Mad Marco Boogers, che viveva nella roulotte

Enrico Camanzi ama il soul, la Guinness ben spillata, la Scouser pie e vedere la pioggerella fitta che batte su un campo da calcio durante le partite. Tifa Wolves perché all’inizio degli anni ’90 vide un’amichevole fra Inghilterra e Italia in cui scese in campo Steve Bull, primatista di gol con la maglia gold and black.

CREDITS: L’ultima immagine riportata nel pezzo è diMaartje Brockbernd Photography. The last image is taken by Maartje Brockbernd Photography.

Se in giro c’è una t-shirt che permette a chi la indossa di proclamare, orgogliosamente, “Io l’ho visto giocare”, i casi sono due. Sei Pelè, Maradona o Best. Oppure sei un giocatore che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria dei tifosi per qualche motivo che esula da grappoli di reti e dribbling magici. Marco Boogers, ex centravanti di una pletora di squadre olandesi di seconda fila e colpo grosso messo a segno da Harry Redknapp per il West Ham United nell’estate del 1995, con tutta evidenza non era Pelè, Maradona o Best. E, sfortunatamente per i tifosi Hammers, nemmeno era Iain Dowie, ruvidissimo centravanti nord irlandese rimasto nei ricordi del pubblico di Upton Park più per la sua bruttezza e uno storico autogol di testa in un match di Coppa di Lega contro lo Stockport County ripreso dalle telecamere di Sky (uno dei commenti al video che circola su Youtube dell’inopinata incornata è “Cracking finish from Dowie, shame it was the wrong end”. No need to translate, isn’t it?). Detto questo, non stupisce che in vendita on line ci sia una maglietta che recita, rigorosamente in tinta claret and blue, “I saw Marco Boogers play”. Il passaggio dello sfiorito tulipano al Boleyn Ground fu tanto fugace da rimanere, in un certo senso, circonfuso da un alone leggendario, seppure per ragioni non troppo nobili. Questa è storia di oggi.

boogers rkc

Al momento dello sbarco dell’attaccante in Gran Bretagna, infatti, prevalgono fiducia e curiosità. Curiosità perché Boogers è un nome pressoché sconosciuto al grande pubblico. Fiducia perché se è stato nominato terzo giocatore dell’anno in Eredivisie (il massimo campionato olandese), scarso scarso non sarà, si dicono i supporter della squadra dell’East End londinese. Quell’anno Boogers ha incrociato gli scarpini con gente come Ronaldo, il futuro idolo della Kop Jari Litmanen, due giovanissimi Patrick Kluivert e Clarence Seedorf, il pilastro dell’Ajax Ronald De Boer, rimediando una serie di belle figure. Per di più indossando la casacca dello Sparta Rotterdam, i cugini poveri del Feyenoord che, a un curriculum esangue di successi (se si eccettua un periodo d’oro a cavallo degli anni ’00 e ’10 del secolo scorso), possono opporre la schiatta di club più antico di tutti i Paesi Bassi, essendo stato fondato nel 1888. “Facile distinguersi in squadre come Ajax o Psv – si spalleggiano i fan dello United – Tutt’altro farlo con un team che si è piazzato al quattordicesimo posto”. Nel campionato che sta per iniziare Harry Redknapp, reduce da una discreta prima stagione al comando con la salvezza raggiunta grazie a un finale di annata da ricordare, parte con un dubbio in attacco. Chi affiancare all’irremovibile Tony Cottee, l’enfant du pays tornato a splendere nel suo giardino di casa dopo una serie di stagioni di su e giù sulla riva del Mersey colorata di blu? Cottee è una punta brevilinea, brava ad attaccare gli spazi, si direbbe oggi, e nella mente del manager ex Bournemouth potrebbe rendere al meglio avendo al fianco un cristone che si sobbarcasse il lavoro sporco senza difettare, comunque, in fase realizzativa. La scelta, prima del fischio d’inizio della Premier league, è fra Dowie e Marco. I tifosi non hanno dubbi. Sarà il fascino del giocatore arrivato dall’estero, saranno le credenziali di Boogers, sarà che il nord irlandese reduce da un’esperienza a Southampton è considerato un discreto rincalzo e nulla di più, ma fra i pub e i fish and chips intorno allo stadio non c’è tifoso che non speri di vedere il West Ham trascinato in Europa a suon di reti dalla coppia Cottee-Boogers. I media sono un filo più scettici. Anche perché inizia a serpeggiare una storiella, rimasta a lungo in bilico fra leggenda metropolitana e realtà, che l’olandese sia stato acquistato (e per 800mila sterline, neanche due lire) solo sulla base di alcune videocassette visionate da Redknapp durante l’estate. La vicenda, se fosse vera, farebbe a pugni con la tradizione di un club noto per la sua capacità di far sbocciare i ragazzi dell’Academy. Chi ha ragione? I supporter (e Redknapp che continua a giurare sulle doti del nuovo attaccante)? Oppure i giornalisti?

redknapp west ham

Il precampionato mette altra benzina nel motore dei pessimisti. Boogers, che si è presentato a Boleyn Ground con un taglio a spazzola da marine tosato da un giardiniere alticcio, non ingrana. Non riesce a fare amicizia con i compagni, ma è anche spiazzato dalla way of life londinese. Negli anni in cui stelle del calcio italiano come Vialli, Di Matteo e Zola si integrano perfettamente qualche chilometro più in là, godendosi le opportunità e la tranquillità di Chelsea, Marco è un pesce fuor d’acqua. I club britannici non hanno ancora l’abitudine di arruolare anfitrioni che aiutino i giocatori stranieri a prendere confidenza con tutto quello che c’è fuori dal campo. Boogers e la moglie sono soli. La donna, in particolare, inizia a sentire la mancanza della madre, alla quale è legatissima. Anche sul rettangolo verde le cose non vanno alla grande. La punta di Dordrecht fatica a entrare in forma. Il risultato è che per il debutto in campionato contro il Leeds, Redknapp decide di affiancare Dowie a Cottee, fra i mugugni dei tifosi che vorrebbero festeggiare l’esordio della coppia anglolandese. Il momento di Boogers arriva a metà del secondo tempo, quando gli hammers sono proiettati in avanti a caccia del pareggio. L’olandese entra al posto del difensore Kevin Rowland ma non lascia alcuna traccia. Spaesato e molle, si trascina per il campo in evidente ritardo di condizione e intesa con i compagni. La fiducia dei supporter inizia a incrinarsi.

boogers action

Il turno successivo riserva al West Ham l’avversario peggiore che possa capitare, il Manchester United di Sir Alex Ferguson che chiuderà l’annata con lo splendido double Premier-FA Cup. I reds quell’anno sono una macchina da guerra quasi perfetta. A fianco di vecchi leoni come Steve Bruce, Denis Irwin e Gary Pallister e dei titolarissimi  Roy Keane ed Eric Cantona, il manager scozzese ha promosso praticamente in blocco i migliori rappresentanti della cosiddetta Class of ’92, i ragazzi che vinsero la Coppa d’Inghilterra giovanile nel 1992. L’Old Trafford impara a conoscere futuri idoli come Paul Scholes, Nicky Butt, David Beckham, Ryan Giggs, i fratelli Phil e Gary Neville. E proprio quest’ultimo sarà involontario protagonista dell’azione che trasformerà Marco Boogers da semplice “pacco” di mercato a “leggenda”, destinata a entrare nella storia del West Ham dall’ingresso sbagliato. La stagione dei mancuniani non è iniziata benissimo, con una sconfitta a Birmingham contro l’Aston Villa (3-1, la rete della bandiera è segnata dal non ancora Spice Boy) e i fan rumoreggiano a fronte di un mercato che ha portato al Theatre of Dreams solo il portiere comprimario Nick Culkin. Redknapp, comunque, non si fida dell’avvio a fari spenti dei rivali e decide di schierare una squadra coperta, con il solo Cottee davanti. Spera di reggere l’urto del terzetto Cantona-Cole-Giggs e magari di trafiggere Schmeichel con una ripartenza fortunata. Boogers, ancora, siede in panchina.

A una decina di minuti dal termine, sul risultato di 2-1 per i reds, Redknapp decide di giocarsi la carta del centravanti orange. Un cross azzeccato oppure un batti e ribatti in mezzo all’area, pensa il manager londinese, possono essere l’occasione buona per sfruttare i centimetri e la potenza di Marco. Si sbaglia. Quello che succede, in realtà, non servirà agli hammers per pareggiare la partita, ma sarà utile a Boogers per regalare uno dei momenti più surreali del calcio inglese anni ’90. Siamo all’86’. Il centrocampo ospite butta una palla lunga sull’out destro. Gary Neville si piazza per un facile controllo, pronto ad appoggiare a Beckham per il più semplice dei disimpegni. In quel momento i più accorti fra gli spettatori notano Boogers sprintare per diversi metri in direzione della palla e del terzino in maglia rossa. “Che sta facendo?”, si chiede chi ha osservato la folle corsa della punta di Dordrecht. Impossibile raggiungere la sfera. Marco non se ne cura. Sembra investito da una forza immateriale che lo spinge a concentrare tutti i suoi sforzi in quell’inutile sgroppata. La velocità e il campo bagnato ne accelerano l’impeto. A qualche metro dal difensore avversario Boogers si prepara scompostamente al tackle. La palla, intanto, è già finita mansueta sui piedi di Beckham. Poco importa. L’inquadratura, ora, è puntata solo sul neoentrato giocatore ospite e su Gary Neville. L’impatto è inevitabile e violentissimo, come si direbbe nella ricostruzione di un incidente d’auto. Boogers colpisce il futuro commentatore di Sky all’altezza delle ginocchia. Per un attimo l’intero stadio piomba in un silenzio irreale. Anche i giocatori sembrano paralizzati. Quando gli atleti in campo e l’arbitro razionalizzano l’accaduto, convergono tutti verso la zona del terribile fallo. Neville è a terra e urla di dolore. Gli animi si accendono. Gli altri reds provano a farsi giustizia da soli, puntando il dito contro Boogers e circondandolo con fare minaccioso. L’olandese, rialzatosi dopo lo scontro, pare essere appena atterrato da Marte. Strabuzza gli occhi, meravigliato di tutto quel can can. Ci pensa l’arbitro a riportarlo sulla terra, sventolandogli davanti al naso il cartellino rosso. Marco accenna a una protesta, scarsamente supportato dai compagni. Non è seccato dall’espulsione. Più che altro è convinto che la decisione dell’arbitro, in qualche modo, rovini la perfezione perversa del suo gesto eclatante. Lascia il campo a testa china, accompagnato dai cori dei suoi tifosi. “One Marco Boogers / One Marco Boogers”, cantano i supporter arrivati da Londra, beati dell’abbattimento del terzino del Manchester United, già ben avviato sulla strada che lo porterà a diventare uno dei calciatori più odiati di tutta l’Inghilterra.

Boogers fallo

Nei giorni successivi, davanti al giudice della FA il giocatore proverà ad abbozzare una difesa, “incolpando” per il fallo il terreno bagnato e sostenendo che, comunque, Gary Neville era riuscito a portare a termine la partita. E quindi non avrebbe risentito troppo del colpo subìto. Le toghe del calcio, da parte loro, stanno più dalla parte del Sun che, il giorno dopo il match, titola a caratteri cubitali “Horror Tackle” e puniscono Boogers con quattro giornate di squalifica. È a quel punto che, complice anche il caso, il tulipano arruolato da Redknapp esce dalla cronaca per entrare nel mito. Nella vicenda irrompono due attori non protagonisti che contribuiranno a scriverne il capitolo più noto. Si tratta di Bill Prosser, impiegato del West Ham che si occupa di prenotare i voli per i giocatori e di un reporter di Clubcall, un’agenzia di stampa sportiva che offre servizi al telefono per tifosi ma anche per radio, tv e quotidiani. Il giornalista, fiutata l’opportunità di una storia di colore, chiama Prosser al telefono. Vuole fissare un’intervista con Boogers per parlare dell’ormai tristemente famoso tackle su Neville. Il dipendente del club gli dice che l’olandese, frastornato dalle sgradite attenzioni ricevute dai media, ha deciso di tornare in patria per trascorrere lì il periodo di stop. Aggiunge di non aver acquistato alcun biglietto aereo per lui e la moglie e che Boogers, probabilmente, ha impacchettato le sue cose e raggiunto Dordrecht in auto. «Probably he’s gone by car», dice Prosser al telefono. Chissà perché, il reporter capisce “he has gone back to his caravan”. Un calciatore professionista che vive in una roulotte? Ce n’è abbastanza per scrivere un’agenzia gustosa, anche senza avere particolari dalla viva voce del diretto interessato. Il reporter prepara un pezzo su Boogers e signora, impegnati a ritrovare nel loro caravan la serenità perduta a causa del difficile impatto con l’Inghilterra e per la cattiva pubblicità garantita a Marco dal fallo killer su Neville. Il giorno dopo il solito Sun ci mette il carico a bastoni, titolando “Barmy Boogers gone to live in a caravan”, che si può tradurre come “Boogers il matto è tornato a vivere in una roulotte”.

Ovviamente Marco non è tornato a vivere in una roulotte, invenzione che lo perseguiterà per tutta la vita, tanto che in rete ci sono ancora pagine serie che raccontano di quella sua stramba scelta. È vero, però, che in Olanda Boogers e consorte si macerano nel dubbio di aver fatto la cosa giusta, accettando l’offerta del West Ham. La nostalgia è enorme e in patria ci sono squadre che farebbero carte false pur di avere l’attaccante ex Sparta Rotterdam in rosa. Dopo qualche tentennamento Boogers decide comunque di fare ritorno a Londra, anche perché i dirigenti del West Ham hanno preso a tempestarlo di telefonate, esigendo il suo rientro alla base. E così Boogers fa rotta sulla capitale, presumibilmente in auto attraverso il tunnel della Manica da poco inaugurato. Si presenta ad Upton Park. Con sé avrebbe – il dettaglio non è mai stato confermato con certezza – un certificato dello psicologo che lo descriverebbe come “temporaneamente inadeguato dal punto di vista mentale a giocare al pallone”. L’olandese ha sempre negato, sostenendo di soffrire di una gastrite acuta di origine nervosa. Quanto basta, a prescindere dalla verità o meno del dettaglio sul certificato medico, perché media e tifosi lo bollino come Mad Marco. Si rifà vivo in campo a fine ottobre, subentrando come rincalzo nelle sconfitte contro Blackburn Rovers e Aston Villa. In seguito ci si mette anche la sfortuna. Boogers si lesiona il ginocchio in allenamento a dicembre, infortunio che è anche l’occasione per scoprire i precedenti problemi fisici palesati nel suo periodo allo Sparta. Un episodio che dimostra le lacune dei responsabili dello scouting del West Ham. Boogers viene operato a Londra e ottiene di trascorrere la convalescenza in Olanda. Mentre si sta riprendendo a Dordrecht, nasce il suo primo figlio. “Il lieto evento – scrivono i giornali inglesi – è simbolico di come non ci sia nulla che trattenga i Boogers a Londra”. Marco viene prestato al Groningen. Non indosserà più la casacca claret and blue e successivamente troverà la sua dimensione nella seconda divisione olandese, con esperienze fortunate al Volendam e all’FC Dordrecht. Con il West Ham ha giocato in tutto 44 minuti, in quattro partite terminate con altrettante sconfitte. Resta il mistero di come Boogers sia stato reclutato a Londra. Harry Redknapp nella sua prima autobiografia uscita nel 1998, rivelò la sua versione dei fatti. «Qualcuno – scrisse – mi mandò una videocassetta di Boogers e mi sollecitò a darci un’occhiata. Rimasi molto impressionato e mi adoperai subito per metterlo sotto contratto». Da parte sua il giocatore, che oggi è direttore tecnico dell’FC Dordrecht, ha sempre giurato che gli osservatori del West Ham assistettero a numerose partite dello Sparta Rotterdam. A vent’anni di distanza il dubbio rimane. Così come rimangono le ironie su quello che è ormai noto come il “Caravan myth” di “Mad Marco” Boogers.

Boogers oggi

Paul Scholes: silent hero

Ritorna sulle nostre pagine Luca Cancellara, che entra dritto in scivolata sulla fantastica carriera di Paul Scholes. 

Per fortuna che Paul Aaron Scholes, quando decise di venire al mondo, una quarantina di anni fa, aveva il respiro corto. Per fortuna che l’asma, che lo accompagnerà per tutta la carriera, l’ha obbligato all’aerosol prima di ogni partita. Immagino cosa sarebbe stato per i suoi avversari e i suoi compagni d’allenamento senza quel respiro corto. Forse è per preservare l’autonomia dei suoi polmoni che Paul ha sempre preferito i chilometri sul campo alle parole. Al Silent Hero,  soprannome dato dai tifosi del Manchester United, bastavano pochi sguardi per impostare le azioni di squadra e arginare quelle dei rivali.

Soccer - FA Barclaycard Premiership - Manchester United v Chelsea

 

E dove le sue corte leve non arrivavano ci han pensato, fin dai primi anni di gioco, i suoi tackles: il 18 dei Red Devils, grazie alla sua lunga carriera, si porta a casa (per ora) la maglia nera dei fallosi del massimo campionato inglese. Il suo nome è stato annotato nei taccuini degli arbitri ben 99 volte in Premier League, quasi uno ogni quattro partite, e 23 in Champions League (uno ogni tre partite). Per un totale di 150 ammonizioni e 8 espulsioni dirette.*

Gialli e rossi che hanno minato la carriera del “buon” Paul: «I didn’t always do it on purpose, some of it was just bad timing, I suppose». Insomma, non l’ha fatto sempre di proposito. Ma spesso quel suo dark side, come l’ha definito Arsène Wenger, ne ha sporcato lo stile. O semplicemente è una parte di esso. Come quel silenzioso ma efficace martellamento di passaggi e di pressing, di corsa e di contrasti:

“I was just getting people back. If someone got me early in the game it was always in the back of my mind that I needed to get them back.”

Chi la fa l’aspetti. Soprattutto dal taciturno Paul. Con quegli occhietti vispi che si fanno spazio sotto le folte sopracciglia e con quel sorrisino sornione che esibiva quando centrava il sette. L’incrocio dei pali. La destinazione preferita dei suoi bolidi, del suo destro fuori area. Sostanza e quantità, ma anche qualità, tecnica e visione di gioco.

Socrates l’avrebbe voluto vedere giocare nel Brasile, per il Dottore aveva tutte le carte in regola per farlo; Thierry Henry l’ha incoronato senza dubbio il miglior giocatore della Premiership “sa sempre cosa fare” e per Zidane “Scholes è stato il più grande mediano dell’ultima generazione, l’avversario più difficile da affrontare”. Per non parlare di un’altra icona United, quel Bobby Charlton che, da giurato della Hall of Fame del calcio inglese, l’ha inserito nella speciale classifica nel 2008.

esultanza

 

Classifica dopo classifica. Con 718 presenza Paul Scholes occupa il terzo posto per presenze con la maglia del Man U, dietro al suddetto Charlton e all’inarrivabile compagno di reparto Ryan Giggs (957 presenza). Nei primi cinque posti c’è anche Gary Neville che, insieme a Giggs e Scholes ha fatto parte della mitica “Class of 92” del Manchester che sarebbe poi diventata vero e proprio pilastro della prima squadra e negli ultimi quindici anni.

Paul vi entra nel 1994 contro il Port Vale, in Coppa di Lega, e segna una doppietta decisiva. Non ne uscirà più nei 19 anni successivi.

Rossi: i suoi capelli, i completi dello United indossati, i cartellini. Uno su tutti quello del 5 giugno 1999 con la maglia della nazionale inglese contro la Svezia. Stadio Wembley, quasi 76.000 spettatori. Al 51esimo minuto del secondo tempo Scholes viene espulso per doppia ammonizione (due gialli per due falli su Schwarz). José Maria Garcia-Aranda non sa che mandando anzitempo il numero undici sotto la doccia farà di Scholes il primo giocatore espulso a Wembley in 233 partite della nazionale dei tre leoni. Nel 2003 Wembley viene demolito per far spazio alla nuovo impianto. Paul passa alla storia come l’unico calciatore inglese espulso nella cattedrale del calcio londinese.

scholes-cantona

 

Anche nella decisione di abbandonare il calcio Scholes è unico. Il 3 maggio 2011, dopo la sconfitta in Champions League contro il Barcellona, annuncia il ritiro dal calcio giocato, tenendo aperta la possibilità di entrare nello staff tecnico di Sir Ferguson:“Che altro posso dire di Paul Scholes che non ho detto prima. Stiamo per perdere un giocatore veramente incredibile. Paul è sempre stato fonte di ispirazione per i giocatori di tutte le età e sappiamo che continuerà nel suo nuovo ruolo”.

Nel frattempo al termine del match con il Barça, finale a Londra persa 3-1, Scholes, entrato al 77°, si vede accerchiato dai giocatori blaugrana, 5 per la precisione: Xavi, Busquets, Pedro, Iniesta e Messi. Gli chiedono di poter scambiare la maglia con la sua, rossa, prima dell’addio. Iniesta avrà la meglio. Ma non sarà l’ultima. Per la precisione l’ultima col numero 18.

Otto mesi dopo Ferguson gli chiede di tornare a disposizione. Paul non aspettava altro, non ci pensa due volte e il suo rientro è cosa fatta, con il numero 22 sulle spalle. Il ritiro, seppur rinviato, avviene al termine della stagione 2013, a pochi giorni dall’annuncio di Ferguson di lasciare, dopo 26 stagioni, la sua panchina.

“I love to watch Scholes, to see him pass, the boy with the red hair and the red shirt” Socrates.

genius

* http://www.statbunker.com/players/getPlayerStats?player_id=618