Heartland, il pallone fangoso del cuore nero inglese

«Doveva andare così. Niente spiegazioni. Se lasciavano calmare le acque si poteva continuare anche venti, trent’anni, tutta la vita, senza una parola sulle elezioni, sulla realtà delle cose. Si insabbia tutto e via, si sceglie di tacere per continuare a salutarsi, bere una birra ogni tanto, lamentarsi del campionato dei Lupi. Sempre se le cose si stabilizzavano, certo. Com’è che aveva detto, Glenn? Il cambiamento è nell’aria»

Bum. Puoi leggerlo in spiaggia, in treno, sotto alle coperte, svaccato in divano o assorto su un tavolo con un cornetto in una serata estiva ma Heartland di Anthony Cartwright ti squarcerà comunque, lasciandoti addosso la polvere cinerea di un’uggiosa giornata nelle periferie inglesi.

Nato a Dudley, a sole 16,3 miglia da Birmingham, lo scrittore inglese laureato in Letteratura Angloamericana ha svolto i lavori più disparati, nella metropolitana di Londra come in un impianto di inscatolamento carni.

Uscito in Gran Bretagna nel 2009, questo splendido romanzo è stato fortunatamente edito in Italia a gennaio 2013 da 66thand2nd.

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Calcio, vita da pub, elezioni fra Laburisti e British National Party, storie d’amore e fallimenti, speranze e delusioni degli immigrati arrivati in Inghilterra si mescolano alla perfezione in questo romanzo che prende le forme di una partita, suddiviso in primo tempo, secondo tempo ed infine risultato finale.

A tenere le redini della narrazione è il match del Mondiale nippo-coreano del 2002 fra Inghilterra e Argentina.

Il “september 11” dei mesi precedenti ha riversato nera pece sulla comunità siderurgica di Dudley e sulla convivenza fra britannici e musulmani.

Tre grandi partite si giocano all’interno della storia: oltre a quella alla televisione, da cui assistiamo tramite gli occhi di Rob – il protagonista, c’è l’atteso big match che decreterà il vincitore della rispettiva lega dilettantistica fra i locali del Cinderheath e la compagine musulmana capitanata da Zubair, amico proprio dell’avversario Rob. Fango e intimidazioni appesantiscono il clima, squarciato da conati di odio e rigurgiti di invidia, e l’atmosfera di una cittadina che si appresta alle elezioni fra i Laburisti e il British National Party, ostile alla costruzione di una nuova megamoschea nell’area dove un tempo fumavano le acciaierie.

Grazie a un sapiente intreccio l’autore confonde le vicende esistenziali di Rob, calciatore fallito che ha solo sfiorato l’esordio con l’Aston Villa, dell’amico pakistano Adnan scomparso nel nulla da anni salvo ripresentarsi con un sapiente colpo di scena, della compagna di scuola di entrambi Jasmine che dopo anni ed amori dalle alterne fortune ritorna per insegnare al borgo natio.

Mentre Rob dedica il proprio tempo alla professione saltuaria di insegnante di sostegno, lo zio Jim cerca, pensieroso e sfiduciato, di vincere le elezioni.

Nel quartiere violenze e bullismo, come lo sfregio del piccolo Andre, regalano vortici di tensione palpabile. Intanto l’avvocato Zubair pensa al fratello scomparso Adnan, e alla sua giovinezza immerso nei numeri del computer dove – accada quel che accada – o sei uno o sei zero. Non c’è via di scampo.

Il padre di Rob, talento bruciato sull’improvviso altare di un grave infortunio, beve birra e accompagna da lontano con lo sguardo i picchi malinconici del figlio.

Sensibilità, pallonate e rimpianti creano lo splendido personaggio di Rob scisso fra le proprie idee e intenzioni e la necessità di fare buon viso a cattivo gioco, trovandosi a giocare con compagni fedeli sostenitori del Bnp.

Dialoghi vividi, panoramiche veriste e realismo crudo sono la cifra stilistica di una storia sulla fottuta bestiola umana e su come vanno le cose nel mondo.

In mezzo a tutto questo, non solo una partita, ma amore, odio, cenere, politica, smarrimento e un silenzio che fa un grande rumore.

Consigliatissimo.

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“Rob la vide, le andò incontro, si preparò al contrasto, Glenn cercò di abbassarsi per togliersi di mezzo tra lui e la palla. Voleva stoppata ma non c’era spazio, non c’era tempo, Rob non riusciva a distogliere lo sguardo da una macchia di fango su un lato della palla in discesa, dritta verso di lui, tirò senza guardare, collo pieno, l’aveva presa bene, lo sentì da come gli schizzava via dallo scarpino. Guardò, mentre avanzava di un passo. La palla andava dritta sul portiere ma all’ultimo momento deviò, scavalcò le sue mani aperte, si abbassò sull’angolino ed entrò in rete. Per un attimo fu dentro. Si sentì il rumore del palo interno colpito dal tiro al volo, poi la palla volteggiò di nuovo al centro dell’area piccola, sul lato opposto. Non finiva mai, mai, eppure era stato un attimo. La palla atterrò davanti a Lee che con la punta del piede la spinse proprio al centro della rete. Grida.”