Estate Millenovecentonovantaquattro

A undici anni probabilmente la memoria non è un concetto che puoi avere ben definito.

La costruzione del tuo ego è talmente tumultuosa, variopinta e alla ricerca di nuove scoperte che il tempo è un concetto che spesso risuona familiare solo come evento atmosferico. “Gheto vardà el tempo par doman?” – capitava di sentire talvolta in cucina nei discorsi fra madri e nonne.

Eppure ricordo lo stesso – anche se di anni compiuti ne avevo addirittura solamente dieci – che il tragitto che portava al Santuario di Monte Berico, in quell’assolato martedì di luglio del 1994, assaggiavo per la prima volta l’idea di tempo come flusso delle cose che scorrono sotto ai nostri occhi.

Sapevo che la partenza era fissata la mattina dal piazzale della chiesa e desideravo fortissimamente che mamma non mi avesse fregato sull’orario del ritorno. Non so come fosse riuscita a convincermi. Forse la presenza di molti compagni di classe delle elementari e un’età che non permetteva di sbattere i pugni sul tavolo mi aveva spinto a conciliare e a deporre momentaneamente le mie perplessità. Quel giorno alla tivù davano infatti Italia – Nigeria, ottavo finale di una Coppa del Mondo, che avevo seguito per la prima volta in maniera quasi consapevole. Non potevo permettermi di perderla, nemmeno per qualsiasi miracolo di qualsivoglia Madonna del mondo! C’erano Benarrivo, i non-cugini Baggio e di fronte quegli omoni dai nomi improbabili che avevo imparato a conoscere a memoria sulle figurine. Amunike, Yekini, Amokachi, Rufai, Eguavoen e compagnia. Eguavoen era impossibile da dimenticare, non solo per quel nome pieno di vocali, ma perché la figurina riportava un puntino difettoso all’altezza-collo che gli conferiva una minacciosa aria da ergastolano. Ottima presentazione per un difensore.

Nigeria 1994 WC v Argentina

Avevo già sofferto abbastanza seguendo un dissestato cammino di qualificazione, iniziato addirittura a Milano a novembre col gol a pochi minuti dal termine di Dino Baggio, imbeccato da una deviazione portoghese su tiro proprio di Roberto.

Le cose oltre-oceano erano iniziate male con la sconfitta contro l’Eire col gol di Ray Hougton. Sembravano addirittura sul punto di sfracellarsi dopo pochi minuti della seconda partita quando restammo in dieci per il rosso a Pagliuca e il Vate da Fusignano decise in pochi secondi di sostituire il nostro uomo più rappresentativo con il secondo Marchegiani.

Ci pensò il solito Dino Baggio da Tombolo a darci nuova linfa nonostante l’infortunio al Capitano Frankie Baresi.

Col Messico il gol di Massaro mi esaltò talmente tanto – giusto contrappasso per la scoperta di quell’emozione chiamata paura – da farmi scrivere con il gesso il risultato momentaneo su uno di quei cartelli estivi improvvisati che segnalano la possibilità di mangiarsi una fetta d’anguria fresca. La goduria nel patio del negozio d’ortofrutta di mio zio, proprio vicino alla piazza del paese, durò il tempo di un ghiacciolo. Pochi minuti dopo tale Bernal Marcelino costrinse il sottoscritto e mio cugino a complicati calcoli su un bloc-notes per capire se potevamo passare o eravamo eliminati. Due minuti dopo scacciavamo l’ansia, in attesa di spiegazioni dal Vangelo secondo Pizzul, scartavetrando tergicristalli delle auto parcheggiate con un Tango annerito dai troppi rimbalzi sull’asfalto.

Fra gavettoni e profumo d’anguria, con le sere finalmente interminabili come le partite di allora coi ragazzi del quartiere, passavamo come ultima delle migliori terze. Eravamo illuminati, come le lucciole prima del corteggiamento che scorgevamo nelle passeggiate lungo il fiume, e la paura di prima ritornava piccina, come un sasso lanciato lentamente sul pantòcco appena disegnato.

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La parrocchia, o forse i catechisti, chi lo sa, aveva organizzato questa gita verso il Santuario di Monte Berico, provincia di Vicenza. Pullman, o meglio corriera, come si preferisce dire dalle mie parti, e pranzo al sacco.

Il gran vociare e la rumorosa allegria del gruppo di madri, suore e nonne al seguito contrastava e pressava i nostri pruriti calcistici infantili, che grattavamo sottopelle nel retrocorriera. La strada mi sembrava interminabile e ogni tanto di nascosto lanciavo qualche sguardo antipatico a mia mamma. Come poteva avermi mentito? Dai, in fondo anche la Madonna a un certo punto avrebbe interrotto le trasmissioni e le cascate di rosari in sottofondo per dire a tutti che bisognava andare a pregare per Sacchi e i suoi ragazzi.

Una quarantina di chilometri a undici anni possono sembrare la circumnavigazione del globo.

Eppure le sette di sera sembravano ancora lontane, e l’ansia rimaneva cheta in tasca, mentre insieme ai compagni bevevamo aranciata e mangiavamo qualche cioccolatino spuntato a sorpresa fra le nostre giovani mani. Avevamo maglie colorate, zaini improbabili, braghe corte. Qualcuno portava il berretto, qualcun altro i calzini di spugna. Io pensavo alla Nazionale e dopo il pranzo continuavo a chiedere che ora fosse a qualsiasi adulto estraneo mi capitasse a tiro.

Soverchiato dal dovere cattolico avevo timore di mostrarmi impaziente di andarmene, però imparavo a conoscere i battiti del mio personalissimo tempo e a dedicare tutta la mia attenzione al match che stava per iniziare.

Ce l’avremmo fatta? O avremmo pagato quel pizzico di fortuna che ci aveva consentito di sperare ancora? Senza Baresi non sarebbe stato facile resistere all’urto di quei bisonti africani. Dino aveva il piede caldo? E chi avrebbe scelto Arrigo davanti? Baggio, Roberto, sembrava davvero giù e davanti non potevamo sperare solamente in Massaro.

Il pomeriggio era una clessidra inesorabilmente rovesciata.

Finalmente si poteva partire e il rombo del motore della corriera accesa valeva più di qualsiasi orazione alla Madonna.

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Rientravamo tardi, troppo tardi.
Arrabbiatissimo covavo un broncio che mia madre doveva assolutamente cogliere, non capivo come potesse non capire. Come per miracolo lungo la strada si materializzò fra le nostre mani una mini-televisione portatile. Non ricordo chi l’avesse portata appresso, forse addirittura quella malvagia stratega di mia madre. L’antennina giocava brutti scherzi e alle sette passate eravamo attaccati a quel piccolo schermo per capire che l’Italia aveva iniziato sotto un sole lancinante a stelle e strisce e stava addirittura perdendo.

Ogni tanto il segnale saltava e in quel preciso istante la parola tempo uscì dal vocabolario per diventare finalmente un concetto da interiorizzare. Pregavo in silenzio la Madonna di Monte Berico e lo sconosciuto Dio del calcio per ritornare a casa prima possibile. Al parcheggio non dissi nulla, la mia corsa verso l’auto urlava silenziosa che bisognava semplicemente andare a casa.

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Niente bucce d’anguria, anzi, meglio dire scorze d’anguria, solo un bicchiere d’acqua, la poltrona in legno con i cuscini rossi cullava finalmente l’inizio del secondo tempo. Continuavamo a perdere.

A circa mezzora dalla fine Sacchi sostituiva Signori con Gianfranco Zola che si posizionava all’ala sinistra, nel tentativo di scardinare la difesa avversaria.

Dopo pochi minuti il pifferaio sardo subiva lo sventolio in faccia di un cartellino rosso che mi sbatteva addosso l’epico silenzio delle speranze frantumate.

Eravamo in dieci, stanchi e incapaci di mettere paura a quello squadrone in maglia verde.

Con rassegnazione seguivo le rotonde pause di Bruno Pizzul e mi attaccavo sempre più teso alla poltrona, i nervi che affioravano e le mani sudate che azzannavano la poltrona come uno scalatore si afferra alla roccia mentre rischia di precipitare, tuffandomi senza speranze negli occhi di quegli Azzurri che in panchina proprio non riuscivano a star seduti. I pantaloni verdi della tuta di Arrigo erano il segno che pure la Madonna tifava per gli africani e per noi oramai non rimaneva che fare da spettatori.

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Avevo trascorso un intero pomeriggio a immaginare quella partita e il tempo per rimettersi sulla strada di casa sembrava non trascorrere mai. E ora che ero lì, davanti ai miei Azzurri, quei maledetti minuti che ci separavano dalla mesta eliminazione parevano volatilizzarsi, come le nostre residue speranze di mettere il gol del pareggio. Pizzul diceva che stavamo finendo “in un clima sconfortante”. Fuori calava ormai la sera, di lontano solo qualche rumore di grillo, mio padre che doveva ancora rincasare, io che pensavo al giorno dopo immaginando che tutto d’ora in poi sarebbe andato a rotoli quell’estate, che forse saremmo stati costretti a iniziare prima la scuola e per punizione andare a piedi una volta la settimana al Santuario di Monte Berico. Altro che scorze di anguria e profumo di erba appena tagliata e partite infinite con gli amici nei giardini di casa. Madonna mia, se ci sei, mandaci il pallone giusto.

E poi non so bene dopo quella rimessa quale fu l’Azzurro che imbeccò il taglio di Mussi.

Pochi secondi prima ci avevano fatto vedere Sacchi sbracciarsi e sgolarsi, e improvvisamente la voce di Pizzul sull’”ancora un’iniziativaaaaa” pareva una corda tesa allo scalatore tifoso che oramai stava precipitando fra le grinfie della sconsolatezza.

Incredibilmente Mussi vinse il rimpallo col difensore che stava intervenendo e si trovò in area, a pochi giri di lancette sull’orologio dall’aereo del ritorno in patria, riuscendo a servire proprio lui, Roberto Baggio.

Il Divin Codino da Caldogno abitava a pochi chilometri di distanza dal Santuario di Monte Berico. E tutte quelle preghiere non potevano essere state recitate invano!

Il piattone a chiudere si infilò preciso come una lama nell’angolino basso alla destra di Rufai. Il replay lo vidi qualche minuto dopo, quando avevo finito di esultare con una corsa a perdifiato, scappando in giardino urlando a squarciagola.

La Madonna aveva benedetto quel codino vicentino, ecco perché non poteva che essere per forza Divino. Il tocco di destro ci aveva riportato giù dall’aereo e io sentivo il cuore impazzire, battere così forte come forse succede a chi crede di sentirsi morto e improvvisamente riscopre la bellezza della vita. Eravamo ancora vivi e il tempo diventava qualcosa di improvvisamente gioioso. Ci stavamo guadagnando almeno i supplementari, e allora c’erano ancora fette di cocomeri da assaporare e zero compiti da godere quell’estate.

Tassotti, Maldini, Luca Bucci. Tutti ad abbracciare Roby da Vicensa, il Benedetto di Monte Berico. Mi stavo convincendo che la Fede fosse qualcosa che potesse davvero cambiare il corso dei destini, e quel ragazzo con la Dieci era una testimonianza vivente che i miracoli potevano sul serio accadere!
Sembrava tutto finito” sospirava Brunone, e da allora in poi il tempo non sarebbe mai più stato quello atmosferico. Roberto Baggio mi stava proiettando dentro a una consapevolezza nuova, dovevo fare i conti col tempo d’ora in poi, col tempo tiranno che poteva volare via come sale dalla scatola quando capita di aprirla troppo, oppure farti palpitare per la viva attesa dei desideri, quando non sai se quella del terzo banco ti vorrà davvero baciare.

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Come una maschera del wrestling o un supereroe dei fumetti il suo destro aveva appena pennellato un sogno davanti ai miei occhi.
E come nelle storie a bivi quel fottutissimo pallone prima di finire in fondo al sacco era passato nell’unica scia possibile fra le gambe di un difensore avversario e i piedi di Daniele Massaro. Da vero bomber d’area, con un movimento che avremmo imparato a definire alla Pippo Inzaghi negli anni a venire, Massaro aveva addirittura tentato di sfiorarlo con il sinistro quel pallone. Forse un’eventuale deviazione avrebbe potuto essere letale e alzare tutti i nostri sogni sopra la traversa – sarebbe accaduto lo stesso ma qualche giorno più tardi, mentre eravamo tutti in spiaggia a sognare una Coppa del Mondo contro i maestri del futbol –, magari avremmo fatto gol comunque. Non era dato sapere e andava benissimo così. Era evidente che il Santuario di Monte Berico custodiva e proteggeva i piedi delicati di Baggino. Ora che il miracolo era avvenuto potevamo avvicinarci ai supplementari con l’invisibile forza dei risorti.

Eravamo rientrati in corsa, come ci raccontava la nostra magica Voce friulana, e ad anni di distanza non so Mussi dove abbia trovato la forza e la lucidità di alzare la testa per servire il compagno smarcato in un momento del genere anziché provare lui a tirare una castagna scaccia-incubi.

I palpiti del cuore d’incanto trasformavano il tempo su quell’angolo di campagna, la poltrona finalmente morbida, senza spine, come soffice prato dopo una lunga scalata era un dolce angolo su cui respirare dopo una lunga faticata prima di mettersi nuovamente in cammino verso la cima.

Ricominciavano i supplementari. Ridotti in dieci, con una sete bestiale, ma con la certezza che la Madonna di Monte Berico proteggeva i nostri sogni.

Italian team coach Arrigo Sacchi yells directions to his players from the sidelines during action against Nigeria in their second round World Cup soccer match, Tuesday, July 5, 1994 in Foxboro, Mass. Italy came from behind to defeat Nigeria 2-1 and now advance to the quarterfinals of the World Cup against Spain on Saturday, July 9 in Foxboro. (AP Photo/Luca Bruno)

La netta sensazione che il pellegrinaggio odierno avesse trasformato il nostro Mondiale divenne certezza quando Dino, altro veneto doc entrato al posto di Berti, allargò a pochi minuti dalla fine del primo tempo supplementare su quello straordinario terzino di nome Antonio Benarrivo. Il parmense aveva giocato a Padova sino a qualche anno prima e sicuramente era stato in visita almeno una volta nella vita al Santuario di Monte Berico. Ecco il triangolo santissimo.

Dino, Benarrivo che cede a Baggio e con una forza prodigiosa riesce a buttarsi in area nella cappa strozzamuscoli di Boston. Roby attende una frazione di secondo il movimento del compagno e trova una soluzione che solo un Eletto poteva immaginare. Cucchiaiata sopra alle teste dei difensori schierati, Benarrivo che mette il corpo a protezione del pallone e a pochi metri dal portiere il marcatore in divisa verde che inesorabilmente lo travolge.

Rigore.

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Poltrona di nuovo roccia scivolosa.

Mani sudate.

Dilatazione del tempo, quei secondi fra il fischio dell’arbitro e la rincorsa dal dischetto diventavano di nuovo settimane.

Va Roberto sul dischetto.

Giuro che farò tutti i compiti entro luglio se segniamo, promettevo in silenzio alla Vergine Maria protettrice degli Azzurri.

La fresca sera e un silenzio da vacanza interminabile avvolgevano quella rincorsa.

Anche i quadretti di casa, la credenza in legno, gli animali fuori sembravano attendere che quel bivio ci indicasse come proseguiva la Storia.

Era stato proprio Eguavoen, quello della figurina macchiata, a fare fallo.

Momento topico, diceva Bruno, santo apostolo di tutte le divinità del calcio.

Mille sofferenze e mille emozioni –  si lasciava andare proprio così l’uomo in cabina – e pensando ad alta voce diceva che tutti i telespettatori italiani avevano sofferto.

Puoi scommetterci, Bruno! Non avevo mai masticato tanta ansia sino a quel luglio del ’94.

Benarrivo fuori in barella, “siamo in 9 contro 11 ma stiamo per battere un calcio di rigore”. La forza della sofferenza dei pellegrini ci stava guidando a un passo dal Monte.

Baggio posò il pallone sul dischetto e si sistemò i calzettoni. In quel momento capii che avremmo segnato. Tale tranquillità denotava una sicurezza che solo un Apostolo designato poteva avere.

Poi prese una rincorsa lunga sino a uscire dall’area e allora non ero più così sicuro del fatto che avrebbe segnato perché avrebbe avuto troppo tempo per pensare. Io fuori dal portico di casa quando mi allenavo a tirare i rigori non prendevo mai rincorse troppo lunghe anche perché il cortile era leggermente in salita e diventava più dura del previsto.

Ma la Madonna ci proteggeva, cazzo!

Manco Celentano avrebbe tenuto il silenzioso sospiro come ha fatto Pizzul prima di raccontarci quello che stavamo vivendo.

Fischia l’arbitro, parte Baggio, sìììì, gol!

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In nessun altro momento sarei stato più così felice di mantenere le promesse di bravo bambino. Probabilmente già la notte stessa sarei riuscito a finire tutti gli esercizi di matematica. Poi mi resi conto che dopo l’estate sarei passato alle Medie per cui potevo anche rilassarmi, non avrei dovuto rendere conto a nessuno.
A questo ci arrivai forse il giorno dopo, quando potevo aver smaltito almeno in parte le frizzanti bollicine di quella partita incredibile.

Rigore perfetto, palla da una parte e portiere dall’altra, palo interno e gol.
Pensavo fosse da addebitare alla Santa Madre l’invenzione portentosa dei pali rotondi e non spigolosi. Un raggio celeste aveva spinto il pallone ad avere quell’effetto rientrante.

ITALY V NIGERIA

Due a uno per noi, altra folle esultanza, e i ranger americani a bordo campo impassibili a controllare il pubblico, cristo santo.

Il Tasso con la maglia fuori, la corsa di Conte dalla panchina, il replay con quel pallone che toccava velocemente il palo per infilarsi, un’attesa che solo Totti sei anni dopo ci avrebbe fatto vivere con un altro pazzesco rigore in terra d’Olanda.

Pizzul si scusava per talune espressioni forti, tipo “Baggio rischia la vita”, riferendosi a quel penalty infilatosi dopo il bacio al palo.

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Aveva tutta la mia approvazione.

Le sorti della mia estate stavano inevitabilmente cambiando, e anche se non avevo un taccuino su cui appuntare quelle emozioni di cui scoprivo lentamente i nomi, ero pronto ad affrontare con una rinnovata speranza il mondo nuovo che mi attendeva oltre il ponte.
Le scuole medie stavano in territorio comunale, in paese avevamo solo le elementari e quindi con la bici avrei dovuto affrontare salite più ripide. Forse non solo con la bici.

Ma la Madonna di Monte Berico proteggeva il nostro cammino, ecco perché mia madre mi ci aveva portato. Perché RobyBaggio potesse insegnarmi che la storia potevamo riscriverla, a patto di volerlo intensamente.

Forse lo capii qualche anno dopo, insieme alla netta consapevolezza del tempo che fugge, sbocciata in quel caldo pomeriggio di luglio. E di come il tempo sia un ritmo danzante che dilata i tuoi giorni, che ogni tanto ti stringe il collo, che ti fa ansimare e attendere, e pregare e sperare, e sentirti perso, e poi ritrovarti vivo, senza fiato, con il cuore in gola e un sorriso ebete e una palla in fondo al sacco, nella porta giusta.

Al fischio finale non presi alcun appunto né mi persi in inutili riflessioni. Avevamo passato il turno e potevamo ancora sperare.

Uscii assaporando dolcemente le samesse dell’anguria che si incastravano fra i denti, gettai la scorza, e presi il mio Tango. Riprovai a calciare un rigore proprio come l’aveva tirato Roberto.

Il pallone colpì il palo ma non girò come quello che avevo visto pochi minuti prima alla tivù in un lontano stadio d’America. Forse per oggi la Madonna di Monte Berico aveva già lavorato troppo e d’altronde capivo che nell’ordine cosmico delle cose era giusto dare precedenza agli Azzurri. Dopo qualche svogliato rimbalzo il pallone si accovacciò appena oltre il muricciolo che separava il cortile di cemento dalla siepe e si addormentò sereno a farsi coccolare dai rami.

Anche se avevo sbagliato, ero felice. Domani ora era una parola diversa, e il suono del giorno dopo che stava per farsi spazio e mandare a dormire quella magica sera come una irripetibile melodia accompagnava la mia estate e l’orizzonte inesplorato della Spagna, gli avversari della prossima sfida.

Potevo rientrare a casa e sprofondare come un esploratore soddisfatto nel mio morbido giaciglio. Mi tolsi le scarpe, le presi con due dita e aprii la porta del garage.

Una lucciola brillava nell’aria e il fiume vicino odorava di mare.

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Educazione Calcistica: penso dunque gioco

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.

Si chiama Funino ed è un metodo di formazione calcistica per ragazzi dai sette ai dieci anni presente in sessanta paesi nel mondo. Da oltre quindici anni pilastro formativo della Federazione Spagnola di cui la cantera del Barcellona è la punta d’iceberg.

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«Siamo appena tornati da Debrecen, in Ungheria, dove abbiamo tenuto un corso: la Federazione magiara sta pensando di adottare il nostro metodo per rilanciare il movimento calcistico. E in Cina, da qui al 2025, prevedono di aprire 58 mila accademie».

Marcello Nardini, portiere degli anni ’70 (ha giocato anche in Germania) mi introduce così nello sconosciuto mondo del Funino, letteralmente “divertimento per il bambino”. Perché il Prof. Nardini, oltre che ex giocatore professionista e medico dello sport, è il presidente dell’associazione italiana Horst Wein, l’allenatore degli allenatori come viene chiamato laddove abbia diffuso il suo verbo.

E di fronte a questi numeri vacillo: non ho mai sentito parlare del santone Wein e del suo metodo sviluppato in 60 paesi nel mondo con l’obiettivo di educare i calciatori tra i sette e i dieci anni.

Per inquadrare velocemente il tema, e colmare la mia ignoranza, Nardini snocciola le Società che hanno aderito all’educazione alternativa: oltre alla Federazione Spagnola, che ha abbracciato il progetto sino a farlo diventare la sua Guida Ufficiale, anche Arsenal, Schalke 04, Leeds, Hoffenheim e St. Pauli. Ma soprattutto Valencia, Real Madrid e Barcellona, hanno plasmato le loro cantere sulla metodologia di Wein, medaglia olimpica d’argento nel 1980 come coach della Nazionale spagnola di hockey. Il modello di Wein e dei suoi seguaci diffusi in ogni angolo di mondo (tra cui Armenia, Panama, Estonia, Arabia Saudita e Singapore) è interamente basato sulle capacità psico-fisico-tecniche dei ragazzi: qualsiasi cosa, nella visione Funino, viene adattata alle abilità dei piccoli atleti, si procede per gradi in funzione delle loro attitudini. Rispetto ai tradizionali metodi educativi, l’apprendimento del giovane è essenzialmente guidato dal Gioco: l’obiettivo è quello di ricreare le condizioni del gioco di strada, senza meccanizzare un gesto tecnico dopo l’altro come avviene generalmente con il metodo analitico.

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«La difficoltà attuale del calcio – mi spiega Nardini – è proprio questa: pretendiamo dai giovani giocatori di partecipare a situazioni di gioco troppo complesse per le loro capacità ed è per questo che il metodo Funino si fonda sul tre contro tre, per passare poi gradualmente al calcio a cinque, a sette, e, solo dopo i 14 anni, al calcio a undici.»

Le fasi di un’azione su cui si concentrano i formatori di Wein sono quattro: percezione, cioè acquisire informazioni sulla dinamica di gioco; comprensione ed interpretazione, in cui ci si fa carico delle precedenti esperienze per riconoscere il problema trovare le soluzioni migliori; presa di decisione, valutando le diverse opzioni e calcolandone i rischi ed infine l’esecuzione, risolvendo il problema con una risposta motrice corretta eseguita con il “giusto” tempo.

Il gioco insomma come unico maestro, giochi semplificati come stimolatori naturali di fantasia e creatività, grazie alle continue sollecitazioni di gesti tecnici differenti e alla presa di coscienza e al dominio di spazio e tempo. Durante tali esercitazioni l’allievo è costretto a trovare la “soluzione” attraverso il ragionamento, decidendo rapidamente cosa è meglio fare in quella determinata situazione.

L’altro pilastro del sistema F sono le porte: ci sono quattro reti, due da attaccare e due da difendere in un campo da 25 x 30 metri circa; con questi requisiti aumentano notevolmente i tocchi di palla di ciascun giocatore, maggiore è il coinvolgimento nell’azione e la cooperazione tra compagni diventa necessaria, dovendo difendere due porte e poterne attaccare altrettante. In questo senso il ragazzo non è “costretto” a focalizzarsi su un unico obiettivo (l’unica porta) ma ne viene allenata la visione periferica di gioco, il cervello rimane costantemente attivo per una rapida lettura, in tempo reale, delle azioni difensive e offensive.

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Un altro elemento fondamentale del metodo Wein è il rapporto allenatore-giocatore: «I nostri formatori non sono educati a suggerire (per non dire urlare da bordo campo) ai ragazzi cosa fare ma insegnano loro a capire cosa fare, ma li accompagnano alla consapevolezza di eseguire precisi gesti tecnici e a mettere in pratica situazioni tattiche in funzione alle loro carenze, instillando nella memoria a lungo termine del ragazzo la soluzione al problema».

In Italia? «Siamo indietro di 20 anni» risponde categorico Nardini: «L’innovazione viene vista come elemento che può mettere in crisi lo status quo, ma per noi la cosa fondamentale è migliorare la qualità del calcio e l’evoluzione sportiva dei nostri piccoli giocatori. Abbiamo dovuto chiedere una deroga alla FIGC perché i ragazzi, seppur piccoli, non possono giocare gare ufficiali con 4 porte e tre contro tre.»

Perché da noi si è giocato e si gioca a Funino, nel 2013 e nel 2014 sono stati organizzati rispettivamente il primo torneo nazionale ed internazionale con sedi a Desio e Monza. «Il Funino è la riscoperta del gioco di strada di un tempo ma con una miglior organizzazione e a misura di bambino. È un modo di giocare che lascia esprimere la creatività senza pressioni» mi spiega Alessandro Crisafulli, uno degli organizzatori dei due eventi italiani: «Non ci sono competizioni, classifiche o premiazioni finali ma solo la nomination “the beautiful game” per il miglior gioco espresso». Che nell’edizione di settembre 2014 è stato vinto dal St. Pauli, distintosi tra gli avversari che comprendevano, oltre a squadre italiane tra cui Inter e Atalanta, anche società finlandesi, irlandesi, polacche, spagnole e tedesche per un totale di oltre centocinquanta ragazzi coinvolti. E proprio in quell’occasione i giovani calciatori stranieri hanno mostrato la miglior confidenza con le dinamiche di gioco del sistema Funino: «In Germania sono sette le società professionistiche che hanno aderito al programma di Wein, tra cui il Bayern Leverkusen. E si è visto: i ragazzi tedeschi hanno espresso un gioco più armonico, coprendo meglio gli spazi in campo e dimostrando una superiore intelligenza calcistica».

 

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Il torneo, che ha avuto importanti partner tra cui Unicef ed Expo2015, ha rappresentato una ventata di novità anche dal punto di vista sociale: la nuova educazione viene portata anche al di fuori del campo con pubblico e genitori assiepati a bordo campo, posizione che permette di avvicinarsi con un’ottica propositiva all’azione dei piccoli calciatori aumentandone la connotazione d’incitamento a discapito della pressione psicologica e del tifo tout court. Inoltre i piccoli calciatori sviluppano la capacità di dare valore e rispetto alla superiorità dell’avversario senza doversi arrendere e a mettere in campo la volontà di superarsi per raggiungere un livello di gioco ottimale senza tener conto del risultato: nel Funino, infatti, non esiste il punteggio e i gol, maggiori rispetto alle tecniche tradizionali (anche solo per la doppia porta a disposizione), non sono fini a sé stessi ma vissuti come coronamento di buone dinamiche tecnico-tattiche.

La situazione italiana è dunque meno evoluta rispetto ad altre esperienze, soprattutto europee, ma la prospettiva è tutt’altro che negativa: ai corsi organizzati dall’associazione italiana Horst Wein partecipano centocinquanta-duecento allenatori e formatori per volta e, anticipazione del Prof. Nardini, si sta lavorando al primo torneo mondiale di Funino in Italia, che sarà organizzato nel giugno del prossimo anno: «Le squadre italiane solitamente puntano a far crescere i ragazzi dal punto di vista fisico, trascurando l’approccio mentale e cognitivo alla partita e alle dinamiche di individuali e di squadra. C’è ancora molto da fare, soprattutto puntando sul metodo Brain Kinetic, nato in Germania a opera di Horst Lutz, che permette di incrementare le capacità cerebrali degli atleti al fine di creare calciatori intelligenti e completi».

Perchè come sostiene Wein, il calcio parte dalla testa, attraversa il cuore e termina nei piedi.

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NOTA: L’articolo è stato scritto riportando qualche fedele citazione dal sito Ideacalcio di Diego Franzoso: qui potete trovare l’intero pezzo dedicato al metodo Funino. 

Mad Marco Boogers, che viveva nella roulotte

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

CREDITS: L’ultima immagine riportata nel pezzo è diMaartje Brockbernd Photography. The last image is taken by Maartje Brockbernd Photography.

Se in giro c’è una t-shirt che permette a chi la indossa di proclamare, orgogliosamente, “Io l’ho visto giocare”, i casi sono due. Sei Pelè, Maradona o Best. Oppure sei un giocatore che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria dei tifosi per qualche motivo che esula da grappoli di reti e dribbling magici. Marco Boogers, ex centravanti di una pletora di squadre olandesi di seconda fila e colpo grosso messo a segno da Harry Redknapp per il West Ham United nell’estate del 1995, con tutta evidenza non era Pelè, Maradona o Best. E, sfortunatamente per i tifosi Hammers, nemmeno era Iain Dowie, ruvidissimo centravanti nord irlandese rimasto nei ricordi del pubblico di Upton Park più per la sua bruttezza e uno storico autogol di testa in un match di Coppa di Lega contro lo Stockport County ripreso dalle telecamere di Sky (uno dei commenti al video che circola su Youtube dell’inopinata incornata è “Cracking finish from Dowie, shame it was the wrong end”. No need to translate, isn’t it?). Detto questo, non stupisce che in vendita on line ci sia una maglietta che recita, rigorosamente in tinta claret and blue, “I saw Marco Boogers play”. Il passaggio dello sfiorito tulipano al Boleyn Ground fu tanto fugace da rimanere, in un certo senso, circonfuso da un alone leggendario, seppure per ragioni non troppo nobili. Questa è storia di oggi.

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Al momento dello sbarco dell’attaccante in Gran Bretagna, infatti, prevalgono fiducia e curiosità. Curiosità perché Boogers è un nome pressoché sconosciuto al grande pubblico. Fiducia perché se è stato nominato terzo giocatore dell’anno in Eredivisie (il massimo campionato olandese), scarso scarso non sarà, si dicono i supporter della squadra dell’East End londinese. Quell’anno Boogers ha incrociato gli scarpini con gente come Ronaldo, il futuro idolo della Kop Jari Litmanen, due giovanissimi Patrick Kluivert e Clarence Seedorf, il pilastro dell’Ajax Ronald De Boer, rimediando una serie di belle figure. Per di più indossando la casacca dello Sparta Rotterdam, i cugini poveri del Feyenoord che, a un curriculum esangue di successi (se si eccettua un periodo d’oro a cavallo degli anni ’00 e ’10 del secolo scorso), possono opporre la schiatta di club più antico di tutti i Paesi Bassi, essendo stato fondato nel 1888. “Facile distinguersi in squadre come Ajax o Psv – si spalleggiano i fan dello United – Tutt’altro farlo con un team che si è piazzato al quattordicesimo posto”. Nel campionato che sta per iniziare Harry Redknapp, reduce da una discreta prima stagione al comando con la salvezza raggiunta grazie a un finale di annata da ricordare, parte con un dubbio in attacco. Chi affiancare all’irremovibile Tony Cottee, l’enfant du pays tornato a splendere nel suo giardino di casa dopo una serie di stagioni di su e giù sulla riva del Mersey colorata di blu? Cottee è una punta brevilinea, brava ad attaccare gli spazi, si direbbe oggi, e nella mente del manager ex Bournemouth potrebbe rendere al meglio avendo al fianco un cristone che si sobbarcasse il lavoro sporco senza difettare, comunque, in fase realizzativa. La scelta, prima del fischio d’inizio della Premier league, è fra Dowie e Marco. I tifosi non hanno dubbi. Sarà il fascino del giocatore arrivato dall’estero, saranno le credenziali di Boogers, sarà che il nord irlandese reduce da un’esperienza a Southampton è considerato un discreto rincalzo e nulla di più, ma fra i pub e i fish and chips intorno allo stadio non c’è tifoso che non speri di vedere il West Ham trascinato in Europa a suon di reti dalla coppia Cottee-Boogers. I media sono un filo più scettici. Anche perché inizia a serpeggiare una storiella, rimasta a lungo in bilico fra leggenda metropolitana e realtà, che l’olandese sia stato acquistato (e per 800mila sterline, neanche due lire) solo sulla base di alcune videocassette visionate da Redknapp durante l’estate. La vicenda, se fosse vera, farebbe a pugni con la tradizione di un club noto per la sua capacità di far sbocciare i ragazzi dell’Academy. Chi ha ragione? I supporter (e Redknapp che continua a giurare sulle doti del nuovo attaccante)? Oppure i giornalisti?

redknapp west ham

Il precampionato mette altra benzina nel motore dei pessimisti. Boogers, che si è presentato a Boleyn Ground con un taglio a spazzola da marine tosato da un giardiniere alticcio, non ingrana. Non riesce a fare amicizia con i compagni, ma è anche spiazzato dalla way of life londinese. Negli anni in cui stelle del calcio italiano come Vialli, Di Matteo e Zola si integrano perfettamente qualche chilometro più in là, godendosi le opportunità e la tranquillità di Chelsea, Marco è un pesce fuor d’acqua. I club britannici non hanno ancora l’abitudine di arruolare anfitrioni che aiutino i giocatori stranieri a prendere confidenza con tutto quello che c’è fuori dal campo. Boogers e la moglie sono soli. La donna, in particolare, inizia a sentire la mancanza della madre, alla quale è legatissima. Anche sul rettangolo verde le cose non vanno alla grande. La punta di Dordrecht fatica a entrare in forma. Il risultato è che per il debutto in campionato contro il Leeds, Redknapp decide di affiancare Dowie a Cottee, fra i mugugni dei tifosi che vorrebbero festeggiare l’esordio della coppia anglolandese. Il momento di Boogers arriva a metà del secondo tempo, quando gli hammers sono proiettati in avanti a caccia del pareggio. L’olandese entra al posto del difensore Kevin Rowland ma non lascia alcuna traccia. Spaesato e molle, si trascina per il campo in evidente ritardo di condizione e intesa con i compagni. La fiducia dei supporter inizia a incrinarsi.

boogers action

Il turno successivo riserva al West Ham l’avversario peggiore che possa capitare, il Manchester United di Sir Alex Ferguson che chiuderà l’annata con lo splendido double Premier-FA Cup. I reds quell’anno sono una macchina da guerra quasi perfetta. A fianco di vecchi leoni come Steve Bruce, Denis Irwin e Gary Pallister e dei titolarissimi  Roy Keane ed Eric Cantona, il manager scozzese ha promosso praticamente in blocco i migliori rappresentanti della cosiddetta Class of ’92, i ragazzi che vinsero la Coppa d’Inghilterra giovanile nel 1992. L’Old Trafford impara a conoscere futuri idoli come Paul Scholes, Nicky Butt, David Beckham, Ryan Giggs, i fratelli Phil e Gary Neville. E proprio quest’ultimo sarà involontario protagonista dell’azione che trasformerà Marco Boogers da semplice “pacco” di mercato a “leggenda”, destinata a entrare nella storia del West Ham dall’ingresso sbagliato. La stagione dei mancuniani non è iniziata benissimo, con una sconfitta a Birmingham contro l’Aston Villa (3-1, la rete della bandiera è segnata dal non ancora Spice Boy) e i fan rumoreggiano a fronte di un mercato che ha portato al Theatre of Dreams solo il portiere comprimario Nick Culkin. Redknapp, comunque, non si fida dell’avvio a fari spenti dei rivali e decide di schierare una squadra coperta, con il solo Cottee davanti. Spera di reggere l’urto del terzetto Cantona-Cole-Giggs e magari di trafiggere Schmeichel con una ripartenza fortunata. Boogers, ancora, siede in panchina.

A una decina di minuti dal termine, sul risultato di 2-1 per i reds, Redknapp decide di giocarsi la carta del centravanti orange. Un cross azzeccato oppure un batti e ribatti in mezzo all’area, pensa il manager londinese, possono essere l’occasione buona per sfruttare i centimetri e la potenza di Marco. Si sbaglia. Quello che succede, in realtà, non servirà agli hammers per pareggiare la partita, ma sarà utile a Boogers per regalare uno dei momenti più surreali del calcio inglese anni ’90. Siamo all’86’. Il centrocampo ospite butta una palla lunga sull’out destro. Gary Neville si piazza per un facile controllo, pronto ad appoggiare a Beckham per il più semplice dei disimpegni. In quel momento i più accorti fra gli spettatori notano Boogers sprintare per diversi metri in direzione della palla e del terzino in maglia rossa. “Che sta facendo?”, si chiede chi ha osservato la folle corsa della punta di Dordrecht. Impossibile raggiungere la sfera. Marco non se ne cura. Sembra investito da una forza immateriale che lo spinge a concentrare tutti i suoi sforzi in quell’inutile sgroppata. La velocità e il campo bagnato ne accelerano l’impeto. A qualche metro dal difensore avversario Boogers si prepara scompostamente al tackle. La palla, intanto, è già finita mansueta sui piedi di Beckham. Poco importa. L’inquadratura, ora, è puntata solo sul neoentrato giocatore ospite e su Gary Neville. L’impatto è inevitabile e violentissimo, come si direbbe nella ricostruzione di un incidente d’auto. Boogers colpisce il futuro commentatore di Sky all’altezza delle ginocchia. Per un attimo l’intero stadio piomba in un silenzio irreale. Anche i giocatori sembrano paralizzati. Quando gli atleti in campo e l’arbitro razionalizzano l’accaduto, convergono tutti verso la zona del terribile fallo. Neville è a terra e urla di dolore. Gli animi si accendono. Gli altri reds provano a farsi giustizia da soli, puntando il dito contro Boogers e circondandolo con fare minaccioso. L’olandese, rialzatosi dopo lo scontro, pare essere appena atterrato da Marte. Strabuzza gli occhi, meravigliato di tutto quel can can. Ci pensa l’arbitro a riportarlo sulla terra, sventolandogli davanti al naso il cartellino rosso. Marco accenna a una protesta, scarsamente supportato dai compagni. Non è seccato dall’espulsione. Più che altro è convinto che la decisione dell’arbitro, in qualche modo, rovini la perfezione perversa del suo gesto eclatante. Lascia il campo a testa china, accompagnato dai cori dei suoi tifosi. “One Marco Boogers / One Marco Boogers”, cantano i supporter arrivati da Londra, beati dell’abbattimento del terzino del Manchester United, già ben avviato sulla strada che lo porterà a diventare uno dei calciatori più odiati di tutta l’Inghilterra.

Boogers fallo

Nei giorni successivi, davanti al giudice della FA il giocatore proverà ad abbozzare una difesa, “incolpando” per il fallo il terreno bagnato e sostenendo che, comunque, Gary Neville era riuscito a portare a termine la partita. E quindi non avrebbe risentito troppo del colpo subìto. Le toghe del calcio, da parte loro, stanno più dalla parte del Sun che, il giorno dopo il match, titola a caratteri cubitali “Horror Tackle” e puniscono Boogers con quattro giornate di squalifica. È a quel punto che, complice anche il caso, il tulipano arruolato da Redknapp esce dalla cronaca per entrare nel mito. Nella vicenda irrompono due attori non protagonisti che contribuiranno a scriverne il capitolo più noto. Si tratta di Bill Prosser, impiegato del West Ham che si occupa di prenotare i voli per i giocatori e di un reporter di Clubcall, un’agenzia di stampa sportiva che offre servizi al telefono per tifosi ma anche per radio, tv e quotidiani. Il giornalista, fiutata l’opportunità di una storia di colore, chiama Prosser al telefono. Vuole fissare un’intervista con Boogers per parlare dell’ormai tristemente famoso tackle su Neville. Il dipendente del club gli dice che l’olandese, frastornato dalle sgradite attenzioni ricevute dai media, ha deciso di tornare in patria per trascorrere lì il periodo di stop. Aggiunge di non aver acquistato alcun biglietto aereo per lui e la moglie e che Boogers, probabilmente, ha impacchettato le sue cose e raggiunto Dordrecht in auto. «Probably he’s gone by car», dice Prosser al telefono. Chissà perché, il reporter capisce “he has gone back to his caravan”. Un calciatore professionista che vive in una roulotte? Ce n’è abbastanza per scrivere un’agenzia gustosa, anche senza avere particolari dalla viva voce del diretto interessato. Il reporter prepara un pezzo su Boogers e signora, impegnati a ritrovare nel loro caravan la serenità perduta a causa del difficile impatto con l’Inghilterra e per la cattiva pubblicità garantita a Marco dal fallo killer su Neville. Il giorno dopo il solito Sun ci mette il carico a bastoni, titolando “Barmy Boogers gone to live in a caravan”, che si può tradurre come “Boogers il matto è tornato a vivere in una roulotte”.

Ovviamente Marco non è tornato a vivere in una roulotte, invenzione che lo perseguiterà per tutta la vita, tanto che in rete ci sono ancora pagine serie che raccontano di quella sua stramba scelta. È vero, però, che in Olanda Boogers e consorte si macerano nel dubbio di aver fatto la cosa giusta, accettando l’offerta del West Ham. La nostalgia è enorme e in patria ci sono squadre che farebbero carte false pur di avere l’attaccante ex Sparta Rotterdam in rosa. Dopo qualche tentennamento Boogers decide comunque di fare ritorno a Londra, anche perché i dirigenti del West Ham hanno preso a tempestarlo di telefonate, esigendo il suo rientro alla base. E così Boogers fa rotta sulla capitale, presumibilmente in auto attraverso il tunnel della Manica da poco inaugurato. Si presenta ad Upton Park. Con sé avrebbe – il dettaglio non è mai stato confermato con certezza – un certificato dello psicologo che lo descriverebbe come “temporaneamente inadeguato dal punto di vista mentale a giocare al pallone”. L’olandese ha sempre negato, sostenendo di soffrire di una gastrite acuta di origine nervosa. Quanto basta, a prescindere dalla verità o meno del dettaglio sul certificato medico, perché media e tifosi lo bollino come Mad Marco. Si rifà vivo in campo a fine ottobre, subentrando come rincalzo nelle sconfitte contro Blackburn Rovers e Aston Villa. In seguito ci si mette anche la sfortuna. Boogers si lesiona il ginocchio in allenamento a dicembre, infortunio che è anche l’occasione per scoprire i precedenti problemi fisici palesati nel suo periodo allo Sparta. Un episodio che dimostra le lacune dei responsabili dello scouting del West Ham. Boogers viene operato a Londra e ottiene di trascorrere la convalescenza in Olanda. Mentre si sta riprendendo a Dordrecht, nasce il suo primo figlio. “Il lieto evento – scrivono i giornali inglesi – è simbolico di come non ci sia nulla che trattenga i Boogers a Londra”. Marco viene prestato al Groningen. Non indosserà più la casacca claret and blue e successivamente troverà la sua dimensione nella seconda divisione olandese, con esperienze fortunate al Volendam e all’FC Dordrecht. Con il West Ham ha giocato in tutto 44 minuti, in quattro partite terminate con altrettante sconfitte. Resta il mistero di come Boogers sia stato reclutato a Londra. Harry Redknapp nella sua prima autobiografia uscita nel 1998, rivelò la sua versione dei fatti. «Qualcuno – scrisse – mi mandò una videocassetta di Boogers e mi sollecitò a darci un’occhiata. Rimasi molto impressionato e mi adoperai subito per metterlo sotto contratto». Da parte sua il giocatore, che oggi è direttore tecnico dell’FC Dordrecht, ha sempre giurato che gli osservatori del West Ham assistettero a numerose partite dello Sparta Rotterdam. A vent’anni di distanza il dubbio rimane. Così come rimangono le ironie su quello che è ormai noto come il “Caravan myth” di “Mad Marco” Boogers.

Boogers oggi

Gioia e rivoluzione, il calcio di Pacho Maturana

«Di cosa ti preoccupi se i problemi son come le nuvole? Le nuvole passano. A volte si fermano e rimangono in cielo per poco, però poi se ne vanno. Non esiste il problema eterno, Pacho.»

Un principe arabo parla a Francisco Antonio Maturana García, per gli amici Pacho. E in quel momento tocca le morbide corde esistenziali di quel bambino che nella sua casa in Colombia ascoltava il padre leggere i racconti di Le mille e una notte, senza immaginare che un giorno il pallone lo avrebbe portato a calcare i campi di quelle terre lontane dopo aver cambiato per sempre il calcio del proprio Paese.

pacho

A otto anni la famiglia Maturana si trasferisce da Quibdò a Medellin. Prendono casa a Los Alcázares, un barrio dove – come ricorda lo stesso Maturana – “tutto era calcio”. Sul finire degli anni Cinquanta il piccolo Francisco, con quella faccia da bluesman, si avvicina al futbol proprio grazie al padre.

«Il nostro posto era in Corea, la tribuna dove ti spegnevano la sigaretta sulla testa. Quando uscì l’Atletico Nacional dal tunnel si sentirono gli applausi. Quando invece sbucarono quelli del Deportivo Medellín rimbombarono i petardi. Un bambino si impaurisce facilmente e da quel giorno iniziai a simpatizzare per i verdi.»

Il Fronte Nazionale in quel momento stabilisce che ogni 4 anni le principali forze politiche, liberali e conservatori, si alternino al Governo. La Colombia non è un Paese stabile, né tantomeno libero. Nelle campagne le formazioni guerrigliere si organizzano contrastando con azioni di guerriglia mobile contro i gruppi paramilitari.

A casa di Maturana non si contemplava l’idea di avere un figlio calciatore.

Bisognava studiare.

Provare a immaginare di raccontare ai genitori di voler diventare giocatore di calcio significava chiedere di essere diseredati. «Per mia madre giocare con quelle scarpe che erano costati tanti sacrifici a mio papà era inammissibile. Per questo ogni tanto le toglievo e giocavo a piedi scalzi. Per non rovinarle. Ma un giorno mentre giocavo scalzo me le rubarono e per un bel periodo dovevo avvicinarmi al calcio di nascosto.»

Con la squadra del Liceo che frequentava all’epoca viene notato da Julio Ulises Terra, tecnico delle giovanili del Nacional. Lo prendono subito e nel 1973 a sedici anni vince il suo primo scudetto colombiano, ragazzino che corona un sogno in una banda di veterani. Le pratiche di odontoiatra continuano di pari passo con l’attività calcistica, e i bambini aspettano a bocca aperta Pacho, il giocatore del Nacional.

odontologo

Durante quegli anni il ragazzo Maturana stringe una forte amicizia con il tecnico Osvaldo Zubeldía, argentino precursore del fuorigioco, degli schemi sui calci piazzati e degli studi sulle tattiche degli avversari.

L’Atletico Nacional nel ’76 diventa ancora campione e il giovane Francisco diventa uomo, attraversando le notti alcoliche colombiane in compagnia del Zurdo Lopez, difensore tanto forte in campo quanto bohemien fuori. Nel 1981 dopo 359 partite in biancoverde Maturana passa all’Atletico Bucaramanga.

Un trasferimento che avviene per necessità di indipendenza esistenziale: «Vivevo ancora con mia madre ed ero stanco di rientrare a casa, camminare in punta di piedi per non sentire i rimbrotti tipo “Pacho, non mi lasci dormire”. Decisi di cambiare città e scelsi Bucaramanga perché mi diedero la possibilità di terminare il tirocinio. Tutto quello che desideravo.»

Nella stagione successiva con la maglia del Deportes Tolima a soli 33 anni abbandona il calcio, per ritornare a Medellín e dedicarsi compiutamente alla carriera di dentista, in una clinica infantile.

Siamo nel 1983. Il Presidente Belisario Betancourt Cuartas è alle prese con tentativi di dialogo per trovare accordi di pacificazione con le principali forze guerrigliere.

Un giorno apre la porta del suo studio di Luis Cubilla in persona, tecnico uruguaiano dall’aspetto pacioso e dalle folte sopracciglia, appena sbarcato in Colombia per allenare l’Atletico Nacional. Nella sala di aspetto del dentista Francisco si consuma un dialogo del genere, fra una carie al molare e una pulizia agli incisivi.

«Ho bisogno di te, devi rientrare nel calcio.»

«Mister, ho appeso le scarpe al chiodo.»

«E allora perché non mi aiuti con la squadra? Hai carisma. E stai pure ingrassando! Hai bisogno del calcio. Ci vediamo domani, all’allenamento. Non fare scherzi Pacho.»

Il giorno dopo Francisco Maturana rientra su un rettangolo verde per guidare un allenamento di sedicenni, fra i quali gioca un certo René Higuita.

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Da quel giorno inizia l’apprendistato di Maturana come allenatore alla scuola della gioia.

«Recuperare palla più velocemente possibile. Perché chi non ha la palla soffre, chi ce l’ha gode.»

Cubilla è l’allievo prediletto di José Ricardo De Leòn, visionario assoluto del movimento calcistico uruguagio. De Leòn fu il tecnico in grado di spezzare, nel 1976, l’egemonia storica dei due club principali Nacional e Penarol vincendo il campionato con il Defensor.

Accusato all’epoca di catenaccio in stile Herrera, col passare degli anni viene riconosciuto a De Leòn la vicinanza ai principi del calcio totale olandese.

Cubilla assimila la lezione e diventa il professore calcistico dell’allievo Maturana, trasmettendogli conoscenze e perfezionamenti, quaderni, libri e note sue, di Zubeldía, Bilardo e Menotti.

«Mi chiamava a casa sua, prendeva i libri, bevevamo del whisky e mi faceva apprendere, tutte le notti, una tattica differente.»

L’anno dopo il tirocino nottambulo continua con Aníbal Ruiz e nel 1986 Maturana si mette in proprio e diventa il primo allenatore dell’Once Caldas.

«La mia idea fu la libertà. L’unica cosa da fare era schierare ogni giocatore nella posizione a lui più congeniale. Quella squadra era un grido di libertà. Andiamo a giocare! Perdere o vincere è una possibilità, però proviamoci giocando.»

Nel 1987 Pacho ritorna sulla panchina del Medellìn da allenatore protagonista, stavolta. Prima di intervenire in campo, cerca di migliorare la cultura dei propri giocatori.

Spiega l’importanza dello stile, a partire dalle divise. Ai giocatori non proibisce il sesso, ma li consiglia di stare lontani da bordelli e prostitute. «Se giochi all’Inter e vai in discoteca il giorno dopo non lo sa nessuno, ma qui parlano anche i muri. Se esci con una ragazza, fai in modo che sia una brava ragazza. Gullit e Maldini sono fidanzati con delle show-girl.» Elevare lo status dei giocatori è il primo passo per imporre un nuovo modello di gioco. Proprio mentre è impegnato nella costruzione dello spettacolare Medellìn ,che schiera un gruppo di ragazzi che diverranno pilastri della squadra nazionale come René Higuita, Norberto Molina, Andrés Escobar, Luis Carlos Perea e Leonel Alvarez, lo contatta la Federazione Colombiana per offrirgli la panchina della Nazionale. Come racconta Tabarez “la Colombia era l’unica Nazionale che potevi allenare tutti i giorni perché la sua base apparteneva quasi interamente all’Atletico.”

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Nel Medellìn Maturana scolpisce quel modello di gioco avveniristico che guiderà la Colombia a un calcio spumeggiante e a storici risultati.

Il possesso cadenzato, con passaggi corti che anticipavano il tiki-taka di almeno due decenni, era il marchio di fabbrica di un 4-4-2 capace di trasformarsi in fase d’attacco in un 4-2-2-2 con gli esterni che stringevano per attaccare ulteriormente la profondità. La pressione laterale con raddoppi sistematici ha probabilmente ispirato il suo allievo Simeone alla guida dell’Atletico.

E poi la difesa alta, altissima, perfettamente sincronizzata e guidata dal caleidoscopico Renè Higuita, strepitoso interprete di principi assolutamente moderni (mi auguro che Neuer abbia visto almeno qualche videocassetta). Un portiere libero, in tutti i sensi, che giocava molto coi piedi quando non vi era ancora la regola obbligatoria del retropassaggio e capace di leggere il gioco come un vero regista arretrato. Con tutti i rischi del caso, ovviamente.

Curioso che nella finale Intercontinentale dell’89, dopo la vittoria nella Copa Libertadores, la squadra di Maturana si trovi di fronte proprio il Milan di Sacchi.

I giornalisti alla vigilia dibattono sull’opportunità di giocare un match contro a una squadra accusata di avere rapporti con il famoso Cartello dei narcotrafficanti. Le repliche sudamericane incentrano il discorso su mafia e camorra.

In campo, intanto, si gioca una partita forse non bellissima ma probabilmente unica nel suo genere: di fronte due maestri di calcio, ispirati da simili principi, che fondano il proprio gioco su uno spartito comune. Due rivoluzioni a confronto, sigillate da un calcio di punizione di Chicco Evani.

I due allenatori si stimano e nel corso degli anni varie volte si sono scambiati reciproci complimenti.

Da quel lontano dicembre, poi, come racconta lo stesso Maturana una volta all’anno il mister colombiano si riunisce sulle montagne italiane insieme ad Arrigo, Ancelotti e qualche altro tecnico tricolore non ben specificato per un simposio amichevole sul calcio. Ovviamente non sono ammesse mogli e donne in genere. Qualche giorno in alta quota a parlare solo di futbol. Pagherei per assistere a una cena del genere.

Il Nacional Medellìn vice-campione del Mondo per club è il trampolino di lancio che introduce la Colombia di Maturana al Mondiale italiano del 1990, partecipando alla competizione più importante a ben 28 anni di distanza dal suo esordio.

Maturana conferma la sua personalità di studioso e la sua umile umanità contattando, prima della spedizione, alcuni tecnici importanti come Menotti, Bilardo e Beckenbauer per capire come gestire al meglio la tensione della manifestazione.

Dopo lo spareggio vinto contro Israele la Colombia si presenta al torneo guidata da Capitan Valderrama e con la stella Rincon.

Il pareggio – a firma proprio di Freddy – contro la Germania Ovest futuro campione porta la Colombia alla prima storica qualificazione agli ottavi dove i Cafeteros sono però eliminati dalla doppietta del veterano Milla. È il giorno in cui Higuita dimostra di avere effettivamente qualche aggancio in alto, dato che Escobar per molto meno fu giustiziato dai narcos.

Terminato il Mondiale Maturana tenta l’avventura europea approdando sulla panchina spagnola del Valladolid. La crisi economica del club, sull’orlo del fallimento, trascina anche i suoi protagonisti sportivi verso un’inesorabile retrocessione.

Maturana – a un passo da guidare il Real Madrid che all’ultimo gli preferisce Antic tentando di acquisire il colombiano come manager – rientra in patria.

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Con l’América de Cali di Rincòn vince lo scudetto e a fine stagione riacquisisce la guida della Colombia.

Il partidazo historico è l’atto conclusivo delle qualificazioni, quel 5 settembre 1993 in cui la Colombia trionfa in Argentina con una monumentale vittoria per 5-0.

Con Asprilla largo a sinistra Maturana devasta l’albiceleste e fila al Mondiale americano come un treno inarrestabile.

«Posso solo dire che fu il riassunto di una lunga storia di allenamenti, partite, coincidenze, di un ambiente spettacolare. Fu una partita complicata, più di quanto racconti il risultato finale. Talvolta, ancora oggi, in qualsiasi parte del mondo incontro qualche ragazzino che mi riconosce e mi dice “Maturana, Argentina zero…Colombia cinque”!»

Il picco anticipa però un fracaso sportivo, dal momento che quella Colombia viene eliminata al primo turno del Mondiale statunitense, mettendo in modo tragico la parola fine con l’assassinio di Escobar per mano dei trafficanti.

Sulla carta più forte della sua versione precedente, quella Colombia era però più individualista e meno disposta a seguire le disposizioni collettive del proprio allenatore. Il Cartello di Calì spadroneggiava, la Colombia era costantemente sull’orlo della guerra civile e molti contadini coltivavano cocaina come unica speranza economica.

In questo quadro chiarisce molte cose l’aneddoto di Maturana, chiamato una sera in Federazione insieme a Julio Grondona per insignire Miguel Rodriguez – boss del famoso Cartello – del titolo di benefattore del calcio sudamericano.

La seconda esperienza spagnola, alla guida dell’Atletico Madrid, è sempre poco fortunata per Francisco che vede infortunarsi in un colpo solo pilastri come Simeone, Caminero e Pirri. Per smaltire la delusione si affida a un’altra panchina nazionale sudamericana, affidando i propri dettami di possesso organizzato ai calciatori ecuadoregni.

Con l’Ecuador di Kaviedes approda ai quarti della Copa America, manca per soli quattro punti la qualificazione al Mondiale francese ma regala comunque ai tifosi le prime storiche vittorie contro Argentina e Venezuela. L’ennesimo ritorno al calcio dei club lo fa con i Milionarios, storici rivali del Nacional, dove dura una sola stagione prima di ripresentarsi sul palcoscenico internazionale come allenatore della Costa Rica.

Con i Ticos vince la Coppa Centroamericana e in pochi mesi passa a condurre la Nazionale peruviana prima di rivestirsi ancora una volta da commissario tecnico della Colombia, che lo sceglie per condurre la squadra che parteciperà alla prima Copa America organizzata in casa.

Scrive una pagina storica, guidando i Cafeteros al primo trionfo, raggiunto battendo il Messico in finale grazie al gol del capitano Ivan Cordoba.

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La fine di un’epoca e la mancata qualificazione al Mondiale asiatico portano Maturana ad accettare l’offerta dell’Al Hilal, vincendo il campionato saudita.

Il bambino Francisco grazie al calcio conosce dal vivo le atmosfere e gli scenari che il padre gli raccontava quando gli leggeva Le mille e una notte.

«Un giorno ci dissero che non potevamo uscire per gli allenamenti perché stava arrivando una tempesta di sabbia. Non me la sarei persa per nulla al mondo. Mi diressi verso il deserto per godere di quello spettacolo magico. Nuvole rosa e una notte di stelle brillanti.»

Dopo il deserto arriva la quarta volta da selezionatore colombiano. Il ricambio generazionale non è però ancora avvenuto e Maturana – fiutando l’esonero nell’aria – dopo la sconfitta con il Venezuela abbandona per sempre la guida della massima espressione del calcio colombiano.

La carriera da allenatore prosegue alla volta dell’Argentina, con una duplice breve esperienza alla guida di Colon Santa Fe e Gimnasia La Plata. Ormai Maturana è un professionista senza confini. «Che un tecnico colombiano allenasse in Argentina era il riconoscimento del lavoro svolto e della crescita del calcio del nostro Paese.»

La continua alternanza fra squadre di club e Nazionali lo porta a fare tappa a Trinidad & Tobago, per proseguire successivamente il cammino arabo come mister dell’Al Nassr.

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Le spese pazze dello sceicco sono bene riassunte da questa dichiarazione: «Un giorno il principe mi consegna un assegno da 600.000€ e mi dice di andare in Spagna per la preparazione. Questi sono per l’albergo e per tutta l’organizzazione. Trascorremmo un mese a La Montaña, vicino a Barcellona. Poco distante abitava Cruyff, che spesso assisteva agli allenamenti e passava del tempo in mia compagnia chiacchierando di calcio.»

Oggi continua la sua attività – iniziata nel 2001 – di amministratore del calcio mondiale come membro del Comitato Fifa.

Scrive report sull’andamento del calcio mondiale, continuando a confrontarsi con gli allenatori dei campionati che segue da incaricato e allo stesso tempo tiene corsi per i mister. Ogni tanto si incontra con quelli che chiama “veterani”: seduti a un tavolo lui, Pelè, Platini, Beckenbauer ed altri ragazzi ormai grandi discutono sui problemi dello sport pedatorio come doping e scommesse. Quattro confronti annuali e a quanti lo criticano come un perdente di successo risponde con una bacheca che contiene una Libertadores, una Copa America, una Coppa centroamericana e svariati successi nazionali.

La partita che ricorda con maggiore orgoglio è il pareggio di Italia ’90 contro la Germania. Con piacere rammenta una frase di Guardiola: «Pacho, nel calcio c’è sempre da imparare. Il problema è che iniziamo a saperne abbastanza quando siamo già invecchiati.»

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Esplora ancora con curiosità le tortuose strade del futbol, Francisco Maturana.

Con l’eleganza, l’intelligenza e la tranquillità che lo portarono a essere il primo allenatore a conquistare la Copa Libertadores con un club colombiano, nella finale dell’89 giocata contro l’Olimpia guidata proprio da Cubilla, uno dei suo maestri. L’apprendimento rapido, l’impegno, la voglia di studiare e il desiderio di cultura sono sempre state caratteristiche principali di questo dentista che sognava ascoltando Le mille e una notte.

In fondo il calcio, a casa sua, più che una nuvola passeggera ha sempre portato un raggio di sole.

Questo video è pazzesco: narra la parte finale della rimonta del Nacional che vince la Libertadores dopo essere stato sconfitto l’andata per 2-0. Servono nove rigori alla fine, dove i colombiani sbagliano per tre volte consecutive il match-ball e Higuita ne para in continuazione. Da annotare l’esultanza del telecronista al grido di “Mi patria!”, le invasioni di fotografi a gara in corso e delle cheerleaders al rigore decisivo, il vestito e l’aria da bluesman che conserva ancora oggi Maturana.

Le grandi storie di calcio spesso sono scritte da chi ha il coraggio di immaginarle nella propria testa, prima ancora di provare a metterle in pratica sul rettangolo verde.

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FONTI:

Questo articolo si ispira principalmente a una strepitosa intervista di Mauricio Silva Guzman uscita nel 2013 per El Tiempo che trovate integralmente qui.

Per il resto un interessante contributo tattico è quello redatto lo scorso anno da Gianvito Piglionica a Four Four Two

A questo link infine chiunque fosse interessato ad approfondire la rivoluzione tattica di Maturana può visionare un ottimo video che mostra fasi di gioco e principi salienti della visione di Pacho.

 

Modello Inglese

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.    Uno che ama il calcio in laguna compie un tuffo dentro a quello d’Oltremanica.

Pubblicato “Stadi o teatri. Il modello inglese e l’anima persa del cacio” di Matthew Bazell, scrittore e tifoso dell’Arsenal che racconta i cambiamenti del calcio inglese negli ultimi 25 anni.

Negli anni recenti il gioco è cambiato rapidamente. Molte partite sono trasmesse in televisione, molti soldi sono spesi, ci sono molte più partite. Ci sono stati così tanti cambiamenti che a volte penso che ci stiamo allontanando dall’essenza delle tredici norme originali, che per giocare a calcio avevi bisogno di onestà, coraggio e talento.

Sir Bobby Charlton

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Quando quasi una quindicina di anni fa, io ne avevo giusto quindici, iniziai a frequentare la curva dello stadio della mia città (e quelle degli stadi in cui giocava la mia squadra) non avrei mai pensato che il sapore intenso di quelle esperienze si sarebbe un giorno dissolto.

All’epoca eravamo ancora in serie A, stavamo in piedi sugli sgangherati spalti del secondo stadio più antico d’Italia, di fronte rimbombavano i cori delle migliori tifoserie e anche noi avevamo il nostro da fare. Era un gran bello spettacolo.

Qualche anno dopo con il Decreto Amato, e il suo articolo 9, prima (varato 7 giorni dopo gli scontri tra polizia a tifosi catanesi dopo il derby Catania-Palermo in cui rimase ucciso l’Ispettore Capo di Polizia Filippo Raciti) e con l’introduzione della Tessera del Tifoso poi (emanata il 14 agosto 2009 dall’allora Ministro degli Interni Maroni) iniziarono a spiegarci che era giunto il momento di portare ordine e disciplina nelle curve italiane, di limitare gli accessi e le attività negli stadi delle frange più calde del tifo, gli ultras.

Si iniziava di fatto a strizzare l’occhio a quello che è passato alla storia come “modello inglese”, il piano attuato dal governo di Margaret Thatcher che intensificò la sua azione dopo la strage di Hillsborough (Sheffield, 15 aprile 1989) avvenuta durante la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest in cui persero la vita 96 persone e si registrarono 200 tifosi feriti. Ancora oggi è considerato l’evento più tragico della storia dello sport inglese: in quell’occasione il grande afflusso dei reds, l’approssimativa gestione degli ingressi allo stadio dei tifosi nei minuti prima del match e l’intervento delle forze dell’ordine portò ad un ingorgo della folla le cui conseguenze vengono ricordate ancora oggi. L’orologio della Kop, il settore riservato ai tifosi più caldi dello stadio Anfield di Liverpool da quel giorno è fermo sulle 15:06, ora del fischio di sospensione della partita di Sheffield.

Hillsborough

Quali sono le conseguenze dell’attuazione del modello inglese in quello che era considerato da molti la più emozionante realtà footballistica europea (se non mondiale)? Cos’è cambiato negli ultimi venti-venticinque anni negli stadi d’Oltremanica? Come si è modificata la fruizione da parte del pubblico?

È da poco uscito ”Stadi o teatri. Il modello inglese e l’anima persa del calcio” per Eclettica Edizioni, la versione italiana di “Theatre of silence. The lost soul of football” di Matthew Bazell (doppia edizione inglese, 2008 e 2011). Classe 1977, Bazell è un tifoso dell’Arsenal da un vita, come piace dire a lui, ha seguito la squadra e la nazione inglese per oltre vent’anni in Inghilterra e all’estero. Ed è arrivato a riconsegnare alla sua (ex) società l’abbonamento. Un gesto estremo, d’amore e d’odio.

Seduti, prego

«Non desiderate ciò che abbiamo in Inghilterra, perché i tifosi di calcio qui sono alienati» scrive Bazell nelle prime pagine. Rileggo. Troppo scontato. Gioca facile Matthew. Ma noi siamo invidiosi: in televisione ammiriamo stadi ordinati, strutture futuristiche (se confrontate alle nostre fatiscenti), pubblico educato, calcio sfavillante. Ingredienti di una macchina economica che ha sverniciato su tutti i livelli il sistema-calcio italiano. Bramiamo l’esportazione del vostro modello: vogliamo portare i figli allo stadio in sicurezza, comprare l’ultimo modello di cappellino e maglietta (gli originali s’intende, non quelli taroccati alle bancarelle), fare un giro negli stores prima e dopo il match. Al momento lo si può fare, come si deve, solo allo Juventus Stadium. Vedi perfettamente da qualunque seggiolino e hai a disposizione quasi 20 mila metri quadrati di centro commerciale, l’Area 12. Goduria domenicale familiare allo stato puro. Se poi si vince siamo più contenti.

Ma cosa stiamo cercando di copiare? Un modello sportivo, un asset economico (mi sento Tavecchio) o una riorganizzazione cultural-sociale?

Il comandamento d’Oltremanica è chiaro: non desiderare il calcio d’altri. E quasi mi va di crederci. L’ossessione del racconto di Bazell, che si erge a portavoce di migliaia di tifosi inglesi, nasce qui: il modello inglese come sotterramento di un calcio che non c’è più, come perdita di un calcio vero e popolare a favore della spettacolarizzazione, allo stadio e in tv. Cambia dunque il paradigma. E con esso cambiano i fruitori e gli attori in gioco.

«C’è una differenza tra un tifoso ed uno spettatore» scrive Bazell «I tifosi seguono la loro squadra nel bene e nel male. Vanno allo stadio per starle vicino e sostenerla. Vogliono che giochi un buon calcio e abbia successo ma non lo pretendono. La sola cosa che pretendono è che i giocatori facciano del loro meglio per mostrare la stessa passione dei tifosi».

Toc toc, sono lo spettatore, posso entrare? Prego, che lo spettacolo abbia inizio.

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«Le folle delle squadre principali sono oggi composte da troppi spettatori e da non abbastanza tifosi»: la politica di allontanamento degli “indigeni”, scatenatasi per emarginare i più volenti e oltranzisti, visti in patria come IL male da estirpare, è stato uno dei punti fermi della politica della Lady di Ferro Thatcher. La bonifica è iniziata sul finire degli anni ’80 con l’attuazione del “Public Order Act” (1986), del “Football Spectators Act” (1989, anno della strage di Hillsborough) e del “Football Offencesc Act” (1991). Con l’introduzione di queste leggi si vietò progressivamente l’ingresso negli stadi dei tifosi ritenuti violenti obbligandoli alla firma nei commissariati di polizia, si limitò la partecipazione ad eventi sportivi di persone macchiate da reati legati al calcio e fu data maggiore libertà d’azione alla polizia a cui fu permesso di arrestare i tifosi anche per atti verbali o considerati socialmente allarmanti anche se non violenti. Alcune misure furono successivamente modificate, ammorbidite o eliminate perché considerate dannose ed eccessive.

Nell’arco dei successivi vent’anni in effetti gli episodi di violenza dentro gli stadi inglesi sono notevolmente diminuiti, inaugurando la nuova era del british football e facendo di fatto gridare al successo del piano Thatcher. Ma i detrattori del modello inglese (molti e non tutti sudditi della Regina) rimangono sempre dietro l’angolo, pronti ad alzare il tappetto da cui di tanto in tanto esce la polvere. Polvere di quartieri popolari e di periferie grigie. Di tifoserie di squadre di serie minori che, nonostante il passaggio di Iron Lady, non hanno abbandonato la cultura hooligans. Ed ogni volta è social panic: prima con i sostenitori di Shrewsbury, Burnley, Milwall e recentemente con i più blasonati di Wigan, Newcastle e Sunderland: incubi e ritorni di un passato torbido pre-Tahtcher, scricchiolii di leggi ferree introdotte dal Primo Ministro finalizzate allo sradicamento di un problema senza disegni e prospettiva di risanamento e recupero sociale. Mossa, Lady T, come ricordano i suoi denigratori, da un “puro odio per il calcio e per chiunque lo seguisse”, come dichiarò pubblicamente Kenneth Clarke, Ministro della Sanità tra l’88 e il ’90 durante il terzo mandato Thatcher.

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Gli spettatori stranieri non possono percepire l’eccessiva aggressività e controllo della sicurezza che reprime i tifosi e li obbliga a star seduti e ad essere intrattenuti: eccola la rivoluzione inglese. Un altro caposaldo del modello Tatcher, attuato dopo la strage di Hillsborough, è stato la ristrutturazione da parte delle società degli impianti, con investimenti per oltre 350 milioni di sterline: via le barriere tra spalti e campo da gioco, installazione di sistemi di sorveglianza tramite telecamere, gestione dell’ordine pubblico all’interno degli stadi da parte delle società stesse attraverso l’impiego degli steward (che sostituirono la precedente presenza delle forze dell’ordine) e la scomparsa delle terraces, le gradinate che ospitavano il tifo rigorosamente in piedi degli hooligan, rimpiazzate da settori con soli posti a sedere. Ecco a voi il Theatre of Silence. Un teatro affascinante per eleganza e stile e che osserviamo imbambolati ogni volta che assistiamo ad un match inglese in TV. Ma svuotato del sacro fuoco della working passion, con spettatori che applaudono al momento giusto, si alzano quando devono farlo e sussurrano per non disturbare nessuno. Dove il controllo delle società è serrato, per non dire spietato.

Questo è un passaggio di una lettera spedita dal Middlesbrough FC ad un proprio tifoso nel febbraio 2009.

Caro tifoso del blocco 53A,

nelle ultime partite di questa stagione gli steward dello stadio hanno cercato invano di convincere tutti voi di quell’area dello stadio a stare seduti. La squadra è grata ed incoraggia il vostro supporto rumoroso ed entusiasta […] ma stiamo ricevendo sempre più lamentele dai nostri tifosi in relazione alla persistente attitudine di alcuni a seguire le partite in piedi e il costante rumore che proviene dalle gradinate posteriori.

Vi preghiamo di smettere.

Sue Watson

Responsabile della Sicurezza

Il calcio si è trasformato, strizzando l’occhio ad una nuova tipologia di fruitori, perdendo il suo originario orientamento, diluendosi tra l’emarginazione del movimento hooligans e l’ammiccamento alla nuova razza di consumatori.

I nuovi (ricchi) clienti

«Lo stadio è il luogo dove gli argentini si scaricano. Il calcio appartiene a semplici giocatori e povera gente. Queste sono le persone che per esempio non possono permettersi di andare all’opera. Quindi vanno a vedere il Boca o il River e questo alimenta le fiamme e la loro rabbia» disse una volta Diego Armando Maradona.

Nel 1990 assistere dal posto più economico ad una partita all’Old Trafford, lo stadio del Manchester United, costava 3,5 sterline. Nella stagione 2010-11 il biglietto più economico per il Teatro dei Sogni costava invece 28 sterline, risultato: prezzo quasi quintuplicato. Nel 1995 un posto al Clock End di Highbury (lo storico stadio dell’Arsenal, casa dei gunners prima della costruzione dell’Emirates Stadium) costava 10 sterline. Nel 2005 è arrivato a 35 sterline, con un aumento del 250%. L’impennata dei prezzi ha fatto della Premier League il campionato europeo di calcio in cui il costo medio del biglietto più economico è il più elevato.

La selezione naturale del pubblico, il lento ma inesorabile allontanamento della working class dagli stadi, causati anche dall’aumento dei biglietti sono state azioni premeditate dalle società e dal sistema-calcio in toto. Nel 2006, l’allora direttore dell’Arsenal Keith Edelman, a ridosso dell’apertura dell’Emirates, annunciò con orgoglio che gli incassi al botteghino della società, nel nuovo stadio, sarebbero stati i più alti del mondo, grazie a 60.000 tifosi e ai prezzi più salati di qualsiasi altra squadra in Inghilterra.

E i media inglesi non hanno mai considerato la questione del prezzo dei biglietti come rilevante, almeno ufficialmente e pubblicamente. L’unico tentativo di protesta fu una campagna che il Sun ha intrapreso nel 2007: l’argomento principale del quotidiano era che con i profitti che il calcio genera dalla tv e dalla pubblicità l’unica giustificazione plausibile per i prezzi dei biglietti fosse l’avidità. E l’annuncio gonfio di orgoglio di Edelman conferma la tesi.

football without fans is nothing

A dimostrazione che il caro-biglietti è stato un elemento significativo della trasformazione del pubblico calcistico inglese, l’idea del Bradford City: nel 2007 la società lanciò la vendita degli abbonamenti al prezzo speciale di 130 sterline solo nel caso in cui fossero state raggiunte le 12.000 sottoscrizioni. In quell’anno il Bradford fu la squadra di Lega 2 con il maggior afflusso di tifosi, incrementando del 70% le presenze rispetto all’anno precedente.

Piccolo è bello

Nel 2010 un gruppo di tifosi dell’Arsenal creò il movimento delle Black Scarf (le sciarpe nere) sostenendo che la loro squadra aveva perso il suo vero significato. Nel blog del sito un tifoso dello Stockport County (Lega 2) dichiarava che anche la sua squadra aveva perso la sua anima negli ultimi anni; il sentimento di delusione nei confronti di un calcio che non c’è più inizia ad essere vissuto anche lontano dai centri del business-football e non riguarda solo i tifosi delle grandi squadre.

La vicenda del Wimbledon Football Club è esemplare: la società fondata nel 1911 ha deciso di spostare, nel 2003, la propria sede a Milton Keynes, città a oltre 100 chilometri dal suo originario quartiere londinese, dopo dieci anni di condivisione dello stadio con i rivali del Crystal Palace (a causa del modello Thatcher l’WFC dal ’91 è stato costretto ad abbandonare il proprio impianto per l’impossibilità di ospitare tutti i suoi tifosi in posti a sedere). I tifosi, non riconoscendo nel Milton Keynes Dons Football Club i valori e la storia della loro squadra, hanno fondato nel 2002 una nuova società calcistica: l’AFC Wimbledon. Dove AFC sta per “A Football Club”.

Bazell sostiene che, nonostante questa tendenza, il calcio minore rappresenti l’ultimo baluardo dello sport popolare. Anche in Italia prende sempre più corpo la filosofia del piccolo e genuino, soprattutto nei movimenti di tifosi delle squadre provinciali, realtà in cui l’orgoglio di tifare per i colori della propria città (riferimento al concetto del “supportyourlocalteam”) è un motore sociale e di appartenenza. «Le partite delle serie minori in Inghilterra possono avere fino a 3000 o più spettatori, cosa molto rara negli altri paesi. Quello che è più difficile da capire è l’apatia dimostrata dai sostenitori delle squadre che giocano il calcio migliore» scrive l’autore. Nelle divisioni minori nessun tifoso è allo stadio perché è di moda o per la gloria, ma per pura lealtà e orgoglio verso la propria squadra e comunità.

Emblematico esempio contro il “calcio moderno” è l’FC United of Manchester, squadra fondata nel 2005 da un gruppo di tifosi dei Red Devils, in segno di protesta contro la scalata al Man Utd da parte del magnate americano Malcolm Glazer. Partito nel 2005-6 dalla decima divisione inglese oggi lo United of Manchester milita nella Northern Premier League Premier Division (7° lega). Per Bazell la cultura del FCUM, esplicitata nel manifesto programmatico è un promemoria di cosa fosse essere una squadra di calcio una volta: prima di tutto un’entità volta a creare un forte legame con la comunità locale e ad incoraggiarne la partecipazione, soprattutto quella giovanile, sia a livello sportivo che di tifo.

 

Questione di stile

L’evoluzione calcistica inglese che stiamo descrivendo ha dunque portato a snaturare l’essenza dell’atto giocato e l’anima delle squadre, trasformandole sempre più in marchi (“brand” direbbero quelli bravi), sbiadendone lo spirito comunitario e sociale. Si guarda a nuovi mercati, ci si adatta alle inclinazioni dei nuovi pubblici, si trasforma la partita in un prodotto internazionale, senza confini.

«Le cose più importanti che una squadra ha sono lo stadio e i tifosi. I dirigenti, i giocatori e gli sponsor vanno e vengono, ma lo stadio e i tifosi sono quelli che restano a lungo. Dare quindi allo stadio il nome di una barretta di cioccolato o di un pacchetto di patatine, azzera una gran parte della personalità della squadra». Ma avvicina nuovi spettatori (non tifosi, vedi sopra) e soprattutto nuovi investitori. «Molti dicono che il calcio è come una religione. Qualsiasi moschea intitolata ad un marchio resisterebbe quanto un capretto al concerto dei Black Sabbath negli anni ’70». L’immagine di Bazell è forte (soprattutto per gli animalisti) ma rende l’idea.

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Per rimanere in casa gooners, Arsenal ed Emirates Airline a fine 2012 hanno rinnovato l’accordo (firmato per la prima volta nel 2004) che durerà fino al termine della stagione 2018-19 per un totale di 150 milioni di sterline. La compagnia aerea di Dubai continuerà a dare il nome allo stadio a nord di Londra fino al 2028 e a comparire come sponsor sulle maglie.

A proposito di maglia, nelle pagine di Bazell prende spazio e voce John Lydon, leader dei Sex Pistols, cresciuto a Finsbury Park (nord della capitale) e tifoso dell’Arsenal dagli anni ’60: “sono molto furioso per il nuovo cannone disegnato sullo stemma dell’Arsenal. Per iniziare il cannone è puntato nella direzione sbagliata. Sembra una bottiglia di shampoo per bambini. Non ci si può stringere intorno ad una cosa mediocre come quella. Sono andato in Africa, un paio di anni fa, e tutti i bambini avevano le maglie contraffatte dell’Arsenal, con i cannoni disegnati meglio che nelle originali. Me ne sono portato a casa almeno dieci”.

Il fattore estetico è il mattoncino finale di un domino ben più lungo: “l’Arsenal era il fulcro della comunità in cui sono cresciuto, tutto era concentrato attorno al vincere, perdere o pareggiare. L’aspetto comunitario del calcio è perso non c’è dubbio”.

Molti tifosi oggi accusano la società di mancanza di attitudine commerciale, nonostante la sua natura sempre più internazionale e brandizzata: l’autore è stato un membro dell’Arsenal per più di vent’anni e mai il club ha chiesto la sua opinione su qualche cosa, cambiando completamente, a sua detta, identità e immagine aziendale. È per questo che nel 2007 Matthew Bazell invia una lettera all’Arsenal:

È molto triste per me rinunciare alla mia carta argento, perché sono stato un membro dell’Arsenal fin dal lontano 1986. Ma non mi sono mai sentito così lontano dalla squadra e dal calcio come in questo momento. Di sicuro non vedo me stesso come un cliente che si adatta ai vostri progetti e non posso più continuare a darvi i miei soldi.

Distinti saluti

Matthew Bazell

Che scenario futuro immagina per il calcio inglese Bazell? La speranza è che un giorno i tifosi si sollevino e passino all’azione. Tribune vuote in tutta l’Inghilterra darebbero una spinta immediata ad un cambiamento radicale.

Torniamo a noi: cosa vogliamo copiare?

Dopo i fatti di Fiorentina-Napoli del maggio 2014 (nel pre-partita ci furono scontri tra tifosi napoletani e romanisti che culminarono con l’uccisione del partenopeo Ciro Esposito) il Presidente del Coni Malagò ha invocato a gran voce il modello inglese e suggerito un’azione Thatcheriana. Stessa richiesta per il presidente del Napoli De Laurentis dopo l’invasione olandese in occasione di Roma-Feyenoord: «Servono leggi inglesi e il coraggio di voltare pagina». Il modello inglese è di fatto diventato sinonimo di repressione, di giro di vite, di tabula rasa ogni qual volta si presenti il problema della violenza ultras, dentro e fuori gli stadi e dell’inadeguatezza in fatto di gestione calcistica. Come se fosse sufficiente un copia-incolla in salsa italica per risanare il settore: stadi fatiscenti, tifosi violenti, squadre sul baratro del fallimento economico e sportivo, poca competitività e scarsa lungimiranza societaria.

Tra dieci-quindici anni porteremo i nostri figli allo stadio e racconteremo forse di un calcio dissolto. Saremo obbligate a star seduti su seggiolini comodi e riusciremo a seguire il gioco da qualsiasi posizione, senza intralci. Dopo la partita, che si giocherà alle 11.30 per necessità televisive, andremo a pranzare in uno dei numerosi fast food dello stadio e torneremo a casa con la nuova maglia societaria pagata 100 euro (se avremo ancora l’euro) e identica a quella della stagione precedente. Quella sarà stata l’unica partita dell’anno, perché il biglietto più economico sarà costato 80 euro, in un settore condiviso con turisti coreani e indiani accorsi per vedere l’idolo nazionale giocare nell’internazionale Serie A. Forse ci troveremo a scrivere libri e articoli sull’efficace modello italiano, capace di cancellare il sapore del calcio tifato e giocato. Forse non ci resterà che immergerci nei ricordi e pensare a quant’era bello tifare una squadra di calcio.

Nota a margine:

Ho scritto questo pezzo nei giorni successivi ad Inter-Celtic Glasgow a San Siro (sedicesimi di ritorno di Europa League). Non sono un tifoso dell’Inter ed ero seduto in un settore tiepido, in cui i tifosi nerazzurri iniziavano a mescolarsi con quelli del Celtic. Qualche metro dietro di me una barriera ci divideva (fisicamente) dai cori di 3.500 scozzesi. I due “You’ll never walk alone” (ad inizio secondo tempo e a fine partita, persa per 1-0) mi hanno riconciliato con il calcio e il tifo.