Estate Millenovecentonovantaquattro

A undici anni probabilmente la memoria non è un concetto che puoi avere ben definito.

La costruzione del tuo ego è talmente tumultuosa, variopinta e alla ricerca di nuove scoperte che il tempo è un concetto che spesso risuona familiare solo come evento atmosferico. “Gheto vardà el tempo par doman?” – capitava di sentire talvolta in cucina nei discorsi fra madri e nonne.

Eppure ricordo lo stesso – anche se di anni compiuti ne avevo addirittura solamente dieci – che il tragitto che portava al Santuario di Monte Berico, in quell’assolato martedì di luglio del 1994, assaggiavo per la prima volta l’idea di tempo come flusso delle cose che scorrono sotto ai nostri occhi.

Sapevo che la partenza era fissata la mattina dal piazzale della chiesa e desideravo fortissimamente che mamma non mi avesse fregato sull’orario del ritorno. Non so come fosse riuscita a convincermi. Forse la presenza di molti compagni di classe delle elementari e un’età che non permetteva di sbattere i pugni sul tavolo mi aveva spinto a conciliare e a deporre momentaneamente le mie perplessità. Quel giorno alla tivù davano infatti Italia – Nigeria, ottavo finale di una Coppa del Mondo, che avevo seguito per la prima volta in maniera quasi consapevole. Non potevo permettermi di perderla, nemmeno per qualsiasi miracolo di qualsivoglia Madonna del mondo! C’erano Benarrivo, i non-cugini Baggio e di fronte quegli omoni dai nomi improbabili che avevo imparato a conoscere a memoria sulle figurine. Amunike, Yekini, Amokachi, Rufai, Eguavoen e compagnia. Eguavoen era impossibile da dimenticare, non solo per quel nome pieno di vocali, ma perché la figurina riportava un puntino difettoso all’altezza-collo che gli conferiva una minacciosa aria da ergastolano. Ottima presentazione per un difensore.

Nigeria 1994 WC v Argentina

Avevo già sofferto abbastanza seguendo un dissestato cammino di qualificazione, iniziato addirittura a Milano a novembre col gol a pochi minuti dal termine di Dino Baggio, imbeccato da una deviazione portoghese su tiro proprio di Roberto.

Le cose oltre-oceano erano iniziate male con la sconfitta contro l’Eire col gol di Ray Hougton. Sembravano addirittura sul punto di sfracellarsi dopo pochi minuti della seconda partita quando restammo in dieci per il rosso a Pagliuca e il Vate da Fusignano decise in pochi secondi di sostituire il nostro uomo più rappresentativo con il secondo Marchegiani.

Ci pensò il solito Dino Baggio da Tombolo a darci nuova linfa nonostante l’infortunio al Capitano Frankie Baresi.

Col Messico il gol di Massaro mi esaltò talmente tanto – giusto contrappasso per la scoperta di quell’emozione chiamata paura – da farmi scrivere con il gesso il risultato momentaneo su uno di quei cartelli estivi improvvisati che segnalano la possibilità di mangiarsi una fetta d’anguria fresca. La goduria nel patio del negozio d’ortofrutta di mio zio, proprio vicino alla piazza del paese, durò il tempo di un ghiacciolo. Pochi minuti dopo tale Bernal Marcelino costrinse il sottoscritto e mio cugino a complicati calcoli su un bloc-notes per capire se potevamo passare o eravamo eliminati. Due minuti dopo scacciavamo l’ansia, in attesa di spiegazioni dal Vangelo secondo Pizzul, scartavetrando tergicristalli delle auto parcheggiate con un Tango annerito dai troppi rimbalzi sull’asfalto.

Fra gavettoni e profumo d’anguria, con le sere finalmente interminabili come le partite di allora coi ragazzi del quartiere, passavamo come ultima delle migliori terze. Eravamo illuminati, come le lucciole prima del corteggiamento che scorgevamo nelle passeggiate lungo il fiume, e la paura di prima ritornava piccina, come un sasso lanciato lentamente sul pantòcco appena disegnato.

tango

La parrocchia, o forse i catechisti, chi lo sa, aveva organizzato questa gita verso il Santuario di Monte Berico, provincia di Vicenza. Pullman, o meglio corriera, come si preferisce dire dalle mie parti, e pranzo al sacco.

Il gran vociare e la rumorosa allegria del gruppo di madri, suore e nonne al seguito contrastava e pressava i nostri pruriti calcistici infantili, che grattavamo sottopelle nel retrocorriera. La strada mi sembrava interminabile e ogni tanto di nascosto lanciavo qualche sguardo antipatico a mia mamma. Come poteva avermi mentito? Dai, in fondo anche la Madonna a un certo punto avrebbe interrotto le trasmissioni e le cascate di rosari in sottofondo per dire a tutti che bisognava andare a pregare per Sacchi e i suoi ragazzi.

Una quarantina di chilometri a undici anni possono sembrare la circumnavigazione del globo.

Eppure le sette di sera sembravano ancora lontane, e l’ansia rimaneva cheta in tasca, mentre insieme ai compagni bevevamo aranciata e mangiavamo qualche cioccolatino spuntato a sorpresa fra le nostre giovani mani. Avevamo maglie colorate, zaini improbabili, braghe corte. Qualcuno portava il berretto, qualcun altro i calzini di spugna. Io pensavo alla Nazionale e dopo il pranzo continuavo a chiedere che ora fosse a qualsiasi adulto estraneo mi capitasse a tiro.

Soverchiato dal dovere cattolico avevo timore di mostrarmi impaziente di andarmene, però imparavo a conoscere i battiti del mio personalissimo tempo e a dedicare tutta la mia attenzione al match che stava per iniziare.

Ce l’avremmo fatta? O avremmo pagato quel pizzico di fortuna che ci aveva consentito di sperare ancora? Senza Baresi non sarebbe stato facile resistere all’urto di quei bisonti africani. Dino aveva il piede caldo? E chi avrebbe scelto Arrigo davanti? Baggio, Roberto, sembrava davvero giù e davanti non potevamo sperare solamente in Massaro.

Il pomeriggio era una clessidra inesorabilmente rovesciata.

Finalmente si poteva partire e il rombo del motore della corriera accesa valeva più di qualsiasi orazione alla Madonna.

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Rientravamo tardi, troppo tardi.
Arrabbiatissimo covavo un broncio che mia madre doveva assolutamente cogliere, non capivo come potesse non capire. Come per miracolo lungo la strada si materializzò fra le nostre mani una mini-televisione portatile. Non ricordo chi l’avesse portata appresso, forse addirittura quella malvagia stratega di mia madre. L’antennina giocava brutti scherzi e alle sette passate eravamo attaccati a quel piccolo schermo per capire che l’Italia aveva iniziato sotto un sole lancinante a stelle e strisce e stava addirittura perdendo.

Ogni tanto il segnale saltava e in quel preciso istante la parola tempo uscì dal vocabolario per diventare finalmente un concetto da interiorizzare. Pregavo in silenzio la Madonna di Monte Berico e lo sconosciuto Dio del calcio per ritornare a casa prima possibile. Al parcheggio non dissi nulla, la mia corsa verso l’auto urlava silenziosa che bisognava semplicemente andare a casa.

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Niente bucce d’anguria, anzi, meglio dire scorze d’anguria, solo un bicchiere d’acqua, la poltrona in legno con i cuscini rossi cullava finalmente l’inizio del secondo tempo. Continuavamo a perdere.

A circa mezzora dalla fine Sacchi sostituiva Signori con Gianfranco Zola che si posizionava all’ala sinistra, nel tentativo di scardinare la difesa avversaria.

Dopo pochi minuti il pifferaio sardo subiva lo sventolio in faccia di un cartellino rosso che mi sbatteva addosso l’epico silenzio delle speranze frantumate.

Eravamo in dieci, stanchi e incapaci di mettere paura a quello squadrone in maglia verde.

Con rassegnazione seguivo le rotonde pause di Bruno Pizzul e mi attaccavo sempre più teso alla poltrona, i nervi che affioravano e le mani sudate che azzannavano la poltrona come uno scalatore si afferra alla roccia mentre rischia di precipitare, tuffandomi senza speranze negli occhi di quegli Azzurri che in panchina proprio non riuscivano a star seduti. I pantaloni verdi della tuta di Arrigo erano il segno che pure la Madonna tifava per gli africani e per noi oramai non rimaneva che fare da spettatori.

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Avevo trascorso un intero pomeriggio a immaginare quella partita e il tempo per rimettersi sulla strada di casa sembrava non trascorrere mai. E ora che ero lì, davanti ai miei Azzurri, quei maledetti minuti che ci separavano dalla mesta eliminazione parevano volatilizzarsi, come le nostre residue speranze di mettere il gol del pareggio. Pizzul diceva che stavamo finendo “in un clima sconfortante”. Fuori calava ormai la sera, di lontano solo qualche rumore di grillo, mio padre che doveva ancora rincasare, io che pensavo al giorno dopo immaginando che tutto d’ora in poi sarebbe andato a rotoli quell’estate, che forse saremmo stati costretti a iniziare prima la scuola e per punizione andare a piedi una volta la settimana al Santuario di Monte Berico. Altro che scorze di anguria e profumo di erba appena tagliata e partite infinite con gli amici nei giardini di casa. Madonna mia, se ci sei, mandaci il pallone giusto.

E poi non so bene dopo quella rimessa quale fu l’Azzurro che imbeccò il taglio di Mussi.

Pochi secondi prima ci avevano fatto vedere Sacchi sbracciarsi e sgolarsi, e improvvisamente la voce di Pizzul sull’”ancora un’iniziativaaaaa” pareva una corda tesa allo scalatore tifoso che oramai stava precipitando fra le grinfie della sconsolatezza.

Incredibilmente Mussi vinse il rimpallo col difensore che stava intervenendo e si trovò in area, a pochi giri di lancette sull’orologio dall’aereo del ritorno in patria, riuscendo a servire proprio lui, Roberto Baggio.

Il Divin Codino da Caldogno abitava a pochi chilometri di distanza dal Santuario di Monte Berico. E tutte quelle preghiere non potevano essere state recitate invano!

Il piattone a chiudere si infilò preciso come una lama nell’angolino basso alla destra di Rufai. Il replay lo vidi qualche minuto dopo, quando avevo finito di esultare con una corsa a perdifiato, scappando in giardino urlando a squarciagola.

La Madonna aveva benedetto quel codino vicentino, ecco perché non poteva che essere per forza Divino. Il tocco di destro ci aveva riportato giù dall’aereo e io sentivo il cuore impazzire, battere così forte come forse succede a chi crede di sentirsi morto e improvvisamente riscopre la bellezza della vita. Eravamo ancora vivi e il tempo diventava qualcosa di improvvisamente gioioso. Ci stavamo guadagnando almeno i supplementari, e allora c’erano ancora fette di cocomeri da assaporare e zero compiti da godere quell’estate.

Tassotti, Maldini, Luca Bucci. Tutti ad abbracciare Roby da Vicensa, il Benedetto di Monte Berico. Mi stavo convincendo che la Fede fosse qualcosa che potesse davvero cambiare il corso dei destini, e quel ragazzo con la Dieci era una testimonianza vivente che i miracoli potevano sul serio accadere!
Sembrava tutto finito” sospirava Brunone, e da allora in poi il tempo non sarebbe mai più stato quello atmosferico. Roberto Baggio mi stava proiettando dentro a una consapevolezza nuova, dovevo fare i conti col tempo d’ora in poi, col tempo tiranno che poteva volare via come sale dalla scatola quando capita di aprirla troppo, oppure farti palpitare per la viva attesa dei desideri, quando non sai se quella del terzo banco ti vorrà davvero baciare.

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Come una maschera del wrestling o un supereroe dei fumetti il suo destro aveva appena pennellato un sogno davanti ai miei occhi.
E come nelle storie a bivi quel fottutissimo pallone prima di finire in fondo al sacco era passato nell’unica scia possibile fra le gambe di un difensore avversario e i piedi di Daniele Massaro. Da vero bomber d’area, con un movimento che avremmo imparato a definire alla Pippo Inzaghi negli anni a venire, Massaro aveva addirittura tentato di sfiorarlo con il sinistro quel pallone. Forse un’eventuale deviazione avrebbe potuto essere letale e alzare tutti i nostri sogni sopra la traversa – sarebbe accaduto lo stesso ma qualche giorno più tardi, mentre eravamo tutti in spiaggia a sognare una Coppa del Mondo contro i maestri del futbol –, magari avremmo fatto gol comunque. Non era dato sapere e andava benissimo così. Era evidente che il Santuario di Monte Berico custodiva e proteggeva i piedi delicati di Baggino. Ora che il miracolo era avvenuto potevamo avvicinarci ai supplementari con l’invisibile forza dei risorti.

Eravamo rientrati in corsa, come ci raccontava la nostra magica Voce friulana, e ad anni di distanza non so Mussi dove abbia trovato la forza e la lucidità di alzare la testa per servire il compagno smarcato in un momento del genere anziché provare lui a tirare una castagna scaccia-incubi.

I palpiti del cuore d’incanto trasformavano il tempo su quell’angolo di campagna, la poltrona finalmente morbida, senza spine, come soffice prato dopo una lunga scalata era un dolce angolo su cui respirare dopo una lunga faticata prima di mettersi nuovamente in cammino verso la cima.

Ricominciavano i supplementari. Ridotti in dieci, con una sete bestiale, ma con la certezza che la Madonna di Monte Berico proteggeva i nostri sogni.

Italian team coach Arrigo Sacchi yells directions to his players from the sidelines during action against Nigeria in their second round World Cup soccer match, Tuesday, July 5, 1994 in Foxboro, Mass. Italy came from behind to defeat Nigeria 2-1 and now advance to the quarterfinals of the World Cup against Spain on Saturday, July 9 in Foxboro. (AP Photo/Luca Bruno)

La netta sensazione che il pellegrinaggio odierno avesse trasformato il nostro Mondiale divenne certezza quando Dino, altro veneto doc entrato al posto di Berti, allargò a pochi minuti dalla fine del primo tempo supplementare su quello straordinario terzino di nome Antonio Benarrivo. Il parmense aveva giocato a Padova sino a qualche anno prima e sicuramente era stato in visita almeno una volta nella vita al Santuario di Monte Berico. Ecco il triangolo santissimo.

Dino, Benarrivo che cede a Baggio e con una forza prodigiosa riesce a buttarsi in area nella cappa strozzamuscoli di Boston. Roby attende una frazione di secondo il movimento del compagno e trova una soluzione che solo un Eletto poteva immaginare. Cucchiaiata sopra alle teste dei difensori schierati, Benarrivo che mette il corpo a protezione del pallone e a pochi metri dal portiere il marcatore in divisa verde che inesorabilmente lo travolge.

Rigore.

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Poltrona di nuovo roccia scivolosa.

Mani sudate.

Dilatazione del tempo, quei secondi fra il fischio dell’arbitro e la rincorsa dal dischetto diventavano di nuovo settimane.

Va Roberto sul dischetto.

Giuro che farò tutti i compiti entro luglio se segniamo, promettevo in silenzio alla Vergine Maria protettrice degli Azzurri.

La fresca sera e un silenzio da vacanza interminabile avvolgevano quella rincorsa.

Anche i quadretti di casa, la credenza in legno, gli animali fuori sembravano attendere che quel bivio ci indicasse come proseguiva la Storia.

Era stato proprio Eguavoen, quello della figurina macchiata, a fare fallo.

Momento topico, diceva Bruno, santo apostolo di tutte le divinità del calcio.

Mille sofferenze e mille emozioni –  si lasciava andare proprio così l’uomo in cabina – e pensando ad alta voce diceva che tutti i telespettatori italiani avevano sofferto.

Puoi scommetterci, Bruno! Non avevo mai masticato tanta ansia sino a quel luglio del ’94.

Benarrivo fuori in barella, “siamo in 9 contro 11 ma stiamo per battere un calcio di rigore”. La forza della sofferenza dei pellegrini ci stava guidando a un passo dal Monte.

Baggio posò il pallone sul dischetto e si sistemò i calzettoni. In quel momento capii che avremmo segnato. Tale tranquillità denotava una sicurezza che solo un Apostolo designato poteva avere.

Poi prese una rincorsa lunga sino a uscire dall’area e allora non ero più così sicuro del fatto che avrebbe segnato perché avrebbe avuto troppo tempo per pensare. Io fuori dal portico di casa quando mi allenavo a tirare i rigori non prendevo mai rincorse troppo lunghe anche perché il cortile era leggermente in salita e diventava più dura del previsto.

Ma la Madonna ci proteggeva, cazzo!

Manco Celentano avrebbe tenuto il silenzioso sospiro come ha fatto Pizzul prima di raccontarci quello che stavamo vivendo.

Fischia l’arbitro, parte Baggio, sìììì, gol!

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In nessun altro momento sarei stato più così felice di mantenere le promesse di bravo bambino. Probabilmente già la notte stessa sarei riuscito a finire tutti gli esercizi di matematica. Poi mi resi conto che dopo l’estate sarei passato alle Medie per cui potevo anche rilassarmi, non avrei dovuto rendere conto a nessuno.
A questo ci arrivai forse il giorno dopo, quando potevo aver smaltito almeno in parte le frizzanti bollicine di quella partita incredibile.

Rigore perfetto, palla da una parte e portiere dall’altra, palo interno e gol.
Pensavo fosse da addebitare alla Santa Madre l’invenzione portentosa dei pali rotondi e non spigolosi. Un raggio celeste aveva spinto il pallone ad avere quell’effetto rientrante.

ITALY V NIGERIA

Due a uno per noi, altra folle esultanza, e i ranger americani a bordo campo impassibili a controllare il pubblico, cristo santo.

Il Tasso con la maglia fuori, la corsa di Conte dalla panchina, il replay con quel pallone che toccava velocemente il palo per infilarsi, un’attesa che solo Totti sei anni dopo ci avrebbe fatto vivere con un altro pazzesco rigore in terra d’Olanda.

Pizzul si scusava per talune espressioni forti, tipo “Baggio rischia la vita”, riferendosi a quel penalty infilatosi dopo il bacio al palo.

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Aveva tutta la mia approvazione.

Le sorti della mia estate stavano inevitabilmente cambiando, e anche se non avevo un taccuino su cui appuntare quelle emozioni di cui scoprivo lentamente i nomi, ero pronto ad affrontare con una rinnovata speranza il mondo nuovo che mi attendeva oltre il ponte.
Le scuole medie stavano in territorio comunale, in paese avevamo solo le elementari e quindi con la bici avrei dovuto affrontare salite più ripide. Forse non solo con la bici.

Ma la Madonna di Monte Berico proteggeva il nostro cammino, ecco perché mia madre mi ci aveva portato. Perché RobyBaggio potesse insegnarmi che la storia potevamo riscriverla, a patto di volerlo intensamente.

Forse lo capii qualche anno dopo, insieme alla netta consapevolezza del tempo che fugge, sbocciata in quel caldo pomeriggio di luglio. E di come il tempo sia un ritmo danzante che dilata i tuoi giorni, che ogni tanto ti stringe il collo, che ti fa ansimare e attendere, e pregare e sperare, e sentirti perso, e poi ritrovarti vivo, senza fiato, con il cuore in gola e un sorriso ebete e una palla in fondo al sacco, nella porta giusta.

Al fischio finale non presi alcun appunto né mi persi in inutili riflessioni. Avevamo passato il turno e potevamo ancora sperare.

Uscii assaporando dolcemente le samesse dell’anguria che si incastravano fra i denti, gettai la scorza, e presi il mio Tango. Riprovai a calciare un rigore proprio come l’aveva tirato Roberto.

Il pallone colpì il palo ma non girò come quello che avevo visto pochi minuti prima alla tivù in un lontano stadio d’America. Forse per oggi la Madonna di Monte Berico aveva già lavorato troppo e d’altronde capivo che nell’ordine cosmico delle cose era giusto dare precedenza agli Azzurri. Dopo qualche svogliato rimbalzo il pallone si accovacciò appena oltre il muricciolo che separava il cortile di cemento dalla siepe e si addormentò sereno a farsi coccolare dai rami.

Anche se avevo sbagliato, ero felice. Domani ora era una parola diversa, e il suono del giorno dopo che stava per farsi spazio e mandare a dormire quella magica sera come una irripetibile melodia accompagnava la mia estate e l’orizzonte inesplorato della Spagna, gli avversari della prossima sfida.

Potevo rientrare a casa e sprofondare come un esploratore soddisfatto nel mio morbido giaciglio. Mi tolsi le scarpe, le presi con due dita e aprii la porta del garage.

Una lucciola brillava nell’aria e il fiume vicino odorava di mare.

finale

Mad Marco Boogers, che viveva nella roulotte

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

CREDITS: L’ultima immagine riportata nel pezzo è diMaartje Brockbernd Photography. The last image is taken by Maartje Brockbernd Photography.

Se in giro c’è una t-shirt che permette a chi la indossa di proclamare, orgogliosamente, “Io l’ho visto giocare”, i casi sono due. Sei Pelè, Maradona o Best. Oppure sei un giocatore che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria dei tifosi per qualche motivo che esula da grappoli di reti e dribbling magici. Marco Boogers, ex centravanti di una pletora di squadre olandesi di seconda fila e colpo grosso messo a segno da Harry Redknapp per il West Ham United nell’estate del 1995, con tutta evidenza non era Pelè, Maradona o Best. E, sfortunatamente per i tifosi Hammers, nemmeno era Iain Dowie, ruvidissimo centravanti nord irlandese rimasto nei ricordi del pubblico di Upton Park più per la sua bruttezza e uno storico autogol di testa in un match di Coppa di Lega contro lo Stockport County ripreso dalle telecamere di Sky (uno dei commenti al video che circola su Youtube dell’inopinata incornata è “Cracking finish from Dowie, shame it was the wrong end”. No need to translate, isn’t it?). Detto questo, non stupisce che in vendita on line ci sia una maglietta che recita, rigorosamente in tinta claret and blue, “I saw Marco Boogers play”. Il passaggio dello sfiorito tulipano al Boleyn Ground fu tanto fugace da rimanere, in un certo senso, circonfuso da un alone leggendario, seppure per ragioni non troppo nobili. Questa è storia di oggi.

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Al momento dello sbarco dell’attaccante in Gran Bretagna, infatti, prevalgono fiducia e curiosità. Curiosità perché Boogers è un nome pressoché sconosciuto al grande pubblico. Fiducia perché se è stato nominato terzo giocatore dell’anno in Eredivisie (il massimo campionato olandese), scarso scarso non sarà, si dicono i supporter della squadra dell’East End londinese. Quell’anno Boogers ha incrociato gli scarpini con gente come Ronaldo, il futuro idolo della Kop Jari Litmanen, due giovanissimi Patrick Kluivert e Clarence Seedorf, il pilastro dell’Ajax Ronald De Boer, rimediando una serie di belle figure. Per di più indossando la casacca dello Sparta Rotterdam, i cugini poveri del Feyenoord che, a un curriculum esangue di successi (se si eccettua un periodo d’oro a cavallo degli anni ’00 e ’10 del secolo scorso), possono opporre la schiatta di club più antico di tutti i Paesi Bassi, essendo stato fondato nel 1888. “Facile distinguersi in squadre come Ajax o Psv – si spalleggiano i fan dello United – Tutt’altro farlo con un team che si è piazzato al quattordicesimo posto”. Nel campionato che sta per iniziare Harry Redknapp, reduce da una discreta prima stagione al comando con la salvezza raggiunta grazie a un finale di annata da ricordare, parte con un dubbio in attacco. Chi affiancare all’irremovibile Tony Cottee, l’enfant du pays tornato a splendere nel suo giardino di casa dopo una serie di stagioni di su e giù sulla riva del Mersey colorata di blu? Cottee è una punta brevilinea, brava ad attaccare gli spazi, si direbbe oggi, e nella mente del manager ex Bournemouth potrebbe rendere al meglio avendo al fianco un cristone che si sobbarcasse il lavoro sporco senza difettare, comunque, in fase realizzativa. La scelta, prima del fischio d’inizio della Premier league, è fra Dowie e Marco. I tifosi non hanno dubbi. Sarà il fascino del giocatore arrivato dall’estero, saranno le credenziali di Boogers, sarà che il nord irlandese reduce da un’esperienza a Southampton è considerato un discreto rincalzo e nulla di più, ma fra i pub e i fish and chips intorno allo stadio non c’è tifoso che non speri di vedere il West Ham trascinato in Europa a suon di reti dalla coppia Cottee-Boogers. I media sono un filo più scettici. Anche perché inizia a serpeggiare una storiella, rimasta a lungo in bilico fra leggenda metropolitana e realtà, che l’olandese sia stato acquistato (e per 800mila sterline, neanche due lire) solo sulla base di alcune videocassette visionate da Redknapp durante l’estate. La vicenda, se fosse vera, farebbe a pugni con la tradizione di un club noto per la sua capacità di far sbocciare i ragazzi dell’Academy. Chi ha ragione? I supporter (e Redknapp che continua a giurare sulle doti del nuovo attaccante)? Oppure i giornalisti?

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Il precampionato mette altra benzina nel motore dei pessimisti. Boogers, che si è presentato a Boleyn Ground con un taglio a spazzola da marine tosato da un giardiniere alticcio, non ingrana. Non riesce a fare amicizia con i compagni, ma è anche spiazzato dalla way of life londinese. Negli anni in cui stelle del calcio italiano come Vialli, Di Matteo e Zola si integrano perfettamente qualche chilometro più in là, godendosi le opportunità e la tranquillità di Chelsea, Marco è un pesce fuor d’acqua. I club britannici non hanno ancora l’abitudine di arruolare anfitrioni che aiutino i giocatori stranieri a prendere confidenza con tutto quello che c’è fuori dal campo. Boogers e la moglie sono soli. La donna, in particolare, inizia a sentire la mancanza della madre, alla quale è legatissima. Anche sul rettangolo verde le cose non vanno alla grande. La punta di Dordrecht fatica a entrare in forma. Il risultato è che per il debutto in campionato contro il Leeds, Redknapp decide di affiancare Dowie a Cottee, fra i mugugni dei tifosi che vorrebbero festeggiare l’esordio della coppia anglolandese. Il momento di Boogers arriva a metà del secondo tempo, quando gli hammers sono proiettati in avanti a caccia del pareggio. L’olandese entra al posto del difensore Kevin Rowland ma non lascia alcuna traccia. Spaesato e molle, si trascina per il campo in evidente ritardo di condizione e intesa con i compagni. La fiducia dei supporter inizia a incrinarsi.

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Il turno successivo riserva al West Ham l’avversario peggiore che possa capitare, il Manchester United di Sir Alex Ferguson che chiuderà l’annata con lo splendido double Premier-FA Cup. I reds quell’anno sono una macchina da guerra quasi perfetta. A fianco di vecchi leoni come Steve Bruce, Denis Irwin e Gary Pallister e dei titolarissimi  Roy Keane ed Eric Cantona, il manager scozzese ha promosso praticamente in blocco i migliori rappresentanti della cosiddetta Class of ’92, i ragazzi che vinsero la Coppa d’Inghilterra giovanile nel 1992. L’Old Trafford impara a conoscere futuri idoli come Paul Scholes, Nicky Butt, David Beckham, Ryan Giggs, i fratelli Phil e Gary Neville. E proprio quest’ultimo sarà involontario protagonista dell’azione che trasformerà Marco Boogers da semplice “pacco” di mercato a “leggenda”, destinata a entrare nella storia del West Ham dall’ingresso sbagliato. La stagione dei mancuniani non è iniziata benissimo, con una sconfitta a Birmingham contro l’Aston Villa (3-1, la rete della bandiera è segnata dal non ancora Spice Boy) e i fan rumoreggiano a fronte di un mercato che ha portato al Theatre of Dreams solo il portiere comprimario Nick Culkin. Redknapp, comunque, non si fida dell’avvio a fari spenti dei rivali e decide di schierare una squadra coperta, con il solo Cottee davanti. Spera di reggere l’urto del terzetto Cantona-Cole-Giggs e magari di trafiggere Schmeichel con una ripartenza fortunata. Boogers, ancora, siede in panchina.

A una decina di minuti dal termine, sul risultato di 2-1 per i reds, Redknapp decide di giocarsi la carta del centravanti orange. Un cross azzeccato oppure un batti e ribatti in mezzo all’area, pensa il manager londinese, possono essere l’occasione buona per sfruttare i centimetri e la potenza di Marco. Si sbaglia. Quello che succede, in realtà, non servirà agli hammers per pareggiare la partita, ma sarà utile a Boogers per regalare uno dei momenti più surreali del calcio inglese anni ’90. Siamo all’86’. Il centrocampo ospite butta una palla lunga sull’out destro. Gary Neville si piazza per un facile controllo, pronto ad appoggiare a Beckham per il più semplice dei disimpegni. In quel momento i più accorti fra gli spettatori notano Boogers sprintare per diversi metri in direzione della palla e del terzino in maglia rossa. “Che sta facendo?”, si chiede chi ha osservato la folle corsa della punta di Dordrecht. Impossibile raggiungere la sfera. Marco non se ne cura. Sembra investito da una forza immateriale che lo spinge a concentrare tutti i suoi sforzi in quell’inutile sgroppata. La velocità e il campo bagnato ne accelerano l’impeto. A qualche metro dal difensore avversario Boogers si prepara scompostamente al tackle. La palla, intanto, è già finita mansueta sui piedi di Beckham. Poco importa. L’inquadratura, ora, è puntata solo sul neoentrato giocatore ospite e su Gary Neville. L’impatto è inevitabile e violentissimo, come si direbbe nella ricostruzione di un incidente d’auto. Boogers colpisce il futuro commentatore di Sky all’altezza delle ginocchia. Per un attimo l’intero stadio piomba in un silenzio irreale. Anche i giocatori sembrano paralizzati. Quando gli atleti in campo e l’arbitro razionalizzano l’accaduto, convergono tutti verso la zona del terribile fallo. Neville è a terra e urla di dolore. Gli animi si accendono. Gli altri reds provano a farsi giustizia da soli, puntando il dito contro Boogers e circondandolo con fare minaccioso. L’olandese, rialzatosi dopo lo scontro, pare essere appena atterrato da Marte. Strabuzza gli occhi, meravigliato di tutto quel can can. Ci pensa l’arbitro a riportarlo sulla terra, sventolandogli davanti al naso il cartellino rosso. Marco accenna a una protesta, scarsamente supportato dai compagni. Non è seccato dall’espulsione. Più che altro è convinto che la decisione dell’arbitro, in qualche modo, rovini la perfezione perversa del suo gesto eclatante. Lascia il campo a testa china, accompagnato dai cori dei suoi tifosi. “One Marco Boogers / One Marco Boogers”, cantano i supporter arrivati da Londra, beati dell’abbattimento del terzino del Manchester United, già ben avviato sulla strada che lo porterà a diventare uno dei calciatori più odiati di tutta l’Inghilterra.

Boogers fallo

Nei giorni successivi, davanti al giudice della FA il giocatore proverà ad abbozzare una difesa, “incolpando” per il fallo il terreno bagnato e sostenendo che, comunque, Gary Neville era riuscito a portare a termine la partita. E quindi non avrebbe risentito troppo del colpo subìto. Le toghe del calcio, da parte loro, stanno più dalla parte del Sun che, il giorno dopo il match, titola a caratteri cubitali “Horror Tackle” e puniscono Boogers con quattro giornate di squalifica. È a quel punto che, complice anche il caso, il tulipano arruolato da Redknapp esce dalla cronaca per entrare nel mito. Nella vicenda irrompono due attori non protagonisti che contribuiranno a scriverne il capitolo più noto. Si tratta di Bill Prosser, impiegato del West Ham che si occupa di prenotare i voli per i giocatori e di un reporter di Clubcall, un’agenzia di stampa sportiva che offre servizi al telefono per tifosi ma anche per radio, tv e quotidiani. Il giornalista, fiutata l’opportunità di una storia di colore, chiama Prosser al telefono. Vuole fissare un’intervista con Boogers per parlare dell’ormai tristemente famoso tackle su Neville. Il dipendente del club gli dice che l’olandese, frastornato dalle sgradite attenzioni ricevute dai media, ha deciso di tornare in patria per trascorrere lì il periodo di stop. Aggiunge di non aver acquistato alcun biglietto aereo per lui e la moglie e che Boogers, probabilmente, ha impacchettato le sue cose e raggiunto Dordrecht in auto. «Probably he’s gone by car», dice Prosser al telefono. Chissà perché, il reporter capisce “he has gone back to his caravan”. Un calciatore professionista che vive in una roulotte? Ce n’è abbastanza per scrivere un’agenzia gustosa, anche senza avere particolari dalla viva voce del diretto interessato. Il reporter prepara un pezzo su Boogers e signora, impegnati a ritrovare nel loro caravan la serenità perduta a causa del difficile impatto con l’Inghilterra e per la cattiva pubblicità garantita a Marco dal fallo killer su Neville. Il giorno dopo il solito Sun ci mette il carico a bastoni, titolando “Barmy Boogers gone to live in a caravan”, che si può tradurre come “Boogers il matto è tornato a vivere in una roulotte”.

Ovviamente Marco non è tornato a vivere in una roulotte, invenzione che lo perseguiterà per tutta la vita, tanto che in rete ci sono ancora pagine serie che raccontano di quella sua stramba scelta. È vero, però, che in Olanda Boogers e consorte si macerano nel dubbio di aver fatto la cosa giusta, accettando l’offerta del West Ham. La nostalgia è enorme e in patria ci sono squadre che farebbero carte false pur di avere l’attaccante ex Sparta Rotterdam in rosa. Dopo qualche tentennamento Boogers decide comunque di fare ritorno a Londra, anche perché i dirigenti del West Ham hanno preso a tempestarlo di telefonate, esigendo il suo rientro alla base. E così Boogers fa rotta sulla capitale, presumibilmente in auto attraverso il tunnel della Manica da poco inaugurato. Si presenta ad Upton Park. Con sé avrebbe – il dettaglio non è mai stato confermato con certezza – un certificato dello psicologo che lo descriverebbe come “temporaneamente inadeguato dal punto di vista mentale a giocare al pallone”. L’olandese ha sempre negato, sostenendo di soffrire di una gastrite acuta di origine nervosa. Quanto basta, a prescindere dalla verità o meno del dettaglio sul certificato medico, perché media e tifosi lo bollino come Mad Marco. Si rifà vivo in campo a fine ottobre, subentrando come rincalzo nelle sconfitte contro Blackburn Rovers e Aston Villa. In seguito ci si mette anche la sfortuna. Boogers si lesiona il ginocchio in allenamento a dicembre, infortunio che è anche l’occasione per scoprire i precedenti problemi fisici palesati nel suo periodo allo Sparta. Un episodio che dimostra le lacune dei responsabili dello scouting del West Ham. Boogers viene operato a Londra e ottiene di trascorrere la convalescenza in Olanda. Mentre si sta riprendendo a Dordrecht, nasce il suo primo figlio. “Il lieto evento – scrivono i giornali inglesi – è simbolico di come non ci sia nulla che trattenga i Boogers a Londra”. Marco viene prestato al Groningen. Non indosserà più la casacca claret and blue e successivamente troverà la sua dimensione nella seconda divisione olandese, con esperienze fortunate al Volendam e all’FC Dordrecht. Con il West Ham ha giocato in tutto 44 minuti, in quattro partite terminate con altrettante sconfitte. Resta il mistero di come Boogers sia stato reclutato a Londra. Harry Redknapp nella sua prima autobiografia uscita nel 1998, rivelò la sua versione dei fatti. «Qualcuno – scrisse – mi mandò una videocassetta di Boogers e mi sollecitò a darci un’occhiata. Rimasi molto impressionato e mi adoperai subito per metterlo sotto contratto». Da parte sua il giocatore, che oggi è direttore tecnico dell’FC Dordrecht, ha sempre giurato che gli osservatori del West Ham assistettero a numerose partite dello Sparta Rotterdam. A vent’anni di distanza il dubbio rimane. Così come rimangono le ironie su quello che è ormai noto come il “Caravan myth” di “Mad Marco” Boogers.

Boogers oggi

L’eleganza contemporanea di Enrico Chiesa

«Se non avessi fatto il calciatore, mi sarebbe piaciuto diventare attore e interpretare la parte di Billy Crystal in Harry ti presento Sally, una pellicola che ha fatto storia».

Enrico Chiesa

enricochiesa

Qualche settimana fa L’Ultimo Uomo ha pubblicato uno splendido pezzo di Stefano Piri su Christian Vieri, un racconto sull’ultimo grande centravanti italiano. L’articolo sin dall’inizio giustamente rammentava di quanto appaia oggi anacronistico il calcio che prevedeva uno come Bobone Vieri – tra l’altro un assoluto cannoniere di razza – al centro dell’attacco.

La fluidità del gioco moderno, l’attenzione rivolta alla fase di transizione, i ritmi ulteriormente implementati – anche se il ragionamento vale sempre meno rivolto alla serie A di questi tempi – hanno fatto in modo che il terminale offensivo abbia radicalmente cambiato non solo il modo di giocare ma soprattutto il concetto stesso che abbiamo di esso. Boban, nella famosa lite verbale con Balotelli, rimproverava allo stesso “la scarsa partecipazione al gioco”, la voglia di partecipare alla manovra con i compagni e per i compagni.

Oggi si parla sempre più spesso di falso nueve, un’idea di calcio che uno come Bobo Vieri avrebbe spazzato via a spallate.

Eppure, senza toccare l’apice da Fenomeno divinatorio di Ronaldo, che anticipò il calcio moderno come un alieno in arrivo da un altro pianeta – e lo fece in maniera talmente devastante da risultare sin troppo in anticipo sui tempi anche per i suoi poveri tendini, nell’opulento campionato italiano a cavallo fra anni Novanta e primi Duemila abbiamo avuto a mio modo di vedere un paio di attaccanti idealmente in grado di inserirsi alla perfezione nel calcio 2.0.

Il primo siede oggi sulla panchina della Fiorentina, si chiama Vincenzo Montella e non è un caso che da allenatore sia stato in grado nelle ultime stagioni – unica squadra, forse, insieme alla Juve di Conte e alla Roma di Garcia – di proporre un calcio gradevole, offensivo, dinamico, incentrato sul possesso-palla e sulla riconquista della palla in zona offensiva. L’Aeroplanino era un centravanti atipico, dotato di un fisico minuto, eppure grazie alla tecnica eccelsa, alla rapidità di lettura delle situazioni e alla capacità di partecipare al gioco collettivo è riuscito a segnare valanghe di reti in ogni club. Solo infortuni e incomprensioni con allenatori molto italiani come Capello hanno in qualche modo frenato la carriera di questo attaccante straordinario.

Per dire, una notte, Montella ha demolito sua maestà Sandro Nesta – altro giocatore decisamente “moderno”.

Oltre a Montella, il potenziale offensivo italiano degli anni ’90 – che nella seconda metà degli anni ’90 sino almeno al 2006 si caratterizza sulla dicotomia centravanti grande e grosso + seconda punta minuta e tecnica – si arricchiva grazie a un altro splendido attaccante decisamente contemporaneo. Uno che nel calcio di oggi starebbe benissimo come prima punta mobile o trequartista di movimento del sistema 4-2-3-1 e che farebbe faville nell’oramai classico 4-3-3.

Si chiama Enrico Chiesa, è nato a Genova ed è diventato grande con la maglia della Sampdoria dove peraltro continua la sua carriera come allenatore della Primavera – e il suo vice da quest’anno è un certo Claudio Bellucci.

Sinceramente non so come sia Chiesa come tecnico, possiamo immaginare sia rimasto un ragazzo di molti fatti e poche parole. Nel video qui sotto a 6.03 racconta quanto sia stato importante per lui uscire da casa per fare un’esperienza con la maglia del Teramo a diciannove anni quando viene a mancare suo padre.

Di lui, prima della spedizione inglese per Euro ’96, Gigi Riva disse: «Chiesa mi somiglia nella velocità dell’esecuzione e nella potenza del tiro. È un giocatore completo. C’è una cosa che mi piace di lui: è un introverso, come lo ero io. Parla poco, ma ha le idee chiare.»

Timido caratterialmente ma effervescente in campo Chiesa entra nel calcio che conta con la maglia grigiorossa della Cremonese allenata da Gigi Simoni. Davanti gioca con Florijancic e Tentoni, partendo molto spesso da destra segna 14 gol e nella stagione successiva torna in maglia blucerchiata nella serie A vinta dal Milan di Weah, Baggio e Savicevic dove il titolo di capocannoniere va ad ex aequo a Beppe Signori e alla rivelazione Igor Protti.

Chiesa si piazza subito dietro al duo con 22 reti, inizia a segnare da novembre e per poco non porta in Europa i blucerchiati che finiscono il torneo appena dietro all’Inter che inizia la stagione con Ottavio Bianchi e la termina con Roy Hodgson.

A supportare Chiesa, che agisce come vero e proprio centravanti pur svariando molto grazie a potenza e velocità su tutto il fronte d’attacco, c’è Roberto Mancini numero 10 dal ciuffo ribelle che nel triennio successivo catapulterà in porta proprio Vincenzo Montella, successore di Chiesa in maglia doriana.

Il bomber infatti, nonostante l’Europeo del ’96 finisca male con l’eliminazione al primo turno dopo il rigore sbagliato da Zola nella partita decisiva contro la Germania, passa in estate al Parma per 25 miliardi di lire. La partita che condanna gli Azzurri è la seconda del girone, contro l’ascendente Repubblica Ceca che perderà la finalissima col primo, crudele Golden Goal della storia. Sacchi, rispetto all’esordio vincente con la Russia, rinuncia al “cerottone” di Gigi Casiraghi e all’inventiva di Gianfranco Zola puntando proprio su Chiesa e Ravanelli.

Chiesa va anche in gol, purtroppo però non basta.

Al Parma comunque Chiesa si consacra. In panchina siede Carletto Ancelotti, che arriva dalla Reggiana ed è per i media italiani, l’allenatore che ha rifiutato Gianfranco Zola. Insieme all’attaccante arrivano Ze Maria e soprattutto Hernan Crespo, che il mister di Reggiolo difende con ostinazione nonostante le difficoltà iniziali sino a lanciarlo nell’Olimpo degli attaccanti.

La splendida stagione dei ducali si chiude col secondo posto a soli due punti dalla Juventus, e con Chiesa che segna 14 gol. Si affermano anche alcuni compagni di squadra come Buffon, Cannavaro e quello splendido esemplare di difensore che era Thuram. L’anno successivo Chiesa segna 10 reti in campionato e 3 in Champions League dove però il Parma viene eliminato al primo turno. La travagliata stagione porta alla fine dell’avventura di Ancelotti sulla panchina parmense.

Chiesa, in ogni caso, è un attaccante oramai assoluto del calcio italiano. Segna in tutti i modi: in corsa e da fermo, in acrobazia, di testa e di rapina per usare un linguaggio d’annata. Soprattutto usa indifferentemente – per potenza e precisione – entrambi i piedi. E agisce da centravanti dinamico, non certo statico e ingombrante come Vieri né tantomeno poco partecipativo e sempre sulla linea dell’offside come Inzaghi.

Cesarone Maldini lo porta in Francia per il Mondiale del ’98. Oltre a Vieri e Roberto Baggio ci sono pure Pippo Inzaghi e Del Piero. La storia azzurra finisce ai rigori come ben sappiamo, e per Chiesa si apre quella che sarà una stagione indimenticabile.

Con Alberto Malesani in panchina il Parma gioca con un 3-4-1-2 divertente e organizzato: la regia difensiva e offensiva è affidata a due ragazzi argentini dotati di grande intelligenza e qualitativamente – soprattutto el Brujita – sopra la media. Si tratta di Nestor Sensini, principe della linea a tre composta insieme a Thuram e Cannavaro, e di Juan Sebastian Veron, uomo di fantasia e geometria (abbinava entrambe nella sua mente euclidea con precisione di un killer che sa quando e dove servire il pallone per fare davvero male), nel centrocampo dove Dino Baggio fa il guardaspalle e Boghossian il moderno incursore da inserimenti. Sulle fasce Fuser e Vanoli assicurano chilometri e cross.

Davanti, manco a dirlo, ci pensano Chiesa e Crespo.

Per i gialloblù è una stagione trionfale.

A Mosca, dopo aver eliminato Bordeaux e Atletico Madrid, i parmensi battono il Marsiglia 3-0 e conquistano la Coppa Uefa.

Una delle tre reti, ed è un capolavoro di un calcio davvero anni ’90, la mette a segno naturalmente il bomber genovese.
Chiesa arriva in corsa, sfrutta il geniale velo di Crespo, e l’appoggia piano di destro. È il suo ottavo gol in otto partite di Coppa Uefa che fa di Enrico il miglior marcatore di sempre della squadra gialloblù nelle coppe europee e il capocannoniere della competizione.

I Malesani-boys aggiungono sulla mensola della sala trofei anche la Coppa Italia e dopo un triennio di grandi soddisfazioni Chiesa sbarca a Firenze per formare un tandem sulla carta esplosivo con Batistuta. In realtà col Trap in panchina Chiesa paga non solo la concorrenza di Mijatovic quanto l’ingombrante presenza proprio del Re Leone, colossale centravanti di grande completezza, che non solo bazzica la zona di campo a Chiesa più congeniale ma per carisma e personalità catalizza molto spesso le giocate dei compagni.

A dispetto di Crespo, in grado di fare a sportellate e coi movimenti incontro spalle alla porta liberava lo spazio per Chiesa, Batistuta è un animale che considera l’area di rigore come una savana di proprietà e costringe pertanto i suoi partner a girare al largo.

Non è un caso infatti che l’anno dopo, con Batistuta che recita il grande addio per andare a vincere lo Scudetto a Roma, Chiesa metta in rete il pallone ben 22 volte. Segna sia con Terim che con Mancini in panchina e il destino vuole che i viola vincano la Coppa Italia col gol di Vanoli – ex compagno di Enrico in maglia gialloblù – che aveva giustiziato la Fiorentina stessa nella finale di qualche anno prima.

La carriera svolta con la rottura del crociato nella stagione successiva.

Chiesa – complice anche l’avanzare dell’età – si trasforma in un altro giocatore.

Diventa più bomber d’area e meno in grado di svariare a tutto campo.

Se penso a una svolta così importante a livello di presenza in campo, a un cambio così radicale nello stile di gioco per un attaccante mi viene solo il paragone col Ronaldo del Real Madrid rispetto a quello dell’Inter.

Uno che continua a segnare molto e in molti modi, senza però incantare le platee in quanto a numeri in velocità.

A me di Chiesa personalmente piaceva molto quando si inseriva in area con un taglio e di prima intenzione calciava forte in diagonale sul secondo palo.

Dopo di lui ho rivisto solo Shevchenko – e ora forse Benzema – fare gol in quella maniera.

A Siena è dolce il tramonto di carriera: nei primi tre anni in maglia bianconera segna infatti 32 gol duettando a turno con Flo, Maccarone e Bogdani.

Chiesa decide poi di trascorrere il proprio inverno al Figline in Seconda Divisione, dopo due annate al Siena non proprio favorevoli e segnate da pochi spezzoni in campo. Alla fine del campionato i gol sono 5 in 21 partite, ma nonostante la media non sia quella degli anni d’oro Chiesa è comunque un eroe grazie alla doppietta che abbatte il Cosenza in finale di Supercoppa.

L’ennesimo infortunio al ginocchio spunta la parola fine sulla carriera di calciatore di Enrico Chiesa che ora continua – come già ricordato prima – in veste di allenatore della Primavera della Sampdoria.

L’attaccante silenzioso si gode i due figli insieme a Francesca, la ragazza che conosce e di cui è innamorato da quando aveva appena 12 anni.

A testimonianza di quanto potesse incidere in una gara detiene tuttora il record di gol messi a segno con la Nazionale partendo dalla panchina.

Quel ragazzino che tifava Milan, per via di una maglietta regalata da uno zio, e che agli inizi di carriera nel settore giovanile giocava come centrocampista è finito per diventare uno degli attaccanti più forti del calcio italiano.

Un attaccante in grado di tagliare, giocare per la squadra e concludere con rapidità e precisione, senza perdere l’eleganza nei movimenti palla al piede, al momento rimane solo un dolce ricordo per l’intristito movimento del futbol nazionale.

Chissà se anche oggi, quando dirige l’allenamento dei suoi ragazzi, indossa ancora un paio di scaldamuscoli sotto ai pantaloncini, come faceva sempre quando in silenzio segnava valanghe di gol.

Pat Nevin: dribbling, schitarrate e lettini

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

«Sì, Joy Davidson è davvero uno dei miei cantanti preferiti». Classica tirata per il culo a un giornalista pronto a bersi ogni virgola dell’intervistato. I più sgamati avranno capito che il fantomatico Joy Davidson non è mai esistito e che in realtà è/sono i Joy Division, band-mito della new wave inglese il cui culto è sopravvissuto nei decenni alla morte dello sciamanico cantante Ian Curtis, suicida nel 1980 a soli 24 anni. Fin qui tutto lineare. L’autore della presa in giro, però, non è il front-man faccia da schiaffi di una delle tante “next big thing” del rock britannico che si sono bruciate rapidamente fra prime pagine dei tabloid e concerti ad alto tasso alcolico. E nemmeno un comico dotato del pungente sarcasmo british. A rispondere così allo sciagurato giornalista e a compiacersi della pubblicazione – “ancora oggi”, si legge in qualche articolo comparso su di lui in rete – fu Pat Nevin, guizzante ala scozzese con una più che dignitosa carriera fra anni ’80 e ’90, in particolare con le maglie di Chelsea ed Everton. Talentuoso ma piuttosto discontinuo, sul campo il ragazzo di Glasgow era privo di quella “garra” che avrebbe potuto fare di lui una star di prim’ordine in un calcio che lentamente stava mutando pelle, trasformandosi da sport del popolo nell’attuale macchina mangiasoldi della Premiership. Anche perché nell’universo pallonaro di allora, in cui gli atleti non erano ancora le star globali coccolati da sponsor e impegnati in migliaia di attività parallele, Pat era un alieno calato da Marte. Nello spogliatoio i compagni di squadra, che impiegavano gran parte del loro tempo libero prevalentemente in pesanti sessioni alcoliche al pub o in qualche partita di freccette, lo chiamavano Weirdo. Un soprannome di cui lo scozzesino è sempre andato orgoglioso. Con il suo taglio di capelli simile all’acconciatura del chitarrista di qualche band new romantic e lo sguardo sbilencamente malinconico, Pat era diverso dai suoi team mates fin dal look.

Pat Nevin con la maglia

Pat Nevin a fine carriera con la maglia dei Tranmere Rovers

Negli anni in cui il football iniziava a uscire dall’era ruspante di capelli da macellaio o da paggetto ubriaco e baffoni per entrare nell’era in cui ogni delitto tricologico è stato commesso, all’insegna di una tamarritudine fattasi regola di vita, Pat Nevin appariva deliziosamente fuori posto. E, limitatamente al panorama calcistico, anche fuori moda. L’ala che da adolescente fu bocciata dal Celtic perché “troppo piccolo”, era sintonizzato con la gioventù che affollava i concerti di Sister of Mercy e New Order e, qualche tempo dopo, si sarebbe buttata a capofitto nel trip acido delle serate in locali come Factory e Hacienda, a ballare e stordirsi sui ritmi di Stone Roses, Happy Mondays, James e Charlatans. Pat Nevin leggeva libri (letteratura francese e russa, per inciso, mica robette), i suoi compagni no. Pat Nevin era a favore del disarmo nucleare e lo diceva a chiare lettere nelle interviste, per i suoi compagni le bombe erano solo quelle della pagina 3 sul Sun. Pat Nevin andava per mostre e musei, i suoi compagni andavano a scommettere sulle corse dei cavalli e dei cani. Pat Nevin era amico di Vini Reilly, il chitarrista dei Durutti Column, i suoi compagni no. Pat Nevin – questo non l’ho trovato, ma ne sono pressocché sicuro – sapeva cosa fosse la Durruti Column, il gruppo anarchico da cui la band mancuniana aveva preso il nome, shakerandone lo spelling; i suoi compagni no. Pat Nevin era anche dannatamente bravo a giocare a calcio. O meglio, era dannatamente bravo a giocare in quel modo che faceva impazzire gli inglesi fra anni ’70 e ’80, poco avvezzi ai pedatori di classe. Dribbling, finte, sprint sulla fascia, cross al bacio, inserimenti precisi, colpi velenosi. Il ragazzo classe ’63 inizia a tirare calci nel Celtic Boys Club. «In quella squadra – ricorda Pat – c’era un senso della comunità quasi da gesuiti. O da socialisti. Molto da ‘tutti per uno, uno per tutti’. La maggiore importanza del gruppo sull’individuo mi è stata insegnata da quando ero piccolo.» Tutti per uno e uno per tutti, sì. Ma l’uno, in questo caso, appare davvero sopra le righe. Il piano di sopra chiama Pat. Un provino con il Celtic. Un sogno per lui, tifoso dei bhoys sin dalla tenera età (poi, nauseato dagli estremismi settari dell’Old Firm, si innamorerà dell’Hibernian). Il test non va male. Il fisico, però, suscita più di un dubbio. Troppo gracile. Respinto. Pat non si scompone. Accetta la chiamata del Clyde, squadra della zona a sud-est di Glasgow. Prende per mano il team e lo aiuta nella corsa alla promozione dalla seconda divisione. Su quell’aletta tutto pepe si appuntano le attenzioni anche delle società di “south of the boarder”. La spunta il Chelsea. Un altro scozzese nello stesso anno, il 1983, si trasferisce da Glasgow a Londra. È Charlie Nicholas, potente centravanti del Celtic che nell’Arsenal deluderà, almeno in parte, le aspettative dei tifosi gunners. A Londra Pat si sistema alla grande. È una delle star di una squadra ampiamente rinnovata e alle prese on una traversata nel deserto fra le glorie degli anni ’60 targate Osgood, Hollins, Cooke e Bonetti e il periodo di spese pazze abramovichiane iniziato a metà anni ’90. I tifosi si innamorano di lui. Lo chiamano “Wee Pat”. Nevin si diverte in campo e fuori. Londra a metà anni ’80 è il massimo per un giovane appassionato di musica fuori dagli schemi. E c’è un vantaggio in più per un tipo refrattario agli eccessi della popolarità. «Solitamente un calciatore non può stare fuori al venerdì – spiega – ma se sei a un concerto dei Jesus and the Mary Chain nei quartieri est difficilmente qualcuno ti riconosce».

Jesus and Mary Chain

Jesus and the Mary Chain

E per essere del tutto al sicuro Pat può approfittare dei suoi gusti in fatto di moda. Con addosso il suo cappotto di pelle nera dal bavero alzato si confonde con il 90% degli spettatori dei concerti new wave e dark. Nell’84, dopo aver realizzato il gol che praticamente vale la promozione per il Chelsea in un match contro il Manchester City a Maine Road, decide di concedersi una serata di festeggiamenti. «Mi ritrovai a trascorrere la notte alla stazione di Piccadilly – ricorda – perché dopo la partita ero andato a fare quattro salti all’Hacienda, che allora non era troppo popolare. Oltre a me ci saranno state altre otto persone». Di lì a qualche anno, con l’esplosione della scena ribattezzata Madchester centinaia di giovani faranno la fila per entrare nel club, trasformatosi di fatto nella “casa” del nuovo sound. A Londra il giocatore amplia notevolmente i suoi interessi musicali. Riesce anche a sfruttare una situazione all’apparenza frustrante. Un anno dopo il suo arrivo, reduce da un ottimo campionato, Pat va a bussare a denari dal patron dei Blues, l’istrionico Ken Bates. Sulle prime la distanza fra la domanda e l’offerta è ampia. La trattativa va per le lunghe. In precampionato il Chelsea affronta il Brentford. Quella sera alla Royal Festival Hall suonano i New Order, la band nata dalle ceneri dei Joy Division. Nevin ne va matto. Alla fine del primo tempo gioca il jolly. «Se non mi sostituisci – dice all’attonito manager John Neal – non firmerò il nuovo contratto». L’allenatore non può fare a meno della verve della sua ala titolare. Cede. Pat si toglie pantaloncini e maglietta, si cambia e si catapulta al concerto. A Londra lo scozzese si toglie tante soddisfazioni simili a quelle sognate da tanti fan della musica che, per vivere, non tirano calci a un pallone. Solo una volta è costretto a fare leva sulla sua notorietà. Accade nel caso dell’incontro con John Peel, il mitico dj e giornalista “responsabile” della scoperta di tonnellate fra cantanti e band di culto. Le sue “Peel Sessions”, in gran parte piccoli live in studio di una manciata di pezzi, hanno rappresentato una sorta di esame di maturità per tutti i grandi interpreti e songwriter dagli anni ’60 in avanti.

Nevin e Peel

Nevin e Peel, calcio e musica

Per Pat è un idolo. La sera, a meno di impegni con la squadra, si sintonizza sempre sulla Bbc per ascoltare il programma dell’espertissimo Peel. »Quello che più volevo era intervistarlo – ricorda Nevin – Che poi era una scusa per incontrarlo. Scrissi una lettera e lui mi rispose molto cortesemente, dicendo che aveva un sacco di impegni e al momento non poteva ricevermi. Così per la prima e ultima volta nella mia carriera mi giocai la carta della fama». Nevin, infatti, sa che Peel è un grandissimo tifoso del Liverpool. «Scrissi una seconda lettera e dissi che giocavo in una squadra di football e che di lì a qualche settimana saremmo stati in trasferta ad Anfield. Peel mi telefonò il giorno dopo. ‘Perché non me l’avevi detto prima?’. ‘Non potevo’, risposi io». È l’inizio di una lunga amicizia, cementata da viaggi condivisi per assistere a concerti in giro per l’Inghilterra. E a proposito di conoscenze vip, Nevin ha l’opportunità di cenare a casa di Morrissey, il bizzoso cantante degli Smiths. Il giocatore si reca nella lussuosa abitazione di Moz, una villa su più piani con tanto di torretta, insieme a Vini Reilly. «Morrissey – ricorda Pat – aveva comprato un pianoforte apposta perché Vini potesse suonarlo quella notte». Ai due viene offerto di fare un tour completo dell’umile dimora morriseiana. «Saltammo una stanza. Forse preferiva non mostrarcela. Alla fine lo convincemmo. Era la sua palestra personale superattrezzata». Qualcuno fra i compagni di squadra è incuriosito dagli interessi alternativi dello scozzese. Paul Corneville, il primo giocatore nero del Chelsea, scoprì una passione per Lou Reed grazie ai consigli di Nevin, che gli fece ascoltare “Walk on the wild side”. E Graham Le Saux che non riusciva a legare con nessuno, fu aiutato a uscire dal guscio proprio dal compagno di squadra. «Io e mia moglie – ricorda Pat – lo prendemmo sotto la nostra ala protettiva. Gli mostrammo cosa leggere e gli show a cui assistere». Il rapporto con i tifosi del Chelsea vive di alti – moltissimi – e qualche basso. È uno degli idoli di Stamford Bridge, tanto che quando sarà al Tranmere Rovers, la terza squadra di Liverpool, approfitterà di un turno di stop per godersi Everton-Chelsea a Goodison Park, pagando un biglietto per il settore ospiti. Allo stesso tempo non esiterà a stigmatizzarne i loro slogan razzisti e comportamenti violenti. La storia d’amore fra Pat e il Chelsea finisce nel 1988. L’ex Clyde viene votato ancora una volta giocatore dell’anno, ma i Blues retrocedono. Nevin viene ceduto all’Everton. Sulle rive del Mersey la vita è più dura. Non musicalmente, dato che Liverpool e la vicina Manchester hanno poco da invidiare alla capitale. È sul campo che il giocatore non riesce a dare il massimo. Nel sistema adottato dal manager Colin Harvey, Pat si sente imbrigliato. Gli schemi sono troppo rigidi e per la sua fantasia un po’ anarchica non c’è spazio. Si mormora anche che la dirigenza dei Toffee Man non impazzisca per il suo impegno nel sindacato dei giocatori. Nevin, oggi, preferisce spiegarsi le sue delusioni con la maglia dell’Everton facendo riferimento all’evoluzione del football nei primi anni ’90. «Avevo 28 anni e non mi ero mai sentito così in forma – riflette – eppure mi stavano per cedere. I giocatori come me non erano più tanto ricercati. Le squadre volevano rafforzarsi soprattutto fisicamente. Fu il Wimbledon a dettare la linea (con la Crazy gang che vinse la FA Cup del 1988 battendo in finale lo strafavorito Liverpool). Quando una squadra giocava contro il Wimbledon, il manager non schierava i suoi giocatori migliori, ma quelli più potenti». Il picco massimo della sua esperienza a Liverpool è la finale di FA Cup persa 3-2 con i cugini Reds nel 1989 (l’edizione della strage di Hillsborough), raggiunta grazie al gol della vittoria da lui segnato nella semifinale contro il Norwich City.

Aldridge esulta per il gol in finale di FA Cup

Aldridge esulta per il gol in finale di FA Cup

Nevin riesce a trovare un palcoscenico più adatto a lui scendendo di un gradino nel sistema delle divisioni inglesi. Si accasa al Tranmere Rovers. A Birkenhead dispensa perle di classe viste raramente sui campi della First Division, come viene ribattezzata la seconda categoria dopo la riforma della Football League nel 1992. In quell’anno partecipa con la Scozia agli Europei, centrati per la prima volta dalla Tartan Army. I ragazzi di Roxburgh non hanno troppa fortuna con il sorteggio e finiscono nel “gruppo della morte” con Germania, l’Olanda campione uscente e la Russia (allora nota come Csi, la cosiddetta Comunità degli stati indipendenti). Nevin gioca due scampoli di partita, contro la Germania (sconfitta 2-1) e Csi (vittoria 3-0). «Era una squadra molto unita – ricorda – Eppure io mi sentivo comunque un outsider». Meno male che in camera può chiacchierare di musica con Brian McClair. L’attaccante del Manchester United, infatti, è un altro grande esperto. Nevin ricorda così il loro primo incontro. «Una volta entrati in stanza – spiega – rimanemmo in silenzio per un po’. “Qual è il tuo nome?’, mi chiese. ‘Pat’, risposi io. ‘E il tuo?’. ‘Brian’. Ancora silenzio. Allora io estrassi una copia di New musical express dalla mia valigia e iniziai a leggerlo. Lui fece lo stesso con un numero di Sounds. Fu l’inizio di una grande amicizia». Nel ’97 Nevin, alla fine della carriera, compie il tragitto inverso e fa ritorno in Scozia. Gioca per il Kilmarnock (“in tempo per assistere a una rinascita della scena musicale scozzese, con band come i Belle and Sebastian”, afferma) e il Motherwell, squadra in cui assume per brevissimo periodo anche un ruolo dirigenziale (“la scelta più stupida della mia vita”, è il suo giudizio). Dopo il ritiro diventa opinonista per la tv, facendosi apprezzare per lo stile schietto e le dichiarazioni senza peli sulla lingua, e scrive un libro. Non la solita biografia. Il coautore di “In my head, son” è lo psicologo George Sik. Il volume racconta la stagione ’96-’97 vissuta con la maglia del Tranmere Rovers ed è realizzato come un dialogo fra Pat e lo specialista, in cui vengono analizzati problemi e riflessioni di un giocatore alla fine della carriera. Appesi gli scarpini al chiodo, Nevin sfrutta anche l’opportunità di condividere le sue conoscenze musicali dilettandosi come dj nei locali su e giù per il Regno Unito. Con brani di Camera Obscura, Pink Industry, Belle and Sebastian, Animal Collective e Fall i suoi set rivelano gusti sempre in evoluzione ma anche un’immutata passione per le storiche band che lo hanno accompagnato nei momenti liberi durante ritiri e viaggi in pullman per le partite in trasferta.

Pat Nevin dj-set

Pat Nevin dj-set

Three Degrees, il calcio a ritmo di soul nell’arena dei Leoni

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

«As I look ahead I am filled with foreboding; like the Roman, I seem to see ‘the River Tiber foaming with much blood». Enoch Powell, 1968, Rivers of blood speech

What we need is a great big melting pot / Big enough to take the world and all it’s got”. Three Degrees, 1970, Melting pot

Gennaio 1978. La Gran Bretagna, dieci anni fa, ha scoperto il razzismo della porta accanto. Ha il volto da vecchio gentiluomo di campagna di Enoch Powell, deputato conservatore delle Midlands. Nel discorso passato alla storia come il “Rivers of blood speech” ha sdoganato le paure xenofobe della piccola borghesia inglese. Le lugubri paranoie di contaminazione del sangue britannico e le profezie allucinate su una nazione in cui, tempo quindici anni, i neri terranno sotto scacco i bianchi fanno presa nelle villette monofamiliari in mattoni fra Birmingham, Wolverhampton, Walsall, Coventry, Stoke e altre città ad alta densità migratoria.

enoch powell

Anche West Bromwich, 90mila abitanti circa, ospita folte comunità di immigrati. Arabi, sikh, pakistani, afrocaraibici. I tempi d’oro del West Bromwich Albion, il club locale di football, risalgono a una decina d’anni prima. Tra il 1966 e il 1970, infatti, i Baggies guidati dal centravanti Jeff Astle hanno messo in bacheca una FA Cup e una Coppa di Lega, a cui vanno aggiunte altre due finali, sempre in Coppa di Lega. Successi offuscati da una retrocessione in Seconda divisione nel 1973. Tornato al piano di sopra, grazie anche alla grinta dell’ex dirty Leeds Johnny Giles, arruolato come player manager, l’Albion ha costruito una squadra rampante. Le stelle sono Bryan Robson, il futuro capitano della nazionale dei Three Lions, nato terzino sinistro pronto a spolmonarsi su e giù per la fascia ed evolutosi come centrocampista cuor di leone e, soprattutto, una coppia di giovani afrocaraibici, appena sbarcata nel Black Country. Laurie Cunnigham, funambolica ala con la passione per il ballo, classe sopraffina e carattere istrionico, è arrivato dal Leyton Orient, squadra londinese dove si è fatto notare per giocate ai limiti dell’impossibile ma anche per una certa idiosincrasia a regole e orari. Cyrille Regis, nato nella Guyana francese e cresciuto a Londra dove la famiglia si è trasferita negli anni ’60, ha indossato la maglia biancoblù dopo un paio di anni nei campionati minori, conditi da caterve di gol e decine di conquiste fra le tifose che affollano i campetti di Athenian e Isthmian league. In panchina siede, da pochissimo, Ron Atkinson, ex monumento dell’Oxford United, reduce da una promozione in Terza divisione con il Cambridge United, mollato in piena lotta per uno storico doppio salto nel momento in cui arriva la chiamata da West Bromwich. La prima mossa di Big Ron è una pugnalata alle spalle della società che l’ha lanciato. Gli U’s vengono scippati del loro capitano, il versatile terzino Brendon Batson. Originario delle isole dei Caraibi come Cunningham e Regis, nella scalata del Cambridge United ha sfoderato impressionanti doti di fiato e carisma. In maglia giallonera ha già dovuto fare i conti con le sbandate razziste di alcuni avversari. «Sono stato espulso tre volte in carriera – racconterà in futuro – Due quando giocavo nel Cambdrige, contro lo stesso giocatore. In entrambi i casi mi insultò per il colore della mia pelle e io reagii. Fu Ron Atkinson a consigliare di darmi una calmata». Gli incidenti di percorso non gli hanno impedito di mettersi in luce come uno dei più promettenti difensori esterni della Gran Bretagna, nonostante a scuola gli avessero pronosticato un futuro luminoso nel cricket. Batson, Cunningham, Regis.

three degrees col pallone

Voilà, il trio è composto. In uno sport che per i terzetti (dal Gre-No-Li svedese fino al Ma-Gi-Ca napoletano, passando per il Didì-Vavà-Pelè verdeoro e il Sarti-Burgnich-Facchetti di nerazzurra memoria) ha provato sempre una certa fascinazione. La prima mezza stagione è di assestamento. I ragazzi mettono in mostra i primi colpi del loro campionario. Nel campionato successivo esplodono. E, in parallelo alla loro affermazione, le tribune degli stadi inglesi eruttano tutto l’odio di cui si può essere capaci di fronte a tre giocatori belli, forti, intelligenti e neri. Sono i mesi della crescita impetuosa del National Front, il partito di estrema destra fascistoide e apertamente razzista fondato dieci anni prima. Nel 1976, alle elezioni amministrative, sono arrivati successi importanti a Sandwell, proprio nelle West Midlands (27,5%) e nella più grande Leicester (20%). I dirigenti della formazione cercano di fare proselitismo fuori dagli stadi, agli ingressi dei settori popolari. “Keep football white”, scrivono sui loro stendardi. Alcune tifoserie virano paurosamente a destra. Il morbo contagia, qua e là, tutto il Paese. Londra, nelle zone più in targate Chelsea così come in quelle proletarie dominio di West Ham e Millwall, ma anche il Nord, da Manchester fino a Newcastle. I tre gioielli del West Bromwich Albion sono bersagliati costantemente da cori di scherno e insulti razzisti. Quando va bene. Già, perché può andare peggio. Batson durante il riscaldamento sulla fascia prima di un match contro il West Ham (ironicamente furono proprio gli Hammers, nel 1972, la prima squadra inglese a schierare tre giocatori di colore nella stessa partita. Clyde Best, Clive Charles e Ade Coker indossarono la casacca “claret and blue” nella sfida vinta contro il Tottenham 2-0) viene sommerso da un fitto lancio di banane. Imperturbabile, quasi quaranta anni prima di Dani Alves (e senza puzza di operazione di marketing), ne raccoglie una, la sbuccia e se la mangia. In un’altra occasione, nuovamente tempestato da decine di proiettili gialli, se ne infilerà uno nei calzoncini. Cunningham, qualche anno prima, in un derby di Londra fra Leyton Orient e Millwall viene sfiorato da un coltello scagliato dagli spalti, episodio che sparirà dal referto dell’arbitro. Regis, invece, nella sua biografia ricorderà così il suo debutto in trasferta sulle rive del Tyne con la maglia del West Bromwich Albion: “A Newcastle si sentivano cori che imitavano i versi delle scimmie ogni volta che toccavamo il pallone”. In altri impianti risuona il canto “Nigger, nigger lick my boots”. Come affrontare queste odiose manifestazioni di intolleranza? Semplice: tappandosi le orecchie e dimostrando quello che si è capaci di fare sul campo. Più i supporter avversari li insultano, più i tre caballeros in biancoblù tagliano a fette le difese delle loro squadre. I Baggies scalano le posizioni. A Natale devono affrontare il Manchester United all’Old Trafford. È una sfida per il primato. Non appena i due team escono dal tunnel, si scatena la solita gazzarra razzista. Anche Gerald Sinstadt, telecronista per l’Itv, non può fare a meno di notarlo nel suo commento. I Red Devils vanno avanti 3-2. Il West Bromwich Albion, però, non molla. Cunningham è sontuoso. Fa impazzire i difensori dello United. Dà il la a quello che sarà ricordato come uno dei migliori gol della stagione, seminando due avversari sui sedici metri e servendo Regis che, di tacco, appoggia per Len Cantello, bravissimo a fulminare il portiere mancuniano. Duetta ancora con Regis e firma il sorpasso. Poi ricambia il favore, regalando all’uomo della Guiana Francese l’opportunità di piantare il chiodo finale, con una rete di una potenza scintillante. Bum: 3-5. Il West Bromwich Albion si candida seriamente a vincere il titolo. Batson, Regis e Cunningham stupiscono anche la platea continentale. È il terzo turno di Coppa Uefa. A Valencia a fare sfracelli è ancora l’ala che, qualche anno prima, con la casacca del Leyton Orient non ha risposto per una settimana alle telefonate del manager George Petchey che gli chiedeva perché non si facesse vedere agli allenamenti («Non rispondevo perché stavo di sopra e il telefono è di sotto», confessò candidamente al boss). Quell’indolenza, ora, sembra finita in soffitta. Non altrettanto si può dire del razzismo dei tifosi. I fan assiepati sulle tribune del Mestalla offrono una curiosa variazione sul tema. Non gettano banane, ma arance. «Carino come cambio di gusto», scherza nelle interviste post-partita Laurie. Naturalmente arrivano le chiamate della Nazionale. Il primo a indossare la maglietta dell’Inghilterra è Cunningham, in un incontro contro il Galles valido per la Home Championship, un’antica competizione che si disputava fra le quattro nazionali del Regno Unito. È la prima volta di un calciatore nero in un match non amichevole.

Laurie

Poi tocca a Regis. Per le frange xenofobe dei fan di football è troppo. La Nazionale non deve essere “sporcata” da giocatori di colore. Cyrille, il giorno dopo la convocazione, riceve una lettera sigillata. La apre. Dentro c’è una pallottola. E un messaggio. “Se metterai piede sul nostro terreno di Wembley – ha scritto una mano sconosciuta – ti troverai con uno di questi ficcato su per il ginocchio”. Una bella atmosfera. Eppure c’è spazio anche per momenti scanzonati. A West Bromwich Brendon, Laurie e Cyrille sono gli idoli del pubblico. Al terzetto è ispirato il 45 giri reggae “Oh West Bromwich Albion”, cantato da Ray King e diffuso dagli altoparlanti prima all’ingresso in campo al the Hawthorns, lo stadio dei Baggies. Cunningham, in particolare, è un grande appassionato di musica soul e, in gioventù, ha partecipato con regolarità a concorsi di danza. Quando indossava la maglietta del Leyton Orient, con il denaro vinto in quelle competizioni, si è pagato decine di multe affibbiategli per i ritardi agli allenamenti. «Ha una classe così sopraffina – dice di lui Ron Atkinson – che non lascerebbe orme a camminare sulla neve». Big Ron, manager vulcanico che prima di tutti ha intuito la possibilità di trasformare i calciatori in personaggi glamour (a fine anni ’80 siederà sulla panchina dell’Atletico Madrid guidato dal ruspante Jesus Gil Y Gil, più avanti addirittura parteciperà al reality show Celebriy wife swap e sarà al centro di un esperimento sul docusport con Big Ron Manager, programma in cui vengono riprese le sue imprese come consulente del Peterborough United), fiuta il potenziale fuori dal campo dei tre afrocaraibici.

ron atk

Una sera è con loro all’inaugurazione del night club aperto da Andy Gray, attaccante dell’Aston Villa. Ci sono anche le Three Degrees, gruppo di punta del suadente soul Philadelphia style, assai apprezzato anche in Inghilterra (dove in quegli anni, proprio con epicentro fra Midlands e Nord sta bruciando la fiamma del Northern Soul, una scena radicalmente underground frequentata da centinaia di ragazzi infoiati, capaci di ballare fino alla mattina al suono di oscuri 45 giri della musica nera Usa anni ’60). L’associazione d’idee è fulminea. Batson, Cunningham e Regis vengono ribattezzati subito i Three Degrees. Atkinson fa di più. Contatta la band e la invita all’allenamento. L’occasione per i fotografi è ghiotta. Le Three Degrees e i Three Degrees. Le tre stelle del Philly sound indossano la casacca del WBA e posano abbracciate ai loro “omonimi”. Sembra lo scatto giusto per la copertina di un ideale annuario che celebri il primo titolo dei Baggies.

three deegres meeting

E invece il lieto fine va a pallino. Con il freddo l’ispirazione della squadra si congela. Le aspirazioni di primato cozzano contro i rigori di uno degli inverni più rigidi che la Gran Bretagna ricordi. Decine di partite vengono rimandate. Il WBA è particolarmente penalizzato. Un po’ perché i suoi ballerini faticano su campacci trasformati in lastre di ghiaccio. Un po’ perché, fra slittamenti e rinvii, si trova a giocare undici partite in 25 giorni. I Baggies perdono contatto con la testa della classifica. Chiudono terzi, dietro il Liverpool e il Nottingham Forest di Brian Clough, campione d’Europa. In Coppa Uefa non va meglio. Nei quarti di finale il gol di Regis, presto pareggiato, non basta a raddrizzare la sconfitta dell’andata contro la Stella Rossa. Fine del sogno. E fine dei Three Degrees. Dalla Spagna arriva la classica offerta che non si può rifiutare. Il Real Madrid, non ancora galactico ma pur sempre una potenza del calcio europeo, si dice disposto a spendere 950mila sterline per Cunningham. L’affare si fa. Laurie sbarca nella capitale per indossare la camiseta blanca adorata anche dal caudillo Francisco Franco, appena deposto. In Spagna, a fine anni ’70, sta muovendo i primi faticosissimi passi una fragile democrazia. E si vede. L’ala che iniziò la sua carriera nell’Arsenal deve affrontare anche l’ostilità dei compagni di squadra, diffidenti verso quello che dai giornali viene ribattezzato “El negro de Los blancos”. Si trova quasi a rimpiangere la colonna sonora di insulti razzisti degli stadi inglesi. In allenamento è una guerra fra lui e il resto delle merengues. In un’intervista alla tv britannica, durante la sua esperienza iberica, Cunningham mostra la gamba sinistra. Brilla sulla pelle una cicatrice di una ventina di centimetri, circondata da un arcipelago di lividi. «Quello più grosso – dice al giornalista – me lo sono fatto in allenamento, quando uno dei miei compagni mi ha colpito la gamba per fermarmi. Le ferite più piccole sono le botte che mi hanno rifilato gli altri giocatori mentre tentavo di rialzarmi». Esagerazioni? Chissà. Di certo, nonostante lo scudetto centrato al primo tentativo e una grande semifinale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo di Kevin Keegan, Cunningham non si senta a suo agio con il Madrid. «Aveva il potenziale per essere un grandissimo – ricorda Vicente del Bosque, suo compagno di squadra di allora – ma gli mancava lo spirito competitivo che serve al Real Madrid». Gli infortuni, poi, lo bersagliano. Resta al Bernabeu fino al 1984, ma sono di più le partite viste in tribuna di quelle giocate. Inizia a girare il mondo, ma serpentine e scatti sono sempre meno brucianti. Manchester United – di nuovo con Atkinson – Sporting Gjion, Marsiglia, Leicester City, il ritorno a Madrid con il Rayo Vallecano. Nell’88 è di nuovo in Inghilterra per aiutare – lui, l’elegantone amante della musica e della moda che parlava spagnolo senza problemi – la crazy gang del Wimbledon, un manipolo di brutti, sporchi e cattivi, a vincere una sorprendente FA Cup in finale contro il Liverpool. Il vagabondaggio, però, è la sua cifra. Fa rotta di nuovo su Madrid, ancora sponda Rayo. Segna la rete che consente ai Franjirrojos di tornare nella Liga. L’ennesimo nuovo inizio? No. La mattina del 15 luglio 1989 la libellula che svolazzava sulle teste degli avversari in campo finisce la sua corsa in un incidente stradale. Ha 33 anni. Sette anni prima l’ex compagno Batson ha chiuso la carriera, in seguito a un gravissimo infortunio. L’uomo che si faceva beffe degli scimmioni da stadio si reinventa come dirigente della Professional footballers’ association , il sindacato dei calciatori inglesi. In quella veste continua, ancora oggi, a combattere il razzismo. «Quando ero nel WBA – ha ricordato in più di un’occasione – ai tifosi era consentito di gridarci i loro insulti impunemente. Così in tanti, non solo fra i neri, preferivano non venire allo stadio, nauseati da queste manifestazioni di intolleranza. Oggi credo che il razzismo non sparirà mai del tutto, però dovremmo essere orgogliosi dei passi avanti fatti negli anni sul piano dell’integrazione. Abbiamo fatto enormi progressi, ma non possiamo calare la guardia». Sul campo, dopo lo scioglimento dei Three Degrees, i successi più luminosi li ottiene Regis. Nell’84 lascia nella disperazione i supporter dei Baggies, trasferendosi al Coventry City. Al the Hawthorns è un idolo assoluto, ma non è riuscito a vincere nulla. Con gli Sky Blues, qualche chilometro più in là, conquista un’incredibile FA Cup nel 1987.

regis coventry

In finale con il Tottenham il Coventry parte nettamente sfavorito. Davanti ai 98mila di Wembley, però, i ragazzi guidati da George Curtis rimontano per due volte gli Spurs e ai supplementari trovano il gol (o, meglio, l’autogol) decisivo quando un cross di Lloyd McGrath viene deviato nella propria porta dal difensore londinese Gary Mabbutt. “Non sono molti i giocatori che possono dire di aver giocato una finale di coppa – ricorda Cyrille – Vincerne una con un club come il Coventry è stato assolutamente fantastico”. Nel ’91 Regis torna nelle Midlands, all’Aston Villa, dove si riunisce a Ron Atkinson. Il WBA fine anni ’70, con tre ragazzi di colore in squadra era una rarità. Dieci anni più tardi, nei Villans di Big Ron, il rapporto si è capovolto. Fra i titolari ci sono solo due bianchi, il portiere Mark Bosnich e il centrale difensivo Shaune Teale. Qualche tifoso non gradisce. Spuntano cartoline con la foto della squadra su cui mani anonime hanno scritto “Aston Nigger”. Fiammate perverse di un virus che non ne vuole sapere di sbollire. A Birmingham Regis, ormai 33enne, inizia in grande stile. Finisce la prima stagione con 11 reti. L’anno successivo è messo in un cantone dall’esplosione di Dean Saunders. Si trasferisce ai Wolves, storici rivali del West Bromwich Albion e trova il modo di farsi apprezzare anche in gold and black. Spara le ultime cartucce nelle leghe minori con Wycombe Wanderers e Chester City. Chiude a 38 anni, sette anni dopo la morte dell’amico Cunningham. Il dramma dell’ex compagno di squadra e la morte vista in faccia, anche lui per un incidente, lo hanno cambiato. Ha abbracciato la religione cattolica e si è messo alle spalle qualche problema con l’alcol. Lavora come agente di altri calciatori, fra i quali il nipote Jason Roberts. Nel 2007, insieme alla seconda moglie Julia ha visitato l’Etiopia nell’ambito del progetto WaterAid. Ha avuto parole di comprensione anche per lo scivolone razzista del suo mentore Ron Atkinson, finito sulla graticola dopo aver definito Marcel Desailly, durante una telecronaca del Chelsea, “quello che in certe scuole è conosciuto come un fottuto pigro negro”. «Lo conosco da anni – disse, invitato a commentare l’accaduto – Ho giocato per lui, ho bevuto con lui, mi sono fatto un sacco di risate con lui. Ha detto una cosa orribile. Devo dimenticarmi tutti i bei ricordi che mi uniscono a lui per una cosa del genere? Con tutti gli errori che ho commesso nella mia vita, sono l’ultima persona che lo può giudicare». Il West Bromwich Albion ha deciso di rendere eterna la memoria dei Three Degrees. Il 15 luglio, nel venticinquesimo anniversario della morte di Laurie Cunningham, verrà scoperta una statua dedicata al terzetto che faceva cantare il pallone e ballare gli avversari.

cyrille-con statua

“Batson, Cunningham e Regis were part of a pop-star culture. Big Ron created a footballing band that got on stage every saturday”. Phil Vasili, storico del football