Mad Marco Boogers, che viveva nella roulotte

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

CREDITS: L’ultima immagine riportata nel pezzo è diMaartje Brockbernd Photography. The last image is taken by Maartje Brockbernd Photography.

Se in giro c’è una t-shirt che permette a chi la indossa di proclamare, orgogliosamente, “Io l’ho visto giocare”, i casi sono due. Sei Pelè, Maradona o Best. Oppure sei un giocatore che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria dei tifosi per qualche motivo che esula da grappoli di reti e dribbling magici. Marco Boogers, ex centravanti di una pletora di squadre olandesi di seconda fila e colpo grosso messo a segno da Harry Redknapp per il West Ham United nell’estate del 1995, con tutta evidenza non era Pelè, Maradona o Best. E, sfortunatamente per i tifosi Hammers, nemmeno era Iain Dowie, ruvidissimo centravanti nord irlandese rimasto nei ricordi del pubblico di Upton Park più per la sua bruttezza e uno storico autogol di testa in un match di Coppa di Lega contro lo Stockport County ripreso dalle telecamere di Sky (uno dei commenti al video che circola su Youtube dell’inopinata incornata è “Cracking finish from Dowie, shame it was the wrong end”. No need to translate, isn’t it?). Detto questo, non stupisce che in vendita on line ci sia una maglietta che recita, rigorosamente in tinta claret and blue, “I saw Marco Boogers play”. Il passaggio dello sfiorito tulipano al Boleyn Ground fu tanto fugace da rimanere, in un certo senso, circonfuso da un alone leggendario, seppure per ragioni non troppo nobili. Questa è storia di oggi.

boogers rkc

Al momento dello sbarco dell’attaccante in Gran Bretagna, infatti, prevalgono fiducia e curiosità. Curiosità perché Boogers è un nome pressoché sconosciuto al grande pubblico. Fiducia perché se è stato nominato terzo giocatore dell’anno in Eredivisie (il massimo campionato olandese), scarso scarso non sarà, si dicono i supporter della squadra dell’East End londinese. Quell’anno Boogers ha incrociato gli scarpini con gente come Ronaldo, il futuro idolo della Kop Jari Litmanen, due giovanissimi Patrick Kluivert e Clarence Seedorf, il pilastro dell’Ajax Ronald De Boer, rimediando una serie di belle figure. Per di più indossando la casacca dello Sparta Rotterdam, i cugini poveri del Feyenoord che, a un curriculum esangue di successi (se si eccettua un periodo d’oro a cavallo degli anni ’00 e ’10 del secolo scorso), possono opporre la schiatta di club più antico di tutti i Paesi Bassi, essendo stato fondato nel 1888. “Facile distinguersi in squadre come Ajax o Psv – si spalleggiano i fan dello United – Tutt’altro farlo con un team che si è piazzato al quattordicesimo posto”. Nel campionato che sta per iniziare Harry Redknapp, reduce da una discreta prima stagione al comando con la salvezza raggiunta grazie a un finale di annata da ricordare, parte con un dubbio in attacco. Chi affiancare all’irremovibile Tony Cottee, l’enfant du pays tornato a splendere nel suo giardino di casa dopo una serie di stagioni di su e giù sulla riva del Mersey colorata di blu? Cottee è una punta brevilinea, brava ad attaccare gli spazi, si direbbe oggi, e nella mente del manager ex Bournemouth potrebbe rendere al meglio avendo al fianco un cristone che si sobbarcasse il lavoro sporco senza difettare, comunque, in fase realizzativa. La scelta, prima del fischio d’inizio della Premier league, è fra Dowie e Marco. I tifosi non hanno dubbi. Sarà il fascino del giocatore arrivato dall’estero, saranno le credenziali di Boogers, sarà che il nord irlandese reduce da un’esperienza a Southampton è considerato un discreto rincalzo e nulla di più, ma fra i pub e i fish and chips intorno allo stadio non c’è tifoso che non speri di vedere il West Ham trascinato in Europa a suon di reti dalla coppia Cottee-Boogers. I media sono un filo più scettici. Anche perché inizia a serpeggiare una storiella, rimasta a lungo in bilico fra leggenda metropolitana e realtà, che l’olandese sia stato acquistato (e per 800mila sterline, neanche due lire) solo sulla base di alcune videocassette visionate da Redknapp durante l’estate. La vicenda, se fosse vera, farebbe a pugni con la tradizione di un club noto per la sua capacità di far sbocciare i ragazzi dell’Academy. Chi ha ragione? I supporter (e Redknapp che continua a giurare sulle doti del nuovo attaccante)? Oppure i giornalisti?

redknapp west ham

Il precampionato mette altra benzina nel motore dei pessimisti. Boogers, che si è presentato a Boleyn Ground con un taglio a spazzola da marine tosato da un giardiniere alticcio, non ingrana. Non riesce a fare amicizia con i compagni, ma è anche spiazzato dalla way of life londinese. Negli anni in cui stelle del calcio italiano come Vialli, Di Matteo e Zola si integrano perfettamente qualche chilometro più in là, godendosi le opportunità e la tranquillità di Chelsea, Marco è un pesce fuor d’acqua. I club britannici non hanno ancora l’abitudine di arruolare anfitrioni che aiutino i giocatori stranieri a prendere confidenza con tutto quello che c’è fuori dal campo. Boogers e la moglie sono soli. La donna, in particolare, inizia a sentire la mancanza della madre, alla quale è legatissima. Anche sul rettangolo verde le cose non vanno alla grande. La punta di Dordrecht fatica a entrare in forma. Il risultato è che per il debutto in campionato contro il Leeds, Redknapp decide di affiancare Dowie a Cottee, fra i mugugni dei tifosi che vorrebbero festeggiare l’esordio della coppia anglolandese. Il momento di Boogers arriva a metà del secondo tempo, quando gli hammers sono proiettati in avanti a caccia del pareggio. L’olandese entra al posto del difensore Kevin Rowland ma non lascia alcuna traccia. Spaesato e molle, si trascina per il campo in evidente ritardo di condizione e intesa con i compagni. La fiducia dei supporter inizia a incrinarsi.

boogers action

Il turno successivo riserva al West Ham l’avversario peggiore che possa capitare, il Manchester United di Sir Alex Ferguson che chiuderà l’annata con lo splendido double Premier-FA Cup. I reds quell’anno sono una macchina da guerra quasi perfetta. A fianco di vecchi leoni come Steve Bruce, Denis Irwin e Gary Pallister e dei titolarissimi  Roy Keane ed Eric Cantona, il manager scozzese ha promosso praticamente in blocco i migliori rappresentanti della cosiddetta Class of ’92, i ragazzi che vinsero la Coppa d’Inghilterra giovanile nel 1992. L’Old Trafford impara a conoscere futuri idoli come Paul Scholes, Nicky Butt, David Beckham, Ryan Giggs, i fratelli Phil e Gary Neville. E proprio quest’ultimo sarà involontario protagonista dell’azione che trasformerà Marco Boogers da semplice “pacco” di mercato a “leggenda”, destinata a entrare nella storia del West Ham dall’ingresso sbagliato. La stagione dei mancuniani non è iniziata benissimo, con una sconfitta a Birmingham contro l’Aston Villa (3-1, la rete della bandiera è segnata dal non ancora Spice Boy) e i fan rumoreggiano a fronte di un mercato che ha portato al Theatre of Dreams solo il portiere comprimario Nick Culkin. Redknapp, comunque, non si fida dell’avvio a fari spenti dei rivali e decide di schierare una squadra coperta, con il solo Cottee davanti. Spera di reggere l’urto del terzetto Cantona-Cole-Giggs e magari di trafiggere Schmeichel con una ripartenza fortunata. Boogers, ancora, siede in panchina.

A una decina di minuti dal termine, sul risultato di 2-1 per i reds, Redknapp decide di giocarsi la carta del centravanti orange. Un cross azzeccato oppure un batti e ribatti in mezzo all’area, pensa il manager londinese, possono essere l’occasione buona per sfruttare i centimetri e la potenza di Marco. Si sbaglia. Quello che succede, in realtà, non servirà agli hammers per pareggiare la partita, ma sarà utile a Boogers per regalare uno dei momenti più surreali del calcio inglese anni ’90. Siamo all’86’. Il centrocampo ospite butta una palla lunga sull’out destro. Gary Neville si piazza per un facile controllo, pronto ad appoggiare a Beckham per il più semplice dei disimpegni. In quel momento i più accorti fra gli spettatori notano Boogers sprintare per diversi metri in direzione della palla e del terzino in maglia rossa. “Che sta facendo?”, si chiede chi ha osservato la folle corsa della punta di Dordrecht. Impossibile raggiungere la sfera. Marco non se ne cura. Sembra investito da una forza immateriale che lo spinge a concentrare tutti i suoi sforzi in quell’inutile sgroppata. La velocità e il campo bagnato ne accelerano l’impeto. A qualche metro dal difensore avversario Boogers si prepara scompostamente al tackle. La palla, intanto, è già finita mansueta sui piedi di Beckham. Poco importa. L’inquadratura, ora, è puntata solo sul neoentrato giocatore ospite e su Gary Neville. L’impatto è inevitabile e violentissimo, come si direbbe nella ricostruzione di un incidente d’auto. Boogers colpisce il futuro commentatore di Sky all’altezza delle ginocchia. Per un attimo l’intero stadio piomba in un silenzio irreale. Anche i giocatori sembrano paralizzati. Quando gli atleti in campo e l’arbitro razionalizzano l’accaduto, convergono tutti verso la zona del terribile fallo. Neville è a terra e urla di dolore. Gli animi si accendono. Gli altri reds provano a farsi giustizia da soli, puntando il dito contro Boogers e circondandolo con fare minaccioso. L’olandese, rialzatosi dopo lo scontro, pare essere appena atterrato da Marte. Strabuzza gli occhi, meravigliato di tutto quel can can. Ci pensa l’arbitro a riportarlo sulla terra, sventolandogli davanti al naso il cartellino rosso. Marco accenna a una protesta, scarsamente supportato dai compagni. Non è seccato dall’espulsione. Più che altro è convinto che la decisione dell’arbitro, in qualche modo, rovini la perfezione perversa del suo gesto eclatante. Lascia il campo a testa china, accompagnato dai cori dei suoi tifosi. “One Marco Boogers / One Marco Boogers”, cantano i supporter arrivati da Londra, beati dell’abbattimento del terzino del Manchester United, già ben avviato sulla strada che lo porterà a diventare uno dei calciatori più odiati di tutta l’Inghilterra.

Boogers fallo

Nei giorni successivi, davanti al giudice della FA il giocatore proverà ad abbozzare una difesa, “incolpando” per il fallo il terreno bagnato e sostenendo che, comunque, Gary Neville era riuscito a portare a termine la partita. E quindi non avrebbe risentito troppo del colpo subìto. Le toghe del calcio, da parte loro, stanno più dalla parte del Sun che, il giorno dopo il match, titola a caratteri cubitali “Horror Tackle” e puniscono Boogers con quattro giornate di squalifica. È a quel punto che, complice anche il caso, il tulipano arruolato da Redknapp esce dalla cronaca per entrare nel mito. Nella vicenda irrompono due attori non protagonisti che contribuiranno a scriverne il capitolo più noto. Si tratta di Bill Prosser, impiegato del West Ham che si occupa di prenotare i voli per i giocatori e di un reporter di Clubcall, un’agenzia di stampa sportiva che offre servizi al telefono per tifosi ma anche per radio, tv e quotidiani. Il giornalista, fiutata l’opportunità di una storia di colore, chiama Prosser al telefono. Vuole fissare un’intervista con Boogers per parlare dell’ormai tristemente famoso tackle su Neville. Il dipendente del club gli dice che l’olandese, frastornato dalle sgradite attenzioni ricevute dai media, ha deciso di tornare in patria per trascorrere lì il periodo di stop. Aggiunge di non aver acquistato alcun biglietto aereo per lui e la moglie e che Boogers, probabilmente, ha impacchettato le sue cose e raggiunto Dordrecht in auto. «Probably he’s gone by car», dice Prosser al telefono. Chissà perché, il reporter capisce “he has gone back to his caravan”. Un calciatore professionista che vive in una roulotte? Ce n’è abbastanza per scrivere un’agenzia gustosa, anche senza avere particolari dalla viva voce del diretto interessato. Il reporter prepara un pezzo su Boogers e signora, impegnati a ritrovare nel loro caravan la serenità perduta a causa del difficile impatto con l’Inghilterra e per la cattiva pubblicità garantita a Marco dal fallo killer su Neville. Il giorno dopo il solito Sun ci mette il carico a bastoni, titolando “Barmy Boogers gone to live in a caravan”, che si può tradurre come “Boogers il matto è tornato a vivere in una roulotte”.

Ovviamente Marco non è tornato a vivere in una roulotte, invenzione che lo perseguiterà per tutta la vita, tanto che in rete ci sono ancora pagine serie che raccontano di quella sua stramba scelta. È vero, però, che in Olanda Boogers e consorte si macerano nel dubbio di aver fatto la cosa giusta, accettando l’offerta del West Ham. La nostalgia è enorme e in patria ci sono squadre che farebbero carte false pur di avere l’attaccante ex Sparta Rotterdam in rosa. Dopo qualche tentennamento Boogers decide comunque di fare ritorno a Londra, anche perché i dirigenti del West Ham hanno preso a tempestarlo di telefonate, esigendo il suo rientro alla base. E così Boogers fa rotta sulla capitale, presumibilmente in auto attraverso il tunnel della Manica da poco inaugurato. Si presenta ad Upton Park. Con sé avrebbe – il dettaglio non è mai stato confermato con certezza – un certificato dello psicologo che lo descriverebbe come “temporaneamente inadeguato dal punto di vista mentale a giocare al pallone”. L’olandese ha sempre negato, sostenendo di soffrire di una gastrite acuta di origine nervosa. Quanto basta, a prescindere dalla verità o meno del dettaglio sul certificato medico, perché media e tifosi lo bollino come Mad Marco. Si rifà vivo in campo a fine ottobre, subentrando come rincalzo nelle sconfitte contro Blackburn Rovers e Aston Villa. In seguito ci si mette anche la sfortuna. Boogers si lesiona il ginocchio in allenamento a dicembre, infortunio che è anche l’occasione per scoprire i precedenti problemi fisici palesati nel suo periodo allo Sparta. Un episodio che dimostra le lacune dei responsabili dello scouting del West Ham. Boogers viene operato a Londra e ottiene di trascorrere la convalescenza in Olanda. Mentre si sta riprendendo a Dordrecht, nasce il suo primo figlio. “Il lieto evento – scrivono i giornali inglesi – è simbolico di come non ci sia nulla che trattenga i Boogers a Londra”. Marco viene prestato al Groningen. Non indosserà più la casacca claret and blue e successivamente troverà la sua dimensione nella seconda divisione olandese, con esperienze fortunate al Volendam e all’FC Dordrecht. Con il West Ham ha giocato in tutto 44 minuti, in quattro partite terminate con altrettante sconfitte. Resta il mistero di come Boogers sia stato reclutato a Londra. Harry Redknapp nella sua prima autobiografia uscita nel 1998, rivelò la sua versione dei fatti. «Qualcuno – scrisse – mi mandò una videocassetta di Boogers e mi sollecitò a darci un’occhiata. Rimasi molto impressionato e mi adoperai subito per metterlo sotto contratto». Da parte sua il giocatore, che oggi è direttore tecnico dell’FC Dordrecht, ha sempre giurato che gli osservatori del West Ham assistettero a numerose partite dello Sparta Rotterdam. A vent’anni di distanza il dubbio rimane. Così come rimangono le ironie su quello che è ormai noto come il “Caravan myth” di “Mad Marco” Boogers.

Boogers oggi

Pat Nevin: dribbling, schitarrate e lettini

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

«Sì, Joy Davidson è davvero uno dei miei cantanti preferiti». Classica tirata per il culo a un giornalista pronto a bersi ogni virgola dell’intervistato. I più sgamati avranno capito che il fantomatico Joy Davidson non è mai esistito e che in realtà è/sono i Joy Division, band-mito della new wave inglese il cui culto è sopravvissuto nei decenni alla morte dello sciamanico cantante Ian Curtis, suicida nel 1980 a soli 24 anni. Fin qui tutto lineare. L’autore della presa in giro, però, non è il front-man faccia da schiaffi di una delle tante “next big thing” del rock britannico che si sono bruciate rapidamente fra prime pagine dei tabloid e concerti ad alto tasso alcolico. E nemmeno un comico dotato del pungente sarcasmo british. A rispondere così allo sciagurato giornalista e a compiacersi della pubblicazione – “ancora oggi”, si legge in qualche articolo comparso su di lui in rete – fu Pat Nevin, guizzante ala scozzese con una più che dignitosa carriera fra anni ’80 e ’90, in particolare con le maglie di Chelsea ed Everton. Talentuoso ma piuttosto discontinuo, sul campo il ragazzo di Glasgow era privo di quella “garra” che avrebbe potuto fare di lui una star di prim’ordine in un calcio che lentamente stava mutando pelle, trasformandosi da sport del popolo nell’attuale macchina mangiasoldi della Premiership. Anche perché nell’universo pallonaro di allora, in cui gli atleti non erano ancora le star globali coccolati da sponsor e impegnati in migliaia di attività parallele, Pat era un alieno calato da Marte. Nello spogliatoio i compagni di squadra, che impiegavano gran parte del loro tempo libero prevalentemente in pesanti sessioni alcoliche al pub o in qualche partita di freccette, lo chiamavano Weirdo. Un soprannome di cui lo scozzesino è sempre andato orgoglioso. Con il suo taglio di capelli simile all’acconciatura del chitarrista di qualche band new romantic e lo sguardo sbilencamente malinconico, Pat era diverso dai suoi team mates fin dal look.

Pat Nevin con la maglia

Pat Nevin a fine carriera con la maglia dei Tranmere Rovers

Negli anni in cui il football iniziava a uscire dall’era ruspante di capelli da macellaio o da paggetto ubriaco e baffoni per entrare nell’era in cui ogni delitto tricologico è stato commesso, all’insegna di una tamarritudine fattasi regola di vita, Pat Nevin appariva deliziosamente fuori posto. E, limitatamente al panorama calcistico, anche fuori moda. L’ala che da adolescente fu bocciata dal Celtic perché “troppo piccolo”, era sintonizzato con la gioventù che affollava i concerti di Sister of Mercy e New Order e, qualche tempo dopo, si sarebbe buttata a capofitto nel trip acido delle serate in locali come Factory e Hacienda, a ballare e stordirsi sui ritmi di Stone Roses, Happy Mondays, James e Charlatans. Pat Nevin leggeva libri (letteratura francese e russa, per inciso, mica robette), i suoi compagni no. Pat Nevin era a favore del disarmo nucleare e lo diceva a chiare lettere nelle interviste, per i suoi compagni le bombe erano solo quelle della pagina 3 sul Sun. Pat Nevin andava per mostre e musei, i suoi compagni andavano a scommettere sulle corse dei cavalli e dei cani. Pat Nevin era amico di Vini Reilly, il chitarrista dei Durutti Column, i suoi compagni no. Pat Nevin – questo non l’ho trovato, ma ne sono pressocché sicuro – sapeva cosa fosse la Durruti Column, il gruppo anarchico da cui la band mancuniana aveva preso il nome, shakerandone lo spelling; i suoi compagni no. Pat Nevin era anche dannatamente bravo a giocare a calcio. O meglio, era dannatamente bravo a giocare in quel modo che faceva impazzire gli inglesi fra anni ’70 e ’80, poco avvezzi ai pedatori di classe. Dribbling, finte, sprint sulla fascia, cross al bacio, inserimenti precisi, colpi velenosi. Il ragazzo classe ’63 inizia a tirare calci nel Celtic Boys Club. «In quella squadra – ricorda Pat – c’era un senso della comunità quasi da gesuiti. O da socialisti. Molto da ‘tutti per uno, uno per tutti’. La maggiore importanza del gruppo sull’individuo mi è stata insegnata da quando ero piccolo.» Tutti per uno e uno per tutti, sì. Ma l’uno, in questo caso, appare davvero sopra le righe. Il piano di sopra chiama Pat. Un provino con il Celtic. Un sogno per lui, tifoso dei bhoys sin dalla tenera età (poi, nauseato dagli estremismi settari dell’Old Firm, si innamorerà dell’Hibernian). Il test non va male. Il fisico, però, suscita più di un dubbio. Troppo gracile. Respinto. Pat non si scompone. Accetta la chiamata del Clyde, squadra della zona a sud-est di Glasgow. Prende per mano il team e lo aiuta nella corsa alla promozione dalla seconda divisione. Su quell’aletta tutto pepe si appuntano le attenzioni anche delle società di “south of the boarder”. La spunta il Chelsea. Un altro scozzese nello stesso anno, il 1983, si trasferisce da Glasgow a Londra. È Charlie Nicholas, potente centravanti del Celtic che nell’Arsenal deluderà, almeno in parte, le aspettative dei tifosi gunners. A Londra Pat si sistema alla grande. È una delle star di una squadra ampiamente rinnovata e alle prese on una traversata nel deserto fra le glorie degli anni ’60 targate Osgood, Hollins, Cooke e Bonetti e il periodo di spese pazze abramovichiane iniziato a metà anni ’90. I tifosi si innamorano di lui. Lo chiamano “Wee Pat”. Nevin si diverte in campo e fuori. Londra a metà anni ’80 è il massimo per un giovane appassionato di musica fuori dagli schemi. E c’è un vantaggio in più per un tipo refrattario agli eccessi della popolarità. «Solitamente un calciatore non può stare fuori al venerdì – spiega – ma se sei a un concerto dei Jesus and the Mary Chain nei quartieri est difficilmente qualcuno ti riconosce».

Jesus and Mary Chain

Jesus and the Mary Chain

E per essere del tutto al sicuro Pat può approfittare dei suoi gusti in fatto di moda. Con addosso il suo cappotto di pelle nera dal bavero alzato si confonde con il 90% degli spettatori dei concerti new wave e dark. Nell’84, dopo aver realizzato il gol che praticamente vale la promozione per il Chelsea in un match contro il Manchester City a Maine Road, decide di concedersi una serata di festeggiamenti. «Mi ritrovai a trascorrere la notte alla stazione di Piccadilly – ricorda – perché dopo la partita ero andato a fare quattro salti all’Hacienda, che allora non era troppo popolare. Oltre a me ci saranno state altre otto persone». Di lì a qualche anno, con l’esplosione della scena ribattezzata Madchester centinaia di giovani faranno la fila per entrare nel club, trasformatosi di fatto nella “casa” del nuovo sound. A Londra il giocatore amplia notevolmente i suoi interessi musicali. Riesce anche a sfruttare una situazione all’apparenza frustrante. Un anno dopo il suo arrivo, reduce da un ottimo campionato, Pat va a bussare a denari dal patron dei Blues, l’istrionico Ken Bates. Sulle prime la distanza fra la domanda e l’offerta è ampia. La trattativa va per le lunghe. In precampionato il Chelsea affronta il Brentford. Quella sera alla Royal Festival Hall suonano i New Order, la band nata dalle ceneri dei Joy Division. Nevin ne va matto. Alla fine del primo tempo gioca il jolly. «Se non mi sostituisci – dice all’attonito manager John Neal – non firmerò il nuovo contratto». L’allenatore non può fare a meno della verve della sua ala titolare. Cede. Pat si toglie pantaloncini e maglietta, si cambia e si catapulta al concerto. A Londra lo scozzese si toglie tante soddisfazioni simili a quelle sognate da tanti fan della musica che, per vivere, non tirano calci a un pallone. Solo una volta è costretto a fare leva sulla sua notorietà. Accade nel caso dell’incontro con John Peel, il mitico dj e giornalista “responsabile” della scoperta di tonnellate fra cantanti e band di culto. Le sue “Peel Sessions”, in gran parte piccoli live in studio di una manciata di pezzi, hanno rappresentato una sorta di esame di maturità per tutti i grandi interpreti e songwriter dagli anni ’60 in avanti.

Nevin e Peel

Nevin e Peel, calcio e musica

Per Pat è un idolo. La sera, a meno di impegni con la squadra, si sintonizza sempre sulla Bbc per ascoltare il programma dell’espertissimo Peel. »Quello che più volevo era intervistarlo – ricorda Nevin – Che poi era una scusa per incontrarlo. Scrissi una lettera e lui mi rispose molto cortesemente, dicendo che aveva un sacco di impegni e al momento non poteva ricevermi. Così per la prima e ultima volta nella mia carriera mi giocai la carta della fama». Nevin, infatti, sa che Peel è un grandissimo tifoso del Liverpool. «Scrissi una seconda lettera e dissi che giocavo in una squadra di football e che di lì a qualche settimana saremmo stati in trasferta ad Anfield. Peel mi telefonò il giorno dopo. ‘Perché non me l’avevi detto prima?’. ‘Non potevo’, risposi io». È l’inizio di una lunga amicizia, cementata da viaggi condivisi per assistere a concerti in giro per l’Inghilterra. E a proposito di conoscenze vip, Nevin ha l’opportunità di cenare a casa di Morrissey, il bizzoso cantante degli Smiths. Il giocatore si reca nella lussuosa abitazione di Moz, una villa su più piani con tanto di torretta, insieme a Vini Reilly. «Morrissey – ricorda Pat – aveva comprato un pianoforte apposta perché Vini potesse suonarlo quella notte». Ai due viene offerto di fare un tour completo dell’umile dimora morriseiana. «Saltammo una stanza. Forse preferiva non mostrarcela. Alla fine lo convincemmo. Era la sua palestra personale superattrezzata». Qualcuno fra i compagni di squadra è incuriosito dagli interessi alternativi dello scozzese. Paul Corneville, il primo giocatore nero del Chelsea, scoprì una passione per Lou Reed grazie ai consigli di Nevin, che gli fece ascoltare “Walk on the wild side”. E Graham Le Saux che non riusciva a legare con nessuno, fu aiutato a uscire dal guscio proprio dal compagno di squadra. «Io e mia moglie – ricorda Pat – lo prendemmo sotto la nostra ala protettiva. Gli mostrammo cosa leggere e gli show a cui assistere». Il rapporto con i tifosi del Chelsea vive di alti – moltissimi – e qualche basso. È uno degli idoli di Stamford Bridge, tanto che quando sarà al Tranmere Rovers, la terza squadra di Liverpool, approfitterà di un turno di stop per godersi Everton-Chelsea a Goodison Park, pagando un biglietto per il settore ospiti. Allo stesso tempo non esiterà a stigmatizzarne i loro slogan razzisti e comportamenti violenti. La storia d’amore fra Pat e il Chelsea finisce nel 1988. L’ex Clyde viene votato ancora una volta giocatore dell’anno, ma i Blues retrocedono. Nevin viene ceduto all’Everton. Sulle rive del Mersey la vita è più dura. Non musicalmente, dato che Liverpool e la vicina Manchester hanno poco da invidiare alla capitale. È sul campo che il giocatore non riesce a dare il massimo. Nel sistema adottato dal manager Colin Harvey, Pat si sente imbrigliato. Gli schemi sono troppo rigidi e per la sua fantasia un po’ anarchica non c’è spazio. Si mormora anche che la dirigenza dei Toffee Man non impazzisca per il suo impegno nel sindacato dei giocatori. Nevin, oggi, preferisce spiegarsi le sue delusioni con la maglia dell’Everton facendo riferimento all’evoluzione del football nei primi anni ’90. «Avevo 28 anni e non mi ero mai sentito così in forma – riflette – eppure mi stavano per cedere. I giocatori come me non erano più tanto ricercati. Le squadre volevano rafforzarsi soprattutto fisicamente. Fu il Wimbledon a dettare la linea (con la Crazy gang che vinse la FA Cup del 1988 battendo in finale lo strafavorito Liverpool). Quando una squadra giocava contro il Wimbledon, il manager non schierava i suoi giocatori migliori, ma quelli più potenti». Il picco massimo della sua esperienza a Liverpool è la finale di FA Cup persa 3-2 con i cugini Reds nel 1989 (l’edizione della strage di Hillsborough), raggiunta grazie al gol della vittoria da lui segnato nella semifinale contro il Norwich City.

Aldridge esulta per il gol in finale di FA Cup

Aldridge esulta per il gol in finale di FA Cup

Nevin riesce a trovare un palcoscenico più adatto a lui scendendo di un gradino nel sistema delle divisioni inglesi. Si accasa al Tranmere Rovers. A Birkenhead dispensa perle di classe viste raramente sui campi della First Division, come viene ribattezzata la seconda categoria dopo la riforma della Football League nel 1992. In quell’anno partecipa con la Scozia agli Europei, centrati per la prima volta dalla Tartan Army. I ragazzi di Roxburgh non hanno troppa fortuna con il sorteggio e finiscono nel “gruppo della morte” con Germania, l’Olanda campione uscente e la Russia (allora nota come Csi, la cosiddetta Comunità degli stati indipendenti). Nevin gioca due scampoli di partita, contro la Germania (sconfitta 2-1) e Csi (vittoria 3-0). «Era una squadra molto unita – ricorda – Eppure io mi sentivo comunque un outsider». Meno male che in camera può chiacchierare di musica con Brian McClair. L’attaccante del Manchester United, infatti, è un altro grande esperto. Nevin ricorda così il loro primo incontro. «Una volta entrati in stanza – spiega – rimanemmo in silenzio per un po’. “Qual è il tuo nome?’, mi chiese. ‘Pat’, risposi io. ‘E il tuo?’. ‘Brian’. Ancora silenzio. Allora io estrassi una copia di New musical express dalla mia valigia e iniziai a leggerlo. Lui fece lo stesso con un numero di Sounds. Fu l’inizio di una grande amicizia». Nel ’97 Nevin, alla fine della carriera, compie il tragitto inverso e fa ritorno in Scozia. Gioca per il Kilmarnock (“in tempo per assistere a una rinascita della scena musicale scozzese, con band come i Belle and Sebastian”, afferma) e il Motherwell, squadra in cui assume per brevissimo periodo anche un ruolo dirigenziale (“la scelta più stupida della mia vita”, è il suo giudizio). Dopo il ritiro diventa opinonista per la tv, facendosi apprezzare per lo stile schietto e le dichiarazioni senza peli sulla lingua, e scrive un libro. Non la solita biografia. Il coautore di “In my head, son” è lo psicologo George Sik. Il volume racconta la stagione ’96-’97 vissuta con la maglia del Tranmere Rovers ed è realizzato come un dialogo fra Pat e lo specialista, in cui vengono analizzati problemi e riflessioni di un giocatore alla fine della carriera. Appesi gli scarpini al chiodo, Nevin sfrutta anche l’opportunità di condividere le sue conoscenze musicali dilettandosi come dj nei locali su e giù per il Regno Unito. Con brani di Camera Obscura, Pink Industry, Belle and Sebastian, Animal Collective e Fall i suoi set rivelano gusti sempre in evoluzione ma anche un’immutata passione per le storiche band che lo hanno accompagnato nei momenti liberi durante ritiri e viaggi in pullman per le partite in trasferta.

Pat Nevin dj-set

Pat Nevin dj-set