Educazione Calcistica: penso dunque gioco

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.

Si chiama Funino ed è un metodo di formazione calcistica per ragazzi dai sette ai dieci anni presente in sessanta paesi nel mondo. Da oltre quindici anni pilastro formativo della Federazione Spagnola di cui la cantera del Barcellona è la punta d’iceberg.

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«Siamo appena tornati da Debrecen, in Ungheria, dove abbiamo tenuto un corso: la Federazione magiara sta pensando di adottare il nostro metodo per rilanciare il movimento calcistico. E in Cina, da qui al 2025, prevedono di aprire 58 mila accademie».

Marcello Nardini, portiere degli anni ’70 (ha giocato anche in Germania) mi introduce così nello sconosciuto mondo del Funino, letteralmente “divertimento per il bambino”. Perché il Prof. Nardini, oltre che ex giocatore professionista e medico dello sport, è il presidente dell’associazione italiana Horst Wein, l’allenatore degli allenatori come viene chiamato laddove abbia diffuso il suo verbo.

E di fronte a questi numeri vacillo: non ho mai sentito parlare del santone Wein e del suo metodo sviluppato in 60 paesi nel mondo con l’obiettivo di educare i calciatori tra i sette e i dieci anni.

Per inquadrare velocemente il tema, e colmare la mia ignoranza, Nardini snocciola le Società che hanno aderito all’educazione alternativa: oltre alla Federazione Spagnola, che ha abbracciato il progetto sino a farlo diventare la sua Guida Ufficiale, anche Arsenal, Schalke 04, Leeds, Hoffenheim e St. Pauli. Ma soprattutto Valencia, Real Madrid e Barcellona, hanno plasmato le loro cantere sulla metodologia di Wein, medaglia olimpica d’argento nel 1980 come coach della Nazionale spagnola di hockey. Il modello di Wein e dei suoi seguaci diffusi in ogni angolo di mondo (tra cui Armenia, Panama, Estonia, Arabia Saudita e Singapore) è interamente basato sulle capacità psico-fisico-tecniche dei ragazzi: qualsiasi cosa, nella visione Funino, viene adattata alle abilità dei piccoli atleti, si procede per gradi in funzione delle loro attitudini. Rispetto ai tradizionali metodi educativi, l’apprendimento del giovane è essenzialmente guidato dal Gioco: l’obiettivo è quello di ricreare le condizioni del gioco di strada, senza meccanizzare un gesto tecnico dopo l’altro come avviene generalmente con il metodo analitico.

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«La difficoltà attuale del calcio – mi spiega Nardini – è proprio questa: pretendiamo dai giovani giocatori di partecipare a situazioni di gioco troppo complesse per le loro capacità ed è per questo che il metodo Funino si fonda sul tre contro tre, per passare poi gradualmente al calcio a cinque, a sette, e, solo dopo i 14 anni, al calcio a undici.»

Le fasi di un’azione su cui si concentrano i formatori di Wein sono quattro: percezione, cioè acquisire informazioni sulla dinamica di gioco; comprensione ed interpretazione, in cui ci si fa carico delle precedenti esperienze per riconoscere il problema trovare le soluzioni migliori; presa di decisione, valutando le diverse opzioni e calcolandone i rischi ed infine l’esecuzione, risolvendo il problema con una risposta motrice corretta eseguita con il “giusto” tempo.

Il gioco insomma come unico maestro, giochi semplificati come stimolatori naturali di fantasia e creatività, grazie alle continue sollecitazioni di gesti tecnici differenti e alla presa di coscienza e al dominio di spazio e tempo. Durante tali esercitazioni l’allievo è costretto a trovare la “soluzione” attraverso il ragionamento, decidendo rapidamente cosa è meglio fare in quella determinata situazione.

L’altro pilastro del sistema F sono le porte: ci sono quattro reti, due da attaccare e due da difendere in un campo da 25 x 30 metri circa; con questi requisiti aumentano notevolmente i tocchi di palla di ciascun giocatore, maggiore è il coinvolgimento nell’azione e la cooperazione tra compagni diventa necessaria, dovendo difendere due porte e poterne attaccare altrettante. In questo senso il ragazzo non è “costretto” a focalizzarsi su un unico obiettivo (l’unica porta) ma ne viene allenata la visione periferica di gioco, il cervello rimane costantemente attivo per una rapida lettura, in tempo reale, delle azioni difensive e offensive.

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Un altro elemento fondamentale del metodo Wein è il rapporto allenatore-giocatore: «I nostri formatori non sono educati a suggerire (per non dire urlare da bordo campo) ai ragazzi cosa fare ma insegnano loro a capire cosa fare, ma li accompagnano alla consapevolezza di eseguire precisi gesti tecnici e a mettere in pratica situazioni tattiche in funzione alle loro carenze, instillando nella memoria a lungo termine del ragazzo la soluzione al problema».

In Italia? «Siamo indietro di 20 anni» risponde categorico Nardini: «L’innovazione viene vista come elemento che può mettere in crisi lo status quo, ma per noi la cosa fondamentale è migliorare la qualità del calcio e l’evoluzione sportiva dei nostri piccoli giocatori. Abbiamo dovuto chiedere una deroga alla FIGC perché i ragazzi, seppur piccoli, non possono giocare gare ufficiali con 4 porte e tre contro tre.»

Perché da noi si è giocato e si gioca a Funino, nel 2013 e nel 2014 sono stati organizzati rispettivamente il primo torneo nazionale ed internazionale con sedi a Desio e Monza. «Il Funino è la riscoperta del gioco di strada di un tempo ma con una miglior organizzazione e a misura di bambino. È un modo di giocare che lascia esprimere la creatività senza pressioni» mi spiega Alessandro Crisafulli, uno degli organizzatori dei due eventi italiani: «Non ci sono competizioni, classifiche o premiazioni finali ma solo la nomination “the beautiful game” per il miglior gioco espresso». Che nell’edizione di settembre 2014 è stato vinto dal St. Pauli, distintosi tra gli avversari che comprendevano, oltre a squadre italiane tra cui Inter e Atalanta, anche società finlandesi, irlandesi, polacche, spagnole e tedesche per un totale di oltre centocinquanta ragazzi coinvolti. E proprio in quell’occasione i giovani calciatori stranieri hanno mostrato la miglior confidenza con le dinamiche di gioco del sistema Funino: «In Germania sono sette le società professionistiche che hanno aderito al programma di Wein, tra cui il Bayern Leverkusen. E si è visto: i ragazzi tedeschi hanno espresso un gioco più armonico, coprendo meglio gli spazi in campo e dimostrando una superiore intelligenza calcistica».

 

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Il torneo, che ha avuto importanti partner tra cui Unicef ed Expo2015, ha rappresentato una ventata di novità anche dal punto di vista sociale: la nuova educazione viene portata anche al di fuori del campo con pubblico e genitori assiepati a bordo campo, posizione che permette di avvicinarsi con un’ottica propositiva all’azione dei piccoli calciatori aumentandone la connotazione d’incitamento a discapito della pressione psicologica e del tifo tout court. Inoltre i piccoli calciatori sviluppano la capacità di dare valore e rispetto alla superiorità dell’avversario senza doversi arrendere e a mettere in campo la volontà di superarsi per raggiungere un livello di gioco ottimale senza tener conto del risultato: nel Funino, infatti, non esiste il punteggio e i gol, maggiori rispetto alle tecniche tradizionali (anche solo per la doppia porta a disposizione), non sono fini a sé stessi ma vissuti come coronamento di buone dinamiche tecnico-tattiche.

La situazione italiana è dunque meno evoluta rispetto ad altre esperienze, soprattutto europee, ma la prospettiva è tutt’altro che negativa: ai corsi organizzati dall’associazione italiana Horst Wein partecipano centocinquanta-duecento allenatori e formatori per volta e, anticipazione del Prof. Nardini, si sta lavorando al primo torneo mondiale di Funino in Italia, che sarà organizzato nel giugno del prossimo anno: «Le squadre italiane solitamente puntano a far crescere i ragazzi dal punto di vista fisico, trascurando l’approccio mentale e cognitivo alla partita e alle dinamiche di individuali e di squadra. C’è ancora molto da fare, soprattutto puntando sul metodo Brain Kinetic, nato in Germania a opera di Horst Lutz, che permette di incrementare le capacità cerebrali degli atleti al fine di creare calciatori intelligenti e completi».

Perchè come sostiene Wein, il calcio parte dalla testa, attraversa il cuore e termina nei piedi.

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NOTA: L’articolo è stato scritto riportando qualche fedele citazione dal sito Ideacalcio di Diego Franzoso: qui potete trovare l’intero pezzo dedicato al metodo Funino. 

Modello Inglese

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate.    Uno che ama il calcio in laguna compie un tuffo dentro a quello d’Oltremanica.

Pubblicato “Stadi o teatri. Il modello inglese e l’anima persa del cacio” di Matthew Bazell, scrittore e tifoso dell’Arsenal che racconta i cambiamenti del calcio inglese negli ultimi 25 anni.

Negli anni recenti il gioco è cambiato rapidamente. Molte partite sono trasmesse in televisione, molti soldi sono spesi, ci sono molte più partite. Ci sono stati così tanti cambiamenti che a volte penso che ci stiamo allontanando dall’essenza delle tredici norme originali, che per giocare a calcio avevi bisogno di onestà, coraggio e talento.

Sir Bobby Charlton

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Quando quasi una quindicina di anni fa, io ne avevo giusto quindici, iniziai a frequentare la curva dello stadio della mia città (e quelle degli stadi in cui giocava la mia squadra) non avrei mai pensato che il sapore intenso di quelle esperienze si sarebbe un giorno dissolto.

All’epoca eravamo ancora in serie A, stavamo in piedi sugli sgangherati spalti del secondo stadio più antico d’Italia, di fronte rimbombavano i cori delle migliori tifoserie e anche noi avevamo il nostro da fare. Era un gran bello spettacolo.

Qualche anno dopo con il Decreto Amato, e il suo articolo 9, prima (varato 7 giorni dopo gli scontri tra polizia a tifosi catanesi dopo il derby Catania-Palermo in cui rimase ucciso l’Ispettore Capo di Polizia Filippo Raciti) e con l’introduzione della Tessera del Tifoso poi (emanata il 14 agosto 2009 dall’allora Ministro degli Interni Maroni) iniziarono a spiegarci che era giunto il momento di portare ordine e disciplina nelle curve italiane, di limitare gli accessi e le attività negli stadi delle frange più calde del tifo, gli ultras.

Si iniziava di fatto a strizzare l’occhio a quello che è passato alla storia come “modello inglese”, il piano attuato dal governo di Margaret Thatcher che intensificò la sua azione dopo la strage di Hillsborough (Sheffield, 15 aprile 1989) avvenuta durante la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest in cui persero la vita 96 persone e si registrarono 200 tifosi feriti. Ancora oggi è considerato l’evento più tragico della storia dello sport inglese: in quell’occasione il grande afflusso dei reds, l’approssimativa gestione degli ingressi allo stadio dei tifosi nei minuti prima del match e l’intervento delle forze dell’ordine portò ad un ingorgo della folla le cui conseguenze vengono ricordate ancora oggi. L’orologio della Kop, il settore riservato ai tifosi più caldi dello stadio Anfield di Liverpool da quel giorno è fermo sulle 15:06, ora del fischio di sospensione della partita di Sheffield.

Hillsborough

Quali sono le conseguenze dell’attuazione del modello inglese in quello che era considerato da molti la più emozionante realtà footballistica europea (se non mondiale)? Cos’è cambiato negli ultimi venti-venticinque anni negli stadi d’Oltremanica? Come si è modificata la fruizione da parte del pubblico?

È da poco uscito ”Stadi o teatri. Il modello inglese e l’anima persa del calcio” per Eclettica Edizioni, la versione italiana di “Theatre of silence. The lost soul of football” di Matthew Bazell (doppia edizione inglese, 2008 e 2011). Classe 1977, Bazell è un tifoso dell’Arsenal da un vita, come piace dire a lui, ha seguito la squadra e la nazione inglese per oltre vent’anni in Inghilterra e all’estero. Ed è arrivato a riconsegnare alla sua (ex) società l’abbonamento. Un gesto estremo, d’amore e d’odio.

Seduti, prego

«Non desiderate ciò che abbiamo in Inghilterra, perché i tifosi di calcio qui sono alienati» scrive Bazell nelle prime pagine. Rileggo. Troppo scontato. Gioca facile Matthew. Ma noi siamo invidiosi: in televisione ammiriamo stadi ordinati, strutture futuristiche (se confrontate alle nostre fatiscenti), pubblico educato, calcio sfavillante. Ingredienti di una macchina economica che ha sverniciato su tutti i livelli il sistema-calcio italiano. Bramiamo l’esportazione del vostro modello: vogliamo portare i figli allo stadio in sicurezza, comprare l’ultimo modello di cappellino e maglietta (gli originali s’intende, non quelli taroccati alle bancarelle), fare un giro negli stores prima e dopo il match. Al momento lo si può fare, come si deve, solo allo Juventus Stadium. Vedi perfettamente da qualunque seggiolino e hai a disposizione quasi 20 mila metri quadrati di centro commerciale, l’Area 12. Goduria domenicale familiare allo stato puro. Se poi si vince siamo più contenti.

Ma cosa stiamo cercando di copiare? Un modello sportivo, un asset economico (mi sento Tavecchio) o una riorganizzazione cultural-sociale?

Il comandamento d’Oltremanica è chiaro: non desiderare il calcio d’altri. E quasi mi va di crederci. L’ossessione del racconto di Bazell, che si erge a portavoce di migliaia di tifosi inglesi, nasce qui: il modello inglese come sotterramento di un calcio che non c’è più, come perdita di un calcio vero e popolare a favore della spettacolarizzazione, allo stadio e in tv. Cambia dunque il paradigma. E con esso cambiano i fruitori e gli attori in gioco.

«C’è una differenza tra un tifoso ed uno spettatore» scrive Bazell «I tifosi seguono la loro squadra nel bene e nel male. Vanno allo stadio per starle vicino e sostenerla. Vogliono che giochi un buon calcio e abbia successo ma non lo pretendono. La sola cosa che pretendono è che i giocatori facciano del loro meglio per mostrare la stessa passione dei tifosi».

Toc toc, sono lo spettatore, posso entrare? Prego, che lo spettacolo abbia inizio.

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«Le folle delle squadre principali sono oggi composte da troppi spettatori e da non abbastanza tifosi»: la politica di allontanamento degli “indigeni”, scatenatasi per emarginare i più volenti e oltranzisti, visti in patria come IL male da estirpare, è stato uno dei punti fermi della politica della Lady di Ferro Thatcher. La bonifica è iniziata sul finire degli anni ’80 con l’attuazione del “Public Order Act” (1986), del “Football Spectators Act” (1989, anno della strage di Hillsborough) e del “Football Offencesc Act” (1991). Con l’introduzione di queste leggi si vietò progressivamente l’ingresso negli stadi dei tifosi ritenuti violenti obbligandoli alla firma nei commissariati di polizia, si limitò la partecipazione ad eventi sportivi di persone macchiate da reati legati al calcio e fu data maggiore libertà d’azione alla polizia a cui fu permesso di arrestare i tifosi anche per atti verbali o considerati socialmente allarmanti anche se non violenti. Alcune misure furono successivamente modificate, ammorbidite o eliminate perché considerate dannose ed eccessive.

Nell’arco dei successivi vent’anni in effetti gli episodi di violenza dentro gli stadi inglesi sono notevolmente diminuiti, inaugurando la nuova era del british football e facendo di fatto gridare al successo del piano Thatcher. Ma i detrattori del modello inglese (molti e non tutti sudditi della Regina) rimangono sempre dietro l’angolo, pronti ad alzare il tappetto da cui di tanto in tanto esce la polvere. Polvere di quartieri popolari e di periferie grigie. Di tifoserie di squadre di serie minori che, nonostante il passaggio di Iron Lady, non hanno abbandonato la cultura hooligans. Ed ogni volta è social panic: prima con i sostenitori di Shrewsbury, Burnley, Milwall e recentemente con i più blasonati di Wigan, Newcastle e Sunderland: incubi e ritorni di un passato torbido pre-Tahtcher, scricchiolii di leggi ferree introdotte dal Primo Ministro finalizzate allo sradicamento di un problema senza disegni e prospettiva di risanamento e recupero sociale. Mossa, Lady T, come ricordano i suoi denigratori, da un “puro odio per il calcio e per chiunque lo seguisse”, come dichiarò pubblicamente Kenneth Clarke, Ministro della Sanità tra l’88 e il ’90 durante il terzo mandato Thatcher.

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Gli spettatori stranieri non possono percepire l’eccessiva aggressività e controllo della sicurezza che reprime i tifosi e li obbliga a star seduti e ad essere intrattenuti: eccola la rivoluzione inglese. Un altro caposaldo del modello Tatcher, attuato dopo la strage di Hillsborough, è stato la ristrutturazione da parte delle società degli impianti, con investimenti per oltre 350 milioni di sterline: via le barriere tra spalti e campo da gioco, installazione di sistemi di sorveglianza tramite telecamere, gestione dell’ordine pubblico all’interno degli stadi da parte delle società stesse attraverso l’impiego degli steward (che sostituirono la precedente presenza delle forze dell’ordine) e la scomparsa delle terraces, le gradinate che ospitavano il tifo rigorosamente in piedi degli hooligan, rimpiazzate da settori con soli posti a sedere. Ecco a voi il Theatre of Silence. Un teatro affascinante per eleganza e stile e che osserviamo imbambolati ogni volta che assistiamo ad un match inglese in TV. Ma svuotato del sacro fuoco della working passion, con spettatori che applaudono al momento giusto, si alzano quando devono farlo e sussurrano per non disturbare nessuno. Dove il controllo delle società è serrato, per non dire spietato.

Questo è un passaggio di una lettera spedita dal Middlesbrough FC ad un proprio tifoso nel febbraio 2009.

Caro tifoso del blocco 53A,

nelle ultime partite di questa stagione gli steward dello stadio hanno cercato invano di convincere tutti voi di quell’area dello stadio a stare seduti. La squadra è grata ed incoraggia il vostro supporto rumoroso ed entusiasta […] ma stiamo ricevendo sempre più lamentele dai nostri tifosi in relazione alla persistente attitudine di alcuni a seguire le partite in piedi e il costante rumore che proviene dalle gradinate posteriori.

Vi preghiamo di smettere.

Sue Watson

Responsabile della Sicurezza

Il calcio si è trasformato, strizzando l’occhio ad una nuova tipologia di fruitori, perdendo il suo originario orientamento, diluendosi tra l’emarginazione del movimento hooligans e l’ammiccamento alla nuova razza di consumatori.

I nuovi (ricchi) clienti

«Lo stadio è il luogo dove gli argentini si scaricano. Il calcio appartiene a semplici giocatori e povera gente. Queste sono le persone che per esempio non possono permettersi di andare all’opera. Quindi vanno a vedere il Boca o il River e questo alimenta le fiamme e la loro rabbia» disse una volta Diego Armando Maradona.

Nel 1990 assistere dal posto più economico ad una partita all’Old Trafford, lo stadio del Manchester United, costava 3,5 sterline. Nella stagione 2010-11 il biglietto più economico per il Teatro dei Sogni costava invece 28 sterline, risultato: prezzo quasi quintuplicato. Nel 1995 un posto al Clock End di Highbury (lo storico stadio dell’Arsenal, casa dei gunners prima della costruzione dell’Emirates Stadium) costava 10 sterline. Nel 2005 è arrivato a 35 sterline, con un aumento del 250%. L’impennata dei prezzi ha fatto della Premier League il campionato europeo di calcio in cui il costo medio del biglietto più economico è il più elevato.

La selezione naturale del pubblico, il lento ma inesorabile allontanamento della working class dagli stadi, causati anche dall’aumento dei biglietti sono state azioni premeditate dalle società e dal sistema-calcio in toto. Nel 2006, l’allora direttore dell’Arsenal Keith Edelman, a ridosso dell’apertura dell’Emirates, annunciò con orgoglio che gli incassi al botteghino della società, nel nuovo stadio, sarebbero stati i più alti del mondo, grazie a 60.000 tifosi e ai prezzi più salati di qualsiasi altra squadra in Inghilterra.

E i media inglesi non hanno mai considerato la questione del prezzo dei biglietti come rilevante, almeno ufficialmente e pubblicamente. L’unico tentativo di protesta fu una campagna che il Sun ha intrapreso nel 2007: l’argomento principale del quotidiano era che con i profitti che il calcio genera dalla tv e dalla pubblicità l’unica giustificazione plausibile per i prezzi dei biglietti fosse l’avidità. E l’annuncio gonfio di orgoglio di Edelman conferma la tesi.

football without fans is nothing

A dimostrazione che il caro-biglietti è stato un elemento significativo della trasformazione del pubblico calcistico inglese, l’idea del Bradford City: nel 2007 la società lanciò la vendita degli abbonamenti al prezzo speciale di 130 sterline solo nel caso in cui fossero state raggiunte le 12.000 sottoscrizioni. In quell’anno il Bradford fu la squadra di Lega 2 con il maggior afflusso di tifosi, incrementando del 70% le presenze rispetto all’anno precedente.

Piccolo è bello

Nel 2010 un gruppo di tifosi dell’Arsenal creò il movimento delle Black Scarf (le sciarpe nere) sostenendo che la loro squadra aveva perso il suo vero significato. Nel blog del sito un tifoso dello Stockport County (Lega 2) dichiarava che anche la sua squadra aveva perso la sua anima negli ultimi anni; il sentimento di delusione nei confronti di un calcio che non c’è più inizia ad essere vissuto anche lontano dai centri del business-football e non riguarda solo i tifosi delle grandi squadre.

La vicenda del Wimbledon Football Club è esemplare: la società fondata nel 1911 ha deciso di spostare, nel 2003, la propria sede a Milton Keynes, città a oltre 100 chilometri dal suo originario quartiere londinese, dopo dieci anni di condivisione dello stadio con i rivali del Crystal Palace (a causa del modello Thatcher l’WFC dal ’91 è stato costretto ad abbandonare il proprio impianto per l’impossibilità di ospitare tutti i suoi tifosi in posti a sedere). I tifosi, non riconoscendo nel Milton Keynes Dons Football Club i valori e la storia della loro squadra, hanno fondato nel 2002 una nuova società calcistica: l’AFC Wimbledon. Dove AFC sta per “A Football Club”.

Bazell sostiene che, nonostante questa tendenza, il calcio minore rappresenti l’ultimo baluardo dello sport popolare. Anche in Italia prende sempre più corpo la filosofia del piccolo e genuino, soprattutto nei movimenti di tifosi delle squadre provinciali, realtà in cui l’orgoglio di tifare per i colori della propria città (riferimento al concetto del “supportyourlocalteam”) è un motore sociale e di appartenenza. «Le partite delle serie minori in Inghilterra possono avere fino a 3000 o più spettatori, cosa molto rara negli altri paesi. Quello che è più difficile da capire è l’apatia dimostrata dai sostenitori delle squadre che giocano il calcio migliore» scrive l’autore. Nelle divisioni minori nessun tifoso è allo stadio perché è di moda o per la gloria, ma per pura lealtà e orgoglio verso la propria squadra e comunità.

Emblematico esempio contro il “calcio moderno” è l’FC United of Manchester, squadra fondata nel 2005 da un gruppo di tifosi dei Red Devils, in segno di protesta contro la scalata al Man Utd da parte del magnate americano Malcolm Glazer. Partito nel 2005-6 dalla decima divisione inglese oggi lo United of Manchester milita nella Northern Premier League Premier Division (7° lega). Per Bazell la cultura del FCUM, esplicitata nel manifesto programmatico è un promemoria di cosa fosse essere una squadra di calcio una volta: prima di tutto un’entità volta a creare un forte legame con la comunità locale e ad incoraggiarne la partecipazione, soprattutto quella giovanile, sia a livello sportivo che di tifo.

 

Questione di stile

L’evoluzione calcistica inglese che stiamo descrivendo ha dunque portato a snaturare l’essenza dell’atto giocato e l’anima delle squadre, trasformandole sempre più in marchi (“brand” direbbero quelli bravi), sbiadendone lo spirito comunitario e sociale. Si guarda a nuovi mercati, ci si adatta alle inclinazioni dei nuovi pubblici, si trasforma la partita in un prodotto internazionale, senza confini.

«Le cose più importanti che una squadra ha sono lo stadio e i tifosi. I dirigenti, i giocatori e gli sponsor vanno e vengono, ma lo stadio e i tifosi sono quelli che restano a lungo. Dare quindi allo stadio il nome di una barretta di cioccolato o di un pacchetto di patatine, azzera una gran parte della personalità della squadra». Ma avvicina nuovi spettatori (non tifosi, vedi sopra) e soprattutto nuovi investitori. «Molti dicono che il calcio è come una religione. Qualsiasi moschea intitolata ad un marchio resisterebbe quanto un capretto al concerto dei Black Sabbath negli anni ’70». L’immagine di Bazell è forte (soprattutto per gli animalisti) ma rende l’idea.

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Per rimanere in casa gooners, Arsenal ed Emirates Airline a fine 2012 hanno rinnovato l’accordo (firmato per la prima volta nel 2004) che durerà fino al termine della stagione 2018-19 per un totale di 150 milioni di sterline. La compagnia aerea di Dubai continuerà a dare il nome allo stadio a nord di Londra fino al 2028 e a comparire come sponsor sulle maglie.

A proposito di maglia, nelle pagine di Bazell prende spazio e voce John Lydon, leader dei Sex Pistols, cresciuto a Finsbury Park (nord della capitale) e tifoso dell’Arsenal dagli anni ’60: “sono molto furioso per il nuovo cannone disegnato sullo stemma dell’Arsenal. Per iniziare il cannone è puntato nella direzione sbagliata. Sembra una bottiglia di shampoo per bambini. Non ci si può stringere intorno ad una cosa mediocre come quella. Sono andato in Africa, un paio di anni fa, e tutti i bambini avevano le maglie contraffatte dell’Arsenal, con i cannoni disegnati meglio che nelle originali. Me ne sono portato a casa almeno dieci”.

Il fattore estetico è il mattoncino finale di un domino ben più lungo: “l’Arsenal era il fulcro della comunità in cui sono cresciuto, tutto era concentrato attorno al vincere, perdere o pareggiare. L’aspetto comunitario del calcio è perso non c’è dubbio”.

Molti tifosi oggi accusano la società di mancanza di attitudine commerciale, nonostante la sua natura sempre più internazionale e brandizzata: l’autore è stato un membro dell’Arsenal per più di vent’anni e mai il club ha chiesto la sua opinione su qualche cosa, cambiando completamente, a sua detta, identità e immagine aziendale. È per questo che nel 2007 Matthew Bazell invia una lettera all’Arsenal:

È molto triste per me rinunciare alla mia carta argento, perché sono stato un membro dell’Arsenal fin dal lontano 1986. Ma non mi sono mai sentito così lontano dalla squadra e dal calcio come in questo momento. Di sicuro non vedo me stesso come un cliente che si adatta ai vostri progetti e non posso più continuare a darvi i miei soldi.

Distinti saluti

Matthew Bazell

Che scenario futuro immagina per il calcio inglese Bazell? La speranza è che un giorno i tifosi si sollevino e passino all’azione. Tribune vuote in tutta l’Inghilterra darebbero una spinta immediata ad un cambiamento radicale.

Torniamo a noi: cosa vogliamo copiare?

Dopo i fatti di Fiorentina-Napoli del maggio 2014 (nel pre-partita ci furono scontri tra tifosi napoletani e romanisti che culminarono con l’uccisione del partenopeo Ciro Esposito) il Presidente del Coni Malagò ha invocato a gran voce il modello inglese e suggerito un’azione Thatcheriana. Stessa richiesta per il presidente del Napoli De Laurentis dopo l’invasione olandese in occasione di Roma-Feyenoord: «Servono leggi inglesi e il coraggio di voltare pagina». Il modello inglese è di fatto diventato sinonimo di repressione, di giro di vite, di tabula rasa ogni qual volta si presenti il problema della violenza ultras, dentro e fuori gli stadi e dell’inadeguatezza in fatto di gestione calcistica. Come se fosse sufficiente un copia-incolla in salsa italica per risanare il settore: stadi fatiscenti, tifosi violenti, squadre sul baratro del fallimento economico e sportivo, poca competitività e scarsa lungimiranza societaria.

Tra dieci-quindici anni porteremo i nostri figli allo stadio e racconteremo forse di un calcio dissolto. Saremo obbligate a star seduti su seggiolini comodi e riusciremo a seguire il gioco da qualsiasi posizione, senza intralci. Dopo la partita, che si giocherà alle 11.30 per necessità televisive, andremo a pranzare in uno dei numerosi fast food dello stadio e torneremo a casa con la nuova maglia societaria pagata 100 euro (se avremo ancora l’euro) e identica a quella della stagione precedente. Quella sarà stata l’unica partita dell’anno, perché il biglietto più economico sarà costato 80 euro, in un settore condiviso con turisti coreani e indiani accorsi per vedere l’idolo nazionale giocare nell’internazionale Serie A. Forse ci troveremo a scrivere libri e articoli sull’efficace modello italiano, capace di cancellare il sapore del calcio tifato e giocato. Forse non ci resterà che immergerci nei ricordi e pensare a quant’era bello tifare una squadra di calcio.

Nota a margine:

Ho scritto questo pezzo nei giorni successivi ad Inter-Celtic Glasgow a San Siro (sedicesimi di ritorno di Europa League). Non sono un tifoso dell’Inter ed ero seduto in un settore tiepido, in cui i tifosi nerazzurri iniziavano a mescolarsi con quelli del Celtic. Qualche metro dietro di me una barriera ci divideva (fisicamente) dai cori di 3.500 scozzesi. I due “You’ll never walk alone” (ad inizio secondo tempo e a fine partita, persa per 1-0) mi hanno riconciliato con il calcio e il tifo.

La laguna nel cuore

Tifare una squadra che ha lo stadio in mezzo all’acqua significa non avere punti di riferimento, sostenere l’imprevedibile, supportare un’abbinamento cromatico unico.

Luca Cancellara ama le tribune senza seggiolini, il subbuteo e le rovesciate. È anche innamorato dell’arancioneroverde e in questo pezzo vi racconta come si tifa a Venezia. 

«Avete i colori più belli d’Italia». Se dovessi fare un sondaggio sulle osservazioni ricevute da chi mi chiede per quale squadra faccio il tifo, queste sette parole vincerebbero per distacco. Anche la domanda “lo stadio è davvero in mezzo all’acqua?” ha vissuto momenti di celebrità ma ammetto che gli apprezzamenti sull’armonia cromatica arancio-nero-verde (negli ultimi anni tendente all’arancio-bianco-verde) infiammano nel profondo la mia fede. L’insolito abbinamento mi ha spesso permesso di atteggiarmi come gli abitanti di qualche sperduta valle orgogliosi del loro formaggio DOP a produzione limitata o come i gruppi cinefili che conoscono a memoria la filmografia d’avanguardia centro-americana degli anni ’80, ammesso che esista.

Qui, però, qualcosa che non esiste c’è. È la squadra per cui faccio il tifo: il VeneziaMestre. Arancio-nero-verde.

Lo Stadio Penzo visto dall'alto, Isola di Sant'Elena

Vista dall’alto dello Stadio Penzo, Isola di Sant’Elena

Tutto ha inizio nel 1919 con l’Associazione Calcio Venezia, la nuova denominazione societaria del Venezia Foot Ball Club nata solo dodici anni prima. Nel 1987 (il nostro, inteso come popolo calciofilo lagunare, 1798, 1915, 2000…) avviene la storica fusione per opera di Maurizio Zamparini, attuale presidente del Palermo: ai nero-verdi veneziani l’imprenditore friulano affianca (grazie ad una fusione societaria per incorporazione) gli arancio-neri del Mestre. Come se domani arrivasse uno sceicco arabo o un tycoon americano e decidesse di fondere in un’unica squadra di calcio Pisa e Livorno, Brescia e Atalanta, Messina e Reggina. Prende così vita il Venezia-Mestre, denominazione mai registrata con atti ufficiali presso la FIGC e di fatto società mai esistita. Il VMFC (Venezia Mestre Football Club) o l’Unione, come amiamo chiamarla noi tifosi dal 1987, è la migliore conseguenza possibile della fusione di stili di vita diversi, intrecci di storie contrastanti, mescolanze di colori non abbinabili, armonie filosofiche distanti: quelle tra terraferma e centro storico lagunare, tra le città di Venezia e Mestre, tra evoluzioni terrestri ed acquatiche, tra due colori secondari, l’arancione e il verde, che trovano la loro sintesi nell’assenza di colore, il nero.

L’amore per il VeneziaMestre è un amore fondato su un’insolita, irrinunciabile, assenza: quella di una squadra di calcio ufficialmente riconosciuta. E quando trascorri sugli spalti adolescenza, gioventù e i primi anni della maturità urlando al cielo il nome di una squadra che nessuno, fuori dalla provincia, (ri)conosce, si insinua in te la consapevolezza che tutto, in quella dimensione di tifoso-errante, è secondario. La squadra non esisterà, ma abbiamo i colori più belli d’Italia, forse del mondo. E le vittorie, non sul tabellino, contro bianconeri, nerazzurri, biancorossi, rossoblù sono assicurate. Col cappotto.

formazione

L’amore per il VeneziaMestre è un’astrazione dal risultato sul campo, dalla posizione in classifica a fine campionato, dal mercato estivo e da quello di riparazione. Se tifassimo l’Unione, con la U maiuscola, con questi propositi finiremmo per stancarci e alienarci. Come quando da ragazzino snobbi la coetanea bionda fingendoti intrigato da quella mora meno carina.

La passione per il VeneziaMestre è una propensione verso l’incerto, l’indefinito, il precario, il provvisorio e l’inaspettato (negli ultimi 10 anni la società è fallita due volte: nel 2005 e nel 2009, ripartendo dai Dilettanti). Come quando lo Stadio Penzo, quello in mezzo all’acqua e secondo impianto più antico d’Italia (costruito nel 1913, due anni dopo il Ferraris di Genova), fu la cornice della più recente dimostrazione tridimensionale della geometria non euclidea.

Sarà pure documentato che l’ultimo (e unico) trofeo degno di nota sia datato 1940-41 (Coppa Italia) e che il più recente è un misero scudetto di Serie D (stagione ’11-’12) ma noi abbiamo visto cose che nemmeno al Bernabeu ed Anfield, tipo questa. Silenzio:

E le (poche) partite memorabili rimangono nei racconti e negli occhi di chi le ha vissute. 1993, sedicesimi di Coppia Italia: dopo il pareggio strappato a Torino, la vittoria a Venezia per 4-3 contro la Juventus con tripletta di Campilongo, che elimina i bianconeri dal torneo. E poi il 3-1 rifilato, sempre in casa, all’Inter di Ronaldo (autore su rigore del gol nerazzurro) che sancì la salvezza certa nella stagione ’98-’99 (2-0 dopo quattro minuti).

Aver seguire a San Siro il Venezia-Mestre significa assistere ad un rigore parato a Shevchenko, capo cannoniere di quella stagione, da parte del difensore brasiliano (colonna della retroguardia veneziana mi sembra eccessivo) Fabio Bilica subentrato al portiere Casazza espulso per fallo sullo stesso attaccante ucraino. Bilica sarà in grado di intercettare anche la ribattuta di Boban ma non il tap-in vincente di Orlandini.

Rimanendo tra i pali significa aver seguito da vicino le gesta di Massimo Taibi, titolare nella stagione ’98-99 in prestito dal Milan chiuso dal titolare Sebastiano Rossi, che viene chiamato a Manchester da Alex Ferguson. Nella prima partita inglese, contro il Liverpool, viene nominato “Man of the Match” ma è dopo poche partite che avviene l’impensabile (tanto quanto la chiamata dello United) contro lo Southampton: un tiro innocuo da fuori area di Le Tissier che Taibi si lascia sfilare goffamente sotto le gambe. Dalla laguna alla Coppa Intercontinentale in otto mesi.

Pura imprevedibilità. Cosa puoi aspettarti da una squadra con questi colori e che gioca, unica in Italia, in uno stadio che si può raggiungere solo piedi o via acqua?

Quelle tinte apparentemente scombinate e la vocazione per l’imponderabile possono trascinarti in uno stadio appoggiato su un’isola e costringerti a viaggi più scomodi delle partite giocate in trasferta. Tutto per seguire una squadra che in 107 anni di storia si è chiamata in dieci modi diversi (in media un cambiamento ogni decade anni circa) e che ha avuto livree colorate di blu, rosso, rosso veneziano (quello del gonfalone della Repubblica Serenissima), verde, nero, arancione e bianco. Quasi sempre mescolati e combinati tra loro.

L’amore per il Venezia-Mestre può avere affascinanti origini cromatiche ma è mosso da un’indefinibile inclinazione per l’incerto, che un giorno, chissà, potrà riportarci nel paradiso del calcio catapultandoci con la memoria negli anni Quaranta, i migliori della storia calcistica veneziana. Quando Ezio Loik e Valentino Mazzola erano i fari della laguna e “i putei de Venexia ghe dava dentro con appassionato fervore, per non dire con rabbia”.

Il futuro del calcio italiano? Copiare (bene).

Qualche giorno fa il nostro Luca Cancellara era presente a “Studio in Triennale”, il festival di Rivista Studio, e ha partecipato all’incontro che vedeva protagonista Andrea Agnelli. L’attuale Presidente della Juventus, incalzato dalle domande di Simon Kuper – editorialista del Financial Time, ha parlato del calcio italiano e del suo futuro. Quella che vi proponiamo è la sintesi di un eccellente report che potete trovare completo di immagini a questo link: https://storify.com/lucancellara/il-futuro-del-calcio-italiano

agnelli

Undici, rivista nata dalla costola di Studio, inaugura (nell’italico 2014) un nuovo modo di intendere, vivere e raccontare lo sport. Ne avevamo bisogno. Soprattutto per lasciarci alle spalle le chiacchiere da bar e avvicinare il concetto di calcio a quello di cultura. Come storicamente fanno molti paese europei (e non), seppur con tradizioni footbalistiche meno consolidate della nostra (leggi Scandinavia).

E così il direttore Giuseppe De Bellis per capire dove andrà e ci porterà il calcio italiano fa sedere insieme Andrea Agnelli, Presidente della Juventus (best practice italiana sotto tanti punti di vista) e Simon Kuper, editorialista del Financial Time (che il campionato più bello al mondo ce l’ha in casa).

Chissà da quanti giorni Kuper si sfregava le mani: chiacchierare di un campionato che fino a 10 annn fa rappresentava il meglio in Europa e nel mondo e che, vuoi per la crisi globale, vuoi per la poco lungimiranza e mala gestione tutta italica, si è vista superare dai colleghi inglese, tedeschi e spagnoli e che non sembra intravedere la luce in fondo al tunnel.

Dopo il torello di riscaldamento da cui emergono ricordi del piccolo Agnelli in ritiro estivo con i bianconeri e qualche preferenza su giocatori e ruoli, Kuper scalda l’atmosfera del salone della Triennale. «Scusi signor Agnelli…ma Tavecchio?» (leggersi “parliamo di futuro del calcio nel Paese del calcio e avete eletto il “signore delle banane” Presidente federale?). Conosciamo le posizioni di Agnelli in proposito e i tecnicismi, agli occhi di un britannico, servono fino ad un certo punto. Il presidente tira in ballo anche la «Lei è inglese e quando è stato eletto Tavecchio non mi ha chiesto come sia stato possibile, ma perchè fosse riuscito a rimanere in corsa per l’elezione».

Va bene, Tavecchio ormai ce lo dobbiamo tenere. Ma in che direzione va il calcio italiano, signor Agnelli? chiede Kuper. Le due parole magiche sono autocritica e strategie mirate.

Con la speranza che qualche squadra segua la scia della Juventus e si inizi a guardare ai migliori esempi internazionali, quelli che fino a quelche anno fa vedevano nella Serie A il modello da imitare. Ora, a ruoli invertiti, tocca a Juve & co. copiare (bene). Iniziando dalla prima della classe, la Premier League.

Provare a limare il gap con le concorrenti europee. Escludendo le top 4 (per Agnelli: Real, Barça, Bayern e Man Utd) i bianconeri non sono così lontani dalla “seconda fascia” che include City, Dortmund, Chealsea e Arsenal. Rispetto ai londinesi la Juventus, nel 2014, ha guadagnato “solo” 30 e 10 milioni in meno (fonte Deloitte), posizionandosi al 9° posto in Europa, prima italiana. E il match si gioca anche, e soprattutto, fuori dal campo: in due settori come “brand managment” e “stadio” su cui i competitors continentali hanno avviato attività specifiche già da qualche anno e doppiandoci senza fermate ai box.

E dove l’obiettivo di domani, soprattutto per i brand forti lontani dai confini nazionali (vedi Manchester in Asia) sarà convertire in voce di bilancio il loro fascino.

Le ultime frecce di Kuper vengono lanciate in casa Juve.

Si parla delle ultime due bandiere bianconere. Quell’Alessandro Del Piero che smessa la maglia numero 10 ha deciso di partire per lidi lontani (Australia prima e India poi) e per il quale Agnelli lascia sempre uno spiraglio aperto e Antonio Conte che ha portato definitivamente sul tetto d’Italia la “nuova Juventus”.

Non poteva mancare infine il riferimento al recente passato, legato a calciopoli e alla precedente gestione societaria.

Ma come è possibile, si chiede Kuper, che uno come Moggi possa ancora entrare allo Juventus Stadium? (lo so Simon, è difficile per noi…). E qui Agnelli commette l’unico passo falso dichiarando che “Moggi rimane una parte importante della storia bianconera”.

moggi

Cosa resta da fare? Correre e copiare (bene) perchè le idee ci sono ma le hanno ancora in pochi. Ed evitare di guardare al passato. Che poi s’inciampa.