Educazione Calcistica: penso dunque gioco

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.

Si chiama Funino ed è un metodo di formazione calcistica per ragazzi dai sette ai dieci anni presente in sessanta paesi nel mondo. Da oltre quindici anni pilastro formativo della Federazione Spagnola di cui la cantera del Barcellona è la punta d’iceberg.

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«Siamo appena tornati da Debrecen, in Ungheria, dove abbiamo tenuto un corso: la Federazione magiara sta pensando di adottare il nostro metodo per rilanciare il movimento calcistico. E in Cina, da qui al 2025, prevedono di aprire 58 mila accademie».

Marcello Nardini, portiere degli anni ’70 (ha giocato anche in Germania) mi introduce così nello sconosciuto mondo del Funino, letteralmente “divertimento per il bambino”. Perché il Prof. Nardini, oltre che ex giocatore professionista e medico dello sport, è il presidente dell’associazione italiana Horst Wein, l’allenatore degli allenatori come viene chiamato laddove abbia diffuso il suo verbo.

E di fronte a questi numeri vacillo: non ho mai sentito parlare del santone Wein e del suo metodo sviluppato in 60 paesi nel mondo con l’obiettivo di educare i calciatori tra i sette e i dieci anni.

Per inquadrare velocemente il tema, e colmare la mia ignoranza, Nardini snocciola le Società che hanno aderito all’educazione alternativa: oltre alla Federazione Spagnola, che ha abbracciato il progetto sino a farlo diventare la sua Guida Ufficiale, anche Arsenal, Schalke 04, Leeds, Hoffenheim e St. Pauli. Ma soprattutto Valencia, Real Madrid e Barcellona, hanno plasmato le loro cantere sulla metodologia di Wein, medaglia olimpica d’argento nel 1980 come coach della Nazionale spagnola di hockey. Il modello di Wein e dei suoi seguaci diffusi in ogni angolo di mondo (tra cui Armenia, Panama, Estonia, Arabia Saudita e Singapore) è interamente basato sulle capacità psico-fisico-tecniche dei ragazzi: qualsiasi cosa, nella visione Funino, viene adattata alle abilità dei piccoli atleti, si procede per gradi in funzione delle loro attitudini. Rispetto ai tradizionali metodi educativi, l’apprendimento del giovane è essenzialmente guidato dal Gioco: l’obiettivo è quello di ricreare le condizioni del gioco di strada, senza meccanizzare un gesto tecnico dopo l’altro come avviene generalmente con il metodo analitico.

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«La difficoltà attuale del calcio – mi spiega Nardini – è proprio questa: pretendiamo dai giovani giocatori di partecipare a situazioni di gioco troppo complesse per le loro capacità ed è per questo che il metodo Funino si fonda sul tre contro tre, per passare poi gradualmente al calcio a cinque, a sette, e, solo dopo i 14 anni, al calcio a undici.»

Le fasi di un’azione su cui si concentrano i formatori di Wein sono quattro: percezione, cioè acquisire informazioni sulla dinamica di gioco; comprensione ed interpretazione, in cui ci si fa carico delle precedenti esperienze per riconoscere il problema trovare le soluzioni migliori; presa di decisione, valutando le diverse opzioni e calcolandone i rischi ed infine l’esecuzione, risolvendo il problema con una risposta motrice corretta eseguita con il “giusto” tempo.

Il gioco insomma come unico maestro, giochi semplificati come stimolatori naturali di fantasia e creatività, grazie alle continue sollecitazioni di gesti tecnici differenti e alla presa di coscienza e al dominio di spazio e tempo. Durante tali esercitazioni l’allievo è costretto a trovare la “soluzione” attraverso il ragionamento, decidendo rapidamente cosa è meglio fare in quella determinata situazione.

L’altro pilastro del sistema F sono le porte: ci sono quattro reti, due da attaccare e due da difendere in un campo da 25 x 30 metri circa; con questi requisiti aumentano notevolmente i tocchi di palla di ciascun giocatore, maggiore è il coinvolgimento nell’azione e la cooperazione tra compagni diventa necessaria, dovendo difendere due porte e poterne attaccare altrettante. In questo senso il ragazzo non è “costretto” a focalizzarsi su un unico obiettivo (l’unica porta) ma ne viene allenata la visione periferica di gioco, il cervello rimane costantemente attivo per una rapida lettura, in tempo reale, delle azioni difensive e offensive.

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Un altro elemento fondamentale del metodo Wein è il rapporto allenatore-giocatore: «I nostri formatori non sono educati a suggerire (per non dire urlare da bordo campo) ai ragazzi cosa fare ma insegnano loro a capire cosa fare, ma li accompagnano alla consapevolezza di eseguire precisi gesti tecnici e a mettere in pratica situazioni tattiche in funzione alle loro carenze, instillando nella memoria a lungo termine del ragazzo la soluzione al problema».

In Italia? «Siamo indietro di 20 anni» risponde categorico Nardini: «L’innovazione viene vista come elemento che può mettere in crisi lo status quo, ma per noi la cosa fondamentale è migliorare la qualità del calcio e l’evoluzione sportiva dei nostri piccoli giocatori. Abbiamo dovuto chiedere una deroga alla FIGC perché i ragazzi, seppur piccoli, non possono giocare gare ufficiali con 4 porte e tre contro tre.»

Perché da noi si è giocato e si gioca a Funino, nel 2013 e nel 2014 sono stati organizzati rispettivamente il primo torneo nazionale ed internazionale con sedi a Desio e Monza. «Il Funino è la riscoperta del gioco di strada di un tempo ma con una miglior organizzazione e a misura di bambino. È un modo di giocare che lascia esprimere la creatività senza pressioni» mi spiega Alessandro Crisafulli, uno degli organizzatori dei due eventi italiani: «Non ci sono competizioni, classifiche o premiazioni finali ma solo la nomination “the beautiful game” per il miglior gioco espresso». Che nell’edizione di settembre 2014 è stato vinto dal St. Pauli, distintosi tra gli avversari che comprendevano, oltre a squadre italiane tra cui Inter e Atalanta, anche società finlandesi, irlandesi, polacche, spagnole e tedesche per un totale di oltre centocinquanta ragazzi coinvolti. E proprio in quell’occasione i giovani calciatori stranieri hanno mostrato la miglior confidenza con le dinamiche di gioco del sistema Funino: «In Germania sono sette le società professionistiche che hanno aderito al programma di Wein, tra cui il Bayern Leverkusen. E si è visto: i ragazzi tedeschi hanno espresso un gioco più armonico, coprendo meglio gli spazi in campo e dimostrando una superiore intelligenza calcistica».

 

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Il torneo, che ha avuto importanti partner tra cui Unicef ed Expo2015, ha rappresentato una ventata di novità anche dal punto di vista sociale: la nuova educazione viene portata anche al di fuori del campo con pubblico e genitori assiepati a bordo campo, posizione che permette di avvicinarsi con un’ottica propositiva all’azione dei piccoli calciatori aumentandone la connotazione d’incitamento a discapito della pressione psicologica e del tifo tout court. Inoltre i piccoli calciatori sviluppano la capacità di dare valore e rispetto alla superiorità dell’avversario senza doversi arrendere e a mettere in campo la volontà di superarsi per raggiungere un livello di gioco ottimale senza tener conto del risultato: nel Funino, infatti, non esiste il punteggio e i gol, maggiori rispetto alle tecniche tradizionali (anche solo per la doppia porta a disposizione), non sono fini a sé stessi ma vissuti come coronamento di buone dinamiche tecnico-tattiche.

La situazione italiana è dunque meno evoluta rispetto ad altre esperienze, soprattutto europee, ma la prospettiva è tutt’altro che negativa: ai corsi organizzati dall’associazione italiana Horst Wein partecipano centocinquanta-duecento allenatori e formatori per volta e, anticipazione del Prof. Nardini, si sta lavorando al primo torneo mondiale di Funino in Italia, che sarà organizzato nel giugno del prossimo anno: «Le squadre italiane solitamente puntano a far crescere i ragazzi dal punto di vista fisico, trascurando l’approccio mentale e cognitivo alla partita e alle dinamiche di individuali e di squadra. C’è ancora molto da fare, soprattutto puntando sul metodo Brain Kinetic, nato in Germania a opera di Horst Lutz, che permette di incrementare le capacità cerebrali degli atleti al fine di creare calciatori intelligenti e completi».

Perchè come sostiene Wein, il calcio parte dalla testa, attraversa il cuore e termina nei piedi.

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NOTA: L’articolo è stato scritto riportando qualche fedele citazione dal sito Ideacalcio di Diego Franzoso: qui potete trovare l’intero pezzo dedicato al metodo Funino. 

Gioia e rivoluzione, il calcio di Pacho Maturana

«Di cosa ti preoccupi se i problemi son come le nuvole? Le nuvole passano. A volte si fermano e rimangono in cielo per poco, però poi se ne vanno. Non esiste il problema eterno, Pacho.»

Un principe arabo parla a Francisco Antonio Maturana García, per gli amici Pacho. E in quel momento tocca le morbide corde esistenziali di quel bambino che nella sua casa in Colombia ascoltava il padre leggere i racconti di Le mille e una notte, senza immaginare che un giorno il pallone lo avrebbe portato a calcare i campi di quelle terre lontane dopo aver cambiato per sempre il calcio del proprio Paese.

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A otto anni la famiglia Maturana si trasferisce da Quibdò a Medellin. Prendono casa a Los Alcázares, un barrio dove – come ricorda lo stesso Maturana – “tutto era calcio”. Sul finire degli anni Cinquanta il piccolo Francisco, con quella faccia da bluesman, si avvicina al futbol proprio grazie al padre.

«Il nostro posto era in Corea, la tribuna dove ti spegnevano la sigaretta sulla testa. Quando uscì l’Atletico Nacional dal tunnel si sentirono gli applausi. Quando invece sbucarono quelli del Deportivo Medellín rimbombarono i petardi. Un bambino si impaurisce facilmente e da quel giorno iniziai a simpatizzare per i verdi.»

Il Fronte Nazionale in quel momento stabilisce che ogni 4 anni le principali forze politiche, liberali e conservatori, si alternino al Governo. La Colombia non è un Paese stabile, né tantomeno libero. Nelle campagne le formazioni guerrigliere si organizzano contrastando con azioni di guerriglia mobile contro i gruppi paramilitari.

A casa di Maturana non si contemplava l’idea di avere un figlio calciatore.

Bisognava studiare.

Provare a immaginare di raccontare ai genitori di voler diventare giocatore di calcio significava chiedere di essere diseredati. «Per mia madre giocare con quelle scarpe che erano costati tanti sacrifici a mio papà era inammissibile. Per questo ogni tanto le toglievo e giocavo a piedi scalzi. Per non rovinarle. Ma un giorno mentre giocavo scalzo me le rubarono e per un bel periodo dovevo avvicinarmi al calcio di nascosto.»

Con la squadra del Liceo che frequentava all’epoca viene notato da Julio Ulises Terra, tecnico delle giovanili del Nacional. Lo prendono subito e nel 1973 a sedici anni vince il suo primo scudetto colombiano, ragazzino che corona un sogno in una banda di veterani. Le pratiche di odontoiatra continuano di pari passo con l’attività calcistica, e i bambini aspettano a bocca aperta Pacho, il giocatore del Nacional.

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Durante quegli anni il ragazzo Maturana stringe una forte amicizia con il tecnico Osvaldo Zubeldía, argentino precursore del fuorigioco, degli schemi sui calci piazzati e degli studi sulle tattiche degli avversari.

L’Atletico Nacional nel ’76 diventa ancora campione e il giovane Francisco diventa uomo, attraversando le notti alcoliche colombiane in compagnia del Zurdo Lopez, difensore tanto forte in campo quanto bohemien fuori. Nel 1981 dopo 359 partite in biancoverde Maturana passa all’Atletico Bucaramanga.

Un trasferimento che avviene per necessità di indipendenza esistenziale: «Vivevo ancora con mia madre ed ero stanco di rientrare a casa, camminare in punta di piedi per non sentire i rimbrotti tipo “Pacho, non mi lasci dormire”. Decisi di cambiare città e scelsi Bucaramanga perché mi diedero la possibilità di terminare il tirocinio. Tutto quello che desideravo.»

Nella stagione successiva con la maglia del Deportes Tolima a soli 33 anni abbandona il calcio, per ritornare a Medellín e dedicarsi compiutamente alla carriera di dentista, in una clinica infantile.

Siamo nel 1983. Il Presidente Belisario Betancourt Cuartas è alle prese con tentativi di dialogo per trovare accordi di pacificazione con le principali forze guerrigliere.

Un giorno apre la porta del suo studio di Luis Cubilla in persona, tecnico uruguaiano dall’aspetto pacioso e dalle folte sopracciglia, appena sbarcato in Colombia per allenare l’Atletico Nacional. Nella sala di aspetto del dentista Francisco si consuma un dialogo del genere, fra una carie al molare e una pulizia agli incisivi.

«Ho bisogno di te, devi rientrare nel calcio.»

«Mister, ho appeso le scarpe al chiodo.»

«E allora perché non mi aiuti con la squadra? Hai carisma. E stai pure ingrassando! Hai bisogno del calcio. Ci vediamo domani, all’allenamento. Non fare scherzi Pacho.»

Il giorno dopo Francisco Maturana rientra su un rettangolo verde per guidare un allenamento di sedicenni, fra i quali gioca un certo René Higuita.

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Da quel giorno inizia l’apprendistato di Maturana come allenatore alla scuola della gioia.

«Recuperare palla più velocemente possibile. Perché chi non ha la palla soffre, chi ce l’ha gode.»

Cubilla è l’allievo prediletto di José Ricardo De Leòn, visionario assoluto del movimento calcistico uruguagio. De Leòn fu il tecnico in grado di spezzare, nel 1976, l’egemonia storica dei due club principali Nacional e Penarol vincendo il campionato con il Defensor.

Accusato all’epoca di catenaccio in stile Herrera, col passare degli anni viene riconosciuto a De Leòn la vicinanza ai principi del calcio totale olandese.

Cubilla assimila la lezione e diventa il professore calcistico dell’allievo Maturana, trasmettendogli conoscenze e perfezionamenti, quaderni, libri e note sue, di Zubeldía, Bilardo e Menotti.

«Mi chiamava a casa sua, prendeva i libri, bevevamo del whisky e mi faceva apprendere, tutte le notti, una tattica differente.»

L’anno dopo il tirocino nottambulo continua con Aníbal Ruiz e nel 1986 Maturana si mette in proprio e diventa il primo allenatore dell’Once Caldas.

«La mia idea fu la libertà. L’unica cosa da fare era schierare ogni giocatore nella posizione a lui più congeniale. Quella squadra era un grido di libertà. Andiamo a giocare! Perdere o vincere è una possibilità, però proviamoci giocando.»

Nel 1987 Pacho ritorna sulla panchina del Medellìn da allenatore protagonista, stavolta. Prima di intervenire in campo, cerca di migliorare la cultura dei propri giocatori.

Spiega l’importanza dello stile, a partire dalle divise. Ai giocatori non proibisce il sesso, ma li consiglia di stare lontani da bordelli e prostitute. «Se giochi all’Inter e vai in discoteca il giorno dopo non lo sa nessuno, ma qui parlano anche i muri. Se esci con una ragazza, fai in modo che sia una brava ragazza. Gullit e Maldini sono fidanzati con delle show-girl.» Elevare lo status dei giocatori è il primo passo per imporre un nuovo modello di gioco. Proprio mentre è impegnato nella costruzione dello spettacolare Medellìn ,che schiera un gruppo di ragazzi che diverranno pilastri della squadra nazionale come René Higuita, Norberto Molina, Andrés Escobar, Luis Carlos Perea e Leonel Alvarez, lo contatta la Federazione Colombiana per offrirgli la panchina della Nazionale. Come racconta Tabarez “la Colombia era l’unica Nazionale che potevi allenare tutti i giorni perché la sua base apparteneva quasi interamente all’Atletico.”

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Nel Medellìn Maturana scolpisce quel modello di gioco avveniristico che guiderà la Colombia a un calcio spumeggiante e a storici risultati.

Il possesso cadenzato, con passaggi corti che anticipavano il tiki-taka di almeno due decenni, era il marchio di fabbrica di un 4-4-2 capace di trasformarsi in fase d’attacco in un 4-2-2-2 con gli esterni che stringevano per attaccare ulteriormente la profondità. La pressione laterale con raddoppi sistematici ha probabilmente ispirato il suo allievo Simeone alla guida dell’Atletico.

E poi la difesa alta, altissima, perfettamente sincronizzata e guidata dal caleidoscopico Renè Higuita, strepitoso interprete di principi assolutamente moderni (mi auguro che Neuer abbia visto almeno qualche videocassetta). Un portiere libero, in tutti i sensi, che giocava molto coi piedi quando non vi era ancora la regola obbligatoria del retropassaggio e capace di leggere il gioco come un vero regista arretrato. Con tutti i rischi del caso, ovviamente.

Curioso che nella finale Intercontinentale dell’89, dopo la vittoria nella Copa Libertadores, la squadra di Maturana si trovi di fronte proprio il Milan di Sacchi.

I giornalisti alla vigilia dibattono sull’opportunità di giocare un match contro a una squadra accusata di avere rapporti con il famoso Cartello dei narcotrafficanti. Le repliche sudamericane incentrano il discorso su mafia e camorra.

In campo, intanto, si gioca una partita forse non bellissima ma probabilmente unica nel suo genere: di fronte due maestri di calcio, ispirati da simili principi, che fondano il proprio gioco su uno spartito comune. Due rivoluzioni a confronto, sigillate da un calcio di punizione di Chicco Evani.

I due allenatori si stimano e nel corso degli anni varie volte si sono scambiati reciproci complimenti.

Da quel lontano dicembre, poi, come racconta lo stesso Maturana una volta all’anno il mister colombiano si riunisce sulle montagne italiane insieme ad Arrigo, Ancelotti e qualche altro tecnico tricolore non ben specificato per un simposio amichevole sul calcio. Ovviamente non sono ammesse mogli e donne in genere. Qualche giorno in alta quota a parlare solo di futbol. Pagherei per assistere a una cena del genere.

Il Nacional Medellìn vice-campione del Mondo per club è il trampolino di lancio che introduce la Colombia di Maturana al Mondiale italiano del 1990, partecipando alla competizione più importante a ben 28 anni di distanza dal suo esordio.

Maturana conferma la sua personalità di studioso e la sua umile umanità contattando, prima della spedizione, alcuni tecnici importanti come Menotti, Bilardo e Beckenbauer per capire come gestire al meglio la tensione della manifestazione.

Dopo lo spareggio vinto contro Israele la Colombia si presenta al torneo guidata da Capitan Valderrama e con la stella Rincon.

Il pareggio – a firma proprio di Freddy – contro la Germania Ovest futuro campione porta la Colombia alla prima storica qualificazione agli ottavi dove i Cafeteros sono però eliminati dalla doppietta del veterano Milla. È il giorno in cui Higuita dimostra di avere effettivamente qualche aggancio in alto, dato che Escobar per molto meno fu giustiziato dai narcos.

Terminato il Mondiale Maturana tenta l’avventura europea approdando sulla panchina spagnola del Valladolid. La crisi economica del club, sull’orlo del fallimento, trascina anche i suoi protagonisti sportivi verso un’inesorabile retrocessione.

Maturana – a un passo da guidare il Real Madrid che all’ultimo gli preferisce Antic tentando di acquisire il colombiano come manager – rientra in patria.

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Con l’América de Cali di Rincòn vince lo scudetto e a fine stagione riacquisisce la guida della Colombia.

Il partidazo historico è l’atto conclusivo delle qualificazioni, quel 5 settembre 1993 in cui la Colombia trionfa in Argentina con una monumentale vittoria per 5-0.

Con Asprilla largo a sinistra Maturana devasta l’albiceleste e fila al Mondiale americano come un treno inarrestabile.

«Posso solo dire che fu il riassunto di una lunga storia di allenamenti, partite, coincidenze, di un ambiente spettacolare. Fu una partita complicata, più di quanto racconti il risultato finale. Talvolta, ancora oggi, in qualsiasi parte del mondo incontro qualche ragazzino che mi riconosce e mi dice “Maturana, Argentina zero…Colombia cinque”!»

Il picco anticipa però un fracaso sportivo, dal momento che quella Colombia viene eliminata al primo turno del Mondiale statunitense, mettendo in modo tragico la parola fine con l’assassinio di Escobar per mano dei trafficanti.

Sulla carta più forte della sua versione precedente, quella Colombia era però più individualista e meno disposta a seguire le disposizioni collettive del proprio allenatore. Il Cartello di Calì spadroneggiava, la Colombia era costantemente sull’orlo della guerra civile e molti contadini coltivavano cocaina come unica speranza economica.

In questo quadro chiarisce molte cose l’aneddoto di Maturana, chiamato una sera in Federazione insieme a Julio Grondona per insignire Miguel Rodriguez – boss del famoso Cartello – del titolo di benefattore del calcio sudamericano.

La seconda esperienza spagnola, alla guida dell’Atletico Madrid, è sempre poco fortunata per Francisco che vede infortunarsi in un colpo solo pilastri come Simeone, Caminero e Pirri. Per smaltire la delusione si affida a un’altra panchina nazionale sudamericana, affidando i propri dettami di possesso organizzato ai calciatori ecuadoregni.

Con l’Ecuador di Kaviedes approda ai quarti della Copa America, manca per soli quattro punti la qualificazione al Mondiale francese ma regala comunque ai tifosi le prime storiche vittorie contro Argentina e Venezuela. L’ennesimo ritorno al calcio dei club lo fa con i Milionarios, storici rivali del Nacional, dove dura una sola stagione prima di ripresentarsi sul palcoscenico internazionale come allenatore della Costa Rica.

Con i Ticos vince la Coppa Centroamericana e in pochi mesi passa a condurre la Nazionale peruviana prima di rivestirsi ancora una volta da commissario tecnico della Colombia, che lo sceglie per condurre la squadra che parteciperà alla prima Copa America organizzata in casa.

Scrive una pagina storica, guidando i Cafeteros al primo trionfo, raggiunto battendo il Messico in finale grazie al gol del capitano Ivan Cordoba.

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La fine di un’epoca e la mancata qualificazione al Mondiale asiatico portano Maturana ad accettare l’offerta dell’Al Hilal, vincendo il campionato saudita.

Il bambino Francisco grazie al calcio conosce dal vivo le atmosfere e gli scenari che il padre gli raccontava quando gli leggeva Le mille e una notte.

«Un giorno ci dissero che non potevamo uscire per gli allenamenti perché stava arrivando una tempesta di sabbia. Non me la sarei persa per nulla al mondo. Mi diressi verso il deserto per godere di quello spettacolo magico. Nuvole rosa e una notte di stelle brillanti.»

Dopo il deserto arriva la quarta volta da selezionatore colombiano. Il ricambio generazionale non è però ancora avvenuto e Maturana – fiutando l’esonero nell’aria – dopo la sconfitta con il Venezuela abbandona per sempre la guida della massima espressione del calcio colombiano.

La carriera da allenatore prosegue alla volta dell’Argentina, con una duplice breve esperienza alla guida di Colon Santa Fe e Gimnasia La Plata. Ormai Maturana è un professionista senza confini. «Che un tecnico colombiano allenasse in Argentina era il riconoscimento del lavoro svolto e della crescita del calcio del nostro Paese.»

La continua alternanza fra squadre di club e Nazionali lo porta a fare tappa a Trinidad & Tobago, per proseguire successivamente il cammino arabo come mister dell’Al Nassr.

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Le spese pazze dello sceicco sono bene riassunte da questa dichiarazione: «Un giorno il principe mi consegna un assegno da 600.000€ e mi dice di andare in Spagna per la preparazione. Questi sono per l’albergo e per tutta l’organizzazione. Trascorremmo un mese a La Montaña, vicino a Barcellona. Poco distante abitava Cruyff, che spesso assisteva agli allenamenti e passava del tempo in mia compagnia chiacchierando di calcio.»

Oggi continua la sua attività – iniziata nel 2001 – di amministratore del calcio mondiale come membro del Comitato Fifa.

Scrive report sull’andamento del calcio mondiale, continuando a confrontarsi con gli allenatori dei campionati che segue da incaricato e allo stesso tempo tiene corsi per i mister. Ogni tanto si incontra con quelli che chiama “veterani”: seduti a un tavolo lui, Pelè, Platini, Beckenbauer ed altri ragazzi ormai grandi discutono sui problemi dello sport pedatorio come doping e scommesse. Quattro confronti annuali e a quanti lo criticano come un perdente di successo risponde con una bacheca che contiene una Libertadores, una Copa America, una Coppa centroamericana e svariati successi nazionali.

La partita che ricorda con maggiore orgoglio è il pareggio di Italia ’90 contro la Germania. Con piacere rammenta una frase di Guardiola: «Pacho, nel calcio c’è sempre da imparare. Il problema è che iniziamo a saperne abbastanza quando siamo già invecchiati.»

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Esplora ancora con curiosità le tortuose strade del futbol, Francisco Maturana.

Con l’eleganza, l’intelligenza e la tranquillità che lo portarono a essere il primo allenatore a conquistare la Copa Libertadores con un club colombiano, nella finale dell’89 giocata contro l’Olimpia guidata proprio da Cubilla, uno dei suo maestri. L’apprendimento rapido, l’impegno, la voglia di studiare e il desiderio di cultura sono sempre state caratteristiche principali di questo dentista che sognava ascoltando Le mille e una notte.

In fondo il calcio, a casa sua, più che una nuvola passeggera ha sempre portato un raggio di sole.

Questo video è pazzesco: narra la parte finale della rimonta del Nacional che vince la Libertadores dopo essere stato sconfitto l’andata per 2-0. Servono nove rigori alla fine, dove i colombiani sbagliano per tre volte consecutive il match-ball e Higuita ne para in continuazione. Da annotare l’esultanza del telecronista al grido di “Mi patria!”, le invasioni di fotografi a gara in corso e delle cheerleaders al rigore decisivo, il vestito e l’aria da bluesman che conserva ancora oggi Maturana.

Le grandi storie di calcio spesso sono scritte da chi ha il coraggio di immaginarle nella propria testa, prima ancora di provare a metterle in pratica sul rettangolo verde.

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FONTI:

Questo articolo si ispira principalmente a una strepitosa intervista di Mauricio Silva Guzman uscita nel 2013 per El Tiempo che trovate integralmente qui.

Per il resto un interessante contributo tattico è quello redatto lo scorso anno da Gianvito Piglionica a Four Four Two

A questo link infine chiunque fosse interessato ad approfondire la rivoluzione tattica di Maturana può visionare un ottimo video che mostra fasi di gioco e principi salienti della visione di Pacho.

 

Nevio Scala, dalla terra alle stelle

“Gli uomini sono come la terra, se li coltivi con amore e costanza è probabile che tu raccolga qualche frutto.”

Nevio Scala

scalanevio1990. A poche giornate dalla fine del campionato di serie B a Parma, come in molte altre città italiane, si svolgono le elezioni amministrative. Al Tardini spunta uno striscione destinato a far la storia, indica Marco Osio come possibile candidato Sindaco. Il soprannome rimarrà appiccicato sui capelli lunghi di questo centrocampista offensivo che proprio con un suo gol aprirà il tabellino di un derby caldo come non mai, per l’Emilia paranoica. Il match decisivo, fra Reggiana e Parma, alla penultima giornata vede prevalere gli uomini di Scala con due gol. Il secondo lo caccia dentro Alessandro Melli, ed è matematicamente quarto posto che all’epoca significava ancora promozione diretta in serie A.

Erano i tempi in cui – come potete constatare nel video sotto – la partita alla tv si raccontava con parole come schioppettanti e maginot, e i giocatori festeggiavano togliendosi la maglia e mostrando fisici longilinei ma non scolpiti, senza quadratini addominali, e larghe sottomaglie interamente bianche che avrebbe potuto indossare anche un mediano di Seconda Categoria.

Il Parma, segnato dalla morte del suo presidente Ernesto Ceresini, si affaccia al massimo campionato italiano per la prima volta nella sua storia.

Per celebrare al meglio il successo Calisto Tanzi, patron dell’ascendente Parmalat, acquista il pacchetto di maggioranza del club e inizia a costruire il grande sogno gialloblù degli anni ’90, con la provincia diligente e felice alla conquista del mondo.

Al timone della squadra, confermatissimo, c’è Nevio Scala da Lozzo Atestino, campagna padovana. Nato nel ’47, Scala è un ex calciatore che con la maglia del Milan ha vinto pure la Coppa dei Campioni. Parla poco, Nevio, e negli anni del sacchismo – quella strana setta i cui adepti erano devoti a 4-4-2 pressing e intensité – cerca di tenere a galla i suoi ragazzi disponendoli con tre difensori centrali. Divertente coincidenza vuole che proprio il Vate di Fusignano fosse salpato verso San Siro dopo aver guidato proprio i gialloblù verso la metà degli anni Ottanta alla risalita in serie B e alla sorprendente vittoria in Coppa Italia in casa dei rossoneri.

Oggi assisteremmo a un ampio dibattito se quel Parma giocasse con un vero 3-5-2 o con cinque difensori. Discussioni che lasciano il tempo che trovano, vista la fluidità del gioco del calcio. Per salvarsi e disputare un buon campionato arrivano alla corte di Pedraneschi tre stranieri: il portiere brasiliano Claudio Taffarel, che qualche anno dopo a Pasadena avrebbe asciugato le lacrime ai rigoristi azzurri, il centrale difensivo belga Georges Grün – oggi conduttore televisivo – e il centrocampista offensivo svedese Tomas Brolin. Insieme alla spina dorsale formata dalla vecchia guardia – capitan Minotti, Apolloni, Zoratto, Melli e Osio che alla terza di campionato segna il gol della vittoria contro il Napoli – i tre nuovi arrivi trascinano il Parma al quinto posto finale e a una inaspettata qualificazione alla Coppa Uefa.

L’allenamento defaticante del Parma alla fine di ogni partita inizia ad entrare nelle tv di tutti i tifosi italiani. L’idea arriva dalla Danimarca dove Scala, da grande allenatore preparato e curioso, aveva partecipato a un corso sulle metodologie di allenamento.

L’estate successiva il Parma acquista due giocatori che diventeranno fondamentale per la leggendaria avventura di Scala e capaci – grazie alle loro caratteristiche di spinta – di rendere il sistema di gioco prescelto dal mister un meccanismo bello e maledettamente concreto. Si tratta di Antonio Benarrivo, che giunge dal Padova, ed Alberto Di Chiara in arrivo da Firenze. Due terzini offensivi – il secondo ala sinistra reinventato nel ruolo dal mister brasiliano Lazaroni – dotati di grande corsa, capacità di effettuare ottimamente entrambe le fasi, ottimo tempo d’inserimento e notevole quantità di cross dal fondo rappresentano il tassello mancante per il salto di qualità.

Nonostante l’eliminazione al primo turno in Coppa Uefa e il settimo posto finale, i gialloblù a fine stagione colgono il primo storico successo conquistando la Coppa Italia. La finale era ancora andata e ritorno, gli eroi della notte contro la Juventus sono manco a dirlo il bomber Alessandro Melli e il Sindaco Osio.

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Il primo trofeo italiano da allenatore – dopo lo Scudetto con la maglia del Milan – porta Scala a guidare nuovamente il Parma in Europa. L’obiettivo è cercare di stare nel panorama europeo a buon livello, riscattando la prematura eliminazione della stagione precedente.

In campionato la cavalcata del Parma è suggestiva: grazie anche ai 7 gol del neo-acquisto colombiano Tino Asprilla, attaccante tutto reti, pistole e capriole, il Parma conclude al terzo posto a soli nove punti dal Milan campione.

Il collaudato sistema di gioco, l’accresciuta autostima e fiducia nei propri mezzi, l’intensità e la caparbietà di alcuni uomini chiave portano il Parma per la prima volta nella sua storia in cima a un podio europeo.

Il 12 maggio del ’93 è la data in cui l’Europa scopre Parma e le sue ricchezze. Nel tempio di Wembley Scala – dopo aver eliminato fra le altre Sparta Praga e Atletico Madrid – schiera il classico 3-5-2. Nove titolari sono italiani, Asprilla in panchina che con i suoi 4 gol aveva contribuito a trascinare il Parma alla finale regalando fantasia alle geometrie gialloblù è uno di quei misteri del futbol. Ai giornalisti che incalzavano Scala risponde: «La formazione la saprete dagli altoparlanti.»

Molti di quei ragazzi arrivano a giocarsi una finale europea dopo aver combattuto insieme sui campi di serie B. «Eroi, ma non per caso» precisa il mister. Convinto dei propri mezzi il Parma finalista attende l’appuntamento con la storia all’Hyde Park Hotel, lo stesso albergo dove l’anno prima alloggiava la Sampdoria sconfitta in finale di Coppa dei Campioni.

E come ogni favola che si rispetti, arriva il lieto fine. Parma da provincia morbida, dove tutto sembra scorrere in maniera sempre liscia, si trasforma per una notte in capitale del calcio europeo. Tre a uno finale, Minotti, Melli e Cuoghi. Persino Nesti e Cerqueti nel video sotto li riascolto come una dolce nenia.

Lo status raggiunto di nuovo importante centro del calcio europeo impone alla Società di vestirsi a festa. Sono i primi passi verso il Parma di Tanzi 2.0, quello dei miliardi, dei trofei, di Thuram, Crespo, Veron e del clamoroso crac finale.

Nei due anni successivi grazie ad acquisti come quelli del jolly Sensini, del tuttocampista Dino Baggio, di Crippa e soprattutto del piccolo genio sardo Gianfranco Zola nei due anni seguenti il successo di Wembley il Parma di Scala entra in pianta stabile nel gruppo delle grandi della serie A. Il 3-5-2 o 5-3-2 continua a mietere successi: è Massimo Crippa a segnare il gol vittoria che vale la Supercoppa Europea conquistata ai danni del Milan, partecipante al posto dell’Olympique Marsiglia travolto dagli scandali.

A Copenhagen non riesce il bis nella finale di Coppa delle Coppe. Stavolta i gialloblù vengono sconfitti per 1-0 dall’Arsenal. La sfortuna (palo di Brolin) e numerose chance non sfruttate lasciano a Scala l’amaro in bocca. Rispetto all’anno prima in porta c’è Bucci e davanti Zola e Asprilla.

Difesa alta, intensità, portiere bravo a giocare coi piedi, tecnica e velocità assicurata dalla coppia Zola-Asprilla, gli inserimenti di Brolin. In questa breve sintesi, nonostante la sconfitta, tutto il bel calcio del Parma di Scala.

A secondo posto archiviato il Parma riparte di gran carriera e nella stagione successiva Scala guida i suoi ragazzi a un’altra storica pagina europea: i gialloblù vincono infatti la prima Coppa Uefa battendo la Juventus di Lippi. Il duello è entusiasmante perché coinvolge campionato e Coppa Italia, dove sono i bianconeri che in attacco schierano Baggio, Vialli e Ravanelli ad avere la meglio. In Europa però vincono i ducali, all’andata gol di Dino Baggio e miracoli in serie di Bucci, al ritorno – giocato a San Siro – basta il pari con l’ennesima velenosa rete dell’ex Dino Baggio che risponde all’eurogol di Vialli. Immediatamente a fine partita, come si può vedere nel video, Nevio Scala ha l’eleganza di dedicare la vittoria ad Andrea Fortunato, difensore bianconero scomparso qualche settimana prima a soli 24 anni a causa di una bastarda leucemia.

Non so se mi commuova di più la telecronaca di Pizzul o la chioma di Fernando Couto.

L’anno dopo Scala porta a termine la stagione senza alcun successo, nonostante l’arrivo – pur deludente – del Pallone d’Oro Stoichkov. Parmalat diventa un’azienda dagli orizzonti globali e di conseguenza il Parma, dopo essersi fatto conoscere e apprezzare, mira a diventare una vera e propria potenza europea. I miliardi di Tanzi introducono al calcio-business del nuovo millennio e all’interno di un quadro che sta cambiando i propri colori principali uno come Scala non potrebbe rimanere. «Il Parma non era contento di quello che avevamo raggiunto, voleva vincere il campionato e andare contro le grandi società o imitarle ma in una città piccola come Parma questo non era possibile. Non bastava più vincere le coppe europee e così quando Icaro si è messo le ali di cera, il sole le ha bruciate.» Si chiude con un sesto posto l’epopea gialloblù di Scala, premiato nel 2013 in occasione del Centenario della Società come miglior allenatore della storia del club. Sette anni di grandi emozioni, questo piccolo video racconta qualcosa in più dell’uomo che stava sotto alla tuta e seduto in panchina.

Sceso dalla giostra gialloblù dopo alcuni mesi l’allenatore veneto torna in pista subentrando a Galeone sulla panchina del Perugia. La salvezza non riesce, nonostante i 15 gol di Marco Negri, e Nevio decide che è arrivato il momento di esportare il suo calcio oltre i confini nazionali. La sentenza Bosman aveva difatto improvvisamente allargato i confini relativi al calciomercato dei giocatori comunitari e aperto il primo varco verso il calcio globalizzato 2.0. Anche gli allenatori italiani annusano nell’aria il profumo di esperienze straniere e Scala – forte dei successi conquistati col suo bellissimo Parma – finisce a Dortmund, in Germania, come guida tecnica dei gialloneri del Borussia freschi campioni d’Europa.

Scala succede a Hitzfeld e nel giro di pochi mesi si trova a festeggiare un successo mondiale: l’allenatore venuto dalla campagna sale sul tetto del mondo calcistico grazie alla vittoria di quella che un tempo era la Coppa Intercontinentale. Nella finale, di fronte al Cruzeiro, sono Zorc e Herrlich a fulminare il giovane Dida. Mantenendo il classico 4-4-2 di una squadra già rodata Nevio raggiunge una vittoria davvero significativa, dato che all’improvviso – nonostante il successo raggiunto con una squadra in grado di giocare un ottimo calcio – il clima italiano stava stretto. Poco mediatico per le ambizioni globali di Calisto Tanzi, era stato salutato senza troppi rimpianti. Da uomo saggio e pacato era stato in grado di gestire un ottimo gruppo anche in terra straniera raggiungendo addirittura il massimo trofeo per club. Nonostante non riesca a bissare il successo ottenuto con il Parma in Supercoppa Europea – sconfitta col Barcellona – la stagione è comunque da incorniciare grazie anche all’ottimo percorso in Champions League, interrotto solamente in semifinale contro il Real Madrid. Eppure il calcio un’altra volta mette Scala davanti a un dribbling improvviso e a fine anno, dopo una sola stagione e in anticipo rispetto alla scadenza di contratto, Scala abbandona il Borussia e saluta per divergenze di vedute con la Società rinunciando pure alla buonuscita.

Una pausa di due anni non inibisce la voglia di campo e di calcio estero di Scala, ora uno dei tecnici più ambiti a livello europeo. Nel 2000 firma per il Besiktas, ma l’avventura termina anzitempo pochi mesi dopo con l’esonero del mister dopo la sconfitta con il Fenerbahce con la squadra comunque in seconda posizione di classifica. Esperienza negativa, una delle poche – insieme alla parentesi di Perugia – che come spesso ha dichiarato nelle interviste l’allenatore veneto non ripeterebbe.

Nel 2002 valica la frontiera ucraina e porta lo Shaktar Donetsk alla conquista del suo primo titolo, gettando le basi per la crescita nazionale ed europea del club oggi guidato da Lucescu. «Ho incontrato Ahkmetov a Vienna e ho scelto lo Shaktar perché attratto dall’Ucraina. In me hanno sempre convissuto due persone: l’allenatore e l’agricoltore. A Donetsk, quando avevo del tempo libero, andavo nei campi e osservavo come lavoravano i contadini del posto. I piani ambiziosi, la struttura ultra-moderna della sede centrale e il fatto che il caviale fosse inserito nel menu dei giocatori mi convinsero. Inizialmente i giocatori erano abbastanza chiusi in se stessi, ma grazie al mio staff siamo riusciti piano piano a costruire un rapporto umano importante che ha portato i ragazzi a interagire in maniera più libera e spensierata…ho sempre pensato che tutto questo avrebbe aiutato anche in campo e così è stato, nonostante avessi virato sulla difesa a 4 in quanto dopo alcuni tentativi avevo notato qualche difficoltà nel recepire il sistema a 3.» Il primo titolo dello Shaktar coincide con il primo “scudetto” vinto da allenatore per Scala. Nella stessa stagione la squadra del tecnico italiano strappa anche la Coppa d’Ucraina agli storici rivali della Dinamo Kiev che proprio pochi giorni prima avevano salutato il proprio condottiero, il colonnello Lobanovsky.

L’avvento di Scala sulla panchina ucraina rompe con la tradizione di certe metodologie e importa un nuovo modo di fare calcio. Per Vorobei – giocatore dello Shaktar – “il comunismo era finito con l’arrivo di Scala”.

La mancata qualificazione alla Champions comporta per Scala la fine del cammino ucraino, che per un tecnico globetrotter come lui oramai significa rifare le valigie alla ricerca di un’altra esotica sfida.

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Il viaggio prosegue lungo la cortina di ferro per fare capolinea a Mosca, sponda Spartak. Primo e unico italiano a guidare il club di Mosca, Scala termina in malo modo l’avventura con un esonero non prima di aver comunque lasciato il segno grazie alla vittoria della Coppa di Russia che ancora oggi rimane l’ultimo trofeo conquistato dallo Spartak. Terminata la campagna russa, Nevio decide che è il momento di staccare la spina e riposarsi almeno per un periodo e torna dedicarsi alla sua terra.

Nonostante in rete si possa trovare qualche intervista in cui più volte manifestava la sua volontà di rientrare o la possibilità che fosse chiamato su qualche panchina, Scala non salirà più sullo sgangherato treno del calcio italiano.

L’uomo che per due volte ha rifiutato la panchina del Real Madrid trascorre oggi le sue giornate in campagna, lavorando insieme al fratello Giorgio settanta ettari di terreno dove coltivano tabacco e barbabietole. Era il ’93 quando a Torino incontra un emissario spagnolo. Ma da uomo di parola Scala mantiene fede al contratto stipulato col Parma, dove “ero solo a metà del cammino”. I merengues ripassano qualche stagione dopo, nel ’99 quando Sanz aveva litigato con Camacho e mancava un giorno al via della Liga. «Volai a Madrid, ma non ero convinto della rosa. Guus Hiddink accettò e fu licenziato 4 mesi più tardi.»

Oggi ogni tanto va a caccia, e in silenzio ricorda i tempi in cui diceva ai suoi ragazzi che “se riusciamo ad accettare i nostri limiti e i limiti dei propri compagni uniti a quelli del proprio allenatore, noi diventiamo una squadra vincente.”

Per Nevio Scala il calcio è stato semplicemente un lavoro fantastico, ma la sua vita continua a rimanere ancorata a terra, quella terra che ancora oggi coltiva e lavora, giorno dopo giorno, come fa l’allenatore con i suoi uomini.

«Faccio l’agricoltore come i miei avi, ed è un sogno. Non so se quel modello sportivo, quello stile siano ripetibili, oggi il calcio è figlio di una società degradata. Il Parma smise di essere quello che era quando perdette l’umiltà, ma la gente si ricorda di noi.»

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La scuola olandese dell’Ajax Academy

Qualche settimana fa la Biancoscudati Padova, società risorta dalle ceneri del fallimento estivo del Calcio Padova e ripartita dalla serie D, ha organizzato una serata interessante dedicata a tutti gli istruttori ed allenatori del settore giovanile.

Sulla scia del grande successo raggiunto nelle precedenti stagioni dal Clinic programmato dalla precedente gestione e che ha portato al Palasport di via Gozzano allenatori come De Paoli, Mangia, Viscidi e Sacchi – per citarne solo alcuni – il pubblico ha dato una risposta estremamente positiva riempendo nuovamente lo stesso palazzetto in occasione della prima puntata, gestita appunto dalla nuova Società, destinata al mondo del calcio giovanile.

L’ingresso, non più gratuito, costava 10 €. Una cifra abbordabile, che rappresenta probabilmente una giusta via di mezzo fra i costi sostenuti e la necessità di una Società nuova di finanziarsi anche attraverso eventi che esulano dalla partita di campionato e rappresentano una modalità sana di presenza sul mercato calcistico e di marketing contemporaneo.

I Biancoscudati inoltre hanno messo a disposizione di tutti gli iscritti un consistente plico di dispense incentrato sul tema della serata e un video riservato ai soli partecipanti nella fase successiva.

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Il successo dell’iniziativa in ogni caso è stato raggiunto grazie soprattuto al traino che il nome Ajax riscuote negli appassionati di calcio giovanile. Infatti a partire dagli anni ’60 per arrivare ai giorni nostri – senza contare l’influenza che la scuola olandese ha esercitato sul Barcellona con la squadra di Guardiola come apice del modello – l’Ajax rappresenta uno dei punti di riferimento fondamentali per chiunque approccia il calcio come allenatore del settore giovanile.

A onor del vero si può ampliare lo sguardo e dire che la filosofia dei lancieri interessa e appartiene tutte le sfere di una società, intesa sia in termini sportivi sia sociologici: dai dirigenti ai genitori, dai ragazzi ai collaboratori esterni, l’Ajax ha molto da insegnare non solo in campo ma a tutti i livelli (organizzativi, di approccio, collaborativi).

A chiarire molti concetti ci pensa Patrick Ladru, technical manager dell’Ajax Academy, accompagnato durante la serata da Sander De Goede – creatore dell’Ajax Online Academy – e da David Endt, giornalista e team manager Ajax dal ’97 allo scorso 2013, che nel corso della serata si assumerà l’onere della traduzione simultanea.

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La serata – dedicata alla costruzione e alla finalizzazione di gioco – inizia con una fase introduttiva che esplica alcuni aspetti dell’Ajax Academy, una sorta di presentazione e fa sorridere che inizialmente Ladru precisi di come solitamente per questo genere di iniziative siano abituati ad utilizzare in diretta internet grazie al wi-fi che ovviamente nell’Italia del 2014 rimane ancora un miraggio.

L’Academy sul web nasce infatti sei/sette anni fa come risposta ai problemi finanziari dei club dilettantistici che iniziavano ad incontrare difficoltà a pagare i propri istruttori e allenatori. Per cui l’interrogativo verteva sulla maniera in cui l’Ajax avrebbe potuto aiutare i club dilettanstici, serbatoio primario del calcio di ogni nazione, a strutturarsi e organizzarsi meglio. 800 esercizi on-line rappresentano l’idea di fornire a istruttori ed allenatori dei club dilettantistici olandesi tracce comuni di principi da sviluppare per contribuire in maniera uniforme alla formazione di giocatori moderni, i più preparati dei quali hanno naturalmente l’Ajax come massimo punto di approdo nazionale. Con questo intento – simile allo sviluppo dei piani federali di Belgio e Germania, con la differenza che qui si parla di un club per cui si tratta di un approccio a mio modo di vedere ancor più straordinario soprattutto pensando ai campanili italici – l’Ajax condivide pertanto esercitazioni ed istruzioni con molti degli altri soggetti impegnati nella stessa missione.

La programmazione dell’Ajax si fonda infatti sulla suddivisione degli atleti in tre fasce chiamate “ruote”: all’interno della stessa – prendiamo ad esempio la seconda che racchiude ragazzi fra i 13 e i 16 anni – esiste una condizione di dinamismo e fluidità secondo la quale un ragazzo di 15 anni può allenarsi e sfidare tranquillamente uno di 13. E questo vale per tutte e tre le ruote. In questo modo, pertanto, il salto in prima squadra è un gradino minore rispetto a quello di Milan e Juve ad esempio. Poiché all’Ajax “we don’t look at ages but at talent” dice lo stesso Ladru. Ed è proprio su questo tasto che il management dell’Ajax insiste per convincere i propri ragazzi più bravi a resistere alle avances dei top-club europei. Qui se sei bravo già a 17 anni puoi giocare in prima squadra.

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Ladru inoltre accenna ad alcune sue pregresse esperienze nel calcio giovanile all’estero, nel dettaglio cita Messico ed Emirati Arabi. I club di riferimento sono Chivas ed Al-Ahli.

«Quando mi approccio a un team che mi chiede di collaborare con loro domando subito come vogliono sviluppare i giovani giocatori. Per rispondere a questa domanda è innanzitutto necessario avere un’idea chiara del modo di giocare, del sistema che vorrei utilizzare. Definire il sistema di gioco e la filosofia è la base per passare alla fase successiva riguardante i “player profile” e i “trainings model”. Oltre a definire i parametri maggiormente importanti nel valutare la crescita del giocatore – peraltro dettagliatissimi e suddivisi per ruolo – è altrettanto fondamentale disporre di schemi organizzati che raccontino cosa abbiamo bisogno di fare in allenamento perché il lavoro risulti organico con sistema e filosofia scelti in precedenza. I coach infine dovranno cooperare con le diverse esercitazioni.»

Scollinata la fase di presentazione globale del settore giovanile dei lancieri, che procede attraverso l’analisi dell’organizzazione delle esercitazioni (dimensioni del campo in relazione al numero e all’età dei giocatori, capacità da sviluppare, ecc.) la serata entra nello specifico di alcuni esempi di esercitazioni attuate con alcuni ragazzi del settore giovanile padovano. Il focus riguarda alcuni rondo in posizione – dal 3vs1+2 al 4vs2+2 – dove l’intenzione è quella di curare smarcamento, posizione del corpo e passaggio sul piede corretto per incentrarsi nella parte finale in una esercitazione che prevede la superiorità numerica di una squadra a difesa di una porta con l’obiettivo di condurre la palla sulla linea di meta e l’inferiorità degli avversari che hanno invece il compito di rubare palla e segnare. Dai 3 più il portiere contro 2 attaccanti si arriva sino ai 4+portiere contro tre attaccanti.

Il concetto-base è quello di un calcio pensante, che lascia ai ragazzi scoprire quali siano le migliori scelte da fare in fase di possesso e non-possesso. Le scelte di gioco infatti, come sottolinea Ladru, devono fuoriuscire in autonomia e non sulla base di indicazioni ferree del mister che comunque collabora alla seduta con spunti di riflessione.

La serata si chiude con alcune domande che rivelano come l’Ajax utilizzi i giochi di posizione già dai 9 anni (anche se parliamo di semplici rondo 3vs1) e può contare su ben 12 preparatori atletici che propongono non solo esercitazioni motorie riservate al calcio bensì tracce di altri sport come judo, atletica e altro poiché la mentalità olandese è quella di prendere il meglio da ogni disciplina. Ladru, poi, evidenzia di come la scelta sia anche fondata sull’osservazione di maggior impegno da parte dei ragazzi che praticano sport differenti dal calcio stesso, con un senso più spiccato di disciplina e volontà.

Infine spazio ad alcuni aneddoti, dalle critiche iniziali in Olanda a Van Gaal durante la Coppa del Mondo per la scelta di un modulo difensivo sulla carta come il 5-3-2 (“i difensori erano i giocatori meno abili della Nazionale, ecco spiegata la necessità di proteggersi maggiormente” appunta Ladru) trasformate in elogi vista la cavalcata sino alla semifinale, per arrivare a un confronto col calcio italiano.

«L’anno scorso abbiamo incontrato il Milan in Champions League. In occasione della sfida abbiamo avuto modo di confrontarci con Filippo Galli e altri responsabili del settore giovanile rossonero. Quando abbiamo mostrato loro alcuni video del nostro modo di intendere il calcio sin dalle giovanili, con i centrali di difesa che si allargano quando la palla è in possesso del portiere e i terzini che si alzano fino a metà e a volte oltre la metà-campo ci hanno chiesto dove stavano andando i nostri difensori. Abbiamo avuto una bella discussione sulle differenti filosofie di intendere il calcio. Non vogliamo insegnare nulla a nessuno, ma semplicemente testimoniare come sapete bene che esistono molti modi per arrivare a Roma.»

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NOTE:

Il Real Madrid ha speso 265 milioni di euro per Ronaldo, Bale e Rodriguez. L’Ajax €232 milioni in trasferimenti dal 1900, anno della fondazione.

  • 7 campi da gioco, 14 spogliatoi e una struttura apposita per judo e ginnastica compongono il quartier generale dell’Academy Ajax
  • 12 insegnanti lavorano attualmente per l’Ajax seguendo i ragazzi dai 13 anni in su con un programma dettagliato che consente ai ragazzi di sviluppare in abbinata calcio ed istruzione ai massimi livelli
  • 25 coach per circa 200 atleti
  • Alcuni coach seguono e sviluppano specifiche capacità ad esempio Wim Jonk per il passaggio e Brian Roy per il dribbling

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Walter Novellino: il Monzòn della panchina

Luca Cancellara e Antonio Massariolo condividono la passione per la radio, l’accento arancioneroverde, di solito uno crossa e l’altro rovescia o viceversa tanto in fondo il risultato è sempre che mi fanno sognare un giorno una semifinale di Champions in laguna. 

Alfredo Walter Amato Lenin Novellino detto Monzón. Nome lungo, sfaccettato, fantasioso, eclettico. Come la sua carriera, il suo carattere, il suo temperamento, il suo tono di voce.

Un giorno Nino Benvenuti se lo ritrovò davanti durante una visita allo Stadio Filadelfia e qualcuno lo avvertì: «Attento, questo picchia». Da quel giorno Walter fu per tutti Monzón (pugile argentino che nel 1970 ha sottratto il titolo mondiale proprio a Benvenuti). Grintoso e tenace in campo, con quegli occhi leali e sinceri incassati sotto le sopracciglia, come un pugile.

Ma andiamo con ordine. Partendo dai nomi: «Alfredo era un parente, Walter piaceva alla nonna,  Amato Lenin piaceva al mio papà. Comunista convinto, unico spettatore di un comizio rosso nella piazza della mia Montemarano, vicino ad Avellino».

Il primo pallone Walter lo calcia nelle strade di San Paolo, Brasile, dove trascorre i primi anni di vita con la famiglia in cerca di fortuna. Tornato in Italia, le sue doti calcistiche lo portano ad una lunga trafila in Serie C (Legnano, Cremonese, Empoli) presenziando una sola volta in serie A, con i granata, nel match Torino-Napoli della stagione 72-73. È dalla stagione ’75 che Novellino si impone come uno dei migliori centrocampisti del campionato italiano, guadagnandosi il posto da titolare per tre stagioni consecutive nel Perugia di Castagner. Qui si consacra come trequartista, all’epoca si chiamava centravanti arretrato, ruolo che Walter interpreta unendo classe e genio ad una indimenticata carica agonistica che gli fa ingaggiare memorabili duelli con gli stopper più rudi.

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Grazie alle sue doti e a quelle dei compagni di squadra Vannini, Agroppi e Sollier (l’attaccante che alzava il pugno in segno di saluto) la squadra del capoluogo umbro si fa grande: tra questi anche il metronomo del gruppo, quel Renato Curi che Walter accompagna nei suoi ultimi istanti di vita proprio sul campo di Perugia in un freddo e piovoso pomeriggio autunnale del ’77. Contro la Juventus Novellino è in campo, qualche decina di metri lontano dal suo amico “cuore matto”. Perugia renderà omaggio a Curi intitolando a lui lo stadio cittadino.

Nel ’78 le Furie Rosse concludono imbattute a soli 3 punti dal Milan. La provincia calcistica alla ribalta nazionale, come sarà poi nei primi tra gli anni Novanta e Duemila con i vari Rapaic, Amoruso, Materazzi, Nakata, Bucchi e Ze Maria di patron Gaucci.

Walter e il suo talento allontanano i giudizi maligni degli osservatori. Walter diventa grande, a discapito del cognome. Tanto da essere chiamato dal Milan nientepopodimeno che come erede di Rivera: con i rossoneri colleziona 120 partite, uno scudetto e la maglia azzurra (unica presenza contro la Turchia nel ’78).

Nel mezzo una breve parentesi con la maglia dell’Ascoli: memorabile la sua doppietta a Zoff contro i bianconeri, il 28 novembre 1982.

Dal campo alla panchina il passo è breve quanto naturale. La carriera da allenatore è ancora strettamente legata alla squadra della città che più ama. Gaucci, patron del Perugia, chiama “il nuovo Capello” in prima squadra, dopo qualche anno da tecnico nelle giovanili, per esonerarlo alla vigilia dello spareggio contro l’Acireale (in C1, stagione 92-93) a causa di alcuni diverbi sul ruolo societario dell’amato Castagner. In quell’occasione Gaucci, dopo la conclusione del campionato di serie C girone B a pari merito con l’Acireale, esonera Novellino per dare una motivazione in più allo spareggio, anticipando di fatto l’assunzione di Ilario Castagner, che avrebbe dovuto iniziare a lavorare dalla stagione successiva. Mai un allenatore si era visto esonerare all’ultima di campionato, dopo una vittoria e alla vigilia della partita con cui si sarebbe giocata la promozione in serie B. Novellino, già esonerato nel corso del torneo per essersi rifiutato di apportare gli accorgimenti tecnico-tattici indicati dal presidente-padrone Gaucci, era stato fortemente rivoluto dallo spogliatoio. Ma quella seconda volta Walter non c’aveva più visto, stretto all’angolo come un pugile a fine ripresa: Castagner, suo indimenticato allenatore nel Perugia di serie A, era nello stesso aereo su cui viaggiavano giocatori e dirigenti, al ritorno da Casarano. «Castagner è mio ospite e lei non può permettersi di mettere in discussione le mie decisioni», aveva sbottato Gaucci. «Anzi, visto che lei da un po’ di tempo mi sta mancando di rispetto, si consideri licenziato. Domenica non andrà in panchina». Ad anni di distanza Novellino fece autocritica sull’accaduto: «Ero ancora un ragazzo a Casarano. Adesso non mi comporterei più così. In ogni caso Castagner non c’entrava. Gaucci, era ed è un impulsivo, che vuole bene alla propria squadra, come lo sono io».

Archiviata per sempre, almeno calcisticamente, la sua relazione con il Perugia, Novellino sbarca in laguna per dirigere il Venezia e qui compie il primo miracolo da CT. Nella stagione 97-98 traghetta gli arancioneroverdi in serie A, dopo trent’anni dall’ultima apparizione nella massima serie. La stagione successiva parte male e prosegue peggio, interi mesi trascorsi nelle ultime posizioni della classifica; il suo sguardo però è convinto, come quando puntava, da giocatore, il terzino di turno. E sottovoce rassicura: «Ci salveremo». Fa il modesto Novellino che, al primo anno di A, «non sa – perché – «non ha esperienza, quanti punti servono per salvarsi, perciò dobbiamo farne più possibile». E così è. Grazie alla coppia del gol Recoba-Maniero il Venezia si trascina fino al decimo posto, arrivando ad accarezzare l’Intertoto.

Dopo l’esperienza lagunare Walter passa prima al Napoli, conquistando la promozione in serie A nel 2000, poi scende nuovamente nell’inferno della Serie B per riportare in A il Piacenza nel 2001. Nella stagione 2002-2003 arrivò il suo grande amore. Per Monzón il mare è sinonimo di libertà e niente è più vicino a lui di una camminata sul lungomare De Andrè. Nel 2003 riporta in Serie A la Sampdoria, società nella quale rimase ben 5 anni, raggiungendo nel 2005 un inaspettato 5° posto e sfiorando per un solo punto i preliminari di Champions League. Con una formazione fatta da buoni giocatori ma nessun campione, con personaggi come Aimo Diana, Angelo Palombo e Cristiano Doni, Novellino fa miracoli. Il suo 4-4-2, con difesa a zona e un regista a centrocampo, perfettamente si sposava con i giocatori in rosa. In attacco Novellino ha sempre preferito un attaccante di peso affiancato a una seconda punta mobile e di qualità, ed in quella stagione nessuno avrebbe potuto essere più perfetto della coppia Bazzani-Flachi.

Nella stagione 2007-2008 Urbano Cairo lo chiama al Torino, e per lui rivoluziona completamente la rosa. Novellino, al primo allenamento con i granata, si ritrova davanti 14 nuovi giocatori, nomi di peso come: Matteo Sereni, Gianluca Comotto, Marco Motta, Eugenio Corini, David Di Michele, Nicola Ventola e quell’Alvaro Recoba che proprio sotto la guida di Walter al Venezia visse la sua stagione migliore. L’uruguaiano, in campo con un insolito numero 4 sulla schiena, però non incise, segnando una sola rete in campionato, alla terza giornata contro il Palermo. L’unico ricordo positivo di Recoba in maglia granata è una doppietta in Coppa Italia contro la Roma di Spalletti, Vucinic e Amantino Mancini.

Chi invece ai tifosi granata regalò gioie anche se non prettamente legate ai risultati, fu proprio Walter Novellino. Soprannominato Monzón mica per nulla, Walter ha una caratteraccio, in campo è sanguigno, diretto, appassionato, e questo non sempre fa piacere agli arbitri. Il 26 settembre 2007, durante Parma-Torino, Novellino ci regala una delle pagine più bizzarre della storia del calcio moderno. Walter in quella partita era squalificato a causa di un’espulsione ricevuta per troppe proteste nella precedente partita contro il Siena. Monzón però è un leone richiuso in gabbia, il suo habitat naturale è il campo, a stretto contatto con i giocatori, con il gioco, con l’erba. A stare in tribuna Walter soffre e farebbe di tutto per scendere e strigliare i suoi uomini. Fu così che gli sobbalzò in mente una bizzarra idea. L’arbitro aveva appena fischiato la fine del primo tempo e le squadre si stavano dirigendo negli spogliatoi. Novellino avrebbe dovuto restare seduto in tribuna ma la sua sedia per tutta la prima frazione di gioco rimase vuota. “Sarà a camminare o al bar per sciogliere la tensione” avranno pensato i tifosi nel non vederlo sugli spalti. Walter però ne sa una più del diavolo.

Prima dell’inizio della gara, pur essendo squalificato, nello spogliatoio riservato alla propria squadra, permanendovi nel corso del primo tempo e uscendone nell’intervallo, presumibilmente nascosto in un voluminoso contenitore utilizzato dal magazziniere per il trasporto degli indumenti di giuoco dei calciatori

recita la sentenza del Giudice sportivo.

 Monzón quel 26 settembre 2007 si nascose nello scatolone delle magliette dei giocatori e passò tutto il primo tempo chiuso lì dentro, da solo negli spogliatoi. Naturalmente a Walter venne infitta un’ulteriore squalifica ma per i tifosi quella fu una gioia equiparabile solamente allo scudetto. La sua carriera nel Torino continuò fino al 2009 con una staffetta di esoneri tra lui e Gianni De Biasi. Novellino iniziò poi la stagione 2009-2010 con la Reggina in Serie B, squadra dalla quale fu esonerato dopo solo dieci partite e nove punti conquistati, proprio in seguito ad una sconfitta per 2-0 contro il “suo” Torino. Dopo una breve parentesi come consulente del Perugia post-fallimento, Walter è tornato in panchina, prima a Livorno e poi a Modena.

Alfredo Walter Amato Lenin Novellino è della specie sanguigna, è un Mazzone meno romano, un Simeone meno giramondo, un uomo di campo.

«Leggo la Divina Commedia» disse una volta, «Ma è già arrivato al Paradiso?» gli chiesero…«Sono sempre all’Inferno. Mi Piace.»