Modello Inglese

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.    Uno che ama il calcio in laguna compie un tuffo dentro a quello d’Oltremanica.

Pubblicato “Stadi o teatri. Il modello inglese e l’anima persa del cacio” di Matthew Bazell, scrittore e tifoso dell’Arsenal che racconta i cambiamenti del calcio inglese negli ultimi 25 anni.

Negli anni recenti il gioco è cambiato rapidamente. Molte partite sono trasmesse in televisione, molti soldi sono spesi, ci sono molte più partite. Ci sono stati così tanti cambiamenti che a volte penso che ci stiamo allontanando dall’essenza delle tredici norme originali, che per giocare a calcio avevi bisogno di onestà, coraggio e talento.

Sir Bobby Charlton

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Quando quasi una quindicina di anni fa, io ne avevo giusto quindici, iniziai a frequentare la curva dello stadio della mia città (e quelle degli stadi in cui giocava la mia squadra) non avrei mai pensato che il sapore intenso di quelle esperienze si sarebbe un giorno dissolto.

All’epoca eravamo ancora in serie A, stavamo in piedi sugli sgangherati spalti del secondo stadio più antico d’Italia, di fronte rimbombavano i cori delle migliori tifoserie e anche noi avevamo il nostro da fare. Era un gran bello spettacolo.

Qualche anno dopo con il Decreto Amato, e il suo articolo 9, prima (varato 7 giorni dopo gli scontri tra polizia a tifosi catanesi dopo il derby Catania-Palermo in cui rimase ucciso l’Ispettore Capo di Polizia Filippo Raciti) e con l’introduzione della Tessera del Tifoso poi (emanata il 14 agosto 2009 dall’allora Ministro degli Interni Maroni) iniziarono a spiegarci che era giunto il momento di portare ordine e disciplina nelle curve italiane, di limitare gli accessi e le attività negli stadi delle frange più calde del tifo, gli ultras.

Si iniziava di fatto a strizzare l’occhio a quello che è passato alla storia come “modello inglese”, il piano attuato dal governo di Margaret Thatcher che intensificò la sua azione dopo la strage di Hillsborough (Sheffield, 15 aprile 1989) avvenuta durante la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest in cui persero la vita 96 persone e si registrarono 200 tifosi feriti. Ancora oggi è considerato l’evento più tragico della storia dello sport inglese: in quell’occasione il grande afflusso dei reds, l’approssimativa gestione degli ingressi allo stadio dei tifosi nei minuti prima del match e l’intervento delle forze dell’ordine portò ad un ingorgo della folla le cui conseguenze vengono ricordate ancora oggi. L’orologio della Kop, il settore riservato ai tifosi più caldi dello stadio Anfield di Liverpool da quel giorno è fermo sulle 15:06, ora del fischio di sospensione della partita di Sheffield.

Hillsborough

Quali sono le conseguenze dell’attuazione del modello inglese in quello che era considerato da molti la più emozionante realtà footballistica europea (se non mondiale)? Cos’è cambiato negli ultimi venti-venticinque anni negli stadi d’Oltremanica? Come si è modificata la fruizione da parte del pubblico?

È da poco uscito ”Stadi o teatri. Il modello inglese e l’anima persa del calcio” per Eclettica Edizioni, la versione italiana di “Theatre of silence. The lost soul of football” di Matthew Bazell (doppia edizione inglese, 2008 e 2011). Classe 1977, Bazell è un tifoso dell’Arsenal da un vita, come piace dire a lui, ha seguito la squadra e la nazione inglese per oltre vent’anni in Inghilterra e all’estero. Ed è arrivato a riconsegnare alla sua (ex) società l’abbonamento. Un gesto estremo, d’amore e d’odio.

Seduti, prego

«Non desiderate ciò che abbiamo in Inghilterra, perché i tifosi di calcio qui sono alienati» scrive Bazell nelle prime pagine. Rileggo. Troppo scontato. Gioca facile Matthew. Ma noi siamo invidiosi: in televisione ammiriamo stadi ordinati, strutture futuristiche (se confrontate alle nostre fatiscenti), pubblico educato, calcio sfavillante. Ingredienti di una macchina economica che ha sverniciato su tutti i livelli il sistema-calcio italiano. Bramiamo l’esportazione del vostro modello: vogliamo portare i figli allo stadio in sicurezza, comprare l’ultimo modello di cappellino e maglietta (gli originali s’intende, non quelli taroccati alle bancarelle), fare un giro negli stores prima e dopo il match. Al momento lo si può fare, come si deve, solo allo Juventus Stadium. Vedi perfettamente da qualunque seggiolino e hai a disposizione quasi 20 mila metri quadrati di centro commerciale, l’Area 12. Goduria domenicale familiare allo stato puro. Se poi si vince siamo più contenti.

Ma cosa stiamo cercando di copiare? Un modello sportivo, un asset economico (mi sento Tavecchio) o una riorganizzazione cultural-sociale?

Il comandamento d’Oltremanica è chiaro: non desiderare il calcio d’altri. E quasi mi va di crederci. L’ossessione del racconto di Bazell, che si erge a portavoce di migliaia di tifosi inglesi, nasce qui: il modello inglese come sotterramento di un calcio che non c’è più, come perdita di un calcio vero e popolare a favore della spettacolarizzazione, allo stadio e in tv. Cambia dunque il paradigma. E con esso cambiano i fruitori e gli attori in gioco.

«C’è una differenza tra un tifoso ed uno spettatore» scrive Bazell «I tifosi seguono la loro squadra nel bene e nel male. Vanno allo stadio per starle vicino e sostenerla. Vogliono che giochi un buon calcio e abbia successo ma non lo pretendono. La sola cosa che pretendono è che i giocatori facciano del loro meglio per mostrare la stessa passione dei tifosi».

Toc toc, sono lo spettatore, posso entrare? Prego, che lo spettacolo abbia inizio.

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«Le folle delle squadre principali sono oggi composte da troppi spettatori e da non abbastanza tifosi»: la politica di allontanamento degli “indigeni”, scatenatasi per emarginare i più volenti e oltranzisti, visti in patria come IL male da estirpare, è stato uno dei punti fermi della politica della Lady di Ferro Thatcher. La bonifica è iniziata sul finire degli anni ’80 con l’attuazione del “Public Order Act” (1986), del “Football Spectators Act” (1989, anno della strage di Hillsborough) e del “Football Offencesc Act” (1991). Con l’introduzione di queste leggi si vietò progressivamente l’ingresso negli stadi dei tifosi ritenuti violenti obbligandoli alla firma nei commissariati di polizia, si limitò la partecipazione ad eventi sportivi di persone macchiate da reati legati al calcio e fu data maggiore libertà d’azione alla polizia a cui fu permesso di arrestare i tifosi anche per atti verbali o considerati socialmente allarmanti anche se non violenti. Alcune misure furono successivamente modificate, ammorbidite o eliminate perché considerate dannose ed eccessive.

Nell’arco dei successivi vent’anni in effetti gli episodi di violenza dentro gli stadi inglesi sono notevolmente diminuiti, inaugurando la nuova era del british football e facendo di fatto gridare al successo del piano Thatcher. Ma i detrattori del modello inglese (molti e non tutti sudditi della Regina) rimangono sempre dietro l’angolo, pronti ad alzare il tappetto da cui di tanto in tanto esce la polvere. Polvere di quartieri popolari e di periferie grigie. Di tifoserie di squadre di serie minori che, nonostante il passaggio di Iron Lady, non hanno abbandonato la cultura hooligans. Ed ogni volta è social panic: prima con i sostenitori di Shrewsbury, Burnley, Milwall e recentemente con i più blasonati di Wigan, Newcastle e Sunderland: incubi e ritorni di un passato torbido pre-Tahtcher, scricchiolii di leggi ferree introdotte dal Primo Ministro finalizzate allo sradicamento di un problema senza disegni e prospettiva di risanamento e recupero sociale. Mossa, Lady T, come ricordano i suoi denigratori, da un “puro odio per il calcio e per chiunque lo seguisse”, come dichiarò pubblicamente Kenneth Clarke, Ministro della Sanità tra l’88 e il ’90 durante il terzo mandato Thatcher.

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Gli spettatori stranieri non possono percepire l’eccessiva aggressività e controllo della sicurezza che reprime i tifosi e li obbliga a star seduti e ad essere intrattenuti: eccola la rivoluzione inglese. Un altro caposaldo del modello Tatcher, attuato dopo la strage di Hillsborough, è stato la ristrutturazione da parte delle società degli impianti, con investimenti per oltre 350 milioni di sterline: via le barriere tra spalti e campo da gioco, installazione di sistemi di sorveglianza tramite telecamere, gestione dell’ordine pubblico all’interno degli stadi da parte delle società stesse attraverso l’impiego degli steward (che sostituirono la precedente presenza delle forze dell’ordine) e la scomparsa delle terraces, le gradinate che ospitavano il tifo rigorosamente in piedi degli hooligan, rimpiazzate da settori con soli posti a sedere. Ecco a voi il Theatre of Silence. Un teatro affascinante per eleganza e stile e che osserviamo imbambolati ogni volta che assistiamo ad un match inglese in TV. Ma svuotato del sacro fuoco della working passion, con spettatori che applaudono al momento giusto, si alzano quando devono farlo e sussurrano per non disturbare nessuno. Dove il controllo delle società è serrato, per non dire spietato.

Questo è un passaggio di una lettera spedita dal Middlesbrough FC ad un proprio tifoso nel febbraio 2009.

Caro tifoso del blocco 53A,

nelle ultime partite di questa stagione gli steward dello stadio hanno cercato invano di convincere tutti voi di quell’area dello stadio a stare seduti. La squadra è grata ed incoraggia il vostro supporto rumoroso ed entusiasta […] ma stiamo ricevendo sempre più lamentele dai nostri tifosi in relazione alla persistente attitudine di alcuni a seguire le partite in piedi e il costante rumore che proviene dalle gradinate posteriori.

Vi preghiamo di smettere.

Sue Watson

Responsabile della Sicurezza

Il calcio si è trasformato, strizzando l’occhio ad una nuova tipologia di fruitori, perdendo il suo originario orientamento, diluendosi tra l’emarginazione del movimento hooligans e l’ammiccamento alla nuova razza di consumatori.

I nuovi (ricchi) clienti

«Lo stadio è il luogo dove gli argentini si scaricano. Il calcio appartiene a semplici giocatori e povera gente. Queste sono le persone che per esempio non possono permettersi di andare all’opera. Quindi vanno a vedere il Boca o il River e questo alimenta le fiamme e la loro rabbia» disse una volta Diego Armando Maradona.

Nel 1990 assistere dal posto più economico ad una partita all’Old Trafford, lo stadio del Manchester United, costava 3,5 sterline. Nella stagione 2010-11 il biglietto più economico per il Teatro dei Sogni costava invece 28 sterline, risultato: prezzo quasi quintuplicato. Nel 1995 un posto al Clock End di Highbury (lo storico stadio dell’Arsenal, casa dei gunners prima della costruzione dell’Emirates Stadium) costava 10 sterline. Nel 2005 è arrivato a 35 sterline, con un aumento del 250%. L’impennata dei prezzi ha fatto della Premier League il campionato europeo di calcio in cui il costo medio del biglietto più economico è il più elevato.

La selezione naturale del pubblico, il lento ma inesorabile allontanamento della working class dagli stadi, causati anche dall’aumento dei biglietti sono state azioni premeditate dalle società e dal sistema-calcio in toto. Nel 2006, l’allora direttore dell’Arsenal Keith Edelman, a ridosso dell’apertura dell’Emirates, annunciò con orgoglio che gli incassi al botteghino della società, nel nuovo stadio, sarebbero stati i più alti del mondo, grazie a 60.000 tifosi e ai prezzi più salati di qualsiasi altra squadra in Inghilterra.

E i media inglesi non hanno mai considerato la questione del prezzo dei biglietti come rilevante, almeno ufficialmente e pubblicamente. L’unico tentativo di protesta fu una campagna che il Sun ha intrapreso nel 2007: l’argomento principale del quotidiano era che con i profitti che il calcio genera dalla tv e dalla pubblicità l’unica giustificazione plausibile per i prezzi dei biglietti fosse l’avidità. E l’annuncio gonfio di orgoglio di Edelman conferma la tesi.

football without fans is nothing

A dimostrazione che il caro-biglietti è stato un elemento significativo della trasformazione del pubblico calcistico inglese, l’idea del Bradford City: nel 2007 la società lanciò la vendita degli abbonamenti al prezzo speciale di 130 sterline solo nel caso in cui fossero state raggiunte le 12.000 sottoscrizioni. In quell’anno il Bradford fu la squadra di Lega 2 con il maggior afflusso di tifosi, incrementando del 70% le presenze rispetto all’anno precedente.

Piccolo è bello

Nel 2010 un gruppo di tifosi dell’Arsenal creò il movimento delle Black Scarf (le sciarpe nere) sostenendo che la loro squadra aveva perso il suo vero significato. Nel blog del sito un tifoso dello Stockport County (Lega 2) dichiarava che anche la sua squadra aveva perso la sua anima negli ultimi anni; il sentimento di delusione nei confronti di un calcio che non c’è più inizia ad essere vissuto anche lontano dai centri del business-football e non riguarda solo i tifosi delle grandi squadre.

La vicenda del Wimbledon Football Club è esemplare: la società fondata nel 1911 ha deciso di spostare, nel 2003, la propria sede a Milton Keynes, città a oltre 100 chilometri dal suo originario quartiere londinese, dopo dieci anni di condivisione dello stadio con i rivali del Crystal Palace (a causa del modello Thatcher l’WFC dal ’91 è stato costretto ad abbandonare il proprio impianto per l’impossibilità di ospitare tutti i suoi tifosi in posti a sedere). I tifosi, non riconoscendo nel Milton Keynes Dons Football Club i valori e la storia della loro squadra, hanno fondato nel 2002 una nuova società calcistica: l’AFC Wimbledon. Dove AFC sta per “A Football Club”.

Bazell sostiene che, nonostante questa tendenza, il calcio minore rappresenti l’ultimo baluardo dello sport popolare. Anche in Italia prende sempre più corpo la filosofia del piccolo e genuino, soprattutto nei movimenti di tifosi delle squadre provinciali, realtà in cui l’orgoglio di tifare per i colori della propria città (riferimento al concetto del “supportyourlocalteam”) è un motore sociale e di appartenenza. «Le partite delle serie minori in Inghilterra possono avere fino a 3000 o più spettatori, cosa molto rara negli altri paesi. Quello che è più difficile da capire è l’apatia dimostrata dai sostenitori delle squadre che giocano il calcio migliore» scrive l’autore. Nelle divisioni minori nessun tifoso è allo stadio perché è di moda o per la gloria, ma per pura lealtà e orgoglio verso la propria squadra e comunità.

Emblematico esempio contro il “calcio moderno” è l’FC United of Manchester, squadra fondata nel 2005 da un gruppo di tifosi dei Red Devils, in segno di protesta contro la scalata al Man Utd da parte del magnate americano Malcolm Glazer. Partito nel 2005-6 dalla decima divisione inglese oggi lo United of Manchester milita nella Northern Premier League Premier Division (7° lega). Per Bazell la cultura del FCUM, esplicitata nel manifesto programmatico è un promemoria di cosa fosse essere una squadra di calcio una volta: prima di tutto un’entità volta a creare un forte legame con la comunità locale e ad incoraggiarne la partecipazione, soprattutto quella giovanile, sia a livello sportivo che di tifo.

 

Questione di stile

L’evoluzione calcistica inglese che stiamo descrivendo ha dunque portato a snaturare l’essenza dell’atto giocato e l’anima delle squadre, trasformandole sempre più in marchi (“brand” direbbero quelli bravi), sbiadendone lo spirito comunitario e sociale. Si guarda a nuovi mercati, ci si adatta alle inclinazioni dei nuovi pubblici, si trasforma la partita in un prodotto internazionale, senza confini.

«Le cose più importanti che una squadra ha sono lo stadio e i tifosi. I dirigenti, i giocatori e gli sponsor vanno e vengono, ma lo stadio e i tifosi sono quelli che restano a lungo. Dare quindi allo stadio il nome di una barretta di cioccolato o di un pacchetto di patatine, azzera una gran parte della personalità della squadra». Ma avvicina nuovi spettatori (non tifosi, vedi sopra) e soprattutto nuovi investitori. «Molti dicono che il calcio è come una religione. Qualsiasi moschea intitolata ad un marchio resisterebbe quanto un capretto al concerto dei Black Sabbath negli anni ’70». L’immagine di Bazell è forte (soprattutto per gli animalisti) ma rende l’idea.

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Per rimanere in casa gooners, Arsenal ed Emirates Airline a fine 2012 hanno rinnovato l’accordo (firmato per la prima volta nel 2004) che durerà fino al termine della stagione 2018-19 per un totale di 150 milioni di sterline. La compagnia aerea di Dubai continuerà a dare il nome allo stadio a nord di Londra fino al 2028 e a comparire come sponsor sulle maglie.

A proposito di maglia, nelle pagine di Bazell prende spazio e voce John Lydon, leader dei Sex Pistols, cresciuto a Finsbury Park (nord della capitale) e tifoso dell’Arsenal dagli anni ’60: “sono molto furioso per il nuovo cannone disegnato sullo stemma dell’Arsenal. Per iniziare il cannone è puntato nella direzione sbagliata. Sembra una bottiglia di shampoo per bambini. Non ci si può stringere intorno ad una cosa mediocre come quella. Sono andato in Africa, un paio di anni fa, e tutti i bambini avevano le maglie contraffatte dell’Arsenal, con i cannoni disegnati meglio che nelle originali. Me ne sono portato a casa almeno dieci”.

Il fattore estetico è il mattoncino finale di un domino ben più lungo: “l’Arsenal era il fulcro della comunità in cui sono cresciuto, tutto era concentrato attorno al vincere, perdere o pareggiare. L’aspetto comunitario del calcio è perso non c’è dubbio”.

Molti tifosi oggi accusano la società di mancanza di attitudine commerciale, nonostante la sua natura sempre più internazionale e brandizzata: l’autore è stato un membro dell’Arsenal per più di vent’anni e mai il club ha chiesto la sua opinione su qualche cosa, cambiando completamente, a sua detta, identità e immagine aziendale. È per questo che nel 2007 Matthew Bazell invia una lettera all’Arsenal:

È molto triste per me rinunciare alla mia carta argento, perché sono stato un membro dell’Arsenal fin dal lontano 1986. Ma non mi sono mai sentito così lontano dalla squadra e dal calcio come in questo momento. Di sicuro non vedo me stesso come un cliente che si adatta ai vostri progetti e non posso più continuare a darvi i miei soldi.

Distinti saluti

Matthew Bazell

Che scenario futuro immagina per il calcio inglese Bazell? La speranza è che un giorno i tifosi si sollevino e passino all’azione. Tribune vuote in tutta l’Inghilterra darebbero una spinta immediata ad un cambiamento radicale.

Torniamo a noi: cosa vogliamo copiare?

Dopo i fatti di Fiorentina-Napoli del maggio 2014 (nel pre-partita ci furono scontri tra tifosi napoletani e romanisti che culminarono con l’uccisione del partenopeo Ciro Esposito) il Presidente del Coni Malagò ha invocato a gran voce il modello inglese e suggerito un’azione Thatcheriana. Stessa richiesta per il presidente del Napoli De Laurentis dopo l’invasione olandese in occasione di Roma-Feyenoord: «Servono leggi inglesi e il coraggio di voltare pagina». Il modello inglese è di fatto diventato sinonimo di repressione, di giro di vite, di tabula rasa ogni qual volta si presenti il problema della violenza ultras, dentro e fuori gli stadi e dell’inadeguatezza in fatto di gestione calcistica. Come se fosse sufficiente un copia-incolla in salsa italica per risanare il settore: stadi fatiscenti, tifosi violenti, squadre sul baratro del fallimento economico e sportivo, poca competitività e scarsa lungimiranza societaria.

Tra dieci-quindici anni porteremo i nostri figli allo stadio e racconteremo forse di un calcio dissolto. Saremo obbligate a star seduti su seggiolini comodi e riusciremo a seguire il gioco da qualsiasi posizione, senza intralci. Dopo la partita, che si giocherà alle 11.30 per necessità televisive, andremo a pranzare in uno dei numerosi fast food dello stadio e torneremo a casa con la nuova maglia societaria pagata 100 euro (se avremo ancora l’euro) e identica a quella della stagione precedente. Quella sarà stata l’unica partita dell’anno, perché il biglietto più economico sarà costato 80 euro, in un settore condiviso con turisti coreani e indiani accorsi per vedere l’idolo nazionale giocare nell’internazionale Serie A. Forse ci troveremo a scrivere libri e articoli sull’efficace modello italiano, capace di cancellare il sapore del calcio tifato e giocato. Forse non ci resterà che immergerci nei ricordi e pensare a quant’era bello tifare una squadra di calcio.

Nota a margine:

Ho scritto questo pezzo nei giorni successivi ad Inter-Celtic Glasgow a San Siro (sedicesimi di ritorno di Europa League). Non sono un tifoso dell’Inter ed ero seduto in un settore tiepido, in cui i tifosi nerazzurri iniziavano a mescolarsi con quelli del Celtic. Qualche metro dietro di me una barriera ci divideva (fisicamente) dai cori di 3.500 scozzesi. I due “You’ll never walk alone” (ad inizio secondo tempo e a fine partita, persa per 1-0) mi hanno riconciliato con il calcio e il tifo.

La laguna nel cuore

Tifare una squadra che ha lo stadio in mezzo all’acqua significa non avere punti di riferimento, sostenere l’imprevedibile, supportare un’abbinamento cromatico unico.

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate. È anche innamorato dell’arancioneroverde e in questo pezzo vi racconta come si tifa a Venezia. 

«Avete i colori più belli d’Italia». Se dovessi fare un sondaggio sulle osservazioni ricevute da chi mi chiede per quale squadra faccio il tifo, queste sette parole vincerebbero per distacco. Anche la domanda “lo stadio è davvero in mezzo all’acqua?” ha vissuto momenti di celebrità ma ammetto che gli apprezzamenti sull’armonia cromatica arancio-nero-verde (negli ultimi anni tendente all’arancio-bianco-verde) infiammano nel profondo la mia fede. L’insolito abbinamento mi ha spesso permesso di atteggiarmi come gli abitanti di qualche sperduta valle orgogliosi del loro formaggio DOP a produzione limitata o come i gruppi cinefili che conoscono a memoria la filmografia d’avanguardia centro-americana degli anni ’80, ammesso che esista.

Qui, però, qualcosa che non esiste c’è. È la squadra per cui faccio il tifo: il VeneziaMestre. Arancio-nero-verde.

Lo Stadio Penzo visto dall'alto, Isola di Sant'Elena

Vista dall’alto dello Stadio Penzo, Isola di Sant’Elena

Tutto ha inizio nel 1919 con l’Associazione Calcio Venezia, la nuova denominazione societaria del Venezia Foot Ball Club nata solo dodici anni prima. Nel 1987 (il nostro, inteso come popolo calciofilo lagunare, 1798, 1915, 2000…) avviene la storica fusione per opera di Maurizio Zamparini, attuale presidente del Palermo: ai nero-verdi veneziani l’imprenditore friulano affianca (grazie ad una fusione societaria per incorporazione) gli arancio-neri del Mestre. Come se domani arrivasse uno sceicco arabo o un tycoon americano e decidesse di fondere in un’unica squadra di calcio Pisa e Livorno, Brescia e Atalanta, Messina e Reggina. Prende così vita il Venezia-Mestre, denominazione mai registrata con atti ufficiali presso la FIGC e di fatto società mai esistita. Il VMFC (Venezia Mestre Football Club) o l’Unione, come amiamo chiamarla noi tifosi dal 1987, è la migliore conseguenza possibile della fusione di stili di vita diversi, intrecci di storie contrastanti, mescolanze di colori non abbinabili, armonie filosofiche distanti: quelle tra terraferma e centro storico lagunare, tra le città di Venezia e Mestre, tra evoluzioni terrestri ed acquatiche, tra due colori secondari, l’arancione e il verde, che trovano la loro sintesi nell’assenza di colore, il nero.

L’amore per il VeneziaMestre è un amore fondato su un’insolita, irrinunciabile, assenza: quella di una squadra di calcio ufficialmente riconosciuta. E quando trascorri sugli spalti adolescenza, gioventù e i primi anni della maturità urlando al cielo il nome di una squadra che nessuno, fuori dalla provincia, (ri)conosce, si insinua in te la consapevolezza che tutto, in quella dimensione di tifoso-errante, è secondario. La squadra non esisterà, ma abbiamo i colori più belli d’Italia, forse del mondo. E le vittorie, non sul tabellino, contro bianconeri, nerazzurri, biancorossi, rossoblù sono assicurate. Col cappotto.

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L’amore per il VeneziaMestre è un’astrazione dal risultato sul campo, dalla posizione in classifica a fine campionato, dal mercato estivo e da quello di riparazione. Se tifassimo l’Unione, con la U maiuscola, con questi propositi finiremmo per stancarci e alienarci. Come quando da ragazzino snobbi la coetanea bionda fingendoti intrigato da quella mora meno carina.

La passione per il VeneziaMestre è una propensione verso l’incerto, l’indefinito, il precario, il provvisorio e l’inaspettato (negli ultimi 10 anni la società è fallita due volte: nel 2005 e nel 2009, ripartendo dai Dilettanti). Come quando lo Stadio Penzo, quello in mezzo all’acqua e secondo impianto più antico d’Italia (costruito nel 1913, due anni dopo il Ferraris di Genova), fu la cornice della più recente dimostrazione tridimensionale della geometria non euclidea.

Sarà pure documentato che l’ultimo (e unico) trofeo degno di nota sia datato 1940-41 (Coppa Italia) e che il più recente è un misero scudetto di Serie D (stagione ’11-’12) ma noi abbiamo visto cose che nemmeno al Bernabeu ed Anfield, tipo questa. Silenzio:

E le (poche) partite memorabili rimangono nei racconti e negli occhi di chi le ha vissute. 1993, sedicesimi di Coppia Italia: dopo il pareggio strappato a Torino, la vittoria a Venezia per 4-3 contro la Juventus con tripletta di Campilongo, che elimina i bianconeri dal torneo. E poi il 3-1 rifilato, sempre in casa, all’Inter di Ronaldo (autore su rigore del gol nerazzurro) che sancì la salvezza certa nella stagione ’98-’99 (2-0 dopo quattro minuti).

Aver seguire a San Siro il Venezia-Mestre significa assistere ad un rigore parato a Shevchenko, capo cannoniere di quella stagione, da parte del difensore brasiliano (colonna della retroguardia veneziana mi sembra eccessivo) Fabio Bilica subentrato al portiere Casazza espulso per fallo sullo stesso attaccante ucraino. Bilica sarà in grado di intercettare anche la ribattuta di Boban ma non il tap-in vincente di Orlandini.

Rimanendo tra i pali significa aver seguito da vicino le gesta di Massimo Taibi, titolare nella stagione ’98-99 in prestito dal Milan chiuso dal titolare Sebastiano Rossi, che viene chiamato a Manchester da Alex Ferguson. Nella prima partita inglese, contro il Liverpool, viene nominato “Man of the Match” ma è dopo poche partite che avviene l’impensabile (tanto quanto la chiamata dello United) contro lo Southampton: un tiro innocuo da fuori area di Le Tissier che Taibi si lascia sfilare goffamente sotto le gambe. Dalla laguna alla Coppa Intercontinentale in otto mesi.

Pura imprevedibilità. Cosa puoi aspettarti da una squadra con questi colori e che gioca, unica in Italia, in uno stadio che si può raggiungere solo piedi o via acqua?

Quelle tinte apparentemente scombinate e la vocazione per l’imponderabile possono trascinarti in uno stadio appoggiato su un’isola e costringerti a viaggi più scomodi delle partite giocate in trasferta. Tutto per seguire una squadra che in 107 anni di storia si è chiamata in dieci modi diversi (in media un cambiamento ogni decade anni circa) e che ha avuto livree colorate di blu, rosso, rosso veneziano (quello del gonfalone della Repubblica Serenissima), verde, nero, arancione e bianco. Quasi sempre mescolati e combinati tra loro.

L’amore per il Venezia-Mestre può avere affascinanti origini cromatiche ma è mosso da un’indefinibile inclinazione per l’incerto, che un giorno, chissà, potrà riportarci nel paradiso del calcio catapultandoci con la memoria negli anni Quaranta, i migliori della storia calcistica veneziana. Quando Ezio Loik e Valentino Mazzola erano i fari della laguna e “i putei de Venexia ghe dava dentro con appassionato fervore, per non dire con rabbia”.

La fantasia euclidea di Lele Bonetto

Di Lele Bonetto, quando ho avuto la fortuna di giocarci insieme, c’era un colpo, una mossa che più di molti altri suoi lampi mi faceva impazzire. Non si trattava di dribbling, finte o pallonetti in cui era comunque molto abile. No, c’era qualcos’altro che mi piaceva da matti.

Una giocata che dimostrava l’ampiezza della sua intelligenza calcistica, quella che per alcuni giocatori gli fa vedere gli spazi come se fossero in alto e non sullo stesso terreno verde pianeggiante.

Gli capitava di cercarla quando in campo era schierato sulla fascia sinistra – e succedeva spesso – e con le dovute differenze, visto che stiamo parlando di calcio dilettantistico, mi ricordava sempre un giocatore immenso come Totti.

Accadeva quando andava incontro al pallone – guardandolo frontalmente, con una corsa quasi incontro al proprio terzino – e d’improvviso, senza alcun senso apparente per noi onesti pedatori, di prima intenzione cambiava improvvisamente gioco.

Torsione perfetta del busto, appoggio ben piantato con il piede sinistro e sbam, una raffica di vento che sbalestrava il piano d’appoggio del match.

La particolarità di questo cambio di fronte era che – quando riusciva alla perfezione – la palla non viaggiava in orizzontale ma andava in diagonale in avanti verso il lato opposto. Ed era una vera e propria stecca, non un morbido appoggio che dà il tempo di sistemarsi agli avversari.

Una giocata che dimostrava perché Lele Bonetto fosse uno di quei rarissimi giocatori che nemmeno nelle domeniche da dimenticare qualsiasi allenatore toglieva mai.

Perché era come un quadro che all’improvviso si stacca dal chiodo, col rumore del vetro in frantumi che distrae tutti i presenti e intanto il complice si pappa tutte le tartine.

Insomma, Emanuele da Fanzolo era uno che sapeva incidere e soprattutto decidere le partite.

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Sul finire del maggio 1982 Bonetto sbuca sul mondo atterrando a Montebelluna, cittadina trevigiana natale di Aldo Serena ed Attilio Tesser. Di lì a poco l’Italia di Bearzot trionferà al Mundial spagnolo mentre in campionato il Milan retrocede in serie B. L’82 anni dopo diventerà il brand della squadra di calcetto con gli amici di una vita che, insieme a Lele, dopo aver partecipato a tornei estivi alcolici e goliardici in giro per il triveneto da dieci anni oramai sono gli organizzatori del Torneo delle Compagnie a Fanzolo – frazione di Vedelago (TV), un viaggio calcistico vintage dove dentro c’è soprattutto lo spirito di amicizia del pallone da quattro soldi, quello lontano dal calcio-business milionario e sincero come un calcio negli stinchi. O come una birra alla spina al banco di una sera d’estate.

Nonostante qualche sporadico tentativo di avvicinamento a nuoto e ciclismo, il bimbetto Emanuele si avvicina al calcio a otto anni. A quell’età ovviamente aveva già avuto modo di assaggiare il piacere della sfera di cuoio: come in tanti piccoli paesi dell’Italia intera, dalle Alpi alla Sicilia, molti bambini trascorrevano le ore fra i campi o per strada ad affrontare la stessa sfida in differita su migliaia di stadi improvvisati. L’unico arbitro implacabile era il tramonto, inflessibile fischietto violaceo e arancione che decretava la fine di ogni match al calar delle luci. «In strada, in giardino o su qualche campetto, il pallone c’era sempre. Due ciabatte per fare le porte e si giocava per ore» ricorda Lele oggi.

«Ho iniziato ufficialmente perché mio cugino, della mia stessa età, aveva iniziato ad andare agli allenamenti nella squadra di Caselle di Altivole, per cui decisi di seguirlo. Il primo allenamento fu semplicemente un sogno che si avverava. Da quel momento per me il calcio rappresentò sempre, anche da grande e nonostante gli infortuni, un momento estatico: uscivo di casa, vedevo gli amici e andavo a fare lo sport per me più bello del mondo.» Altri tempi, altro futbol.

«Alla prima vera partita cui partecipavo ricordo che il mister di allora ci dispose in cerchio per dare la formazione. Aveva una visione del gioco democratica: chiamava un ruolo e chi alzava la mano avrebbe giocato proprio in quella posizione. Passati i difensori, che nessuno voleva mai fare, alla voce mediano destro visto che nessuno si proponeva presi coraggio e lo scelsi io. Non potevo sapere bene cosa significasse davvero. Infatti dopo due partite mi spostarono nel ruolo di libero! Ovviamente come tutti desideravo fare l’attaccante, non sapevo che ci sarei riuscito qualche anno dopo.»

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Un paio d’anni bastano al piccolo Lele per mettersi subito in luce e vestire la prestigiosa maglia del Montebelluna, da decenni una vera e propria fucina di talenti della Marca Trevigiana. Il ragazzino però, evidentemente, non è ancora pronto e dopo due stagioni rientra alla base.
Trascorrono altre due campionati ed è a questo punto che la strada di Emanuele svolta verso Castelfranco Veneto. A guidarlo verso la maglia rossostellata del Giorgione – all’epoca società semi-professionistica della serie C2 – è mister Lamberto Facchinelli, che proprio dalla panchina dell’Altivolese approda a condurre i Giovanissimi di Castelfranco e trascina con sé, come ogni grande allenatore che si rispetti, il suo ragazzo più rappresentativo.

Facchinelli diventerà l’allenatore più importante della carriera di Bonetto, che insieme a lui sino alla fine della categoria Allievi vivrà con la maglia del Giorgione momenti esaltanti. «Durante i quattro anni alla guida di Fac sono migliorato come calciatore e ho iniziato a diventare uomo. Sapeva tirar fuori il meglio da ogni singolo giocatore e infatti l’ultimo anno raggiungemmo lo straordinario obiettivo di centrare le Finali Nazionali – riservate alle rappresentanti giovanili delle squadre semi-professionistiche – rimontando 9 punti al più quotato Cittadella. Alla fine di quella stagione lego uno dei miei ricordi più indelebili: vittoria in casa della Triestina, nel mitico Nereo Rocco, per 2-1 con un mio gol di testa.»

Ambiente e partita spettacolare denotano già una delle caratteristiche principali di Emanuele, una di quelle doti che impediva a molti allenatori di sostituirlo anche nelle giornate più nere: la capacità di decidere le sfide importanti. Nel 3-4-3 aggressivo e dinamico di Facchinelli, Bonetto gioca da 10 come esterno sinistro dei tre attaccanti. Tagli, dribbling, giocate di prima e colpi di tacco illuminanti portano Lele ad accrescere il bottino di gol segnati e assist cui era abituato sino a qualche anno prima.

All’ottima tecnica sullo stretto – destro e sinistro levigati in ugual misura – e alla splendida visione di gioco, che lo rende capace di leggere bene ogni trama offensiva, abbina una capacità di lotta e di incassare colpi pesanti che stupisce per un giocatore dotato di fantasia. Il classico giocatore che sembra sempre sul punto di perderla, viene sbilanciato e infine trova il corridoio, scarica poco prima di cadere o male che vada prende un fallo prezioso.

Nella stagione precedente, sempre alla guida del Fac, in Coppa Veneto contro il Peschiera sul Garda segna uno stratosferico poker in trasferta. L’unica quaterna della sua carriera viene salutata da un curioso siparietto fra gli allenatori delle due squadre col mister avversario che, a fine gara, stringe la mano a Facchinelli (nella foto sotto con la divisa del Giorgione) dichiarando: «Se quel 10 lì non arriva in serie A, io non capisco un cazzo di calcio.» La risposta, fulminea, è in pieno stile Rocco: «Ti no te capissi un casso de baeon!»

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Lele continua il percorso in maglia rossostellata sino al campionato Berretti, contribuendo alla risalita del Giorgione 2000 che rinasce dalle ceneri del fallimento del Giorgione – che dopo l’era Carron era finito nelle mani di Mario Auriemma, il Presidente con la pistola – e nel giro di pochi anni riacquista la Promozione.

Bonetto fa la conoscenza di nuovi allenatori, fra quelli che ricorda oggi con maggiore piacere Colombo e Meneghetti.

Colombo – nel campionato di Seconda Categoria – lo schiera trequartista, il ruolo preferito da Lele, che dai primi anni nei Pulcini ha imparato a capire bene come ama muoversi in campo. Dietro alle due punte Lele si esprime nella maniera più automatica possibile, a supporto dei centrocampisti per ricevere palla sul corto e creare il caos fra le linee avversarie grazie all’ottimo uno contro uno e a un cervello fluido in grado di risolvere rapidamente complicate equazioni dove spazio e tempo rappresentano semplici variabili.

Trova varchi dove non si vedono Lele, ed abbassa la temperatura delle partite. Più i match si fanno importanti e più i novanta minuti scorrono, più il suo cervello si ghiaccia e guida gambe e piedi a soluzioni complesse che a lui, evidentemente, sembravano davvero semplici. Beveva camomilla, Lele, prima delle partite e forse grazie all’effetto dell’erba calmante per i propri compagni e allenatori era una sorta di tranquillante.

Dare la palla a lui significava arrestare il proprio cronometro biologico. Potevi tirare un sospiro di sollievo in attesa dell’emozione in cui ti avrebbe fatto approdare, con quella sua anca rotonda che ingannava pure i difensori più arcigni. Dare la palla a Lelebonetto, in pratica, era la promessa che ti avrebbe salvato dagli indiani, ti avrebbe preso per mano prima di scivolare nel dirupo, e passato una coperta per scaldarti dopo un bagno inaspettato nell’acqua ghiacciata.

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Di fede interista grazie ai suggerimenti di papà Elio, Emanuele dopo l’esaltante epopea con la maglia del Giorgione approda a San Floriano, paesino ai confini della campagna castellana.

Indossa sempre i suoi scarpini preferiti, quelli della Diadora col baffo giallo che calzava l’idolo Baggio, e continua a inventare calcio – alternando come il classico genio della lampada momenti di abbagliante bellezza a fasi di oscurantismo pressochè totale – nei campetti di provincia. Qui incontra Capitan Fornasiero, uno di quei mancini talmente delicati da poter incontrare solo nelle serie minori, perché il calcio mainstream talvolta è troppo stressante per poter serenamente disegnare palombelle e quindi è meglio incantare coi propri tocchi le domeniche di paese.

Lele lo ricorda come uno dei migliori compagni con cui abbia avuto la fortuna di giocare, anche se in realtà non ha dubbi su quale sia stato il più forte in assoluto: «Spidy Gazzola, attuale capitano in serie D del Giorgione, sta una spanna sopra agli altri. Gioca ancora ad altissimo livello ed ho avuto la fortuna di vederlo crescere anno dopo anno, stagione dopo stagione, e di cogliere qualche successo insieme. Giocatore completo.»

L’umiltà e i piedi a terra di questo numero dieci gli consentono di giocare in tutti i ruoli d’attacco e a volte con successo addirittura come centrocampista centrale. Nonostante la qualità non gli difetti, è uno di quelli che non tira indietro la gamba. Acciacchi e infortuni, soprattutto alle ginocchia, si fanno sentire ma Lele non molla e con i padovani dell’Ardisci e Spera vive stagioni molto positive – semifinale di Coppa Veneto a un passo dalla Promozione – e sconforto totale a causa di una inaspettata retrocessione che ancora oggi per lui rappresenta uno dei peggiori momenti della propria carriera calcistica.

In maglia bianconera, alla guida di Checco Cargnin, è l’uomo di fantasia nel solido 4-4-1-1 che lo vede come rifinitore alle spalle di Rafa Cazzola. La libertà d’azione e un’ottima forma fisica lo portano ad essere inserito per più di qualche giornata nella top-11 settimanale. L’inaspettata retrocessione del campionato seguente rappresenta invece ancora oggi lo sconforto totale in cui è capace di far precipitare il football casereccio.

Uno specialista in campionati, però, non demorde e sempre coi bianconeri infila la quinta promozione della propria carriera riemergendo dalle sabbie melmose della Seconda Categoria. Dopo una positiva annata al San Gaetano dove manco a dirlo mette in bachecha l’ennesimo titolo, i continui guai fisici e le ginocchia scricchiolanti lo portano a cercare un dorato e anticipato esilio al borgo natio, dove lo stress e il numero di allenamenti è inferiore. A Fanzolo Lele rappresenta ovviamente la stella e per poco non riesce nell’impresa di una storica vittoria del campionato di Terza Categoria, sfumata tragicamente all’ultima giornata, mentre dopo venti minuti impotente usciva dal campo per infortunio e assisteva per una volta alla festa degli altri. Per uno orgoglioso e sportivamente permaloso come lui un vero e proprio dramma.

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Nel calcio dilettantistico ha visto di tutto, oltre a molti tecnici preparati ha incontrato come è nel corso ovvio delle cose qualche compagno esaltato, dotato di poca tecnica e molta lingua. «Non ho mai sopportato chi parlava senza pensare, fosse in campo durante la partita o in spogliatoio. Infatti rifarei ogni scelta sinora ma probabilmente avrei mandato a fanculo volentieri in certi momenti qualche compagno o allenatore…ma il mio carattere silenzioso me lo ha sempre impedito. Non ho mai fatto polemiche perché ho sempre anteposto la squadra a me stesso.»

Di tutti i compagni avuti avrebbe scommesso sulla carriera di Michele Visentini, portiere dell’alta padovana, che dopo alcune esperienze semi-professionistiche in giovane età non è riuscito a fare dei guantoni la propria professione.

Oggi Emanuele invece, smessi presto i panni del giocatore a causa dei continui infortuni allena la Juniores del San Floriano. Da ottimo e diligente operaio impiegato nel settore della segnaletica stradale prova ad indicare la via giusta ai propri ragazzi.

Come legge non scritta del contrappasso impone, il giocatore di fantasia in panchina spesso diventa un promotore di regole ferree. A onor del vero Bonetto abbinava in campo qualità a rispetto delle consegne e dei ruoli e la sua idea di calcio è infatti un mix di questi semplici concetti: «Senza la qualità del singolo a volte puoi fare fatica, perché viene a mancarti quell’imprevedibilità in grado di far saltare gli schemi avversari. Però senza un bravo allenatore puoi nascondere i difetti solo per un breve periodo, prima o poi viene a galla la mancanza di un gioco ed idee condivise. Soprattutto però sono un fedele seguace delle regole di base, riguardanti ritardi, cura del materiale e delle strutture, rispetto verso i compagni. Senza queste accortezze, forse banali, non penso ci possa essere una squadra vincente. Poi a tutto questo vanno abbinate fame e determinazione, senza trascurare il famoso fattore C che non guasta mai!»

Per il futuro sogna semplicemente una famiglia e dei figli che possano essere orgogliosi del proprio papà. Del calcio di una volta – nonostante oggi riconosca che la tecnologia abbia portato numerosi miglioramenti soprattutto in relazione agli strumenti fondamentali come palloni, scarpe e abbigliamento – rimpiange “la passione e la semplicità che lo circondava. Ricordo con molta nostalgia che praticamente ogni frazione aveva la propria squadra in cui credere. Per numerosi motivi oggi tutto questo è cambiato e ha portato all’estinzione del campetto di paese, il luogo principale deputato all’incontro di bambini e ragazzi del posto. I settori giovanili sono diminuiti e per un bambino è più semplice stare sul divano davanti alla playstation o addirittura – dice proprio così – praticare altri sport. La situazione economica grava inoltre su questa trasformazione, dato che gestire una Società calcistica oggi è un costo che diventa ogni giorno sempre più impegnativo. Ogni fusione per me è però fonte di nostalgia: adoravo il calcio genuino dei campanili.»

Strano a dirsi per uno che di campanili in carriera ne ha messi davvero pochi. Al massimo cambiava campo, di prima, senza guardare.

Chissà se oggi ai suoi ragazzi insegna come si fa.

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IDOLI: Roberto Baggio – Francesco Totti – Andres Iniesta

RUOLO: Trequartista / Seconda Punta

FRASE: «Il calcio mi ha regalato quei momenti di felicità che provi quando puoi fare la cosa che ti piace di più e la possibilità di conoscere persone nuove e pure qualche compagno divenuto amico vero. Mi ha tolto qualche festa in più, e forse qualche week-end in giro come ad esempio la libertà di poter una volta andare all’Oktober Fest. Non lo rimpiango però più di tanto, piuttosto col passar del tempo maledisco il conto presentatomi sotto forma di continui dolori alle ginocchia e alla schiena.»

Nevio Scala, dalla terra alle stelle

“Gli uomini sono come la terra, se li coltivi con amore e costanza è probabile che tu raccolga qualche frutto.”

Nevio Scala

scalanevio1990. A poche giornate dalla fine del campionato di serie B a Parma, come in molte altre città italiane, si svolgono le elezioni amministrative. Al Tardini spunta uno striscione destinato a far la storia, indica Marco Osio come possibile candidato Sindaco. Il soprannome rimarrà appiccicato sui capelli lunghi di questo centrocampista offensivo che proprio con un suo gol aprirà il tabellino di un derby caldo come non mai, per l’Emilia paranoica. Il match decisivo, fra Reggiana e Parma, alla penultima giornata vede prevalere gli uomini di Scala con due gol. Il secondo lo caccia dentro Alessandro Melli, ed è matematicamente quarto posto che all’epoca significava ancora promozione diretta in serie A.

Erano i tempi in cui – come potete constatare nel video sotto – la partita alla tv si raccontava con parole come schioppettanti e maginot, e i giocatori festeggiavano togliendosi la maglia e mostrando fisici longilinei ma non scolpiti, senza quadratini addominali, e larghe sottomaglie interamente bianche che avrebbe potuto indossare anche un mediano di Seconda Categoria.

Il Parma, segnato dalla morte del suo presidente Ernesto Ceresini, si affaccia al massimo campionato italiano per la prima volta nella sua storia.

Per celebrare al meglio il successo Calisto Tanzi, patron dell’ascendente Parmalat, acquista il pacchetto di maggioranza del club e inizia a costruire il grande sogno gialloblù degli anni ’90, con la provincia diligente e felice alla conquista del mondo.

Al timone della squadra, confermatissimo, c’è Nevio Scala da Lozzo Atestino, campagna padovana. Nato nel ’47, Scala è un ex calciatore che con la maglia del Milan ha vinto pure la Coppa dei Campioni. Parla poco, Nevio, e negli anni del sacchismo – quella strana setta i cui adepti erano devoti a 4-4-2 pressing e intensité – cerca di tenere a galla i suoi ragazzi disponendoli con tre difensori centrali. Divertente coincidenza vuole che proprio il Vate di Fusignano fosse salpato verso San Siro dopo aver guidato proprio i gialloblù verso la metà degli anni Ottanta alla risalita in serie B e alla sorprendente vittoria in Coppa Italia in casa dei rossoneri.

Oggi assisteremmo a un ampio dibattito se quel Parma giocasse con un vero 3-5-2 o con cinque difensori. Discussioni che lasciano il tempo che trovano, vista la fluidità del gioco del calcio. Per salvarsi e disputare un buon campionato arrivano alla corte di Pedraneschi tre stranieri: il portiere brasiliano Claudio Taffarel, che qualche anno dopo a Pasadena avrebbe asciugato le lacrime ai rigoristi azzurri, il centrale difensivo belga Georges Grün – oggi conduttore televisivo – e il centrocampista offensivo svedese Tomas Brolin. Insieme alla spina dorsale formata dalla vecchia guardia – capitan Minotti, Apolloni, Zoratto, Melli e Osio che alla terza di campionato segna il gol della vittoria contro il Napoli – i tre nuovi arrivi trascinano il Parma al quinto posto finale e a una inaspettata qualificazione alla Coppa Uefa.

L’allenamento defaticante del Parma alla fine di ogni partita inizia ad entrare nelle tv di tutti i tifosi italiani. L’idea arriva dalla Danimarca dove Scala, da grande allenatore preparato e curioso, aveva partecipato a un corso sulle metodologie di allenamento.

L’estate successiva il Parma acquista due giocatori che diventeranno fondamentale per la leggendaria avventura di Scala e capaci – grazie alle loro caratteristiche di spinta – di rendere il sistema di gioco prescelto dal mister un meccanismo bello e maledettamente concreto. Si tratta di Antonio Benarrivo, che giunge dal Padova, ed Alberto Di Chiara in arrivo da Firenze. Due terzini offensivi – il secondo ala sinistra reinventato nel ruolo dal mister brasiliano Lazaroni – dotati di grande corsa, capacità di effettuare ottimamente entrambe le fasi, ottimo tempo d’inserimento e notevole quantità di cross dal fondo rappresentano il tassello mancante per il salto di qualità.

Nonostante l’eliminazione al primo turno in Coppa Uefa e il settimo posto finale, i gialloblù a fine stagione colgono il primo storico successo conquistando la Coppa Italia. La finale era ancora andata e ritorno, gli eroi della notte contro la Juventus sono manco a dirlo il bomber Alessandro Melli e il Sindaco Osio.

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Il primo trofeo italiano da allenatore – dopo lo Scudetto con la maglia del Milan – porta Scala a guidare nuovamente il Parma in Europa. L’obiettivo è cercare di stare nel panorama europeo a buon livello, riscattando la prematura eliminazione della stagione precedente.

In campionato la cavalcata del Parma è suggestiva: grazie anche ai 7 gol del neo-acquisto colombiano Tino Asprilla, attaccante tutto reti, pistole e capriole, il Parma conclude al terzo posto a soli nove punti dal Milan campione.

Il collaudato sistema di gioco, l’accresciuta autostima e fiducia nei propri mezzi, l’intensità e la caparbietà di alcuni uomini chiave portano il Parma per la prima volta nella sua storia in cima a un podio europeo.

Il 12 maggio del ’93 è la data in cui l’Europa scopre Parma e le sue ricchezze. Nel tempio di Wembley Scala – dopo aver eliminato fra le altre Sparta Praga e Atletico Madrid – schiera il classico 3-5-2. Nove titolari sono italiani, Asprilla in panchina che con i suoi 4 gol aveva contribuito a trascinare il Parma alla finale regalando fantasia alle geometrie gialloblù è uno di quei misteri del futbol. Ai giornalisti che incalzavano Scala risponde: «La formazione la saprete dagli altoparlanti.»

Molti di quei ragazzi arrivano a giocarsi una finale europea dopo aver combattuto insieme sui campi di serie B. «Eroi, ma non per caso» precisa il mister. Convinto dei propri mezzi il Parma finalista attende l’appuntamento con la storia all’Hyde Park Hotel, lo stesso albergo dove l’anno prima alloggiava la Sampdoria sconfitta in finale di Coppa dei Campioni.

E come ogni favola che si rispetti, arriva il lieto fine. Parma da provincia morbida, dove tutto sembra scorrere in maniera sempre liscia, si trasforma per una notte in capitale del calcio europeo. Tre a uno finale, Minotti, Melli e Cuoghi. Persino Nesti e Cerqueti nel video sotto li riascolto come una dolce nenia.

Lo status raggiunto di nuovo importante centro del calcio europeo impone alla Società di vestirsi a festa. Sono i primi passi verso il Parma di Tanzi 2.0, quello dei miliardi, dei trofei, di Thuram, Crespo, Veron e del clamoroso crac finale.

Nei due anni successivi grazie ad acquisti come quelli del jolly Sensini, del tuttocampista Dino Baggio, di Crippa e soprattutto del piccolo genio sardo Gianfranco Zola nei due anni seguenti il successo di Wembley il Parma di Scala entra in pianta stabile nel gruppo delle grandi della serie A. Il 3-5-2 o 5-3-2 continua a mietere successi: è Massimo Crippa a segnare il gol vittoria che vale la Supercoppa Europea conquistata ai danni del Milan, partecipante al posto dell’Olympique Marsiglia travolto dagli scandali.

A Copenhagen non riesce il bis nella finale di Coppa delle Coppe. Stavolta i gialloblù vengono sconfitti per 1-0 dall’Arsenal. La sfortuna (palo di Brolin) e numerose chance non sfruttate lasciano a Scala l’amaro in bocca. Rispetto all’anno prima in porta c’è Bucci e davanti Zola e Asprilla.

Difesa alta, intensità, portiere bravo a giocare coi piedi, tecnica e velocità assicurata dalla coppia Zola-Asprilla, gli inserimenti di Brolin. In questa breve sintesi, nonostante la sconfitta, tutto il bel calcio del Parma di Scala.

A secondo posto archiviato il Parma riparte di gran carriera e nella stagione successiva Scala guida i suoi ragazzi a un’altra storica pagina europea: i gialloblù vincono infatti la prima Coppa Uefa battendo la Juventus di Lippi. Il duello è entusiasmante perché coinvolge campionato e Coppa Italia, dove sono i bianconeri che in attacco schierano Baggio, Vialli e Ravanelli ad avere la meglio. In Europa però vincono i ducali, all’andata gol di Dino Baggio e miracoli in serie di Bucci, al ritorno – giocato a San Siro – basta il pari con l’ennesima velenosa rete dell’ex Dino Baggio che risponde all’eurogol di Vialli. Immediatamente a fine partita, come si può vedere nel video, Nevio Scala ha l’eleganza di dedicare la vittoria ad Andrea Fortunato, difensore bianconero scomparso qualche settimana prima a soli 24 anni a causa di una bastarda leucemia.

Non so se mi commuova di più la telecronaca di Pizzul o la chioma di Fernando Couto.

L’anno dopo Scala porta a termine la stagione senza alcun successo, nonostante l’arrivo – pur deludente – del Pallone d’Oro Stoichkov. Parmalat diventa un’azienda dagli orizzonti globali e di conseguenza il Parma, dopo essersi fatto conoscere e apprezzare, mira a diventare una vera e propria potenza europea. I miliardi di Tanzi introducono al calcio-business del nuovo millennio e all’interno di un quadro che sta cambiando i propri colori principali uno come Scala non potrebbe rimanere. «Il Parma non era contento di quello che avevamo raggiunto, voleva vincere il campionato e andare contro le grandi società o imitarle ma in una città piccola come Parma questo non era possibile. Non bastava più vincere le coppe europee e così quando Icaro si è messo le ali di cera, il sole le ha bruciate.» Si chiude con un sesto posto l’epopea gialloblù di Scala, premiato nel 2013 in occasione del Centenario della Società come miglior allenatore della storia del club. Sette anni di grandi emozioni, questo piccolo video racconta qualcosa in più dell’uomo che stava sotto alla tuta e seduto in panchina.

Sceso dalla giostra gialloblù dopo alcuni mesi l’allenatore veneto torna in pista subentrando a Galeone sulla panchina del Perugia. La salvezza non riesce, nonostante i 15 gol di Marco Negri, e Nevio decide che è arrivato il momento di esportare il suo calcio oltre i confini nazionali. La sentenza Bosman aveva difatto improvvisamente allargato i confini relativi al calciomercato dei giocatori comunitari e aperto il primo varco verso il calcio globalizzato 2.0. Anche gli allenatori italiani annusano nell’aria il profumo di esperienze straniere e Scala – forte dei successi conquistati col suo bellissimo Parma – finisce a Dortmund, in Germania, come guida tecnica dei gialloneri del Borussia freschi campioni d’Europa.

Scala succede a Hitzfeld e nel giro di pochi mesi si trova a festeggiare un successo mondiale: l’allenatore venuto dalla campagna sale sul tetto del mondo calcistico grazie alla vittoria di quella che un tempo era la Coppa Intercontinentale. Nella finale, di fronte al Cruzeiro, sono Zorc e Herrlich a fulminare il giovane Dida. Mantenendo il classico 4-4-2 di una squadra già rodata Nevio raggiunge una vittoria davvero significativa, dato che all’improvviso – nonostante il successo raggiunto con una squadra in grado di giocare un ottimo calcio – il clima italiano stava stretto. Poco mediatico per le ambizioni globali di Calisto Tanzi, era stato salutato senza troppi rimpianti. Da uomo saggio e pacato era stato in grado di gestire un ottimo gruppo anche in terra straniera raggiungendo addirittura il massimo trofeo per club. Nonostante non riesca a bissare il successo ottenuto con il Parma in Supercoppa Europea – sconfitta col Barcellona – la stagione è comunque da incorniciare grazie anche all’ottimo percorso in Champions League, interrotto solamente in semifinale contro il Real Madrid. Eppure il calcio un’altra volta mette Scala davanti a un dribbling improvviso e a fine anno, dopo una sola stagione e in anticipo rispetto alla scadenza di contratto, Scala abbandona il Borussia e saluta per divergenze di vedute con la Società rinunciando pure alla buonuscita.

Una pausa di due anni non inibisce la voglia di campo e di calcio estero di Scala, ora uno dei tecnici più ambiti a livello europeo. Nel 2000 firma per il Besiktas, ma l’avventura termina anzitempo pochi mesi dopo con l’esonero del mister dopo la sconfitta con il Fenerbahce con la squadra comunque in seconda posizione di classifica. Esperienza negativa, una delle poche – insieme alla parentesi di Perugia – che come spesso ha dichiarato nelle interviste l’allenatore veneto non ripeterebbe.

Nel 2002 valica la frontiera ucraina e porta lo Shaktar Donetsk alla conquista del suo primo titolo, gettando le basi per la crescita nazionale ed europea del club oggi guidato da Lucescu. «Ho incontrato Ahkmetov a Vienna e ho scelto lo Shaktar perché attratto dall’Ucraina. In me hanno sempre convissuto due persone: l’allenatore e l’agricoltore. A Donetsk, quando avevo del tempo libero, andavo nei campi e osservavo come lavoravano i contadini del posto. I piani ambiziosi, la struttura ultra-moderna della sede centrale e il fatto che il caviale fosse inserito nel menu dei giocatori mi convinsero. Inizialmente i giocatori erano abbastanza chiusi in se stessi, ma grazie al mio staff siamo riusciti piano piano a costruire un rapporto umano importante che ha portato i ragazzi a interagire in maniera più libera e spensierata…ho sempre pensato che tutto questo avrebbe aiutato anche in campo e così è stato, nonostante avessi virato sulla difesa a 4 in quanto dopo alcuni tentativi avevo notato qualche difficoltà nel recepire il sistema a 3.» Il primo titolo dello Shaktar coincide con il primo “scudetto” vinto da allenatore per Scala. Nella stessa stagione la squadra del tecnico italiano strappa anche la Coppa d’Ucraina agli storici rivali della Dinamo Kiev che proprio pochi giorni prima avevano salutato il proprio condottiero, il colonnello Lobanovsky.

L’avvento di Scala sulla panchina ucraina rompe con la tradizione di certe metodologie e importa un nuovo modo di fare calcio. Per Vorobei – giocatore dello Shaktar – “il comunismo era finito con l’arrivo di Scala”.

La mancata qualificazione alla Champions comporta per Scala la fine del cammino ucraino, che per un tecnico globetrotter come lui oramai significa rifare le valigie alla ricerca di un’altra esotica sfida.

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Il viaggio prosegue lungo la cortina di ferro per fare capolinea a Mosca, sponda Spartak. Primo e unico italiano a guidare il club di Mosca, Scala termina in malo modo l’avventura con un esonero non prima di aver comunque lasciato il segno grazie alla vittoria della Coppa di Russia che ancora oggi rimane l’ultimo trofeo conquistato dallo Spartak. Terminata la campagna russa, Nevio decide che è il momento di staccare la spina e riposarsi almeno per un periodo e torna dedicarsi alla sua terra.

Nonostante in rete si possa trovare qualche intervista in cui più volte manifestava la sua volontà di rientrare o la possibilità che fosse chiamato su qualche panchina, Scala non salirà più sullo sgangherato treno del calcio italiano.

L’uomo che per due volte ha rifiutato la panchina del Real Madrid trascorre oggi le sue giornate in campagna, lavorando insieme al fratello Giorgio settanta ettari di terreno dove coltivano tabacco e barbabietole. Era il ’93 quando a Torino incontra un emissario spagnolo. Ma da uomo di parola Scala mantiene fede al contratto stipulato col Parma, dove “ero solo a metà del cammino”. I merengues ripassano qualche stagione dopo, nel ’99 quando Sanz aveva litigato con Camacho e mancava un giorno al via della Liga. «Volai a Madrid, ma non ero convinto della rosa. Guus Hiddink accettò e fu licenziato 4 mesi più tardi.»

Oggi ogni tanto va a caccia, e in silenzio ricorda i tempi in cui diceva ai suoi ragazzi che “se riusciamo ad accettare i nostri limiti e i limiti dei propri compagni uniti a quelli del proprio allenatore, noi diventiamo una squadra vincente.”

Per Nevio Scala il calcio è stato semplicemente un lavoro fantastico, ma la sua vita continua a rimanere ancorata a terra, quella terra che ancora oggi coltiva e lavora, giorno dopo giorno, come fa l’allenatore con i suoi uomini.

«Faccio l’agricoltore come i miei avi, ed è un sogno. Non so se quel modello sportivo, quello stile siano ripetibili, oggi il calcio è figlio di una società degradata. Il Parma smise di essere quello che era quando perdette l’umiltà, ma la gente si ricorda di noi.»

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Storie di calcio sotto l’albero

“E il calcio era lì per parlarmi di loro, di pomeriggi assolati e interminabili, di vecchietti urlanti alle finestre, di palloni bucati, di cose che sono lontane ma si assomigliano, del mistero della vita e del tempo che passa, e di quanto poco ne sappiamo noi di tutto questo.“ (E. Remmert)

A Natale puntuali come il gran bollito arrivano i soliti servizi relativi a un anno di sport, magari di calcio, di facce e di emozioni.

Per noi, che apprezziamo il calcio – e lo sport – raccontato con le parole scritte, sarebbe bello trovare sotto l’albero un libro che ci faccia emozionare come uno sbilenco e improbabile esterno sotto al sette al novantaquattresimo di una domenica uggiosa. Proviamo a lasciare qualche consiglio, fra ultime uscite e grandi classici. Con una chicca finale.

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Jorge Valdano “Le undici virtù del leader. Il calcio come scuola di vita”

Chi si è innamorato del sognatore di Futbolandia, non potrà non scegliere questo libro che racconta con lo stile caldo e sensibile proprio dell’ex Direttore Generale del Real Madrid le caratteristiche imprescindibili di un vero leader moderno. Fra credibilità, passione, stile, umiltà, talento e semplicità c’è modo di rivedere il calcio sotto un’altra luce. Non manca una stilettata letteraria all’acerrimo nemico Mourinho: «Se Guardiola è Mozart, Mou è Salieri. Sarebbe un grande musicista se non esistesse Mozart».

John Doe “Solo come in area di rigore”

Luca Leone, web designer romano che risponde al nome d’arte sulla copertina, è l’autore di una storia dove il protagonista è José Henrique, terzo portiere portoghese del Benfica che si trova a vincere la Coppa dei Campioni. Dopo il successo la caduta è rovinosa, e l’enigma che Josè si trova a sbrogliare segue i ritmi del thriller. Prefazione di Angelo Peruzzi.

– Federico Buffa e Carlo Pizzigoni “Storie Mondiali”

Sperling ha messo su carta le dieci straordinarie vicende legate al Mondiale di calcio e alla sua storia, raccontate quest’estate su Sky da colui che ormai è semplicemente il più formidabile narratore sportivo italiano. Insieme al fedele Pizzigoni, Buffa ripercorre azioni indimenticabili che finiscono per tracciare un ampio quadro globale. Parlando di calcio si finisce ad ascoltare musica, a conoscere la politica e ad appassionarsi alla storia del mondo srotolata lungo un rettangolo verde.

– Ivan Sica “Arrigo. La storia, l’idea, il consenso, la fiamma”

La neonata Edizioni In Contropiede, che prende forma all’inizio dell’anno lungo i nebbiosi e cinematografici avamposti della Riviera del Brenta, pubblica la storia romanzata di Arrigo Sacchi da Fusignano. L’uomo nuovo del calcio mondiale, col pressing alto e il 4-4-2 orchestrato col megafono dall’alto a Milanello, è una delle migliori intuizioni di Silvio Berlusconi, che oltre a portare il Milan sul tetto del mondo e nella hall-of-fame delle migliori squadre di sempre contribuisce a creare il terreno della strategia del consenso che investe il territorio italiano. In “Arrigo”, scritto da Ivan Sica, prende forma l’incendiario Sacchi, perfezionista maniacale più volte colpito dallo stress.

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Dei libri di calcio che ho letto nell’ultimo anno e mezzo mi permetto di suggerire “L’Alieno Mourinho” di Sandro Modeo e “Atletico Minaccia Football Club” di Marco Marsullo. Il primo è una sorta di trattato con spunti a tratti filosofici sulla figura di Josè da Setubal, un racconto approfondito che sviscera aspetti metodologici ed esistenziali di uno degli allenatori più famosi del globo, ben scritto ed illuminante. Il secondo è invece un romanzone incalzante sui campi improbabili dell’Eccellenza campana, dove Vanni Cascione – mister il cui unico dio è proprio Mourinho – guida l’Atletico Minaccia Football Club in un campionato esaltante, fra camorra, portieri cocainomani e stopper detti “Trauma”. Divertentissimo e romantico insieme.

Conservo inoltre sulla libreria, pronto da inforcare, “Heartland” dell’inglese Anthony Cartwright: ambientato nella sua Dudley, il romanzo incrocia le vicende della squadra locale del Cinderheath FC impegnata contro la compagine musulmana della stessa città. Sullo sfondo i mondiali nippo-coreani del 2002, a pochi giorni dalla storica sfida fra Inghilterra e Argentina. Rob – ex giocatore e insegnante di sostegno – non ha alcuna voglia di giocare la partita, che potrebbe scatenare una guerra razziale in una periferia abbandonata a sé stessa. Promette bene.

Nella libreria conservo inoltre “Ogni benedetta domenica” di Fulvio Paglialunga. Non posso infine esimermi dal suggerire un libro che ho letto ancora qualche anno fa e che ho amato tantissimo. Si tratta di “Un’ultima stagione da esordienti” di Cristiano Cavina.  Anche se, come molti sapranno, a oggi il migliore racconto di sport mai scritto rimane probabilmente la biografia di un tennista. “Open” che racconta la testa e il cuore di Andre Agassi e che consiglio in maniera davvero calorosa.

E se di libri siete sommersi, pensieri e parole sportive per le orecchie potete trovarli su Fonderia Mercury: Atleticamente è una serie di corti radiofonici, realizzati per la Rete Due della RSI, da Gianmarco Bachi e Sergio Ferrentino. Storie di calcio, di uomini, di folle che immortalano alcuni grandi momenti in soggettiva, dal rigore di Baggio a Pasadena sino alla famosa testata di Zidane a Berlino, portando l’ascoltatore nei flussi inarrestabili e sincronici della mente dello stesso giocatore protagonista. All’iniziativa collabora anche il nostro Luca Cancellara.

Buone Feste da Rovesciate.

santasoccer