americana degli anni ’80, ammesso che esista.

Qui, però, qualcosa che non esiste c’è. È la squadra per cui faccio il tifo: il VeneziaMestre. Arancio-nero-verde.

Lo Stadio Penzo visto dall'alto, Isola di Sant'Elena

Vista dall’alto dello Stadio Penzo, Isola di Sant’Elena

Tutto ha inizio nel 1919 con l’Associazione Calcio Venezia, la nuova denominazione societaria del Venezia Foot Ball Club nata solo dodici anni prima. Nel 1987 (il nostro, inteso come popolo calciofilo lagunare, 1798, 1915, 2000…) avviene la storica fusione per opera di Maurizio Zamparini, attuale presidente del Palermo: ai nero-verdi veneziani l’imprenditore friulano affianca (grazie ad una fusione societaria per incorporazione) gli arancio-neri del Mestre. Come se domani arrivasse uno sceicco arabo o un tycoon americano e decidesse di fondere in un’unica squadra di calcio Pisa e Livorno, Brescia e Atalanta, Messina e Reggina. Prende così vita il Venezia-Mestre, denominazione mai registrata con atti ufficiali presso la FIGC e di fatto società mai esistita. Il VMFC (Venezia Mestre Football Club) o l’Unione, come amiamo chiamarla noi tifosi dal 1987, è la migliore conseguenza possibile della fusione di stili di vita diversi, intrecci di storie contrastanti, mescolanze di colori non abbinabili, armonie filosofiche distanti: quelle tra terraferma e centro storico lagunare, tra le città di Venezia e Mestre, tra evoluzioni terrestri ed acquatiche, tra due colori secondari, l’arancione e il verde, che trovano la loro sintesi nell’assenza di colore, il nero.

L’amore per il VeneziaMestre è un amore fondato su un’insolita, irrinunciabile, assenza: quella di una squadra di calcio ufficialmente riconosciuta. E quando trascorri sugli spalti adolescenza, gioventù e i primi anni della maturità urlando al cielo il nome di una squadra che nessuno, fuori dalla provincia, (ri)conosce, si insinua in te la consapevolezza che tutto, in quella dimensione di tifoso-errante, è secondario. La squadra non esisterà, ma abbiamo i colori più belli d’Italia, forse del mondo. E le vittorie, non sul tabellino, contro bianconeri, nerazzurri, biancorossi, rossoblù sono assicurate. Col cappotto.

formazione

L’amore per il VeneziaMestre è un’astrazione dal risultato sul campo, dalla posizione in classifica a fine campionato, dal mercato estivo e da quello di riparazione. Se tifassimo l’Unione, con la U maiuscola, con questi propositi finiremmo per stancarci e alienarci. Come quando da ragazzino snobbi la coetanea bionda fingendoti intrigato da quella mora meno carina.

La passione per il VeneziaMestre è una propensione verso l’incerto, l’indefinito, il precario, il provvisorio e l’inaspettato (negli ultimi 10 anni la società è fallita due volte: nel 2005 e nel 2009, ripartendo dai Dilettanti). Come quando lo Stadio Penzo, quello in mezzo all’acqua e secondo impianto più antico d’Italia (costruito nel 1913, due anni dopo il Ferraris di Genova), fu la cornice della più recente dimostrazione tridimensionale della geometria non euclidea.

Sarà pure documentato che l’ultimo (e unico) trofeo degno di nota sia datato 1940-41 (Coppa Italia) e che il più recente è un misero scudetto di Serie D (stagione ’11-’12) ma noi abbiamo visto cose che nemmeno al Bernabeu ed Anfield, tipo questa. Silenzio:

E le (poche) partite memorabili rimangono nei racconti e negli occhi di chi le ha vissute. 1993, sedicesimi di Coppia Italia: dopo il pareggio strappato a Torino, la vittoria a Venezia per 4-3 contro la Juventus con tripletta di Campilongo, che elimina i bianconeri dal torneo. E poi il 3-1 rifilato, sempre in casa, all’Inter di Ronaldo (autore su rigore del gol nerazzurro) che sancì la salvezza certa nella stagione ’98-’99 (2-0 dopo quattro minuti).

Aver seguire a San Siro il Venezia-Mestre significa assistere ad un rigore parato a Shevchenko, capo cannoniere di quella stagione, da parte del difensore brasiliano (colonna della retroguardia veneziana mi sembra eccessivo) Fabio Bilica subentrato al portiere Casazza espulso per fallo sullo stesso attaccante ucraino. Bilica sarà in grado di intercettare anche la ribattuta di Boban ma non il tap-in vincente di Orlandini.

Rimanendo tra i pali significa aver seguito da vicino le gesta di Massimo Taibi, titolare nella stagione ’98-99 in prestito dal Milan chiuso dal titolare Sebastiano Rossi, che viene chiamato a Manchester da Alex Ferguson. Nella prima partita inglese, contro il Liverpool, viene nominato “Man of the Match” ma è dopo poche partite che avviene l’impensabile (tanto quanto la chiamata dello United) contro lo Southampton: un tiro innocuo da fuori area di Le Tissier che Taibi si lascia sfilare goffamente sotto le gambe. Dalla laguna alla Coppa Intercontinentale in otto mesi.

Pura imprevedibilità. Cosa puoi aspettarti da una squadra con questi colori e che gioca, unica in Italia, in uno stadio che si può raggiungere solo piedi o via acqua?

Quelle tinte apparentemente scombinate e la vocazione per l’imponderabile possono trascinarti in uno stadio appoggiato su un’isola e costringerti a viaggi più scomodi delle partite giocate in trasferta. Tutto per seguire una squadra che in 107 anni di storia si è chiamata in dieci modi diversi (in media un cambiamento ogni decade anni circa) e che ha avuto livree colorate di blu, rosso, rosso veneziano (quello del gonfalone della Repubblica Serenissima), verde, nero, arancione e bianco. Quasi sempre mescolati e combinati tra loro.

L’amore per il Venezia-Mestre può avere affascinanti origini cromatiche ma è mosso da un’indefinibile inclinazione per l’incerto, che un giorno, chissà, potrà riportarci nel paradiso del calcio catapultandoci con la memoria negli anni Quaranta, i migliori della storia calcistica veneziana. Quando Ezio Loik e Valentino Mazzola erano i fari della laguna e “i putei de Venexia ghe dava dentro con appassionato fervore, per non dire con rabbia”.

Storie di calcio sotto l’albero

“E il calcio era lì per parlarmi di loro, di pomeriggi assolati e interminabili, di vecchietti urlanti alle finestre, di palloni bucati, di cose che sono lontane ma si assomigliano, del mistero della vita e del tempo che passa, e di quanto poco ne sappiamo noi di tutto questo.“ (E. Remmert)

A Natale puntuali come il gran bollito arrivano i soliti servizi relativi a un anno di sport, magari di calcio, di facce e di emozioni.

Per noi, che apprezziamo il calcio – e lo sport – raccontato con le parole scritte, sarebbe bello trovare sotto l’albero un libro che ci faccia emozionare come uno sbilenco e improbabile esterno sotto al sette al novantaquattresimo di una domenica uggiosa. Proviamo a lasciare qualche consiglio, fra ultime uscite e grandi classici. Con una chicca finale.

santa claus at home relaxing reading a book near christmas

Jorge Valdano “Le undici virtù del leader. Il calcio come scuola di vita”

Chi si è innamorato del sognatore di Futbolandia, non potrà non scegliere questo libro che racconta con lo stile caldo e sensibile proprio dell’ex Direttore Generale del Real Madrid le caratteristiche imprescindibili di un vero leader moderno. Fra credibilità, passione, stile, umiltà, talento e semplicità c’è modo di rivedere il calcio sotto un’altra luce. Non manca una stilettata letteraria all’acerrimo nemico Mourinho: «Se Guardiola è Mozart, Mou è Salieri. Sarebbe un grande musicista se non esistesse Mozart».

John Doe “Solo come in area di rigore”

Luca Leone, web designer romano che risponde al nome d’arte sulla copertina, è l’autore di una storia dove il protagonista è José Henrique, terzo portiere portoghese del Benfica che si trova a vincere la Coppa dei Campioni. Dopo il successo la caduta è rovinosa, e l’enigma che Josè si trova a sbrogliare segue i ritmi del thriller. Prefazione di Angelo Peruzzi.

– Federico Buffa e Carlo Pizzigoni “Storie Mondiali”

Sperling ha messo su carta le dieci straordinarie vicende legate al Mondiale di calcio e alla sua storia, raccontate quest’estate su Sky da colui che ormai è semplicemente il più formidabile narratore sportivo italiano. Insieme al fedele Pizzigoni, Buffa ripercorre azioni indimenticabili che finiscono per tracciare un ampio quadro globale. Parlando di calcio si finisce ad ascoltare musica, a conoscere la politica e ad appassionarsi alla storia del mondo srotolata lungo un rettangolo verde.

– Ivan Sica “Arrigo. La storia, l’idea, il consenso, la fiamma”

La neonata Edizioni In Contropiede, che prende forma all’inizio dell’anno lungo i nebbiosi e cinematografici avamposti della Riviera del Brenta, pubblica la storia romanzata di Arrigo Sacchi da Fusignano. L’uomo nuovo del calcio mondiale, col pressing alto e il 4-4-2 orchestrato col megafono dall’alto a Milanello, è una delle migliori intuizioni di Silvio Berlusconi, che oltre a portare il Milan sul tetto del mondo e nella hall-of-fame delle migliori squadre di sempre contribuisce a creare il terreno della strategia del consenso che investe il territorio italiano. In “Arrigo”, scritto da Ivan Sica, prende forma l’incendiario Sacchi, perfezionista maniacale più volte colpito dallo stress.

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Dei libri di calcio che ho letto nell’ultimo anno e mezzo mi permetto di suggerire “L’Alieno Mourinho” di Sandro Modeo e “Atletico Minaccia Football Club” di Marco Marsullo. Il primo è una sorta di trattato con spunti a tratti filosofici sulla figura di Josè da Setubal, un racconto approfondito che sviscera aspetti metodologici ed esistenziali di uno degli allenatori più famosi del globo, ben scritto ed illuminante. Il secondo è invece un romanzone incalzante sui campi improbabili dell’Eccellenza campana, dove Vanni Cascione – mister il cui unico dio è proprio Mourinho – guida l’Atletico Minaccia Football Club in un campionato esaltante, fra camorra, portieri cocainomani e stopper detti “Trauma”. Divertentissimo e romantico insieme.

Conservo inoltre sulla libreria, pronto da inforcare, “Heartland” dell’inglese Anthony Cartwright: ambientato nella sua Dudley, il romanzo incrocia le vicende della squadra locale del Cinderheath FC impegnata contro la compagine musulmana della stessa città. Sullo sfondo i mondiali nippo-coreani del 2002, a pochi giorni dalla storica sfida fra Inghilterra e Argentina. Rob – ex giocatore e insegnante di sostegno – non ha alcuna voglia di giocare la partita, che potrebbe scatenare una guerra razziale in una periferia abbandonata a sé stessa. Promette bene.

Nella libreria conservo inoltre “Ogni benedetta domenica” di Fulvio Paglialunga. Non posso infine esimermi dal suggerire un libro che ho letto ancora qualche anno fa e che ho amato tantissimo. Si tratta di “Un’ultima stagione da esordienti” di Cristiano Cavina.  Anche se, come molti sapranno, a oggi il migliore racconto di sport mai scritto rimane probabilmente la biografia di un tennista. “Open” che racconta la testa e il cuore di Andre Agassi e che consiglio in maniera davvero calorosa.

E se di libri siete sommersi, pensieri e parole sportive per le orecchie potete trovarli su Fonderia Mercury: Atleticamente è una serie di corti radiofonici, realizzati per la Rete Due della RSI, da Gianmarco Bachi e Sergio Ferrentino. Storie di calcio, di uomini, di folle che immortalano alcuni grandi momenti in soggettiva, dal rigore di Baggio a Pasadena sino alla famosa testata di Zidane a Berlino, portando l’ascoltatore nei flussi inarrestabili e sincronici della mente dello stesso giocatore protagonista. All’iniziativa collabora anche il nostro Luca Cancellara.

Buone Feste da Rovesciate.

santasoccer

Ezio Vendrame, ogni alba ha i suoi dubbi

Ho staccato gli ormeggi

dal peso delle cose

e mentre truffo le notti

negandomi ai sogni,

dintorni di una lacrima

ferita, salpo.


Ezio Vendrame

 

vendrame

PREMESSA: Dare un titolo a questo pezzo è stato difficilissimo. Ho scelto infine una citazione di Alda Merini perché nessuna delle espressioni canoniche tipo “genio e sregolatezza”, “calcio e poesia” e cose di questo genere possono esprimere in senso compiuto tutta la vorace esistenza di Ezio Vendrame e il fuoco intimo che alimenta quest’uomo friulano, un fuoco che si sente scoppiettare quando si ha la fortuna di incontrarlo dal vivo.

Qualche giorno fa, esattamente martedì, più o meno tutte le pagine che seguo sui Social dedicate al variopinto mondo del pallone hanno celebrato – giustamente oserei dire – il nono anniversario della triste scomparsa di George Best.

Il leggendario numero 7 dello United è un personaggio talmente pop da rappresentare davvero un’icona globale per chiunque segua il calcio e adori i suoi personaggi ribelli.

Custodisco gelosamente – e indosso ancora ogni tanto per fortuna – una maglietta acquistata on-line su Philosophy Football. La t-shirt riporta una delle sue frasi più famose, un po’ come quelle che vedete da anni sui banchetti di qualsivoglia festival “indipendente” dedicate a Ernesto Guevara.

L’Italia – da sempre affamata di afrori anglofoni (pensate alle cover italianizzate degli anni ’60 come questa, splendida peraltro, di Celentano) aveva bisogno di etichettare e individuare il proprio George Best. Buona parte dell’opinione pubblica e degli stessi addetti ai lavori hanno affibbiato questa nomea di Best all’italiana al buon Ezio Vendrame. Che, fatalità, ha festeggiato il suo sessantasettesimo compleanno proprio lo scorso venerdì 21 novembre.

Dire che Vendrame da Casarsa non assomigliasse – almeno un pochino – al suo collega più famoso d’Inghilterra è ingiusto. I lunghi capelli, la maglia numero 7, i numeri in campo con la divisa biancorossa del Vicenza e gli eccessi fuori dal rettangolo di gioco ben raccontati anche nei libri di questo oramai anziano signore di Casarsa sono noti a chi ama il calcio e le sue storie.

Da quando salì sul pallone e si mise la mano in fronte a mo’ di vedetta prima di effettuare un lancio preciso ai compagni che tardavano a smarcarsi, sino al momento in cui – durante una partita – prese la palla in mano per salutare con dovuta proprietà il suo grande amico Piero Ciampi presente in tribuna, Vendrame ha scritto e raccontato molti aneddoti che potete liberamente scovare leggendo i suoi racconti o spulciando il web.

Quello che mi interessa sottolineare però è che definire Vendrame come il Best all’italiana è fare un torto a questo magnifico e raro esemplare d’uomo che è Ezio.

Uno che dava appuntamento sulla tomba di Pasolini ai giornalisti diretti a Casarsa per intervistarlo “perché è ancora la persona più viva di questo paese” (ma potrebbe starci anche la p maiuscola), uno che conserva dentro le proprie fragili ossa un’anima così ricca, contrastata, multiforme e affamata, non avrebbe potuto certo diventare il simbolo di un’era come è stato – probabilmente suo malgrado e nemmeno del tutto in maniera consapevole – per George da Belfast.

Vendrame da molti anni ormai scrive poesie e sinceramente devo dire che alcune delle sue ultimissime apparizioni mi hanno sorpreso, dal ruolo di opinionista al Sanremo organizzato da Bonolis nel 2005 sino a un incontro a cui ha presenziato lo scorso anno durante la campagna elettorale del Movimento 5 Stelle per le elezioni del Sindaco di Treviso.

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A parte queste sue scelte – che rimangono personali e di cui possiamo conoscere solo impressioni parziali riguardo alla realtà delle cose, conservo dolcissimi ricordi di Ezio Vendrame che, con la timidezza della sua erre arrotata e la passionale sincerità di un bambino cresciuto in orfanotrofio e affamato di vita, ho avuto il piacere di incontrare in un paio di occasioni.

Anni or sono, sinceramente non ricordo se fosse il 2002 o il 2003, a Trebaseleghe (PD) era stato organizzata una presentazione del suo ultimo libro (di conseguenza uno fra “Se mi mandi in tribuna, godo” o “Vietato alla gente perbene”). Ero un giovinastro di nemmeno ventanni e alla fine presi coraggio e gli portai una letterina che gli avevo scritto, ciò che avevo letto, cosa sognavo, quello che mi ispiravano le sue parole e l’ironia senza filtro che inseriva spesso nelle sue storie di vita vissuta. La prese e mi ringraziò, quasi emozionato.

Qualche settimana dopo arrivò a casa mia una busta bianca. Il destinatario ero io e il mittente Ezio Vendrame da Casarsa. Il biglietto inserito riportava una semplice scritta, dei caldi ringraziamenti e la sua firma.

Una cosa da scaldare talmente tanto che alcuni mesi dopo ero addirittura ancora più impressionato nel ritrovarlo casualmente a un concerto al Fishmarket di Padova.

In compagnia di un amico – appassionato di calcio e di musica – mi ero diretto a sentire i Tetes de Bois, una band cantautoriale di Roma.

In occasione del tour per “Pace e Male” – un disco doppio bellissimo dove fra gli ospiti compare pure Gianni Mura in quel capolavoro che è “La canzone del ciclista” – la band ha suonato pure la canzone scritta proprio da Vendrame per quell’album.

Ezio dunque non si era fatto scappare l’occasione di sentirli dal vivo e per me offrirgli una birretta, a fine serata, nel mezzo di due chiacchiere lievi con il tono di chi sta in quel mistico confine che confonde un vecchio amico e un mito, rappresentò l’ennesima occasione per toccare con mano la straordinaria semplicità di quest’uomo che da giovane giocava bene a calcio e ha sempre desiderato vivere a pieno ogni esperienza.

Oggi ogni tanto, specie nelle fredde mattine di pioggia, mi sveglio e spero di vederlo riapparire all’improvviso – come faceva in campo dopo un tunnel al malcapitato avversario che lo trovava senza accorgersi già oltre, lanciato verso la porta con riccioli al vento e calzettoni abbassati – per chiedergli con calma come sta, sapere come vive ogni giorno Ezio Vendrame, dove porta a spasso la sua anima e se conserva da qualche parte un pallone per fare due palleggi ogni tanto.

Da bimbo cresciuto in orfanotrofio – nonostante i genitori fossero vivi ma separati – ha ribadito lui stesso di come il calcio abbia rappresentato sin dall’infanzia uno degli unici modi per dribblare le angherie dell’esistenza.

La canzone da lui scritta per i Tetes de Bois comunque la potete ascoltare qui ed è piena della struggente forza intima che Vendrame sprigiona.

“Fino a quando il futuro apparterrà ai poeti, il profumo dei fiori sarà salvo”.

Non l’ha scritta George Best, ma Ezio da Casarsa un tempo calciatore.