Gioia e rivoluzione, il calcio di Pacho Maturana

«Di cosa ti preoccupi se i problemi son come le nuvole? Le nuvole passano. A volte si fermano e rimangono in cielo per poco, però poi se ne vanno. Non esiste il problema eterno, Pacho.»

Un principe arabo parla a Francisco Antonio Maturana García, per gli amici Pacho. E in quel momento tocca le morbide corde esistenziali di quel bambino che nella sua casa in Colombia ascoltava il padre leggere i racconti di Le mille e una notte, senza immaginare che un giorno il pallone lo avrebbe portato a calcare i campi di quelle terre lontane dopo aver cambiato per sempre il calcio del proprio Paese.

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A otto anni la famiglia Maturana si trasferisce da Quibdò a Medellin. Prendono casa a Los Alcázares, un barrio dove – come ricorda lo stesso Maturana – “tutto era calcio”. Sul finire degli anni Cinquanta il piccolo Francisco, con quella faccia da bluesman, si avvicina al futbol proprio grazie al padre.

«Il nostro posto era in Corea, la tribuna dove ti spegnevano la sigaretta sulla testa. Quando uscì l’Atletico Nacional dal tunnel si sentirono gli applausi. Quando invece sbucarono quelli del Deportivo Medellín rimbombarono i petardi. Un bambino si impaurisce facilmente e da quel giorno iniziai a simpatizzare per i verdi.»

Il Fronte Nazionale in quel momento stabilisce che ogni 4 anni le principali forze politiche, liberali e conservatori, si alternino al Governo. La Colombia non è un Paese stabile, né tantomeno libero. Nelle campagne le formazioni guerrigliere si organizzano contrastando con azioni di guerriglia mobile contro i gruppi paramilitari.

A casa di Maturana non si contemplava l’idea di avere un figlio calciatore.

Bisognava studiare.

Provare a immaginare di raccontare ai genitori di voler diventare giocatore di calcio significava chiedere di essere diseredati. «Per mia madre giocare con quelle scarpe che erano costati tanti sacrifici a mio papà era inammissibile. Per questo ogni tanto le toglievo e giocavo a piedi scalzi. Per non rovinarle. Ma un giorno mentre giocavo scalzo me le rubarono e per un bel periodo dovevo avvicinarmi al calcio di nascosto.»

Con la squadra del Liceo che frequentava all’epoca viene notato da Julio Ulises Terra, tecnico delle giovanili del Nacional. Lo prendono subito e nel 1973 a sedici anni vince il suo primo scudetto colombiano, ragazzino che corona un sogno in una banda di veterani. Le pratiche di odontoiatra continuano di pari passo con l’attività calcistica, e i bambini aspettano a bocca aperta Pacho, il giocatore del Nacional.

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Durante quegli anni il ragazzo Maturana stringe una forte amicizia con il tecnico Osvaldo Zubeldía, argentino precursore del fuorigioco, degli schemi sui calci piazzati e degli studi sulle tattiche degli avversari.

L’Atletico Nacional nel ’76 diventa ancora campione e il giovane Francisco diventa uomo, attraversando le notti alcoliche colombiane in compagnia del Zurdo Lopez, difensore tanto forte in campo quanto bohemien fuori. Nel 1981 dopo 359 partite in biancoverde Maturana passa all’Atletico Bucaramanga.

Un trasferimento che avviene per necessità di indipendenza esistenziale: «Vivevo ancora con mia madre ed ero stanco di rientrare a casa, camminare in punta di piedi per non sentire i rimbrotti tipo “Pacho, non mi lasci dormire”. Decisi di cambiare città e scelsi Bucaramanga perché mi diedero la possibilità di terminare il tirocinio. Tutto quello che desideravo.»

Nella stagione successiva con la maglia del Deportes Tolima a soli 33 anni abbandona il calcio, per ritornare a Medellín e dedicarsi compiutamente alla carriera di dentista, in una clinica infantile.

Siamo nel 1983. Il Presidente Belisario Betancourt Cuartas è alle prese con tentativi di dialogo per trovare accordi di pacificazione con le principali forze guerrigliere.

Un giorno apre la porta del suo studio di Luis Cubilla in persona, tecnico uruguaiano dall’aspetto pacioso e dalle folte sopracciglia, appena sbarcato in Colombia per allenare l’Atletico Nacional. Nella sala di aspetto del dentista Francisco si consuma un dialogo del genere, fra una carie al molare e una pulizia agli incisivi.

«Ho bisogno di te, devi rientrare nel calcio.»

«Mister, ho appeso le scarpe al chiodo.»

«E allora perché non mi aiuti con la squadra? Hai carisma. E stai pure ingrassando! Hai bisogno del calcio. Ci vediamo domani, all’allenamento. Non fare scherzi Pacho.»

Il giorno dopo Francisco Maturana rientra su un rettangolo verde per guidare un allenamento di sedicenni, fra i quali gioca un certo René Higuita.

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Da quel giorno inizia l’apprendistato di Maturana come allenatore alla scuola della gioia.

«Recuperare palla più velocemente possibile. Perché chi non ha la palla soffre, chi ce l’ha gode.»

Cubilla è l’allievo prediletto di José Ricardo De Leòn, visionario assoluto del movimento calcistico uruguagio. De Leòn fu il tecnico in grado di spezzare, nel 1976, l’egemonia storica dei due club principali Nacional e Penarol vincendo il campionato con il Defensor.

Accusato all’epoca di catenaccio in stile Herrera, col passare degli anni viene riconosciuto a De Leòn la vicinanza ai principi del calcio totale olandese.

Cubilla assimila la lezione e diventa il professore calcistico dell’allievo Maturana, trasmettendogli conoscenze e perfezionamenti, quaderni, libri e note sue, di Zubeldía, Bilardo e Menotti.

«Mi chiamava a casa sua, prendeva i libri, bevevamo del whisky e mi faceva apprendere, tutte le notti, una tattica differente.»

L’anno dopo il tirocino nottambulo continua con Aníbal Ruiz e nel 1986 Maturana si mette in proprio e diventa il primo allenatore dell’Once Caldas.

«La mia idea fu la libertà. L’unica cosa da fare era schierare ogni giocatore nella posizione a lui più congeniale. Quella squadra era un grido di libertà. Andiamo a giocare! Perdere o vincere è una possibilità, però proviamoci giocando.»

Nel 1987 Pacho ritorna sulla panchina del Medellìn da allenatore protagonista, stavolta. Prima di intervenire in campo, cerca di migliorare la cultura dei propri giocatori.

Spiega l’importanza dello stile, a partire dalle divise. Ai giocatori non proibisce il sesso, ma li consiglia di stare lontani da bordelli e prostitute. «Se giochi all’Inter e vai in discoteca il giorno dopo non lo sa nessuno, ma qui parlano anche i muri. Se esci con una ragazza, fai in modo che sia una brava ragazza. Gullit e Maldini sono fidanzati con delle show-girl.» Elevare lo status dei giocatori è il primo passo per imporre un nuovo modello di gioco. Proprio mentre è impegnato nella costruzione dello spettacolare Medellìn ,che schiera un gruppo di ragazzi che diverranno pilastri della squadra nazionale come René Higuita, Norberto Molina, Andrés Escobar, Luis Carlos Perea e Leonel Alvarez, lo contatta la Federazione Colombiana per offrirgli la panchina della Nazionale. Come racconta Tabarez “la Colombia era l’unica Nazionale che potevi allenare tutti i giorni perché la sua base apparteneva quasi interamente all’Atletico.”

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Nel Medellìn Maturana scolpisce quel modello di gioco avveniristico che guiderà la Colombia a un calcio spumeggiante e a storici risultati.

Il possesso cadenzato, con passaggi corti che anticipavano il tiki-taka di almeno due decenni, era il marchio di fabbrica di un 4-4-2 capace di trasformarsi in fase d’attacco in un 4-2-2-2 con gli esterni che stringevano per attaccare ulteriormente la profondità. La pressione laterale con raddoppi sistematici ha probabilmente ispirato il suo allievo Simeone alla guida dell’Atletico.

E poi la difesa alta, altissima, perfettamente sincronizzata e guidata dal caleidoscopico Renè Higuita, strepitoso interprete di principi assolutamente moderni (mi auguro che Neuer abbia visto almeno qualche videocassetta). Un portiere libero, in tutti i sensi, che giocava molto coi piedi quando non vi era ancora la regola obbligatoria del retropassaggio e capace di leggere il gioco come un vero regista arretrato. Con tutti i rischi del caso, ovviamente.

Curioso che nella finale Intercontinentale dell’89, dopo la vittoria nella Copa Libertadores, la squadra di Maturana si trovi di fronte proprio il Milan di Sacchi.

I giornalisti alla vigilia dibattono sull’opportunità di giocare un match contro a una squadra accusata di avere rapporti con il famoso Cartello dei narcotrafficanti. Le repliche sudamericane incentrano il discorso su mafia e camorra.

In campo, intanto, si gioca una partita forse non bellissima ma probabilmente unica nel suo genere: di fronte due maestri di calcio, ispirati da simili principi, che fondano il proprio gioco su uno spartito comune. Due rivoluzioni a confronto, sigillate da un calcio di punizione di Chicco Evani.

I due allenatori si stimano e nel corso degli anni varie volte si sono scambiati reciproci complimenti.

Da quel lontano dicembre, poi, come racconta lo stesso Maturana una volta all’anno il mister colombiano si riunisce sulle montagne italiane insieme ad Arrigo, Ancelotti e qualche altro tecnico tricolore non ben specificato per un simposio amichevole sul calcio. Ovviamente non sono ammesse mogli e donne in genere. Qualche giorno in alta quota a parlare solo di futbol. Pagherei per assistere a una cena del genere.

Il Nacional Medellìn vice-campione del Mondo per club è il trampolino di lancio che introduce la Colombia di Maturana al Mondiale italiano del 1990, partecipando alla competizione più importante a ben 28 anni di distanza dal suo esordio.

Maturana conferma la sua personalità di studioso e la sua umile umanità contattando, prima della spedizione, alcuni tecnici importanti come Menotti, Bilardo e Beckenbauer per capire come gestire al meglio la tensione della manifestazione.

Dopo lo spareggio vinto contro Israele la Colombia si presenta al torneo guidata da Capitan Valderrama e con la stella Rincon.

Il pareggio – a firma proprio di Freddy – contro la Germania Ovest futuro campione porta la Colombia alla prima storica qualificazione agli ottavi dove i Cafeteros sono però eliminati dalla doppietta del veterano Milla. È il giorno in cui Higuita dimostra di avere effettivamente qualche aggancio in alto, dato che Escobar per molto meno fu giustiziato dai narcos.

Terminato il Mondiale Maturana tenta l’avventura europea approdando sulla panchina spagnola del Valladolid. La crisi economica del club, sull’orlo del fallimento, trascina anche i suoi protagonisti sportivi verso un’inesorabile retrocessione.

Maturana – a un passo da guidare il Real Madrid che all’ultimo gli preferisce Antic tentando di acquisire il colombiano come manager – rientra in patria.

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Con l’América de Cali di Rincòn vince lo scudetto e a fine stagione riacquisisce la guida della Colombia.

Il partidazo historico è l’atto conclusivo delle qualificazioni, quel 5 settembre 1993 in cui la Colombia trionfa in Argentina con una monumentale vittoria per 5-0.

Con Asprilla largo a sinistra Maturana devasta l’albiceleste e fila al Mondiale americano come un treno inarrestabile.

«Posso solo dire che fu il riassunto di una lunga storia di allenamenti, partite, coincidenze, di un ambiente spettacolare. Fu una partita complicata, più di quanto racconti il risultato finale. Talvolta, ancora oggi, in qualsiasi parte del mondo incontro qualche ragazzino che mi riconosce e mi dice “Maturana, Argentina zero…Colombia cinque”!»

Il picco anticipa però un fracaso sportivo, dal momento che quella Colombia viene eliminata al primo turno del Mondiale statunitense, mettendo in modo tragico la parola fine con l’assassinio di Escobar per mano dei trafficanti.

Sulla carta più forte della sua versione precedente, quella Colombia era però più individualista e meno disposta a seguire le disposizioni collettive del proprio allenatore. Il Cartello di Calì spadroneggiava, la Colombia era costantemente sull’orlo della guerra civile e molti contadini coltivavano cocaina come unica speranza economica.

In questo quadro chiarisce molte cose l’aneddoto di Maturana, chiamato una sera in Federazione insieme a Julio Grondona per insignire Miguel Rodriguez – boss del famoso Cartello – del titolo di benefattore del calcio sudamericano.

La seconda esperienza spagnola, alla guida dell’Atletico Madrid, è sempre poco fortunata per Francisco che vede infortunarsi in un colpo solo pilastri come Simeone, Caminero e Pirri. Per smaltire la delusione si affida a un’altra panchina nazionale sudamericana, affidando i propri dettami di possesso organizzato ai calciatori ecuadoregni.

Con l’Ecuador di Kaviedes approda ai quarti della Copa America, manca per soli quattro punti la qualificazione al Mondiale francese ma regala comunque ai tifosi le prime storiche vittorie contro Argentina e Venezuela. L’ennesimo ritorno al calcio dei club lo fa con i Milionarios, storici rivali del Nacional, dove dura una sola stagione prima di ripresentarsi sul palcoscenico internazionale come allenatore della Costa Rica.

Con i Ticos vince la Coppa Centroamericana e in pochi mesi passa a condurre la Nazionale peruviana prima di rivestirsi ancora una volta da commissario tecnico della Colombia, che lo sceglie per condurre la squadra che parteciperà alla prima Copa America organizzata in casa.

Scrive una pagina storica, guidando i Cafeteros al primo trionfo, raggiunto battendo il Messico in finale grazie al gol del capitano Ivan Cordoba.

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La fine di un’epoca e la mancata qualificazione al Mondiale asiatico portano Maturana ad accettare l’offerta dell’Al Hilal, vincendo il campionato saudita.

Il bambino Francisco grazie al calcio conosce dal vivo le atmosfere e gli scenari che il padre gli raccontava quando gli leggeva Le mille e una notte.

«Un giorno ci dissero che non potevamo uscire per gli allenamenti perché stava arrivando una tempesta di sabbia. Non me la sarei persa per nulla al mondo. Mi diressi verso il deserto per godere di quello spettacolo magico. Nuvole rosa e una notte di stelle brillanti.»

Dopo il deserto arriva la quarta volta da selezionatore colombiano. Il ricambio generazionale non è però ancora avvenuto e Maturana – fiutando l’esonero nell’aria – dopo la sconfitta con il Venezuela abbandona per sempre la guida della massima espressione del calcio colombiano.

La carriera da allenatore prosegue alla volta dell’Argentina, con una duplice breve esperienza alla guida di Colon Santa Fe e Gimnasia La Plata. Ormai Maturana è un professionista senza confini. «Che un tecnico colombiano allenasse in Argentina era il riconoscimento del lavoro svolto e della crescita del calcio del nostro Paese.»

La continua alternanza fra squadre di club e Nazionali lo porta a fare tappa a Trinidad & Tobago, per proseguire successivamente il cammino arabo come mister dell’Al Nassr.

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Le spese pazze dello sceicco sono bene riassunte da questa dichiarazione: «Un giorno il principe mi consegna un assegno da 600.000€ e mi dice di andare in Spagna per la preparazione. Questi sono per l’albergo e per tutta l’organizzazione. Trascorremmo un mese a La Montaña, vicino a Barcellona. Poco distante abitava Cruyff, che spesso assisteva agli allenamenti e passava del tempo in mia compagnia chiacchierando di calcio.»

Oggi continua la sua attività – iniziata nel 2001 – di amministratore del calcio mondiale come membro del Comitato Fifa.

Scrive report sull’andamento del calcio mondiale, continuando a confrontarsi con gli allenatori dei campionati che segue da incaricato e allo stesso tempo tiene corsi per i mister. Ogni tanto si incontra con quelli che chiama “veterani”: seduti a un tavolo lui, Pelè, Platini, Beckenbauer ed altri ragazzi ormai grandi discutono sui problemi dello sport pedatorio come doping e scommesse. Quattro confronti annuali e a quanti lo criticano come un perdente di successo risponde con una bacheca che contiene una Libertadores, una Copa America, una Coppa centroamericana e svariati successi nazionali.

La partita che ricorda con maggiore orgoglio è il pareggio di Italia ’90 contro la Germania. Con piacere rammenta una frase di Guardiola: «Pacho, nel calcio c’è sempre da imparare. Il problema è che iniziamo a saperne abbastanza quando siamo già invecchiati.»

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Esplora ancora con curiosità le tortuose strade del futbol, Francisco Maturana.

Con l’eleganza, l’intelligenza e la tranquillità che lo portarono a essere il primo allenatore a conquistare la Copa Libertadores con un club colombiano, nella finale dell’89 giocata contro l’Olimpia guidata proprio da Cubilla, uno dei suo maestri. L’apprendimento rapido, l’impegno, la voglia di studiare e il desiderio di cultura sono sempre state caratteristiche principali di questo dentista che sognava ascoltando Le mille e una notte.

In fondo il calcio, a casa sua, più che una nuvola passeggera ha sempre portato un raggio di sole.

Questo video è pazzesco: narra la parte finale della rimonta del Nacional che vince la Libertadores dopo essere stato sconfitto l’andata per 2-0. Servono nove rigori alla fine, dove i colombiani sbagliano per tre volte consecutive il match-ball e Higuita ne para in continuazione. Da annotare l’esultanza del telecronista al grido di “Mi patria!”, le invasioni di fotografi a gara in corso e delle cheerleaders al rigore decisivo, il vestito e l’aria da bluesman che conserva ancora oggi Maturana.

Le grandi storie di calcio spesso sono scritte da chi ha il coraggio di immaginarle nella propria testa, prima ancora di provare a metterle in pratica sul rettangolo verde.

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FONTI:

Questo articolo si ispira principalmente a una strepitosa intervista di Mauricio Silva Guzman uscita nel 2013 per El Tiempo che trovate integralmente qui.

Per il resto un interessante contributo tattico è quello redatto lo scorso anno da Gianvito Piglionica a Four Four Two

A questo link infine chiunque fosse interessato ad approfondire la rivoluzione tattica di Maturana può visionare un ottimo video che mostra fasi di gioco e principi salienti della visione di Pacho.