La fantasia euclidea di Lele Bonetto

Di Lele Bonetto, quando ho avuto la fortuna di giocarci insieme, c’era un colpo, una mossa che più di molti altri suoi lampi mi faceva impazzire. Non si trattava di dribbling, finte o pallonetti in cui era comunque molto abile. No, c’era qualcos’altro che mi piaceva da matti.

Una giocata che dimostrava l’ampiezza della sua intelligenza calcistica, quella che per alcuni giocatori gli fa vedere gli spazi come se fossero in alto e non sullo stesso terreno verde pianeggiante.

Gli capitava di cercarla quando in campo era schierato sulla fascia sinistra – e succedeva spesso – e con le dovute differenze, visto che stiamo parlando di calcio dilettantistico, mi ricordava sempre un giocatore immenso come Totti.

Accadeva quando andava incontro al pallone – guardandolo frontalmente, con una corsa quasi incontro al proprio terzino – e d’improvviso, senza alcun senso apparente per noi onesti pedatori, di prima intenzione cambiava improvvisamente gioco.

Torsione perfetta del busto, appoggio ben piantato con il piede sinistro e sbam, una raffica di vento che sbalestrava il piano d’appoggio del match.

La particolarità di questo cambio di fronte era che – quando riusciva alla perfezione – la palla non viaggiava in orizzontale ma andava in diagonale in avanti verso il lato opposto. Ed era una vera e propria stecca, non un morbido appoggio che dà il tempo di sistemarsi agli avversari.

Una giocata che dimostrava perché Lele Bonetto fosse uno di quei rarissimi giocatori che nemmeno nelle domeniche da dimenticare qualsiasi allenatore toglieva mai.

Perché era come un quadro che all’improvviso si stacca dal chiodo, col rumore del vetro in frantumi che distrae tutti i presenti e intanto il complice si pappa tutte le tartine.

Insomma, Emanuele da Fanzolo era uno che sapeva incidere e soprattutto decidere le partite.

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Sul finire del maggio 1982 Bonetto sbuca sul mondo atterrando a Montebelluna, cittadina trevigiana natale di Aldo Serena ed Attilio Tesser. Di lì a poco l’Italia di Bearzot trionferà al Mundial spagnolo mentre in campionato il Milan retrocede in serie B. L’82 anni dopo diventerà il brand della squadra di calcetto con gli amici di una vita che, insieme a Lele, dopo aver partecipato a tornei estivi alcolici e goliardici in giro per il triveneto da dieci anni oramai sono gli organizzatori del Torneo delle Compagnie a Fanzolo – frazione di Vedelago (TV), un viaggio calcistico vintage dove dentro c’è soprattutto lo spirito di amicizia del pallone da quattro soldi, quello lontano dal calcio-business milionario e sincero come un calcio negli stinchi. O come una birra alla spina al banco di una sera d’estate.

Nonostante qualche sporadico tentativo di avvicinamento a nuoto e ciclismo, il bimbetto Emanuele si avvicina al calcio a otto anni. A quell’età ovviamente aveva già avuto modo di assaggiare il piacere della sfera di cuoio: come in tanti piccoli paesi dell’Italia intera, dalle Alpi alla Sicilia, molti bambini trascorrevano le ore fra i campi o per strada ad affrontare la stessa sfida in differita su migliaia di stadi improvvisati. L’unico arbitro implacabile era il tramonto, inflessibile fischietto violaceo e arancione che decretava la fine di ogni match al calar delle luci. «In strada, in giardino o su qualche campetto, il pallone c’era sempre. Due ciabatte per fare le porte e si giocava per ore» ricorda Lele oggi.

«Ho iniziato ufficialmente perché mio cugino, della mia stessa età, aveva iniziato ad andare agli allenamenti nella squadra di Caselle di Altivole, per cui decisi di seguirlo. Il primo allenamento fu semplicemente un sogno che si avverava. Da quel momento per me il calcio rappresentò sempre, anche da grande e nonostante gli infortuni, un momento estatico: uscivo di casa, vedevo gli amici e andavo a fare lo sport per me più bello del mondo.» Altri tempi, altro futbol.

«Alla prima vera partita cui partecipavo ricordo che il mister di allora ci dispose in cerchio per dare la formazione. Aveva una visione del gioco democratica: chiamava un ruolo e chi alzava la mano avrebbe giocato proprio in quella posizione. Passati i difensori, che nessuno voleva mai fare, alla voce mediano destro visto che nessuno si proponeva presi coraggio e lo scelsi io. Non potevo sapere bene cosa significasse davvero. Infatti dopo due partite mi spostarono nel ruolo di libero! Ovviamente come tutti desideravo fare l’attaccante, non sapevo che ci sarei riuscito qualche anno dopo.»

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Un paio d’anni bastano al piccolo Lele per mettersi subito in luce e vestire la prestigiosa maglia del Montebelluna, da decenni una vera e propria fucina di talenti della Marca Trevigiana. Il ragazzino però, evidentemente, non è ancora pronto e dopo due stagioni rientra alla base.
Trascorrono altre due campionati ed è a questo punto che la strada di Emanuele svolta verso Castelfranco Veneto. A guidarlo verso la maglia rossostellata del Giorgione – all’epoca società semi-professionistica della serie C2 – è mister Lamberto Facchinelli, che proprio dalla panchina dell’Altivolese approda a condurre i Giovanissimi di Castelfranco e trascina con sé, come ogni grande allenatore che si rispetti, il suo ragazzo più rappresentativo.

Facchinelli diventerà l’allenatore più importante della carriera di Bonetto, che insieme a lui sino alla fine della categoria Allievi vivrà con la maglia del Giorgione momenti esaltanti. «Durante i quattro anni alla guida di Fac sono migliorato come calciatore e ho iniziato a diventare uomo. Sapeva tirar fuori il meglio da ogni singolo giocatore e infatti l’ultimo anno raggiungemmo lo straordinario obiettivo di centrare le Finali Nazionali – riservate alle rappresentanti giovanili delle squadre semi-professionistiche – rimontando 9 punti al più quotato Cittadella. Alla fine di quella stagione lego uno dei miei ricordi più indelebili: vittoria in casa della Triestina, nel mitico Nereo Rocco, per 2-1 con un mio gol di testa.»

Ambiente e partita spettacolare denotano già una delle caratteristiche principali di Emanuele, una di quelle doti che impediva a molti allenatori di sostituirlo anche nelle giornate più nere: la capacità di decidere le sfide importanti. Nel 3-4-3 aggressivo e dinamico di Facchinelli, Bonetto gioca da 10 come esterno sinistro dei tre attaccanti. Tagli, dribbling, giocate di prima e colpi di tacco illuminanti portano Lele ad accrescere il bottino di gol segnati e assist cui era abituato sino a qualche anno prima.

All’ottima tecnica sullo stretto – destro e sinistro levigati in ugual misura – e alla splendida visione di gioco, che lo rende capace di leggere bene ogni trama offensiva, abbina una capacità di lotta e di incassare colpi pesanti che stupisce per un giocatore dotato di fantasia. Il classico giocatore che sembra sempre sul punto di perderla, viene sbilanciato e infine trova il corridoio, scarica poco prima di cadere o male che vada prende un fallo prezioso.

Nella stagione precedente, sempre alla guida del Fac, in Coppa Veneto contro il Peschiera sul Garda segna uno stratosferico poker in trasferta. L’unica quaterna della sua carriera viene salutata da un curioso siparietto fra gli allenatori delle due squadre col mister avversario che, a fine gara, stringe la mano a Facchinelli (nella foto sotto con la divisa del Giorgione) dichiarando: «Se quel 10 lì non arriva in serie A, io non capisco un cazzo di calcio.» La risposta, fulminea, è in pieno stile Rocco: «Ti no te capissi un casso de baeon!»

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Lele continua il percorso in maglia rossostellata sino al campionato Berretti, contribuendo alla risalita del Giorgione 2000 che rinasce dalle ceneri del fallimento del Giorgione – che dopo l’era Carron era finito nelle mani di Mario Auriemma, il Presidente con la pistola – e nel giro di pochi anni riacquista la Promozione.

Bonetto fa la conoscenza di nuovi allenatori, fra quelli che ricorda oggi con maggiore piacere Colombo e Meneghetti.

Colombo – nel campionato di Seconda Categoria – lo schiera trequartista, il ruolo preferito da Lele, che dai primi anni nei Pulcini ha imparato a capire bene come ama muoversi in campo. Dietro alle due punte Lele si esprime nella maniera più automatica possibile, a supporto dei centrocampisti per ricevere palla sul corto e creare il caos fra le linee avversarie grazie all’ottimo uno contro uno e a un cervello fluido in grado di risolvere rapidamente complicate equazioni dove spazio e tempo rappresentano semplici variabili.

Trova varchi dove non si vedono Lele, ed abbassa la temperatura delle partite. Più i match si fanno importanti e più i novanta minuti scorrono, più il suo cervello si ghiaccia e guida gambe e piedi a soluzioni complesse che a lui, evidentemente, sembravano davvero semplici. Beveva camomilla, Lele, prima delle partite e forse grazie all’effetto dell’erba calmante per i propri compagni e allenatori era una sorta di tranquillante.

Dare la palla a lui significava arrestare il proprio cronometro biologico. Potevi tirare un sospiro di sollievo in attesa dell’emozione in cui ti avrebbe fatto approdare, con quella sua anca rotonda che ingannava pure i difensori più arcigni. Dare la palla a Lelebonetto, in pratica, era la promessa che ti avrebbe salvato dagli indiani, ti avrebbe preso per mano prima di scivolare nel dirupo, e passato una coperta per scaldarti dopo un bagno inaspettato nell’acqua ghiacciata.

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Di fede interista grazie ai suggerimenti di papà Elio, Emanuele dopo l’esaltante epopea con la maglia del Giorgione approda a San Floriano, paesino ai confini della campagna castellana.

Indossa sempre i suoi scarpini preferiti, quelli della Diadora col baffo giallo che calzava l’idolo Baggio, e continua a inventare calcio – alternando come il classico genio della lampada momenti di abbagliante bellezza a fasi di oscurantismo pressochè totale – nei campetti di provincia. Qui incontra Capitan Fornasiero, uno di quei mancini talmente delicati da poter incontrare solo nelle serie minori, perché il calcio mainstream talvolta è troppo stressante per poter serenamente disegnare palombelle e quindi è meglio incantare coi propri tocchi le domeniche di paese.

Lele lo ricorda come uno dei migliori compagni con cui abbia avuto la fortuna di giocare, anche se in realtà non ha dubbi su quale sia stato il più forte in assoluto: «Spidy Gazzola, attuale capitano in serie D del Giorgione, sta una spanna sopra agli altri. Gioca ancora ad altissimo livello ed ho avuto la fortuna di vederlo crescere anno dopo anno, stagione dopo stagione, e di cogliere qualche successo insieme. Giocatore completo.»

L’umiltà e i piedi a terra di questo numero dieci gli consentono di giocare in tutti i ruoli d’attacco e a volte con successo addirittura come centrocampista centrale. Nonostante la qualità non gli difetti, è uno di quelli che non tira indietro la gamba. Acciacchi e infortuni, soprattutto alle ginocchia, si fanno sentire ma Lele non molla e con i padovani dell’Ardisci e Spera vive stagioni molto positive – semifinale di Coppa Veneto a un passo dalla Promozione – e sconforto totale a causa di una inaspettata retrocessione che ancora oggi per lui rappresenta uno dei peggiori momenti della propria carriera calcistica.

In maglia bianconera, alla guida di Checco Cargnin, è l’uomo di fantasia nel solido 4-4-1-1 che lo vede come rifinitore alle spalle di Rafa Cazzola. La libertà d’azione e un’ottima forma fisica lo portano ad essere inserito per più di qualche giornata nella top-11 settimanale. L’inaspettata retrocessione del campionato seguente rappresenta invece ancora oggi lo sconforto totale in cui è capace di far precipitare il football casereccio.

Uno specialista in campionati, però, non demorde e sempre coi bianconeri infila la quinta promozione della propria carriera riemergendo dalle sabbie melmose della Seconda Categoria. Dopo una positiva annata al San Gaetano dove manco a dirlo mette in bachecha l’ennesimo titolo, i continui guai fisici e le ginocchia scricchiolanti lo portano a cercare un dorato e anticipato esilio al borgo natio, dove lo stress e il numero di allenamenti è inferiore. A Fanzolo Lele rappresenta ovviamente la stella e per poco non riesce nell’impresa di una storica vittoria del campionato di Terza Categoria, sfumata tragicamente all’ultima giornata, mentre dopo venti minuti impotente usciva dal campo per infortunio e assisteva per una volta alla festa degli altri. Per uno orgoglioso e sportivamente permaloso come lui un vero e proprio dramma.

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Nel calcio dilettantistico ha visto di tutto, oltre a molti tecnici preparati ha incontrato come è nel corso ovvio delle cose qualche compagno esaltato, dotato di poca tecnica e molta lingua. «Non ho mai sopportato chi parlava senza pensare, fosse in campo durante la partita o in spogliatoio. Infatti rifarei ogni scelta sinora ma probabilmente avrei mandato a fanculo volentieri in certi momenti qualche compagno o allenatore…ma il mio carattere silenzioso me lo ha sempre impedito. Non ho mai fatto polemiche perché ho sempre anteposto la squadra a me stesso.»

Di tutti i compagni avuti avrebbe scommesso sulla carriera di Michele Visentini, portiere dell’alta padovana, che dopo alcune esperienze semi-professionistiche in giovane età non è riuscito a fare dei guantoni la propria professione.

Oggi Emanuele invece, smessi presto i panni del giocatore a causa dei continui infortuni allena la Juniores del San Floriano. Da ottimo e diligente operaio impiegato nel settore della segnaletica stradale prova ad indicare la via giusta ai propri ragazzi.

Come legge non scritta del contrappasso impone, il giocatore di fantasia in panchina spesso diventa un promotore di regole ferree. A onor del vero Bonetto abbinava in campo qualità a rispetto delle consegne e dei ruoli e la sua idea di calcio è infatti un mix di questi semplici concetti: «Senza la qualità del singolo a volte puoi fare fatica, perché viene a mancarti quell’imprevedibilità in grado di far saltare gli schemi avversari. Però senza un bravo allenatore puoi nascondere i difetti solo per un breve periodo, prima o poi viene a galla la mancanza di un gioco ed idee condivise. Soprattutto però sono un fedele seguace delle regole di base, riguardanti ritardi, cura del materiale e delle strutture, rispetto verso i compagni. Senza queste accortezze, forse banali, non penso ci possa essere una squadra vincente. Poi a tutto questo vanno abbinate fame e determinazione, senza trascurare il famoso fattore C che non guasta mai!»

Per il futuro sogna semplicemente una famiglia e dei figli che possano essere orgogliosi del proprio papà. Del calcio di una volta – nonostante oggi riconosca che la tecnologia abbia portato numerosi miglioramenti soprattutto in relazione agli strumenti fondamentali come palloni, scarpe e abbigliamento – rimpiange “la passione e la semplicità che lo circondava. Ricordo con molta nostalgia che praticamente ogni frazione aveva la propria squadra in cui credere. Per numerosi motivi oggi tutto questo è cambiato e ha portato all’estinzione del campetto di paese, il luogo principale deputato all’incontro di bambini e ragazzi del posto. I settori giovanili sono diminuiti e per un bambino è più semplice stare sul divano davanti alla playstation o addirittura – dice proprio così – praticare altri sport. La situazione economica grava inoltre su questa trasformazione, dato che gestire una Società calcistica oggi è un costo che diventa ogni giorno sempre più impegnativo. Ogni fusione per me è però fonte di nostalgia: adoravo il calcio genuino dei campanili.»

Strano a dirsi per uno che di campanili in carriera ne ha messi davvero pochi. Al massimo cambiava campo, di prima, senza guardare.

Chissà se oggi ai suoi ragazzi insegna come si fa.

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IDOLI: Roberto Baggio – Francesco Totti – Andres Iniesta

RUOLO: Trequartista / Seconda Punta

FRASE: «Il calcio mi ha regalato quei momenti di felicità che provi quando puoi fare la cosa che ti piace di più e la possibilità di conoscere persone nuove e pure qualche compagno divenuto amico vero. Mi ha tolto qualche festa in più, e forse qualche week-end in giro come ad esempio la libertà di poter una volta andare all’Oktober Fest. Non lo rimpiango però più di tanto, piuttosto col passar del tempo maledisco il conto presentatomi sotto forma di continui dolori alle ginocchia e alla schiena.»

Rafa Cazzola, highway to gol

Sei maggio di due anni fa. Primavera inoltrata, domenica da sole alto e aria frizzantina come direbbero i cronisti di un tempo.

Pomeriggio che fermenta nella grande bottiglia del calcio dilettantistico da cui si abbevera un esercito di illusi sognatori ogni santissima domenica.

Una domenica come tante, insomma, una di quelle domeniche dove operai del manifatturiero, venditori, esercenti, panettieri, impiegati e studenti si travestono da calciatori e allenatori pronti a indossare una maglia che potrebbe renderli re per una notte e avvicinarli almeno per novanta minuti alle figurine del calcio mainstream.

Sono quasi le sei della sera di una domenica così, di maggio e di erba quasi all’inglese, quando sgorga lenta sulle guance di Luigi una lacrima paterna dopo che il figlio Raffaele ha timbrato l’ennesimo gol importante della sua carriera di bomber della provincia veneta. A pochi minuti dal novantesimo il sigillo di Cazzola chiude la partita perfetta dell’Ardisci e Spera e sembra spezzare quasi al traguardo i sogni di vittoria del campionato del Mestrino. L’abbraccio dei compagni che sommerge Rafa dopo il gol non è solo il meritato tributo a un senatore dal furore di un ventenne giunto all’ultimo giro di tango in maglia bianconera, non è semplicemente l’esultanza per una rete che non avrebbe forse portato ai play-off ma avrebbe certificato senza alcun dubbio la qualità della stagione, ma è soprattutto l’onda di quella strana amicizia da spogliatoio che vuole festeggiare un uomo come tanti impegnato in una delle più difficili partite che la vita riserva.

Raffaele Cazzola viveva il campo, gli allenamenti, il dopo-gara con la stessa passione, grinta e testardaggine con cui si muoveva fuori dal rettangolo verde. Quella rete – l’ennesima – di una carriera da vero e proprio goleador, dopo essere subentrato a un quarto d’ora dalla fine, era una finestra di luce su un momento sentimentale tribolato. Se molti dei tifosi – anziani e giovani – del team locale si scaldavano per una vittoria prestigiosa, Luigi Cazzola da lontano guardava commosso quel figlio selvatico che lo aveva abituato sin da bambino ad esultare per un gol.

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Raffaele Cazzola nasce a Camposampiero, in provincia di Padova, nel novembre del 1977: sono gli anni dello sviluppo rapido delle piccole imprese artigianali, a conduzione familiare, che portano il Veneto ad organizzarsi nei cosiddetti distretti industriali. Il bocia, mancino sin dalla nascita, gioca a pallone per la prima volta con la maglia dell’Ambrosiana, la squadra del suo paese. A Sant’Ambrogio, frazione di Trebaseleghe, non c’erano squadre per ogni categoria per cui Rafa, nonostante fosse uno spaurito pulcino, viene aggregato al macro-gruppo degli Esordienti.

A quell’età, quando chiedi un triangolo ad ogni muretto e ti abitui a calciare radente devastando tutte le aiuole, il risultato non ha certo importanza. Per questo il testa-coda del girone, con l’Ambrosiana a recitare la parte della vittima e il Loreggia in quella del carnefice, nonostante la sonora sconfitta rappresenta il primo nitido e indelebile ricordo del bambino Cazzola: «Dopo pochi minuti eravamo già sotto di un gol – racconta Rafa – tutto secondo copione. Fu da lì a poco che accadde ciò che non avrei mai dimenticato: palla che arriva in area di rigore, io lì appostato ad attenderla, controllo di destro e botta di collo sinistro. Il sacco si gonfia. Non dimenticherò mai la mia corsa sfrenata con il pugno alzato per tutto il campo.»

Lo chiama proprio sacco, Raffaele. Per lui – ancora oggi che a causa di alcuni problemi fisici si è ritirato ancora relativamente giovane – la porta è sempre stata qualcosa con cui si ha confidenza, un gioco dove buttare il pallone dentro ed esultare è qualcosa di naturale che scorre sottopelle. Sin da allora l’istinto del centravanti, e questa disinvoltura tipica di un bambino, lo ha accompagnato.

«Mio padre era un appassionato, eppure al calcio mi avvicinai da solo come accadeva spesso all’epoca: giocavo in continuazione nel giardino di casa con Fabio e Paolo, i miei due vicini. Con le porte immaginarie che ci ritrovavamo la baruffa che andava per la maggiore era quella relativa a un gol-non-gol. E per qualche finestra rotta!» In casa Cazzola dominava il nerazzurro, Raffaele si innamora da subito della cromia dell’Inter senza che il babbo abbia il bisogno di insistere: «Mi piacevano i colori, e all’epoca la Beneamata non vinceva nulla: ho sempre avuto un debole per le squadre in difficoltà.»

Dopo i primi dribbling con l’Ambrosiana e una fugace stagione con la divisa del Levada, Rafa indossa per la prima volta quella che diventerà indiscutibilmente la sua maglia: i Diavoli Rossi di Trebaseleghe accolgono fra le loro fila questo ragazzino senza immaginare che sarebbe entrato col suo magico sinistro nella piccola grande storia del club. Oltre al futbol Raffaele sin dai 13 anni inizia ad appassionarsi all’hard-rock. Il primo grande amore sono gli AC/DC, negli anni delle superiori approfondisce la cultura metal che rappresenta per il bomber la sintesi perfetta di ironia e schiettezza.

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Da allievo Cazzola è già prolifico quanto basta ad essere convocato contemporaneamente da Juniores e Prima Squadra dove totalizza ben 15 presenze a soli sedici anni, come a testimoniare di come non ci siano quote-giovani che servano di fronte alla bravura e alla voglia di apprendere.

Di lì a poco si trasferisce per due stagioni in prestito al Cittadella dove incontra Nuccio Bresolin, l’allenatore che cambia la vita al giovane attaccante ambrosiano: «Fu il primo a spiegarmi il calcio nella sua totalità e a darmi l’opportunità, nonostante le difficoltà iniziali, di apprendere concetti fino ad allora a me sconosciuti. Mi volle per il campionato Berretti e quel passo fu fondamentale innanzitutto per la crescita tecnico-tattica e soprattutto dal punto di vista disciplinare: nei campionati provinciali facevo sempre gol, ma ero ancora un calciatore molto grezzo, poco abituato a giocare con il gruppo. Non ce n’era bisogno, bastava che mi allungassi il pallone o dribblassi tre avversari e andavo in porta. Con il Cittadella naturalmente il livello si era nettamente alzato. Grazie a Bresolin e all’esperienza di tipo professionistico avevo avuto modo di capire che senza la dovuta abnegazione avrei rischiato di trovarmi in difficoltà e di non essere realmente apprezzato.»

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Alla scadenza del prestito Cazzola rientra al campo-base, calcisticamente arricchito e pronto ad iniziare in pianta stabile l’esperienza della Prima Squadra nel campionato di Promozione. L’atmosfera idilliaca dura però solo un paio di mesi, quando Rafa infatti in allenamento va incontro alla prima sciagura che rischia di smorzare sul nascere una buona carriera: «A causa della rottura del legamento crociato e soprattutto dell’inadempienza dei medici, che al primo intervento non svolsero al meglio il loro dovere, rimango fermo due anni.»

Rientra sempre con la maglia del Trebaseleghe, ma la stagione dopo nel ’99 scende in Prima Categoria con il Bus.Mar. In seguito passa al Rustega, in Seconda Categoria, dove rimane per due stagioni e riesce a impallinare per ben tre volte nel corso della stessa partita una nobile decaduta come il Giorgione di Castelfranco Veneto. Dopo aver dimostrato di essere tornato su livelli fisici ottimi, Raffaele rientra nuovamente a Trebaseleghe, disceso nel corso degli anni in Seconda Categoria.

Stavolta Raffaele mette le tende per ben sei anni, durante i quali vive la golden-age della propria carriera. Qui incontra mister Ezio Cavasin e grazie anche al suo 4-3-3 dove agisce da punta esterna di destra, libero di accentrarsi e tagliare per concludere col mancino sfruttando al meglio la propria agilità e lo spunto sullo stretto, Cazzola matura e si completa imparando a curare anche la fase difensiva.

Rafa però rimane sempre quel bambino che indossa la maglia numero 11 e vuole battere ogni portiere col suo sinistro uncinato.

Lo fa per ben 108 volte diventando il cannoniere più prolifico di sempre nella storia del Trebaseleghe e coronando il sogno di portare la sua squadra nel giro di pochi anni di nuovo in Promozione. Cazzola segna in tutti i modi: spesso con il suo fatato sinistro, di rapina, d’astuzia, su punizione, su rigore, da fuori, con uno-due e tagli dentro, con assoli entusiasmanti. Ogni tanto segna anche di destro, lui che come quasi tutti i mancini quando calcia con l’altro piede assume una coordinazione labile e decisamente particolare, mette in rete in acrobazia e persino di testa nonostante uno alto 170 cm non si potesse propriamente definire un gigante.

Per le 100 reti il Trebaseleghe organizza un tributo di tutto rispetto, una vera e propria festa che coinvolge le giovanili coi Pulcini schierati a centrocampo che indossano una maglietta con la scritta 100 volte Raffaele. Manco a dirlo quella domenica Rafa vola subito a quota centouno.

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Riesce ad entrare nel cuore della tifoseria locale anche grazie all’aiuto di compagni come Cristiano Cerello, secondo Raffaele «il prototipo di compagno ideale: persona integerrima e vero uomo squadra. In campo non mollava mai e il pallone lo sapeva trattare come pochi.» Davanti fa spesso coppia e imbambola i difensori avversari insieme a Erik Bonaldo, attaccante dalla tecnica e dalla potenza fisica impressionanti, uno che sapeva vincere le partite da solo e rispondeva pienamente alla tipica espressione del talento bruciato.

Con la maglia dei Red-Devils padovani Raffaele vive momenti di gioia cristallina e sconforto totale: «Per intensità agonistica e stress emotivo la partita che non dimentico è la finale di Coppa Veneto contro i bellunesi del Ripa 2000. Il match valeva la Promozione, dopo un rigore sbagliato per parte e noi rimasti in dieci alla mezzora siamo riusciti a spuntarla con un mio gol a cinque minuti dalla fine.»

L’altalena della sfera di cuoio gli regala, com’è ovvio, anche qualche amarezza. «Con il Giorgione, dopo che l’anno prima avevamo vissuto un testa a testa esaltante in Prima Categoria, ci trovammo di fronte la stagione successiva nei play-off di Promozione: loro erano uno squadrone, noi rimaneggiati e imbottiti di giovani a causa di molti infortuni. Ciò nonostante sino a dieci minuti dal termine siamo rimasti in partita sull’1 a 1 per poi crollare nel finale e precludere il sogno del passaggio a un altro grande salto.»

A Trebaseleghe finisce un ciclo esaltante, e Rafa a 31 anni ha bisogno di nuovi stimoli e soprattutto sfide: a trascinarlo in maglia bianconera, sulla sponda arsegana di San Giorgio delle Pertiche, è l’ex-compagno di squadra Massimo Pallaro, centrocampista dai pensieri svelti e dai piedi delicati.

Con Checco Cargnin in panchina Raffaele è da subito un punto fermo: nel girone di andata trascina i compagni sul podio della classifica, a ridosso di corazzate come il Thermal Abano. Lo fa entrando in campo sempre col piede sinistro, una delle sue poche scaramanzie, calzando le Asics compagne fedeli e fermandosi rigorosamente sempre per il terzo tempo dopo la partita e anche a fine allenamento. Da buon metallaro e amante del calcio inglese di fronte a qualche birra non si tirava certo indietro.

Rafa infatti è uno di quelli che cementa il gruppo, una delle poche superstar del mondo del calcio dilettantistico a conservare lo spirito di un esordiente: dà tutto, fino all’ultimo respiro, e grazie a un’intelligenza calcistica brillante e alla grinta di un mediano il bomber cambia con maturità modo di giocare.

Inizia a muoversi da prima punta, staziona in posizione più centrale, a ridosso degli ultimi venticinque metri, sfruttando esperienza e l’innato senso del gol che lo porta a una stratosferica media di una rete a partita.

A Limena Cazzola però s’infortuna nuovamente il ginocchio, e il treno che si abbatte su di lui smorza anche i compagni che alla fine della stagione vengono eliminati al primo turno dei play-off contro il Vigodarzere. Ancora oggi se chiedete a quel lupo di mare di Cargnin vi risponderà che uno dei più grandi rimpianti della sua carriera di allenatore è stato proprio l’infortunio di Cazzola, che ha privato la squadra del suo terminale e con il quale forse sarebbe stato possibile giocarsela sino in fondo.

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Ad Arsego comunque Raffaele viene apprezzato per il suo modo di essere: genuino, sincero, verace e feroce, il bomber ricorda gli arsegani come la miglior tifoseria che abbia mai avuto modo di incontrare.

Nel campionato successivo i guai al ginocchio non gli danno tregua e l’esplosione della coppia Azzalin – Maggiolo lo relegano in seconda fila. Cazzola, tenace e orgoglioso, non molla ma le sue personali difficoltà coincidono con quelle della squadra guidata da Rinaldi, sfortunata e colpevole, che termina il torneo con una amarissima retrocessione.

Il blocco costruito nel corso degli anni da Paolocci – vero e proprio manager all’inglese all’epoca che gestiva tutto, dalla campagna-acquisti ai rimborsi oltre che gli allenamenti – perde alcuni pezzi pregiati.

In Seconda rimane comunque un’ossatura importante che prova a risalire la china con Armando Vaioli, un allenatore dalla schiena dritta e dai principi tattici e morali molto solidi. Vaioli guida l’Ardisci a una portentosa risalita diretti in Prima Categoria, fermo nel proporre un 3-4-3 oliato e d’attacco con suggestioni – nonostante il sistema sia diverso – quasi zemaniane.

Con Raffaele per forza di cose la stima è massima: «Lo metto sul podio dei miei tre allenatori più importanti e che mi hanno arricchito maggiormente. La cosa che mi colpiva di più era la sua volontà di proporre un calcio quasi impensabile nelle categorie dilettantistiche. Anche se non facevo parte – a causa di saltuari malanni – dei titolari inamovibili ha sempre dato importanza a chi, come me, si è messo a disposizione della squadra. Ogni domenica uscivo dal campo e potevo dire che avevamo giocato a calcio, o comunque ci avevamo provato.» (Nella foto sotto relativa ai festeggiamenti per il ritorno in Prima Rafa appare in basso a destra con divisa e occhiali da sole come pronto alla terza carriera negli Emirati)

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Cazzola accetta di fare qualche partita in meno e dimostra ai più giovani come tenacia, costanza e passione – unite a doti e talento naturali – possano fare la differenza.

Esaltante nella difesa del pallone, nell’ultima stagione conferma di essere uno spauracchio per tutti gli avversari. Ormai diventa uno di quei calciatori che si alzano dalla panchina e fanno esclamare al terzino avversario: «Ora entra quello che ci fa gol». Con l’Oriago accade proprio così.

La forza di questo Hubner piccoletto che segna sempre, fuma come un rocker e non disdegna birrozza e bisboccia, è l’entusiasmo immutato che conserva col passare degli anni.

La voglia di giocare è quella del giardino di casa, dell’oratorio, quando vuoi mettere sempre la gamba e non andartene a casa anche se fa buio.

Lavora sempre intensamente, Rafa, perché quello che conta per lui è la maglia numero 11 alla domenica.

Per questo, dopo quel gol col Mestrino e le lacrime del babbo, all’allenamento seguente del martedì prima dell’ultima partita di campionato che avrebbe davvero chiuso un ciclo mister Vaioli ringrazia la “vecchia guardia” e cita Cazzola come esempio per i giovani in grado di dimostrare come ci si possa rendere utili indipendentemente dai minuti giocati.

In spogliatoio Raffaele è ironico e diretto, avere giocato in epoche dilettantistiche dove il soldo girava facilmente e il livello era certamente alto gli permetteva di avere uno sguardo privilegiato su possibilità e doti dei ragazzi. Non faceva mai pesare le sue cifre, né tantomeno era uno di quelli – e ce ne sono molti – che pensava al rimborso mensile come obiettivo principale. Non poteva essere diversamente, in fondo continuava a sgolarsi e sbracciarsi, a difendere la palla come un danzatore dal pizzetto oramai grigio sulla bandierina, a borbottare e bofonchiare se non veniva cercato rasoterra come richiedeva sempre.

Per questo poteva permettersi di consigliare o argomentare.

E forse proprio per questo motivo il suo ultimo anno giocato rappresenta una mezza delusione: dopo l’addio all’Ardisci infatti, si sistema per una tranquilla Seconda Categoria a Badoere. A due passi da casa, con l’obiettivo di fare da chioccia ai giovani e innalzare il tasso tecnico e lo spirito di gruppo di un team che cercava innanzitutto la permanenza in categoria.

Salvezza raggiunta con molti patemi ai play-out, e che secondo il bomber avrebbe potuto essere ottenuta con meno sofferenza: «Un gruppo sostanzioso di compagni di squadra era amico anche fuori dal campo, una sorta di compagnia che li portava a rispettare poco le regole comuni del gruppo e anche il loro stesso divertimento. Faciloneria e disinteresse. Come insegnano i vecchi: puoi andare a casa a qualsiasi ora della notte il sabato sera se poi riesci a fare comunque la differenza sul campo. Non mi andava un approccio così superficiale, dai giovani mi sarei aspettato molto più entusiasmo.»

L’amarezza per la stagione con più ombre che luci e soprattutto i crescenti acciacchi decretano la fine dell’avventura agonistica del calciatore Raffaele Cazzola.

Ora si diletta con gli amatori del Levada, manco a dirlo protagonista del gol.

Dice che un giorno vorrebbe diventare allenatore e se avesse un figlio non lo spingerebbe a giocare a pallone, l’unica certezza è che non sarebbe mai juventino.

«Quando guardo il borsone tutti i ricordi tornano a galla. Ha sempre rappresentato la mia apprensione pre-partita. Ogni volta che aprivo il bagagliaio dell’auto mi assalivano dubbi del tipo: ho messo le scarpe? Per me il calcio è un sistema dove società, squadra e allenatore devono interagire perfettamente. Basta una sola sbavatura per portare a insoddisfazioni e scarsi risultati. La parola chiave è responsabilità, qualcosa che coinvolge tutti e che porta a distinguere gli uomini dai ragazzini. Adoro il calcio dilettantistico perché a dispetto di quello mainstream ogni istante è irripetibile e l’unico replay possibile è quello della propria memoria.»

rafa-8

– IDOLI: Ronaldo e Maldini

– RUOLO: Attaccante (ma gli sarebbe piaciuto fare il portiere)

– FRASE: «Nel calcio non ho mai avuto molti amici. Per me la parola amicizia ha un valore importantissimo e non mi piace svenderla. Ma ho stimato – ricambiato – molti compagni che in campo e fuori non erano solo degli ottimi confidenti ma anche i miei primi critici.»

Panchinari

Rispetto al futbol mainstream le riserve sono gli sconosciuti eroi domenicali del calcio dilettantistico.

Impareremo ad ascoltare le storie e le epiche imprese di portieri che prima di un rigore ghignano in faccia all’avversario come un cow-boy col malcapitato gringo e di punte innamorate del dribbling e della nuova cameriera del bar di paese.

Che senso ha giocare a calcio dopo una giornata di lavoro se non ti puoi nemmeno gustare un Montenegro insieme ai tuoi compagni di squadra?