Mad Marco Boogers, che viveva nella roulotte

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

CREDITS: L’ultima immagine riportata nel pezzo è diMaartje Brockbernd Photography. The last image is taken by Maartje Brockbernd Photography.

Se in giro c’è una t-shirt che permette a chi la indossa di proclamare, orgogliosamente, “Io l’ho visto giocare”, i casi sono due. Sei Pelè, Maradona o Best. Oppure sei un giocatore che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria dei tifosi per qualche motivo che esula da grappoli di reti e dribbling magici. Marco Boogers, ex centravanti di una pletora di squadre olandesi di seconda fila e colpo grosso messo a segno da Harry Redknapp per il West Ham United nell’estate del 1995, con tutta evidenza non era Pelè, Maradona o Best. E, sfortunatamente per i tifosi Hammers, nemmeno era Iain Dowie, ruvidissimo centravanti nord irlandese rimasto nei ricordi del pubblico di Upton Park più per la sua bruttezza e uno storico autogol di testa in un match di Coppa di Lega contro lo Stockport County ripreso dalle telecamere di Sky (uno dei commenti al video che circola su Youtube dell’inopinata incornata è “Cracking finish from Dowie, shame it was the wrong end”. No need to translate, isn’t it?). Detto questo, non stupisce che in vendita on line ci sia una maglietta che recita, rigorosamente in tinta claret and blue, “I saw Marco Boogers play”. Il passaggio dello sfiorito tulipano al Boleyn Ground fu tanto fugace da rimanere, in un certo senso, circonfuso da un alone leggendario, seppure per ragioni non troppo nobili. Questa è storia di oggi.

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Al momento dello sbarco dell’attaccante in Gran Bretagna, infatti, prevalgono fiducia e curiosità. Curiosità perché Boogers è un nome pressoché sconosciuto al grande pubblico. Fiducia perché se è stato nominato terzo giocatore dell’anno in Eredivisie (il massimo campionato olandese), scarso scarso non sarà, si dicono i supporter della squadra dell’East End londinese. Quell’anno Boogers ha incrociato gli scarpini con gente come Ronaldo, il futuro idolo della Kop Jari Litmanen, due giovanissimi Patrick Kluivert e Clarence Seedorf, il pilastro dell’Ajax Ronald De Boer, rimediando una serie di belle figure. Per di più indossando la casacca dello Sparta Rotterdam, i cugini poveri del Feyenoord che, a un curriculum esangue di successi (se si eccettua un periodo d’oro a cavallo degli anni ’00 e ’10 del secolo scorso), possono opporre la schiatta di club più antico di tutti i Paesi Bassi, essendo stato fondato nel 1888. “Facile distinguersi in squadre come Ajax o Psv – si spalleggiano i fan dello United – Tutt’altro farlo con un team che si è piazzato al quattordicesimo posto”. Nel campionato che sta per iniziare Harry Redknapp, reduce da una discreta prima stagione al comando con la salvezza raggiunta grazie a un finale di annata da ricordare, parte con un dubbio in attacco. Chi affiancare all’irremovibile Tony Cottee, l’enfant du pays tornato a splendere nel suo giardino di casa dopo una serie di stagioni di su e giù sulla riva del Mersey colorata di blu? Cottee è una punta brevilinea, brava ad attaccare gli spazi, si direbbe oggi, e nella mente del manager ex Bournemouth potrebbe rendere al meglio avendo al fianco un cristone che si sobbarcasse il lavoro sporco senza difettare, comunque, in fase realizzativa. La scelta, prima del fischio d’inizio della Premier league, è fra Dowie e Marco. I tifosi non hanno dubbi. Sarà il fascino del giocatore arrivato dall’estero, saranno le credenziali di Boogers, sarà che il nord irlandese reduce da un’esperienza a Southampton è considerato un discreto rincalzo e nulla di più, ma fra i pub e i fish and chips intorno allo stadio non c’è tifoso che non speri di vedere il West Ham trascinato in Europa a suon di reti dalla coppia Cottee-Boogers. I media sono un filo più scettici. Anche perché inizia a serpeggiare una storiella, rimasta a lungo in bilico fra leggenda metropolitana e realtà, che l’olandese sia stato acquistato (e per 800mila sterline, neanche due lire) solo sulla base di alcune videocassette visionate da Redknapp durante l’estate. La vicenda, se fosse vera, farebbe a pugni con la tradizione di un club noto per la sua capacità di far sbocciare i ragazzi dell’Academy. Chi ha ragione? I supporter (e Redknapp che continua a giurare sulle doti del nuovo attaccante)? Oppure i giornalisti?

redknapp west ham

Il precampionato mette altra benzina nel motore dei pessimisti. Boogers, che si è presentato a Boleyn Ground con un taglio a spazzola da marine tosato da un giardiniere alticcio, non ingrana. Non riesce a fare amicizia con i compagni, ma è anche spiazzato dalla way of life londinese. Negli anni in cui stelle del calcio italiano come Vialli, Di Matteo e Zola si integrano perfettamente qualche chilometro più in là, godendosi le opportunità e la tranquillità di Chelsea, Marco è un pesce fuor d’acqua. I club britannici non hanno ancora l’abitudine di arruolare anfitrioni che aiutino i giocatori stranieri a prendere confidenza con tutto quello che c’è fuori dal campo. Boogers e la moglie sono soli. La donna, in particolare, inizia a sentire la mancanza della madre, alla quale è legatissima. Anche sul rettangolo verde le cose non vanno alla grande. La punta di Dordrecht fatica a entrare in forma. Il risultato è che per il debutto in campionato contro il Leeds, Redknapp decide di affiancare Dowie a Cottee, fra i mugugni dei tifosi che vorrebbero festeggiare l’esordio della coppia anglolandese. Il momento di Boogers arriva a metà del secondo tempo, quando gli hammers sono proiettati in avanti a caccia del pareggio. L’olandese entra al posto del difensore Kevin Rowland ma non lascia alcuna traccia. Spaesato e molle, si trascina per il campo in evidente ritardo di condizione e intesa con i compagni. La fiducia dei supporter inizia a incrinarsi.

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Il turno successivo riserva al West Ham l’avversario peggiore che possa capitare, il Manchester United di Sir Alex Ferguson che chiuderà l’annata con lo splendido double Premier-FA Cup. I reds quell’anno sono una macchina da guerra quasi perfetta. A fianco di vecchi leoni come Steve Bruce, Denis Irwin e Gary Pallister e dei titolarissimi  Roy Keane ed Eric Cantona, il manager scozzese ha promosso praticamente in blocco i migliori rappresentanti della cosiddetta Class of ’92, i ragazzi che vinsero la Coppa d’Inghilterra giovanile nel 1992. L’Old Trafford impara a conoscere futuri idoli come Paul Scholes, Nicky Butt, David Beckham, Ryan Giggs, i fratelli Phil e Gary Neville. E proprio quest’ultimo sarà involontario protagonista dell’azione che trasformerà Marco Boogers da semplice “pacco” di mercato a “leggenda”, destinata a entrare nella storia del West Ham dall’ingresso sbagliato. La stagione dei mancuniani non è iniziata benissimo, con una sconfitta a Birmingham contro l’Aston Villa (3-1, la rete della bandiera è segnata dal non ancora Spice Boy) e i fan rumoreggiano a fronte di un mercato che ha portato al Theatre of Dreams solo il portiere comprimario Nick Culkin. Redknapp, comunque, non si fida dell’avvio a fari spenti dei rivali e decide di schierare una squadra coperta, con il solo Cottee davanti. Spera di reggere l’urto del terzetto Cantona-Cole-Giggs e magari di trafiggere Schmeichel con una ripartenza fortunata. Boogers, ancora, siede in panchina.

A una decina di minuti dal termine, sul risultato di 2-1 per i reds, Redknapp decide di giocarsi la carta del centravanti orange. Un cross azzeccato oppure un batti e ribatti in mezzo all’area, pensa il manager londinese, possono essere l’occasione buona per sfruttare i centimetri e la potenza di Marco. Si sbaglia. Quello che succede, in realtà, non servirà agli hammers per pareggiare la partita, ma sarà utile a Boogers per regalare uno dei momenti più surreali del calcio inglese anni ’90. Siamo all’86’. Il centrocampo ospite butta una palla lunga sull’out destro. Gary Neville si piazza per un facile controllo, pronto ad appoggiare a Beckham per il più semplice dei disimpegni. In quel momento i più accorti fra gli spettatori notano Boogers sprintare per diversi metri in direzione della palla e del terzino in maglia rossa. “Che sta facendo?”, si chiede chi ha osservato la folle corsa della punta di Dordrecht. Impossibile raggiungere la sfera. Marco non se ne cura. Sembra investito da una forza immateriale che lo spinge a concentrare tutti i suoi sforzi in quell’inutile sgroppata. La velocità e il campo bagnato ne accelerano l’impeto. A qualche metro dal difensore avversario Boogers si prepara scompostamente al tackle. La palla, intanto, è già finita mansueta sui piedi di Beckham. Poco importa. L’inquadratura, ora, è puntata solo sul neoentrato giocatore ospite e su Gary Neville. L’impatto è inevitabile e violentissimo, come si direbbe nella ricostruzione di un incidente d’auto. Boogers colpisce il futuro commentatore di Sky all’altezza delle ginocchia. Per un attimo l’intero stadio piomba in un silenzio irreale. Anche i giocatori sembrano paralizzati. Quando gli atleti in campo e l’arbitro razionalizzano l’accaduto, convergono tutti verso la zona del terribile fallo. Neville è a terra e urla di dolore. Gli animi si accendono. Gli altri reds provano a farsi giustizia da soli, puntando il dito contro Boogers e circondandolo con fare minaccioso. L’olandese, rialzatosi dopo lo scontro, pare essere appena atterrato da Marte. Strabuzza gli occhi, meravigliato di tutto quel can can. Ci pensa l’arbitro a riportarlo sulla terra, sventolandogli davanti al naso il cartellino rosso. Marco accenna a una protesta, scarsamente supportato dai compagni. Non è seccato dall’espulsione. Più che altro è convinto che la decisione dell’arbitro, in qualche modo, rovini la perfezione perversa del suo gesto eclatante. Lascia il campo a testa china, accompagnato dai cori dei suoi tifosi. “One Marco Boogers / One Marco Boogers”, cantano i supporter arrivati da Londra, beati dell’abbattimento del terzino del Manchester United, già ben avviato sulla strada che lo porterà a diventare uno dei calciatori più odiati di tutta l’Inghilterra.

Boogers fallo

Nei giorni successivi, davanti al giudice della FA il giocatore proverà ad abbozzare una difesa, “incolpando” per il fallo il terreno bagnato e sostenendo che, comunque, Gary Neville era riuscito a portare a termine la partita. E quindi non avrebbe risentito troppo del colpo subìto. Le toghe del calcio, da parte loro, stanno più dalla parte del Sun che, il giorno dopo il match, titola a caratteri cubitali “Horror Tackle” e puniscono Boogers con quattro giornate di squalifica. È a quel punto che, complice anche il caso, il tulipano arruolato da Redknapp esce dalla cronaca per entrare nel mito. Nella vicenda irrompono due attori non protagonisti che contribuiranno a scriverne il capitolo più noto. Si tratta di Bill Prosser, impiegato del West Ham che si occupa di prenotare i voli per i giocatori e di un reporter di Clubcall, un’agenzia di stampa sportiva che offre servizi al telefono per tifosi ma anche per radio, tv e quotidiani. Il giornalista, fiutata l’opportunità di una storia di colore, chiama Prosser al telefono. Vuole fissare un’intervista con Boogers per parlare dell’ormai tristemente famoso tackle su Neville. Il dipendente del club gli dice che l’olandese, frastornato dalle sgradite attenzioni ricevute dai media, ha deciso di tornare in patria per trascorrere lì il periodo di stop. Aggiunge di non aver acquistato alcun biglietto aereo per lui e la moglie e che Boogers, probabilmente, ha impacchettato le sue cose e raggiunto Dordrecht in auto. «Probably he’s gone by car», dice Prosser al telefono. Chissà perché, il reporter capisce “he has gone back to his caravan”. Un calciatore professionista che vive in una roulotte? Ce n’è abbastanza per scrivere un’agenzia gustosa, anche senza avere particolari dalla viva voce del diretto interessato. Il reporter prepara un pezzo su Boogers e signora, impegnati a ritrovare nel loro caravan la serenità perduta a causa del difficile impatto con l’Inghilterra e per la cattiva pubblicità garantita a Marco dal fallo killer su Neville. Il giorno dopo il solito Sun ci mette il carico a bastoni, titolando “Barmy Boogers gone to live in a caravan”, che si può tradurre come “Boogers il matto è tornato a vivere in una roulotte”.

Ovviamente Marco non è tornato a vivere in una roulotte, invenzione che lo perseguiterà per tutta la vita, tanto che in rete ci sono ancora pagine serie che raccontano di quella sua stramba scelta. È vero, però, che in Olanda Boogers e consorte si macerano nel dubbio di aver fatto la cosa giusta, accettando l’offerta del West Ham. La nostalgia è enorme e in patria ci sono squadre che farebbero carte false pur di avere l’attaccante ex Sparta Rotterdam in rosa. Dopo qualche tentennamento Boogers decide comunque di fare ritorno a Londra, anche perché i dirigenti del West Ham hanno preso a tempestarlo di telefonate, esigendo il suo rientro alla base. E così Boogers fa rotta sulla capitale, presumibilmente in auto attraverso il tunnel della Manica da poco inaugurato. Si presenta ad Upton Park. Con sé avrebbe – il dettaglio non è mai stato confermato con certezza – un certificato dello psicologo che lo descriverebbe come “temporaneamente inadeguato dal punto di vista mentale a giocare al pallone”. L’olandese ha sempre negato, sostenendo di soffrire di una gastrite acuta di origine nervosa. Quanto basta, a prescindere dalla verità o meno del dettaglio sul certificato medico, perché media e tifosi lo bollino come Mad Marco. Si rifà vivo in campo a fine ottobre, subentrando come rincalzo nelle sconfitte contro Blackburn Rovers e Aston Villa. In seguito ci si mette anche la sfortuna. Boogers si lesiona il ginocchio in allenamento a dicembre, infortunio che è anche l’occasione per scoprire i precedenti problemi fisici palesati nel suo periodo allo Sparta. Un episodio che dimostra le lacune dei responsabili dello scouting del West Ham. Boogers viene operato a Londra e ottiene di trascorrere la convalescenza in Olanda. Mentre si sta riprendendo a Dordrecht, nasce il suo primo figlio. “Il lieto evento – scrivono i giornali inglesi – è simbolico di come non ci sia nulla che trattenga i Boogers a Londra”. Marco viene prestato al Groningen. Non indosserà più la casacca claret and blue e successivamente troverà la sua dimensione nella seconda divisione olandese, con esperienze fortunate al Volendam e all’FC Dordrecht. Con il West Ham ha giocato in tutto 44 minuti, in quattro partite terminate con altrettante sconfitte. Resta il mistero di come Boogers sia stato reclutato a Londra. Harry Redknapp nella sua prima autobiografia uscita nel 1998, rivelò la sua versione dei fatti. «Qualcuno – scrisse – mi mandò una videocassetta di Boogers e mi sollecitò a darci un’occhiata. Rimasi molto impressionato e mi adoperai subito per metterlo sotto contratto». Da parte sua il giocatore, che oggi è direttore tecnico dell’FC Dordrecht, ha sempre giurato che gli osservatori del West Ham assistettero a numerose partite dello Sparta Rotterdam. A vent’anni di distanza il dubbio rimane. Così come rimangono le ironie su quello che è ormai noto come il “Caravan myth” di “Mad Marco” Boogers.

Boogers oggi

Modello Inglese

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.    Uno che ama il calcio in laguna compie un tuffo dentro a quello d’Oltremanica.

Pubblicato “Stadi o teatri. Il modello inglese e l’anima persa del cacio” di Matthew Bazell, scrittore e tifoso dell’Arsenal che racconta i cambiamenti del calcio inglese negli ultimi 25 anni.

Negli anni recenti il gioco è cambiato rapidamente. Molte partite sono trasmesse in televisione, molti soldi sono spesi, ci sono molte più partite. Ci sono stati così tanti cambiamenti che a volte penso che ci stiamo allontanando dall’essenza delle tredici norme originali, che per giocare a calcio avevi bisogno di onestà, coraggio e talento.

Sir Bobby Charlton

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Quando quasi una quindicina di anni fa, io ne avevo giusto quindici, iniziai a frequentare la curva dello stadio della mia città (e quelle degli stadi in cui giocava la mia squadra) non avrei mai pensato che il sapore intenso di quelle esperienze si sarebbe un giorno dissolto.

All’epoca eravamo ancora in serie A, stavamo in piedi sugli sgangherati spalti del secondo stadio più antico d’Italia, di fronte rimbombavano i cori delle migliori tifoserie e anche noi avevamo il nostro da fare. Era un gran bello spettacolo.

Qualche anno dopo con il Decreto Amato, e il suo articolo 9, prima (varato 7 giorni dopo gli scontri tra polizia a tifosi catanesi dopo il derby Catania-Palermo in cui rimase ucciso l’Ispettore Capo di Polizia Filippo Raciti) e con l’introduzione della Tessera del Tifoso poi (emanata il 14 agosto 2009 dall’allora Ministro degli Interni Maroni) iniziarono a spiegarci che era giunto il momento di portare ordine e disciplina nelle curve italiane, di limitare gli accessi e le attività negli stadi delle frange più calde del tifo, gli ultras.

Si iniziava di fatto a strizzare l’occhio a quello che è passato alla storia come “modello inglese”, il piano attuato dal governo di Margaret Thatcher che intensificò la sua azione dopo la strage di Hillsborough (Sheffield, 15 aprile 1989) avvenuta durante la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest in cui persero la vita 96 persone e si registrarono 200 tifosi feriti. Ancora oggi è considerato l’evento più tragico della storia dello sport inglese: in quell’occasione il grande afflusso dei reds, l’approssimativa gestione degli ingressi allo stadio dei tifosi nei minuti prima del match e l’intervento delle forze dell’ordine portò ad un ingorgo della folla le cui conseguenze vengono ricordate ancora oggi. L’orologio della Kop, il settore riservato ai tifosi più caldi dello stadio Anfield di Liverpool da quel giorno è fermo sulle 15:06, ora del fischio di sospensione della partita di Sheffield.

Hillsborough

Quali sono le conseguenze dell’attuazione del modello inglese in quello che era considerato da molti la più emozionante realtà footballistica europea (se non mondiale)? Cos’è cambiato negli ultimi venti-venticinque anni negli stadi d’Oltremanica? Come si è modificata la fruizione da parte del pubblico?

È da poco uscito ”Stadi o teatri. Il modello inglese e l’anima persa del calcio” per Eclettica Edizioni, la versione italiana di “Theatre of silence. The lost soul of football” di Matthew Bazell (doppia edizione inglese, 2008 e 2011). Classe 1977, Bazell è un tifoso dell’Arsenal da un vita, come piace dire a lui, ha seguito la squadra e la nazione inglese per oltre vent’anni in Inghilterra e all’estero. Ed è arrivato a riconsegnare alla sua (ex) società l’abbonamento. Un gesto estremo, d’amore e d’odio.

Seduti, prego

«Non desiderate ciò che abbiamo in Inghilterra, perché i tifosi di calcio qui sono alienati» scrive Bazell nelle prime pagine. Rileggo. Troppo scontato. Gioca facile Matthew. Ma noi siamo invidiosi: in televisione ammiriamo stadi ordinati, strutture futuristiche (se confrontate alle nostre fatiscenti), pubblico educato, calcio sfavillante. Ingredienti di una macchina economica che ha sverniciato su tutti i livelli il sistema-calcio italiano. Bramiamo l’esportazione del vostro modello: vogliamo portare i figli allo stadio in sicurezza, comprare l’ultimo modello di cappellino e maglietta (gli originali s’intende, non quelli taroccati alle bancarelle), fare un giro negli stores prima e dopo il match. Al momento lo si può fare, come si deve, solo allo Juventus Stadium. Vedi perfettamente da qualunque seggiolino e hai a disposizione quasi 20 mila metri quadrati di centro commerciale, l’Area 12. Goduria domenicale familiare allo stato puro. Se poi si vince siamo più contenti.

Ma cosa stiamo cercando di copiare? Un modello sportivo, un asset economico (mi sento Tavecchio) o una riorganizzazione cultural-sociale?

Il comandamento d’Oltremanica è chiaro: non desiderare il calcio d’altri. E quasi mi va di crederci. L’ossessione del racconto di Bazell, che si erge a portavoce di migliaia di tifosi inglesi, nasce qui: il modello inglese come sotterramento di un calcio che non c’è più, come perdita di un calcio vero e popolare a favore della spettacolarizzazione, allo stadio e in tv. Cambia dunque il paradigma. E con esso cambiano i fruitori e gli attori in gioco.

«C’è una differenza tra un tifoso ed uno spettatore» scrive Bazell «I tifosi seguono la loro squadra nel bene e nel male. Vanno allo stadio per starle vicino e sostenerla. Vogliono che giochi un buon calcio e abbia successo ma non lo pretendono. La sola cosa che pretendono è che i giocatori facciano del loro meglio per mostrare la stessa passione dei tifosi».

Toc toc, sono lo spettatore, posso entrare? Prego, che lo spettacolo abbia inizio.

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«Le folle delle squadre principali sono oggi composte da troppi spettatori e da non abbastanza tifosi»: la politica di allontanamento degli “indigeni”, scatenatasi per emarginare i più volenti e oltranzisti, visti in patria come IL male da estirpare, è stato uno dei punti fermi della politica della Lady di Ferro Thatcher. La bonifica è iniziata sul finire degli anni ’80 con l’attuazione del “Public Order Act” (1986), del “Football Spectators Act” (1989, anno della strage di Hillsborough) e del “Football Offencesc Act” (1991). Con l’introduzione di queste leggi si vietò progressivamente l’ingresso negli stadi dei tifosi ritenuti violenti obbligandoli alla firma nei commissariati di polizia, si limitò la partecipazione ad eventi sportivi di persone macchiate da reati legati al calcio e fu data maggiore libertà d’azione alla polizia a cui fu permesso di arrestare i tifosi anche per atti verbali o considerati socialmente allarmanti anche se non violenti. Alcune misure furono successivamente modificate, ammorbidite o eliminate perché considerate dannose ed eccessive.

Nell’arco dei successivi vent’anni in effetti gli episodi di violenza dentro gli stadi inglesi sono notevolmente diminuiti, inaugurando la nuova era del british football e facendo di fatto gridare al successo del piano Thatcher. Ma i detrattori del modello inglese (molti e non tutti sudditi della Regina) rimangono sempre dietro l’angolo, pronti ad alzare il tappetto da cui di tanto in tanto esce la polvere. Polvere di quartieri popolari e di periferie grigie. Di tifoserie di squadre di serie minori che, nonostante il passaggio di Iron Lady, non hanno abbandonato la cultura hooligans. Ed ogni volta è social panic: prima con i sostenitori di Shrewsbury, Burnley, Milwall e recentemente con i più blasonati di Wigan, Newcastle e Sunderland: incubi e ritorni di un passato torbido pre-Tahtcher, scricchiolii di leggi ferree introdotte dal Primo Ministro finalizzate allo sradicamento di un problema senza disegni e prospettiva di risanamento e recupero sociale. Mossa, Lady T, come ricordano i suoi denigratori, da un “puro odio per il calcio e per chiunque lo seguisse”, come dichiarò pubblicamente Kenneth Clarke, Ministro della Sanità tra l’88 e il ’90 durante il terzo mandato Thatcher.

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Gli spettatori stranieri non possono percepire l’eccessiva aggressività e controllo della sicurezza che reprime i tifosi e li obbliga a star seduti e ad essere intrattenuti: eccola la rivoluzione inglese. Un altro caposaldo del modello Tatcher, attuato dopo la strage di Hillsborough, è stato la ristrutturazione da parte delle società degli impianti, con investimenti per oltre 350 milioni di sterline: via le barriere tra spalti e campo da gioco, installazione di sistemi di sorveglianza tramite telecamere, gestione dell’ordine pubblico all’interno degli stadi da parte delle società stesse attraverso l’impiego degli steward (che sostituirono la precedente presenza delle forze dell’ordine) e la scomparsa delle terraces, le gradinate che ospitavano il tifo rigorosamente in piedi degli hooligan, rimpiazzate da settori con soli posti a sedere. Ecco a voi il Theatre of Silence. Un teatro affascinante per eleganza e stile e che osserviamo imbambolati ogni volta che assistiamo ad un match inglese in TV. Ma svuotato del sacro fuoco della working passion, con spettatori che applaudono al momento giusto, si alzano quando devono farlo e sussurrano per non disturbare nessuno. Dove il controllo delle società è serrato, per non dire spietato.

Questo è un passaggio di una lettera spedita dal Middlesbrough FC ad un proprio tifoso nel febbraio 2009.

Caro tifoso del blocco 53A,

nelle ultime partite di questa stagione gli steward dello stadio hanno cercato invano di convincere tutti voi di quell’area dello stadio a stare seduti. La squadra è grata ed incoraggia il vostro supporto rumoroso ed entusiasta […] ma stiamo ricevendo sempre più lamentele dai nostri tifosi in relazione alla persistente attitudine di alcuni a seguire le partite in piedi e il costante rumore che proviene dalle gradinate posteriori.

Vi preghiamo di smettere.

Sue Watson

Responsabile della Sicurezza

Il calcio si è trasformato, strizzando l’occhio ad una nuova tipologia di fruitori, perdendo il suo originario orientamento, diluendosi tra l’emarginazione del movimento hooligans e l’ammiccamento alla nuova razza di consumatori.

I nuovi (ricchi) clienti

«Lo stadio è il luogo dove gli argentini si scaricano. Il calcio appartiene a semplici giocatori e povera gente. Queste sono le persone che per esempio non possono permettersi di andare all’opera. Quindi vanno a vedere il Boca o il River e questo alimenta le fiamme e la loro rabbia» disse una volta Diego Armando Maradona.

Nel 1990 assistere dal posto più economico ad una partita all’Old Trafford, lo stadio del Manchester United, costava 3,5 sterline. Nella stagione 2010-11 il biglietto più economico per il Teatro dei Sogni costava invece 28 sterline, risultato: prezzo quasi quintuplicato. Nel 1995 un posto al Clock End di Highbury (lo storico stadio dell’Arsenal, casa dei gunners prima della costruzione dell’Emirates Stadium) costava 10 sterline. Nel 2005 è arrivato a 35 sterline, con un aumento del 250%. L’impennata dei prezzi ha fatto della Premier League il campionato europeo di calcio in cui il costo medio del biglietto più economico è il più elevato.

La selezione naturale del pubblico, il lento ma inesorabile allontanamento della working class dagli stadi, causati anche dall’aumento dei biglietti sono state azioni premeditate dalle società e dal sistema-calcio in toto. Nel 2006, l’allora direttore dell’Arsenal Keith Edelman, a ridosso dell’apertura dell’Emirates, annunciò con orgoglio che gli incassi al botteghino della società, nel nuovo stadio, sarebbero stati i più alti del mondo, grazie a 60.000 tifosi e ai prezzi più salati di qualsiasi altra squadra in Inghilterra.

E i media inglesi non hanno mai considerato la questione del prezzo dei biglietti come rilevante, almeno ufficialmente e pubblicamente. L’unico tentativo di protesta fu una campagna che il Sun ha intrapreso nel 2007: l’argomento principale del quotidiano era che con i profitti che il calcio genera dalla tv e dalla pubblicità l’unica giustificazione plausibile per i prezzi dei biglietti fosse l’avidità. E l’annuncio gonfio di orgoglio di Edelman conferma la tesi.

football without fans is nothing

A dimostrazione che il caro-biglietti è stato un elemento significativo della trasformazione del pubblico calcistico inglese, l’idea del Bradford City: nel 2007 la società lanciò la vendita degli abbonamenti al prezzo speciale di 130 sterline solo nel caso in cui fossero state raggiunte le 12.000 sottoscrizioni. In quell’anno il Bradford fu la squadra di Lega 2 con il maggior afflusso di tifosi, incrementando del 70% le presenze rispetto all’anno precedente.

Piccolo è bello

Nel 2010 un gruppo di tifosi dell’Arsenal creò il movimento delle Black Scarf (le sciarpe nere) sostenendo che la loro squadra aveva perso il suo vero significato. Nel blog del sito un tifoso dello Stockport County (Lega 2) dichiarava che anche la sua squadra aveva perso la sua anima negli ultimi anni; il sentimento di delusione nei confronti di un calcio che non c’è più inizia ad essere vissuto anche lontano dai centri del business-football e non riguarda solo i tifosi delle grandi squadre.

La vicenda del Wimbledon Football Club è esemplare: la società fondata nel 1911 ha deciso di spostare, nel 2003, la propria sede a Milton Keynes, città a oltre 100 chilometri dal suo originario quartiere londinese, dopo dieci anni di condivisione dello stadio con i rivali del Crystal Palace (a causa del modello Thatcher l’WFC dal ’91 è stato costretto ad abbandonare il proprio impianto per l’impossibilità di ospitare tutti i suoi tifosi in posti a sedere). I tifosi, non riconoscendo nel Milton Keynes Dons Football Club i valori e la storia della loro squadra, hanno fondato nel 2002 una nuova società calcistica: l’AFC Wimbledon. Dove AFC sta per “A Football Club”.

Bazell sostiene che, nonostante questa tendenza, il calcio minore rappresenti l’ultimo baluardo dello sport popolare. Anche in Italia prende sempre più corpo la filosofia del piccolo e genuino, soprattutto nei movimenti di tifosi delle squadre provinciali, realtà in cui l’orgoglio di tifare per i colori della propria città (riferimento al concetto del “supportyourlocalteam”) è un motore sociale e di appartenenza. «Le partite delle serie minori in Inghilterra possono avere fino a 3000 o più spettatori, cosa molto rara negli altri paesi. Quello che è più difficile da capire è l’apatia dimostrata dai sostenitori delle squadre che giocano il calcio migliore» scrive l’autore. Nelle divisioni minori nessun tifoso è allo stadio perché è di moda o per la gloria, ma per pura lealtà e orgoglio verso la propria squadra e comunità.

Emblematico esempio contro il “calcio moderno” è l’FC United of Manchester, squadra fondata nel 2005 da un gruppo di tifosi dei Red Devils, in segno di protesta contro la scalata al Man Utd da parte del magnate americano Malcolm Glazer. Partito nel 2005-6 dalla decima divisione inglese oggi lo United of Manchester milita nella Northern Premier League Premier Division (7° lega). Per Bazell la cultura del FCUM, esplicitata nel manifesto programmatico è un promemoria di cosa fosse essere una squadra di calcio una volta: prima di tutto un’entità volta a creare un forte legame con la comunità locale e ad incoraggiarne la partecipazione, soprattutto quella giovanile, sia a livello sportivo che di tifo.

 

Questione di stile

L’evoluzione calcistica inglese che stiamo descrivendo ha dunque portato a snaturare l’essenza dell’atto giocato e l’anima delle squadre, trasformandole sempre più in marchi (“brand” direbbero quelli bravi), sbiadendone lo spirito comunitario e sociale. Si guarda a nuovi mercati, ci si adatta alle inclinazioni dei nuovi pubblici, si trasforma la partita in un prodotto internazionale, senza confini.

«Le cose più importanti che una squadra ha sono lo stadio e i tifosi. I dirigenti, i giocatori e gli sponsor vanno e vengono, ma lo stadio e i tifosi sono quelli che restano a lungo. Dare quindi allo stadio il nome di una barretta di cioccolato o di un pacchetto di patatine, azzera una gran parte della personalità della squadra». Ma avvicina nuovi spettatori (non tifosi, vedi sopra) e soprattutto nuovi investitori. «Molti dicono che il calcio è come una religione. Qualsiasi moschea intitolata ad un marchio resisterebbe quanto un capretto al concerto dei Black Sabbath negli anni ’70». L’immagine di Bazell è forte (soprattutto per gli animalisti) ma rende l’idea.

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Per rimanere in casa gooners, Arsenal ed Emirates Airline a fine 2012 hanno rinnovato l’accordo (firmato per la prima volta nel 2004) che durerà fino al termine della stagione 2018-19 per un totale di 150 milioni di sterline. La compagnia aerea di Dubai continuerà a dare il nome allo stadio a nord di Londra fino al 2028 e a comparire come sponsor sulle maglie.

A proposito di maglia, nelle pagine di Bazell prende spazio e voce John Lydon, leader dei Sex Pistols, cresciuto a Finsbury Park (nord della capitale) e tifoso dell’Arsenal dagli anni ’60: “sono molto furioso per il nuovo cannone disegnato sullo stemma dell’Arsenal. Per iniziare il cannone è puntato nella direzione sbagliata. Sembra una bottiglia di shampoo per bambini. Non ci si può stringere intorno ad una cosa mediocre come quella. Sono andato in Africa, un paio di anni fa, e tutti i bambini avevano le maglie contraffatte dell’Arsenal, con i cannoni disegnati meglio che nelle originali. Me ne sono portato a casa almeno dieci”.

Il fattore estetico è il mattoncino finale di un domino ben più lungo: “l’Arsenal era il fulcro della comunità in cui sono cresciuto, tutto era concentrato attorno al vincere, perdere o pareggiare. L’aspetto comunitario del calcio è perso non c’è dubbio”.

Molti tifosi oggi accusano la società di mancanza di attitudine commerciale, nonostante la sua natura sempre più internazionale e brandizzata: l’autore è stato un membro dell’Arsenal per più di vent’anni e mai il club ha chiesto la sua opinione su qualche cosa, cambiando completamente, a sua detta, identità e immagine aziendale. È per questo che nel 2007 Matthew Bazell invia una lettera all’Arsenal:

È molto triste per me rinunciare alla mia carta argento, perché sono stato un membro dell’Arsenal fin dal lontano 1986. Ma non mi sono mai sentito così lontano dalla squadra e dal calcio come in questo momento. Di sicuro non vedo me stesso come un cliente che si adatta ai vostri progetti e non posso più continuare a darvi i miei soldi.

Distinti saluti

Matthew Bazell

Che scenario futuro immagina per il calcio inglese Bazell? La speranza è che un giorno i tifosi si sollevino e passino all’azione. Tribune vuote in tutta l’Inghilterra darebbero una spinta immediata ad un cambiamento radicale.

Torniamo a noi: cosa vogliamo copiare?

Dopo i fatti di Fiorentina-Napoli del maggio 2014 (nel pre-partita ci furono scontri tra tifosi napoletani e romanisti che culminarono con l’uccisione del partenopeo Ciro Esposito) il Presidente del Coni Malagò ha invocato a gran voce il modello inglese e suggerito un’azione Thatcheriana. Stessa richiesta per il presidente del Napoli De Laurentis dopo l’invasione olandese in occasione di Roma-Feyenoord: «Servono leggi inglesi e il coraggio di voltare pagina». Il modello inglese è di fatto diventato sinonimo di repressione, di giro di vite, di tabula rasa ogni qual volta si presenti il problema della violenza ultras, dentro e fuori gli stadi e dell’inadeguatezza in fatto di gestione calcistica. Come se fosse sufficiente un copia-incolla in salsa italica per risanare il settore: stadi fatiscenti, tifosi violenti, squadre sul baratro del fallimento economico e sportivo, poca competitività e scarsa lungimiranza societaria.

Tra dieci-quindici anni porteremo i nostri figli allo stadio e racconteremo forse di un calcio dissolto. Saremo obbligate a star seduti su seggiolini comodi e riusciremo a seguire il gioco da qualsiasi posizione, senza intralci. Dopo la partita, che si giocherà alle 11.30 per necessità televisive, andremo a pranzare in uno dei numerosi fast food dello stadio e torneremo a casa con la nuova maglia societaria pagata 100 euro (se avremo ancora l’euro) e identica a quella della stagione precedente. Quella sarà stata l’unica partita dell’anno, perché il biglietto più economico sarà costato 80 euro, in un settore condiviso con turisti coreani e indiani accorsi per vedere l’idolo nazionale giocare nell’internazionale Serie A. Forse ci troveremo a scrivere libri e articoli sull’efficace modello italiano, capace di cancellare il sapore del calcio tifato e giocato. Forse non ci resterà che immergerci nei ricordi e pensare a quant’era bello tifare una squadra di calcio.

Nota a margine:

Ho scritto questo pezzo nei giorni successivi ad Inter-Celtic Glasgow a San Siro (sedicesimi di ritorno di Europa League). Non sono un tifoso dell’Inter ed ero seduto in un settore tiepido, in cui i tifosi nerazzurri iniziavano a mescolarsi con quelli del Celtic. Qualche metro dietro di me una barriera ci divideva (fisicamente) dai cori di 3.500 scozzesi. I due “You’ll never walk alone” (ad inizio secondo tempo e a fine partita, persa per 1-0) mi hanno riconciliato con il calcio e il tifo.

Pat Nevin: dribbling, schitarrate e lettini

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

«Sì, Joy Davidson è davvero uno dei miei cantanti preferiti». Classica tirata per il culo a un giornalista pronto a bersi ogni virgola dell’intervistato. I più sgamati avranno capito che il fantomatico Joy Davidson non è mai esistito e che in realtà è/sono i Joy Division, band-mito della new wave inglese il cui culto è sopravvissuto nei decenni alla morte dello sciamanico cantante Ian Curtis, suicida nel 1980 a soli 24 anni. Fin qui tutto lineare. L’autore della presa in giro, però, non è il front-man faccia da schiaffi di una delle tante “next big thing” del rock britannico che si sono bruciate rapidamente fra prime pagine dei tabloid e concerti ad alto tasso alcolico. E nemmeno un comico dotato del pungente sarcasmo british. A rispondere così allo sciagurato giornalista e a compiacersi della pubblicazione – “ancora oggi”, si legge in qualche articolo comparso su di lui in rete – fu Pat Nevin, guizzante ala scozzese con una più che dignitosa carriera fra anni ’80 e ’90, in particolare con le maglie di Chelsea ed Everton. Talentuoso ma piuttosto discontinuo, sul campo il ragazzo di Glasgow era privo di quella “garra” che avrebbe potuto fare di lui una star di prim’ordine in un calcio che lentamente stava mutando pelle, trasformandosi da sport del popolo nell’attuale macchina mangiasoldi della Premiership. Anche perché nell’universo pallonaro di allora, in cui gli atleti non erano ancora le star globali coccolati da sponsor e impegnati in migliaia di attività parallele, Pat era un alieno calato da Marte. Nello spogliatoio i compagni di squadra, che impiegavano gran parte del loro tempo libero prevalentemente in pesanti sessioni alcoliche al pub o in qualche partita di freccette, lo chiamavano Weirdo. Un soprannome di cui lo scozzesino è sempre andato orgoglioso. Con il suo taglio di capelli simile all’acconciatura del chitarrista di qualche band new romantic e lo sguardo sbilencamente malinconico, Pat era diverso dai suoi team mates fin dal look.

Pat Nevin con la maglia

Pat Nevin a fine carriera con la maglia dei Tranmere Rovers

Negli anni in cui il football iniziava a uscire dall’era ruspante di capelli da macellaio o da paggetto ubriaco e baffoni per entrare nell’era in cui ogni delitto tricologico è stato commesso, all’insegna di una tamarritudine fattasi regola di vita, Pat Nevin appariva deliziosamente fuori posto. E, limitatamente al panorama calcistico, anche fuori moda. L’ala che da adolescente fu bocciata dal Celtic perché “troppo piccolo”, era sintonizzato con la gioventù che affollava i concerti di Sister of Mercy e New Order e, qualche tempo dopo, si sarebbe buttata a capofitto nel trip acido delle serate in locali come Factory e Hacienda, a ballare e stordirsi sui ritmi di Stone Roses, Happy Mondays, James e Charlatans. Pat Nevin leggeva libri (letteratura francese e russa, per inciso, mica robette), i suoi compagni no. Pat Nevin era a favore del disarmo nucleare e lo diceva a chiare lettere nelle interviste, per i suoi compagni le bombe erano solo quelle della pagina 3 sul Sun. Pat Nevin andava per mostre e musei, i suoi compagni andavano a scommettere sulle corse dei cavalli e dei cani. Pat Nevin era amico di Vini Reilly, il chitarrista dei Durutti Column, i suoi compagni no. Pat Nevin – questo non l’ho trovato, ma ne sono pressocché sicuro – sapeva cosa fosse la Durruti Column, il gruppo anarchico da cui la band mancuniana aveva preso il nome, shakerandone lo spelling; i suoi compagni no. Pat Nevin era anche dannatamente bravo a giocare a calcio. O meglio, era dannatamente bravo a giocare in quel modo che faceva impazzire gli inglesi fra anni ’70 e ’80, poco avvezzi ai pedatori di classe. Dribbling, finte, sprint sulla fascia, cross al bacio, inserimenti precisi, colpi velenosi. Il ragazzo classe ’63 inizia a tirare calci nel Celtic Boys Club. «In quella squadra – ricorda Pat – c’era un senso della comunità quasi da gesuiti. O da socialisti. Molto da ‘tutti per uno, uno per tutti’. La maggiore importanza del gruppo sull’individuo mi è stata insegnata da quando ero piccolo.» Tutti per uno e uno per tutti, sì. Ma l’uno, in questo caso, appare davvero sopra le righe. Il piano di sopra chiama Pat. Un provino con il Celtic. Un sogno per lui, tifoso dei bhoys sin dalla tenera età (poi, nauseato dagli estremismi settari dell’Old Firm, si innamorerà dell’Hibernian). Il test non va male. Il fisico, però, suscita più di un dubbio. Troppo gracile. Respinto. Pat non si scompone. Accetta la chiamata del Clyde, squadra della zona a sud-est di Glasgow. Prende per mano il team e lo aiuta nella corsa alla promozione dalla seconda divisione. Su quell’aletta tutto pepe si appuntano le attenzioni anche delle società di “south of the boarder”. La spunta il Chelsea. Un altro scozzese nello stesso anno, il 1983, si trasferisce da Glasgow a Londra. È Charlie Nicholas, potente centravanti del Celtic che nell’Arsenal deluderà, almeno in parte, le aspettative dei tifosi gunners. A Londra Pat si sistema alla grande. È una delle star di una squadra ampiamente rinnovata e alle prese on una traversata nel deserto fra le glorie degli anni ’60 targate Osgood, Hollins, Cooke e Bonetti e il periodo di spese pazze abramovichiane iniziato a metà anni ’90. I tifosi si innamorano di lui. Lo chiamano “Wee Pat”. Nevin si diverte in campo e fuori. Londra a metà anni ’80 è il massimo per un giovane appassionato di musica fuori dagli schemi. E c’è un vantaggio in più per un tipo refrattario agli eccessi della popolarità. «Solitamente un calciatore non può stare fuori al venerdì – spiega – ma se sei a un concerto dei Jesus and the Mary Chain nei quartieri est difficilmente qualcuno ti riconosce».

Jesus and Mary Chain

Jesus and the Mary Chain

E per essere del tutto al sicuro Pat può approfittare dei suoi gusti in fatto di moda. Con addosso il suo cappotto di pelle nera dal bavero alzato si confonde con il 90% degli spettatori dei concerti new wave e dark. Nell’84, dopo aver realizzato il gol che praticamente vale la promozione per il Chelsea in un match contro il Manchester City a Maine Road, decide di concedersi una serata di festeggiamenti. «Mi ritrovai a trascorrere la notte alla stazione di Piccadilly – ricorda – perché dopo la partita ero andato a fare quattro salti all’Hacienda, che allora non era troppo popolare. Oltre a me ci saranno state altre otto persone». Di lì a qualche anno, con l’esplosione della scena ribattezzata Madchester centinaia di giovani faranno la fila per entrare nel club, trasformatosi di fatto nella “casa” del nuovo sound. A Londra il giocatore amplia notevolmente i suoi interessi musicali. Riesce anche a sfruttare una situazione all’apparenza frustrante. Un anno dopo il suo arrivo, reduce da un ottimo campionato, Pat va a bussare a denari dal patron dei Blues, l’istrionico Ken Bates. Sulle prime la distanza fra la domanda e l’offerta è ampia. La trattativa va per le lunghe. In precampionato il Chelsea affronta il Brentford. Quella sera alla Royal Festival Hall suonano i New Order, la band nata dalle ceneri dei Joy Division. Nevin ne va matto. Alla fine del primo tempo gioca il jolly. «Se non mi sostituisci – dice all’attonito manager John Neal – non firmerò il nuovo contratto». L’allenatore non può fare a meno della verve della sua ala titolare. Cede. Pat si toglie pantaloncini e maglietta, si cambia e si catapulta al concerto. A Londra lo scozzese si toglie tante soddisfazioni simili a quelle sognate da tanti fan della musica che, per vivere, non tirano calci a un pallone. Solo una volta è costretto a fare leva sulla sua notorietà. Accade nel caso dell’incontro con John Peel, il mitico dj e giornalista “responsabile” della scoperta di tonnellate fra cantanti e band di culto. Le sue “Peel Sessions”, in gran parte piccoli live in studio di una manciata di pezzi, hanno rappresentato una sorta di esame di maturità per tutti i grandi interpreti e songwriter dagli anni ’60 in avanti.

Nevin e Peel

Nevin e Peel, calcio e musica

Per Pat è un idolo. La sera, a meno di impegni con la squadra, si sintonizza sempre sulla Bbc per ascoltare il programma dell’espertissimo Peel. »Quello che più volevo era intervistarlo – ricorda Nevin – Che poi era una scusa per incontrarlo. Scrissi una lettera e lui mi rispose molto cortesemente, dicendo che aveva un sacco di impegni e al momento non poteva ricevermi. Così per la prima e ultima volta nella mia carriera mi giocai la carta della fama». Nevin, infatti, sa che Peel è un grandissimo tifoso del Liverpool. «Scrissi una seconda lettera e dissi che giocavo in una squadra di football e che di lì a qualche settimana saremmo stati in trasferta ad Anfield. Peel mi telefonò il giorno dopo. ‘Perché non me l’avevi detto prima?’. ‘Non potevo’, risposi io». È l’inizio di una lunga amicizia, cementata da viaggi condivisi per assistere a concerti in giro per l’Inghilterra. E a proposito di conoscenze vip, Nevin ha l’opportunità di cenare a casa di Morrissey, il bizzoso cantante degli Smiths. Il giocatore si reca nella lussuosa abitazione di Moz, una villa su più piani con tanto di torretta, insieme a Vini Reilly. «Morrissey – ricorda Pat – aveva comprato un pianoforte apposta perché Vini potesse suonarlo quella notte». Ai due viene offerto di fare un tour completo dell’umile dimora morriseiana. «Saltammo una stanza. Forse preferiva non mostrarcela. Alla fine lo convincemmo. Era la sua palestra personale superattrezzata». Qualcuno fra i compagni di squadra è incuriosito dagli interessi alternativi dello scozzese. Paul Corneville, il primo giocatore nero del Chelsea, scoprì una passione per Lou Reed grazie ai consigli di Nevin, che gli fece ascoltare “Walk on the wild side”. E Graham Le Saux che non riusciva a legare con nessuno, fu aiutato a uscire dal guscio proprio dal compagno di squadra. «Io e mia moglie – ricorda Pat – lo prendemmo sotto la nostra ala protettiva. Gli mostrammo cosa leggere e gli show a cui assistere». Il rapporto con i tifosi del Chelsea vive di alti – moltissimi – e qualche basso. È uno degli idoli di Stamford Bridge, tanto che quando sarà al Tranmere Rovers, la terza squadra di Liverpool, approfitterà di un turno di stop per godersi Everton-Chelsea a Goodison Park, pagando un biglietto per il settore ospiti. Allo stesso tempo non esiterà a stigmatizzarne i loro slogan razzisti e comportamenti violenti. La storia d’amore fra Pat e il Chelsea finisce nel 1988. L’ex Clyde viene votato ancora una volta giocatore dell’anno, ma i Blues retrocedono. Nevin viene ceduto all’Everton. Sulle rive del Mersey la vita è più dura. Non musicalmente, dato che Liverpool e la vicina Manchester hanno poco da invidiare alla capitale. È sul campo che il giocatore non riesce a dare il massimo. Nel sistema adottato dal manager Colin Harvey, Pat si sente imbrigliato. Gli schemi sono troppo rigidi e per la sua fantasia un po’ anarchica non c’è spazio. Si mormora anche che la dirigenza dei Toffee Man non impazzisca per il suo impegno nel sindacato dei giocatori. Nevin, oggi, preferisce spiegarsi le sue delusioni con la maglia dell’Everton facendo riferimento all’evoluzione del football nei primi anni ’90. «Avevo 28 anni e non mi ero mai sentito così in forma – riflette – eppure mi stavano per cedere. I giocatori come me non erano più tanto ricercati. Le squadre volevano rafforzarsi soprattutto fisicamente. Fu il Wimbledon a dettare la linea (con la Crazy gang che vinse la FA Cup del 1988 battendo in finale lo strafavorito Liverpool). Quando una squadra giocava contro il Wimbledon, il manager non schierava i suoi giocatori migliori, ma quelli più potenti». Il picco massimo della sua esperienza a Liverpool è la finale di FA Cup persa 3-2 con i cugini Reds nel 1989 (l’edizione della strage di Hillsborough), raggiunta grazie al gol della vittoria da lui segnato nella semifinale contro il Norwich City.

Aldridge esulta per il gol in finale di FA Cup

Aldridge esulta per il gol in finale di FA Cup

Nevin riesce a trovare un palcoscenico più adatto a lui scendendo di un gradino nel sistema delle divisioni inglesi. Si accasa al Tranmere Rovers. A Birkenhead dispensa perle di classe viste raramente sui campi della First Division, come viene ribattezzata la seconda categoria dopo la riforma della Football League nel 1992. In quell’anno partecipa con la Scozia agli Europei, centrati per la prima volta dalla Tartan Army. I ragazzi di Roxburgh non hanno troppa fortuna con il sorteggio e finiscono nel “gruppo della morte” con Germania, l’Olanda campione uscente e la Russia (allora nota come Csi, la cosiddetta Comunità degli stati indipendenti). Nevin gioca due scampoli di partita, contro la Germania (sconfitta 2-1) e Csi (vittoria 3-0). «Era una squadra molto unita – ricorda – Eppure io mi sentivo comunque un outsider». Meno male che in camera può chiacchierare di musica con Brian McClair. L’attaccante del Manchester United, infatti, è un altro grande esperto. Nevin ricorda così il loro primo incontro. «Una volta entrati in stanza – spiega – rimanemmo in silenzio per un po’. “Qual è il tuo nome?’, mi chiese. ‘Pat’, risposi io. ‘E il tuo?’. ‘Brian’. Ancora silenzio. Allora io estrassi una copia di New musical express dalla mia valigia e iniziai a leggerlo. Lui fece lo stesso con un numero di Sounds. Fu l’inizio di una grande amicizia». Nel ’97 Nevin, alla fine della carriera, compie il tragitto inverso e fa ritorno in Scozia. Gioca per il Kilmarnock (“in tempo per assistere a una rinascita della scena musicale scozzese, con band come i Belle and Sebastian”, afferma) e il Motherwell, squadra in cui assume per brevissimo periodo anche un ruolo dirigenziale (“la scelta più stupida della mia vita”, è il suo giudizio). Dopo il ritiro diventa opinonista per la tv, facendosi apprezzare per lo stile schietto e le dichiarazioni senza peli sulla lingua, e scrive un libro. Non la solita biografia. Il coautore di “In my head, son” è lo psicologo George Sik. Il volume racconta la stagione ’96-’97 vissuta con la maglia del Tranmere Rovers ed è realizzato come un dialogo fra Pat e lo specialista, in cui vengono analizzati problemi e riflessioni di un giocatore alla fine della carriera. Appesi gli scarpini al chiodo, Nevin sfrutta anche l’opportunità di condividere le sue conoscenze musicali dilettandosi come dj nei locali su e giù per il Regno Unito. Con brani di Camera Obscura, Pink Industry, Belle and Sebastian, Animal Collective e Fall i suoi set rivelano gusti sempre in evoluzione ma anche un’immutata passione per le storiche band che lo hanno accompagnato nei momenti liberi durante ritiri e viaggi in pullman per le partite in trasferta.

Pat Nevin dj-set

Pat Nevin dj-set

Fegato e cuore: in campo come nella vita

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.

“In Inghilterra nemmeno i campetti di allenamento delle squadre giovanili di calcio sono spelacchiati. Il football è una religione. E l’erba è la chiesa dova la si pratica.”

Quando ho iniziato a leggere “Fegato e Cuore” di Alessandro Marchi (Book Salad – pp. 236, 13 euro) ho capito che sarebbe diventato un ghiotto boccone per chi, come noi, si alimenta di football, aria frizzante londinese, squadre di periferia e di quel magico senso di unione tra modi di vivere, tradizioni e culture che il calcio detiene.

fegato-e-cuore-alessandro-marchi-libri

Fegato e cuore sono quelli su cui Vincenzo Caligiuro, italiano immigrato a Londra a cercar fortuna, deve investire per avviare la sua nuova vita nella capitale inglese: il mangiaspaghetti alle prese con lavori monotoni e insoddisfacenti, con scomodi coinquilini, con qualche barriera sociale da abbattere

“Ero astemio. Ciò aveva reso estremamente complicato farmi accettare all’interno di qualsivoglia gruppo o comunità su suolo britannico.”

 e pericolo fisico in vista

“Mi resi conto di come in quei primi giorni […] avrebbero potuto rapinarmi, violentarmi, picchiarmi o schiavizzarmi. Ma avrebbe anche potuto andarmi peggio. Avrei potuto incontrare Steve Campbell.”

West-Ham-United

Fegato e cuore. Gli organi necessari a sopravvivere e provare ad avere una vita migliore. Steve Campbell, in fondo, questo desidera. E per riuscirci gli è stato necessario mettere sotto formalina il primo cuore e conservare in petto quello nuovo. Steve per una malformazione congenita non è riuscito a diventare un campione del calcio inglese, vive nell’East End e le partite del West Ham sono la sua unica ragione di vita.

Con queste credenziali come potrà apparire Vincenzo agli occhi di Steve?

 “Non sapevo giocare a calcio quindi probabilmente faticava a classificarmi come uomo.”

Fegato e cuore. Quelli che mettono nel loro gioco gli immigrati del Bari Football Club, ogni fredda domenica nei campi spelacchiati della periferia londinese. Una squadretta di turchi, arabi, indiani (e un italiano) con poche velleità e certezze, tra cui quella di ritrovarsi a fine allenamento al bancone del pub per una meritata pinta.

bari FC

“Per me il Bari FC era diventato un mondo in cui trovavo quello che non avevo avuto né a casa, prima, né in Inghilterra. Un mondo fatto di persone, di individui con le proprie particolarità, mai monotoni e capaci di trasmettermi una visione del mondo attraverso tanti occhi.”

Steve e Vincenzo. Tre cuori, sradicati. E un’amicizia che nasce, tanto per cambiare, grazie ad una birra. E si consolida attraverso semplici, quotidiani, maschilisti riti che finiscono per saldare le vite disorientate dello mangiaspaghetti e dell’hooligan disadattato.

Perché nella vita, per superare le difficoltà, per trovare il coraggio di riscoprirsi e farsi scoprire, per credere di più in sé stessi e negli altri ci vogliono fegato e cuore. Come per correre 90 minuti in mezzo al campo.

“Vincenzo, un’ultima cosa: comprati delle scarpe da calcio.”

 

Three Degrees, il calcio a ritmo di soul nell’arena dei Leoni

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

«As I look ahead I am filled with foreboding; like the Roman, I seem to see ‘the River Tiber foaming with much blood». Enoch Powell, 1968, Rivers of blood speech

What we need is a great big melting pot / Big enough to take the world and all it’s got”. Three Degrees, 1970, Melting pot

Gennaio 1978. La Gran Bretagna, dieci anni fa, ha scoperto il razzismo della porta accanto. Ha il volto da vecchio gentiluomo di campagna di Enoch Powell, deputato conservatore delle Midlands. Nel discorso passato alla storia come il “Rivers of blood speech” ha sdoganato le paure xenofobe della piccola borghesia inglese. Le lugubri paranoie di contaminazione del sangue britannico e le profezie allucinate su una nazione in cui, tempo quindici anni, i neri terranno sotto scacco i bianchi fanno presa nelle villette monofamiliari in mattoni fra Birmingham, Wolverhampton, Walsall, Coventry, Stoke e altre città ad alta densità migratoria.

enoch powell

Anche West Bromwich, 90mila abitanti circa, ospita folte comunità di immigrati. Arabi, sikh, pakistani, afrocaraibici. I tempi d’oro del West Bromwich Albion, il club locale di football, risalgono a una decina d’anni prima. Tra il 1966 e il 1970, infatti, i Baggies guidati dal centravanti Jeff Astle hanno messo in bacheca una FA Cup e una Coppa di Lega, a cui vanno aggiunte altre due finali, sempre in Coppa di Lega. Successi offuscati da una retrocessione in Seconda divisione nel 1973. Tornato al piano di sopra, grazie anche alla grinta dell’ex dirty Leeds Johnny Giles, arruolato come player manager, l’Albion ha costruito una squadra rampante. Le stelle sono Bryan Robson, il futuro capitano della nazionale dei Three Lions, nato terzino sinistro pronto a spolmonarsi su e giù per la fascia ed evolutosi come centrocampista cuor di leone e, soprattutto, una coppia di giovani afrocaraibici, appena sbarcata nel Black Country. Laurie Cunnigham, funambolica ala con la passione per il ballo, classe sopraffina e carattere istrionico, è arrivato dal Leyton Orient, squadra londinese dove si è fatto notare per giocate ai limiti dell’impossibile ma anche per una certa idiosincrasia a regole e orari. Cyrille Regis, nato nella Guyana francese e cresciuto a Londra dove la famiglia si è trasferita negli anni ’60, ha indossato la maglia biancoblù dopo un paio di anni nei campionati minori, conditi da caterve di gol e decine di conquiste fra le tifose che affollano i campetti di Athenian e Isthmian league. In panchina siede, da pochissimo, Ron Atkinson, ex monumento dell’Oxford United, reduce da una promozione in Terza divisione con il Cambridge United, mollato in piena lotta per uno storico doppio salto nel momento in cui arriva la chiamata da West Bromwich. La prima mossa di Big Ron è una pugnalata alle spalle della società che l’ha lanciato. Gli U’s vengono scippati del loro capitano, il versatile terzino Brendon Batson. Originario delle isole dei Caraibi come Cunningham e Regis, nella scalata del Cambridge United ha sfoderato impressionanti doti di fiato e carisma. In maglia giallonera ha già dovuto fare i conti con le sbandate razziste di alcuni avversari. «Sono stato espulso tre volte in carriera – racconterà in futuro – Due quando giocavo nel Cambdrige, contro lo stesso giocatore. In entrambi i casi mi insultò per il colore della mia pelle e io reagii. Fu Ron Atkinson a consigliare di darmi una calmata». Gli incidenti di percorso non gli hanno impedito di mettersi in luce come uno dei più promettenti difensori esterni della Gran Bretagna, nonostante a scuola gli avessero pronosticato un futuro luminoso nel cricket. Batson, Cunningham, Regis.

three degrees col pallone

Voilà, il trio è composto. In uno sport che per i terzetti (dal Gre-No-Li svedese fino al Ma-Gi-Ca napoletano, passando per il Didì-Vavà-Pelè verdeoro e il Sarti-Burgnich-Facchetti di nerazzurra memoria) ha provato sempre una certa fascinazione. La prima mezza stagione è di assestamento. I ragazzi mettono in mostra i primi colpi del loro campionario. Nel campionato successivo esplodono. E, in parallelo alla loro affermazione, le tribune degli stadi inglesi eruttano tutto l’odio di cui si può essere capaci di fronte a tre giocatori belli, forti, intelligenti e neri. Sono i mesi della crescita impetuosa del National Front, il partito di estrema destra fascistoide e apertamente razzista fondato dieci anni prima. Nel 1976, alle elezioni amministrative, sono arrivati successi importanti a Sandwell, proprio nelle West Midlands (27,5%) e nella più grande Leicester (20%). I dirigenti della formazione cercano di fare proselitismo fuori dagli stadi, agli ingressi dei settori popolari. “Keep football white”, scrivono sui loro stendardi. Alcune tifoserie virano paurosamente a destra. Il morbo contagia, qua e là, tutto il Paese. Londra, nelle zone più in targate Chelsea così come in quelle proletarie dominio di West Ham e Millwall, ma anche il Nord, da Manchester fino a Newcastle. I tre gioielli del West Bromwich Albion sono bersagliati costantemente da cori di scherno e insulti razzisti. Quando va bene. Già, perché può andare peggio. Batson durante il riscaldamento sulla fascia prima di un match contro il West Ham (ironicamente furono proprio gli Hammers, nel 1972, la prima squadra inglese a schierare tre giocatori di colore nella stessa partita. Clyde Best, Clive Charles e Ade Coker indossarono la casacca “claret and blue” nella sfida vinta contro il Tottenham 2-0) viene sommerso da un fitto lancio di banane. Imperturbabile, quasi quaranta anni prima di Dani Alves (e senza puzza di operazione di marketing), ne raccoglie una, la sbuccia e se la mangia. In un’altra occasione, nuovamente tempestato da decine di proiettili gialli, se ne infilerà uno nei calzoncini. Cunningham, qualche anno prima, in un derby di Londra fra Leyton Orient e Millwall viene sfiorato da un coltello scagliato dagli spalti, episodio che sparirà dal referto dell’arbitro. Regis, invece, nella sua biografia ricorderà così il suo debutto in trasferta sulle rive del Tyne con la maglia del West Bromwich Albion: “A Newcastle si sentivano cori che imitavano i versi delle scimmie ogni volta che toccavamo il pallone”. In altri impianti risuona il canto “Nigger, nigger lick my boots”. Come affrontare queste odiose manifestazioni di intolleranza? Semplice: tappandosi le orecchie e dimostrando quello che si è capaci di fare sul campo. Più i supporter avversari li insultano, più i tre caballeros in biancoblù tagliano a fette le difese delle loro squadre. I Baggies scalano le posizioni. A Natale devono affrontare il Manchester United all’Old Trafford. È una sfida per il primato. Non appena i due team escono dal tunnel, si scatena la solita gazzarra razzista. Anche Gerald Sinstadt, telecronista per l’Itv, non può fare a meno di notarlo nel suo commento. I Red Devils vanno avanti 3-2. Il West Bromwich Albion, però, non molla. Cunningham è sontuoso. Fa impazzire i difensori dello United. Dà il la a quello che sarà ricordato come uno dei migliori gol della stagione, seminando due avversari sui sedici metri e servendo Regis che, di tacco, appoggia per Len Cantello, bravissimo a fulminare il portiere mancuniano. Duetta ancora con Regis e firma il sorpasso. Poi ricambia il favore, regalando all’uomo della Guiana Francese l’opportunità di piantare il chiodo finale, con una rete di una potenza scintillante. Bum: 3-5. Il West Bromwich Albion si candida seriamente a vincere il titolo. Batson, Regis e Cunningham stupiscono anche la platea continentale. È il terzo turno di Coppa Uefa. A Valencia a fare sfracelli è ancora l’ala che, qualche anno prima, con la casacca del Leyton Orient non ha risposto per una settimana alle telefonate del manager George Petchey che gli chiedeva perché non si facesse vedere agli allenamenti («Non rispondevo perché stavo di sopra e il telefono è di sotto», confessò candidamente al boss). Quell’indolenza, ora, sembra finita in soffitta. Non altrettanto si può dire del razzismo dei tifosi. I fan assiepati sulle tribune del Mestalla offrono una curiosa variazione sul tema. Non gettano banane, ma arance. «Carino come cambio di gusto», scherza nelle interviste post-partita Laurie. Naturalmente arrivano le chiamate della Nazionale. Il primo a indossare la maglietta dell’Inghilterra è Cunningham, in un incontro contro il Galles valido per la Home Championship, un’antica competizione che si disputava fra le quattro nazionali del Regno Unito. È la prima volta di un calciatore nero in un match non amichevole.

Laurie

Poi tocca a Regis. Per le frange xenofobe dei fan di football è troppo. La Nazionale non deve essere “sporcata” da giocatori di colore. Cyrille, il giorno dopo la convocazione, riceve una lettera sigillata. La apre. Dentro c’è una pallottola. E un messaggio. “Se metterai piede sul nostro terreno di Wembley – ha scritto una mano sconosciuta – ti troverai con uno di questi ficcato su per il ginocchio”. Una bella atmosfera. Eppure c’è spazio anche per momenti scanzonati. A West Bromwich Brendon, Laurie e Cyrille sono gli idoli del pubblico. Al terzetto è ispirato il 45 giri reggae “Oh West Bromwich Albion”, cantato da Ray King e diffuso dagli altoparlanti prima all’ingresso in campo al the Hawthorns, lo stadio dei Baggies. Cunningham, in particolare, è un grande appassionato di musica soul e, in gioventù, ha partecipato con regolarità a concorsi di danza. Quando indossava la maglietta del Leyton Orient, con il denaro vinto in quelle competizioni, si è pagato decine di multe affibbiategli per i ritardi agli allenamenti. «Ha una classe così sopraffina – dice di lui Ron Atkinson – che non lascerebbe orme a camminare sulla neve». Big Ron, manager vulcanico che prima di tutti ha intuito la possibilità di trasformare i calciatori in personaggi glamour (a fine anni ’80 siederà sulla panchina dell’Atletico Madrid guidato dal ruspante Jesus Gil Y Gil, più avanti addirittura parteciperà al reality show Celebriy wife swap e sarà al centro di un esperimento sul docusport con Big Ron Manager, programma in cui vengono riprese le sue imprese come consulente del Peterborough United), fiuta il potenziale fuori dal campo dei tre afrocaraibici.

ron atk

Una sera è con loro all’inaugurazione del night club aperto da Andy Gray, attaccante dell’Aston Villa. Ci sono anche le Three Degrees, gruppo di punta del suadente soul Philadelphia style, assai apprezzato anche in Inghilterra (dove in quegli anni, proprio con epicentro fra Midlands e Nord sta bruciando la fiamma del Northern Soul, una scena radicalmente underground frequentata da centinaia di ragazzi infoiati, capaci di ballare fino alla mattina al suono di oscuri 45 giri della musica nera Usa anni ’60). L’associazione d’idee è fulminea. Batson, Cunningham e Regis vengono ribattezzati subito i Three Degrees. Atkinson fa di più. Contatta la band e la invita all’allenamento. L’occasione per i fotografi è ghiotta. Le Three Degrees e i Three Degrees. Le tre stelle del Philly sound indossano la casacca del WBA e posano abbracciate ai loro “omonimi”. Sembra lo scatto giusto per la copertina di un ideale annuario che celebri il primo titolo dei Baggies.

three deegres meeting

E invece il lieto fine va a pallino. Con il freddo l’ispirazione della squadra si congela. Le aspirazioni di primato cozzano contro i rigori di uno degli inverni più rigidi che la Gran Bretagna ricordi. Decine di partite vengono rimandate. Il WBA è particolarmente penalizzato. Un po’ perché i suoi ballerini faticano su campacci trasformati in lastre di ghiaccio. Un po’ perché, fra slittamenti e rinvii, si trova a giocare undici partite in 25 giorni. I Baggies perdono contatto con la testa della classifica. Chiudono terzi, dietro il Liverpool e il Nottingham Forest di Brian Clough, campione d’Europa. In Coppa Uefa non va meglio. Nei quarti di finale il gol di Regis, presto pareggiato, non basta a raddrizzare la sconfitta dell’andata contro la Stella Rossa. Fine del sogno. E fine dei Three Degrees. Dalla Spagna arriva la classica offerta che non si può rifiutare. Il Real Madrid, non ancora galactico ma pur sempre una potenza del calcio europeo, si dice disposto a spendere 950mila sterline per Cunningham. L’affare si fa. Laurie sbarca nella capitale per indossare la camiseta blanca adorata anche dal caudillo Francisco Franco, appena deposto. In Spagna, a fine anni ’70, sta muovendo i primi faticosissimi passi una fragile democrazia. E si vede. L’ala che iniziò la sua carriera nell’Arsenal deve affrontare anche l’ostilità dei compagni di squadra, diffidenti verso quello che dai giornali viene ribattezzato “El negro de Los blancos”. Si trova quasi a rimpiangere la colonna sonora di insulti razzisti degli stadi inglesi. In allenamento è una guerra fra lui e il resto delle merengues. In un’intervista alla tv britannica, durante la sua esperienza iberica, Cunningham mostra la gamba sinistra. Brilla sulla pelle una cicatrice di una ventina di centimetri, circondata da un arcipelago di lividi. «Quello più grosso – dice al giornalista – me lo sono fatto in allenamento, quando uno dei miei compagni mi ha colpito la gamba per fermarmi. Le ferite più piccole sono le botte che mi hanno rifilato gli altri giocatori mentre tentavo di rialzarmi». Esagerazioni? Chissà. Di certo, nonostante lo scudetto centrato al primo tentativo e una grande semifinale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo di Kevin Keegan, Cunningham non si senta a suo agio con il Madrid. «Aveva il potenziale per essere un grandissimo – ricorda Vicente del Bosque, suo compagno di squadra di allora – ma gli mancava lo spirito competitivo che serve al Real Madrid». Gli infortuni, poi, lo bersagliano. Resta al Bernabeu fino al 1984, ma sono di più le partite viste in tribuna di quelle giocate. Inizia a girare il mondo, ma serpentine e scatti sono sempre meno brucianti. Manchester United – di nuovo con Atkinson – Sporting Gjion, Marsiglia, Leicester City, il ritorno a Madrid con il Rayo Vallecano. Nell’88 è di nuovo in Inghilterra per aiutare – lui, l’elegantone amante della musica e della moda che parlava spagnolo senza problemi – la crazy gang del Wimbledon, un manipolo di brutti, sporchi e cattivi, a vincere una sorprendente FA Cup in finale contro il Liverpool. Il vagabondaggio, però, è la sua cifra. Fa rotta di nuovo su Madrid, ancora sponda Rayo. Segna la rete che consente ai Franjirrojos di tornare nella Liga. L’ennesimo nuovo inizio? No. La mattina del 15 luglio 1989 la libellula che svolazzava sulle teste degli avversari in campo finisce la sua corsa in un incidente stradale. Ha 33 anni. Sette anni prima l’ex compagno Batson ha chiuso la carriera, in seguito a un gravissimo infortunio. L’uomo che si faceva beffe degli scimmioni da stadio si reinventa come dirigente della Professional footballers’ association , il sindacato dei calciatori inglesi. In quella veste continua, ancora oggi, a combattere il razzismo. «Quando ero nel WBA – ha ricordato in più di un’occasione – ai tifosi era consentito di gridarci i loro insulti impunemente. Così in tanti, non solo fra i neri, preferivano non venire allo stadio, nauseati da queste manifestazioni di intolleranza. Oggi credo che il razzismo non sparirà mai del tutto, però dovremmo essere orgogliosi dei passi avanti fatti negli anni sul piano dell’integrazione. Abbiamo fatto enormi progressi, ma non possiamo calare la guardia». Sul campo, dopo lo scioglimento dei Three Degrees, i successi più luminosi li ottiene Regis. Nell’84 lascia nella disperazione i supporter dei Baggies, trasferendosi al Coventry City. Al the Hawthorns è un idolo assoluto, ma non è riuscito a vincere nulla. Con gli Sky Blues, qualche chilometro più in là, conquista un’incredibile FA Cup nel 1987.

regis coventry

In finale con il Tottenham il Coventry parte nettamente sfavorito. Davanti ai 98mila di Wembley, però, i ragazzi guidati da George Curtis rimontano per due volte gli Spurs e ai supplementari trovano il gol (o, meglio, l’autogol) decisivo quando un cross di Lloyd McGrath viene deviato nella propria porta dal difensore londinese Gary Mabbutt. “Non sono molti i giocatori che possono dire di aver giocato una finale di coppa – ricorda Cyrille – Vincerne una con un club come il Coventry è stato assolutamente fantastico”. Nel ’91 Regis torna nelle Midlands, all’Aston Villa, dove si riunisce a Ron Atkinson. Il WBA fine anni ’70, con tre ragazzi di colore in squadra era una rarità. Dieci anni più tardi, nei Villans di Big Ron, il rapporto si è capovolto. Fra i titolari ci sono solo due bianchi, il portiere Mark Bosnich e il centrale difensivo Shaune Teale. Qualche tifoso non gradisce. Spuntano cartoline con la foto della squadra su cui mani anonime hanno scritto “Aston Nigger”. Fiammate perverse di un virus che non ne vuole sapere di sbollire. A Birmingham Regis, ormai 33enne, inizia in grande stile. Finisce la prima stagione con 11 reti. L’anno successivo è messo in un cantone dall’esplosione di Dean Saunders. Si trasferisce ai Wolves, storici rivali del West Bromwich Albion e trova il modo di farsi apprezzare anche in gold and black. Spara le ultime cartucce nelle leghe minori con Wycombe Wanderers e Chester City. Chiude a 38 anni, sette anni dopo la morte dell’amico Cunningham. Il dramma dell’ex compagno di squadra e la morte vista in faccia, anche lui per un incidente, lo hanno cambiato. Ha abbracciato la religione cattolica e si è messo alle spalle qualche problema con l’alcol. Lavora come agente di altri calciatori, fra i quali il nipote Jason Roberts. Nel 2007, insieme alla seconda moglie Julia ha visitato l’Etiopia nell’ambito del progetto WaterAid. Ha avuto parole di comprensione anche per lo scivolone razzista del suo mentore Ron Atkinson, finito sulla graticola dopo aver definito Marcel Desailly, durante una telecronaca del Chelsea, “quello che in certe scuole è conosciuto come un fottuto pigro negro”. «Lo conosco da anni – disse, invitato a commentare l’accaduto – Ho giocato per lui, ho bevuto con lui, mi sono fatto un sacco di risate con lui. Ha detto una cosa orribile. Devo dimenticarmi tutti i bei ricordi che mi uniscono a lui per una cosa del genere? Con tutti gli errori che ho commesso nella mia vita, sono l’ultima persona che lo può giudicare». Il West Bromwich Albion ha deciso di rendere eterna la memoria dei Three Degrees. Il 15 luglio, nel venticinquesimo anniversario della morte di Laurie Cunningham, verrà scoperta una statua dedicata al terzetto che faceva cantare il pallone e ballare gli avversari.

cyrille-con statua

“Batson, Cunningham e Regis were part of a pop-star culture. Big Ron created a footballing band that got on stage every saturday”. Phil Vasili, storico del football