Estate Millenovecentonovantaquattro

A undici anni probabilmente la memoria non è un concetto che puoi avere ben definito.

La costruzione del tuo ego è talmente tumultuosa, variopinta e alla ricerca di nuove scoperte che il tempo è un concetto che spesso risuona familiare solo come evento atmosferico. “Gheto vardà el tempo par doman?” – capitava di sentire talvolta in cucina nei discorsi fra madri e nonne.

Eppure ricordo lo stesso – anche se di anni compiuti ne avevo addirittura solamente dieci – che il tragitto che portava al Santuario di Monte Berico, in quell’assolato martedì di luglio del 1994, assaggiavo per la prima volta l’idea di tempo come flusso delle cose che scorrono sotto ai nostri occhi.

Sapevo che la partenza era fissata la mattina dal piazzale della chiesa e desideravo fortissimamente che mamma non mi avesse fregato sull’orario del ritorno. Non so come fosse riuscita a convincermi. Forse la presenza di molti compagni di classe delle elementari e un’età che non permetteva di sbattere i pugni sul tavolo mi aveva spinto a conciliare e a deporre momentaneamente le mie perplessità. Quel giorno alla tivù davano infatti Italia – Nigeria, ottavo finale di una Coppa del Mondo, che avevo seguito per la prima volta in maniera quasi consapevole. Non potevo permettermi di perderla, nemmeno per qualsiasi miracolo di qualsivoglia Madonna del mondo! C’erano Benarrivo, i non-cugini Baggio e di fronte quegli omoni dai nomi improbabili che avevo imparato a conoscere a memoria sulle figurine. Amunike, Yekini, Amokachi, Rufai, Eguavoen e compagnia. Eguavoen era impossibile da dimenticare, non solo per quel nome pieno di vocali, ma perché la figurina riportava un puntino difettoso all’altezza-collo che gli conferiva una minacciosa aria da ergastolano. Ottima presentazione per un difensore.

Nigeria 1994 WC v Argentina

Avevo già sofferto abbastanza seguendo un dissestato cammino di qualificazione, iniziato addirittura a Milano a novembre col gol a pochi minuti dal termine di Dino Baggio, imbeccato da una deviazione portoghese su tiro proprio di Roberto.

Le cose oltre-oceano erano iniziate male con la sconfitta contro l’Eire col gol di Ray Hougton. Sembravano addirittura sul punto di sfracellarsi dopo pochi minuti della seconda partita quando restammo in dieci per il rosso a Pagliuca e il Vate da Fusignano decise in pochi secondi di sostituire il nostro uomo più rappresentativo con il secondo Marchegiani.

Ci pensò il solito Dino Baggio da Tombolo a darci nuova linfa nonostante l’infortunio al Capitano Frankie Baresi.

Col Messico il gol di Massaro mi esaltò talmente tanto – giusto contrappasso per la scoperta di quell’emozione chiamata paura – da farmi scrivere con il gesso il risultato momentaneo su uno di quei cartelli estivi improvvisati che segnalano la possibilità di mangiarsi una fetta d’anguria fresca. La goduria nel patio del negozio d’ortofrutta di mio zio, proprio vicino alla piazza del paese, durò il tempo di un ghiacciolo. Pochi minuti dopo tale Bernal Marcelino costrinse il sottoscritto e mio cugino a complicati calcoli su un bloc-notes per capire se potevamo passare o eravamo eliminati. Due minuti dopo scacciavamo l’ansia, in attesa di spiegazioni dal Vangelo secondo Pizzul, scartavetrando tergicristalli delle auto parcheggiate con un Tango annerito dai troppi rimbalzi sull’asfalto.

Fra gavettoni e profumo d’anguria, con le sere finalmente interminabili come le partite di allora coi ragazzi del quartiere, passavamo come ultima delle migliori terze. Eravamo illuminati, come le lucciole prima del corteggiamento che scorgevamo nelle passeggiate lungo il fiume, e la paura di prima ritornava piccina, come un sasso lanciato lentamente sul pantòcco appena disegnato.

tango

La parrocchia, o forse i catechisti, chi lo sa, aveva organizzato questa gita verso il Santuario di Monte Berico, provincia di Vicenza. Pullman, o meglio corriera, come si preferisce dire dalle mie parti, e pranzo al sacco.

Il gran vociare e la rumorosa allegria del gruppo di madri, suore e nonne al seguito contrastava e pressava i nostri pruriti calcistici infantili, che grattavamo sottopelle nel retrocorriera. La strada mi sembrava interminabile e ogni tanto di nascosto lanciavo qualche sguardo antipatico a mia mamma. Come poteva avermi mentito? Dai, in fondo anche la Madonna a un certo punto avrebbe interrotto le trasmissioni e le cascate di rosari in sottofondo per dire a tutti che bisognava andare a pregare per Sacchi e i suoi ragazzi.

Una quarantina di chilometri a undici anni possono sembrare la circumnavigazione del globo.

Eppure le sette di sera sembravano ancora lontane, e l’ansia rimaneva cheta in tasca, mentre insieme ai compagni bevevamo aranciata e mangiavamo qualche cioccolatino spuntato a sorpresa fra le nostre giovani mani. Avevamo maglie colorate, zaini improbabili, braghe corte. Qualcuno portava il berretto, qualcun altro i calzini di spugna. Io pensavo alla Nazionale e dopo il pranzo continuavo a chiedere che ora fosse a qualsiasi adulto estraneo mi capitasse a tiro.

Soverchiato dal dovere cattolico avevo timore di mostrarmi impaziente di andarmene, però imparavo a conoscere i battiti del mio personalissimo tempo e a dedicare tutta la mia attenzione al match che stava per iniziare.

Ce l’avremmo fatta? O avremmo pagato quel pizzico di fortuna che ci aveva consentito di sperare ancora? Senza Baresi non sarebbe stato facile resistere all’urto di quei bisonti africani. Dino aveva il piede caldo? E chi avrebbe scelto Arrigo davanti? Baggio, Roberto, sembrava davvero giù e davanti non potevamo sperare solamente in Massaro.

Il pomeriggio era una clessidra inesorabilmente rovesciata.

Finalmente si poteva partire e il rombo del motore della corriera accesa valeva più di qualsiasi orazione alla Madonna.

Veneto_Vicenza2_Madonna_Monte_Berico_tango7174

Rientravamo tardi, troppo tardi.
Arrabbiatissimo covavo un broncio che mia madre doveva assolutamente cogliere, non capivo come potesse non capire. Come per miracolo lungo la strada si materializzò fra le nostre mani una mini-televisione portatile. Non ricordo chi l’avesse portata appresso, forse addirittura quella malvagia stratega di mia madre. L’antennina giocava brutti scherzi e alle sette passate eravamo attaccati a quel piccolo schermo per capire che l’Italia aveva iniziato sotto un sole lancinante a stelle e strisce e stava addirittura perdendo.

Ogni tanto il segnale saltava e in quel preciso istante la parola tempo uscì dal vocabolario per diventare finalmente un concetto da interiorizzare. Pregavo in silenzio la Madonna di Monte Berico e lo sconosciuto Dio del calcio per ritornare a casa prima possibile. Al parcheggio non dissi nulla, la mia corsa verso l’auto urlava silenziosa che bisognava semplicemente andare a casa.

tvportatile

Niente bucce d’anguria, anzi, meglio dire scorze d’anguria, solo un bicchiere d’acqua, la poltrona in legno con i cuscini rossi cullava finalmente l’inizio del secondo tempo. Continuavamo a perdere.

A circa mezzora dalla fine Sacchi sostituiva Signori con Gianfranco Zola che si posizionava all’ala sinistra, nel tentativo di scardinare la difesa avversaria.

Dopo pochi minuti il pifferaio sardo subiva lo sventolio in faccia di un cartellino rosso che mi sbatteva addosso l’epico silenzio delle speranze frantumate.

Eravamo in dieci, stanchi e incapaci di mettere paura a quello squadrone in maglia verde.

Con rassegnazione seguivo le rotonde pause di Bruno Pizzul e mi attaccavo sempre più teso alla poltrona, i nervi che affioravano e le mani sudate che azzannavano la poltrona come uno scalatore si afferra alla roccia mentre rischia di precipitare, tuffandomi senza speranze negli occhi di quegli Azzurri che in panchina proprio non riuscivano a star seduti. I pantaloni verdi della tuta di Arrigo erano il segno che pure la Madonna tifava per gli africani e per noi oramai non rimaneva che fare da spettatori.

World-Cup-1994-Italy-v-Nigeria_0016

Avevo trascorso un intero pomeriggio a immaginare quella partita e il tempo per rimettersi sulla strada di casa sembrava non trascorrere mai. E ora che ero lì, davanti ai miei Azzurri, quei maledetti minuti che ci separavano dalla mesta eliminazione parevano volatilizzarsi, come le nostre residue speranze di mettere il gol del pareggio. Pizzul diceva che stavamo finendo “in un clima sconfortante”. Fuori calava ormai la sera, di lontano solo qualche rumore di grillo, mio padre che doveva ancora rincasare, io che pensavo al giorno dopo immaginando che tutto d’ora in poi sarebbe andato a rotoli quell’estate, che forse saremmo stati costretti a iniziare prima la scuola e per punizione andare a piedi una volta la settimana al Santuario di Monte Berico. Altro che scorze di anguria e profumo di erba appena tagliata e partite infinite con gli amici nei giardini di casa. Madonna mia, se ci sei, mandaci il pallone giusto.

E poi non so bene dopo quella rimessa quale fu l’Azzurro che imbeccò il taglio di Mussi.

Pochi secondi prima ci avevano fatto vedere Sacchi sbracciarsi e sgolarsi, e improvvisamente la voce di Pizzul sull’”ancora un’iniziativaaaaa” pareva una corda tesa allo scalatore tifoso che oramai stava precipitando fra le grinfie della sconsolatezza.

Incredibilmente Mussi vinse il rimpallo col difensore che stava intervenendo e si trovò in area, a pochi giri di lancette sull’orologio dall’aereo del ritorno in patria, riuscendo a servire proprio lui, Roberto Baggio.

Il Divin Codino da Caldogno abitava a pochi chilometri di distanza dal Santuario di Monte Berico. E tutte quelle preghiere non potevano essere state recitate invano!

Il piattone a chiudere si infilò preciso come una lama nell’angolino basso alla destra di Rufai. Il replay lo vidi qualche minuto dopo, quando avevo finito di esultare con una corsa a perdifiato, scappando in giardino urlando a squarciagola.

La Madonna aveva benedetto quel codino vicentino, ecco perché non poteva che essere per forza Divino. Il tocco di destro ci aveva riportato giù dall’aereo e io sentivo il cuore impazzire, battere così forte come forse succede a chi crede di sentirsi morto e improvvisamente riscopre la bellezza della vita. Eravamo ancora vivi e il tempo diventava qualcosa di improvvisamente gioioso. Ci stavamo guadagnando almeno i supplementari, e allora c’erano ancora fette di cocomeri da assaporare e zero compiti da godere quell’estate.

Tassotti, Maldini, Luca Bucci. Tutti ad abbracciare Roby da Vicensa, il Benedetto di Monte Berico. Mi stavo convincendo che la Fede fosse qualcosa che potesse davvero cambiare il corso dei destini, e quel ragazzo con la Dieci era una testimonianza vivente che i miracoli potevano sul serio accadere!
Sembrava tutto finito” sospirava Brunone, e da allora in poi il tempo non sarebbe mai più stato quello atmosferico. Roberto Baggio mi stava proiettando dentro a una consapevolezza nuova, dovevo fare i conti col tempo d’ora in poi, col tempo tiranno che poteva volare via come sale dalla scatola quando capita di aprirla troppo, oppure farti palpitare per la viva attesa dei desideri, quando non sai se quella del terzo banco ti vorrà davvero baciare.

rb

Come una maschera del wrestling o un supereroe dei fumetti il suo destro aveva appena pennellato un sogno davanti ai miei occhi.
E come nelle storie a bivi quel fottutissimo pallone prima di finire in fondo al sacco era passato nell’unica scia possibile fra le gambe di un difensore avversario e i piedi di Daniele Massaro. Da vero bomber d’area, con un movimento che avremmo imparato a definire alla Pippo Inzaghi negli anni a venire, Massaro aveva addirittura tentato di sfiorarlo con il sinistro quel pallone. Forse un’eventuale deviazione avrebbe potuto essere letale e alzare tutti i nostri sogni sopra la traversa – sarebbe accaduto lo stesso ma qualche giorno più tardi, mentre eravamo tutti in spiaggia a sognare una Coppa del Mondo contro i maestri del futbol –, magari avremmo fatto gol comunque. Non era dato sapere e andava benissimo così. Era evidente che il Santuario di Monte Berico custodiva e proteggeva i piedi delicati di Baggino. Ora che il miracolo era avvenuto potevamo avvicinarci ai supplementari con l’invisibile forza dei risorti.

Eravamo rientrati in corsa, come ci raccontava la nostra magica Voce friulana, e ad anni di distanza non so Mussi dove abbia trovato la forza e la lucidità di alzare la testa per servire il compagno smarcato in un momento del genere anziché provare lui a tirare una castagna scaccia-incubi.

I palpiti del cuore d’incanto trasformavano il tempo su quell’angolo di campagna, la poltrona finalmente morbida, senza spine, come soffice prato dopo una lunga scalata era un dolce angolo su cui respirare dopo una lunga faticata prima di mettersi nuovamente in cammino verso la cima.

Ricominciavano i supplementari. Ridotti in dieci, con una sete bestiale, ma con la certezza che la Madonna di Monte Berico proteggeva i nostri sogni.

Italian team coach Arrigo Sacchi yells directions to his players from the sidelines during action against Nigeria in their second round World Cup soccer match, Tuesday, July 5, 1994 in Foxboro, Mass. Italy came from behind to defeat Nigeria 2-1 and now advance to the quarterfinals of the World Cup against Spain on Saturday, July 9 in Foxboro. (AP Photo/Luca Bruno)

La netta sensazione che il pellegrinaggio odierno avesse trasformato il nostro Mondiale divenne certezza quando Dino, altro veneto doc entrato al posto di Berti, allargò a pochi minuti dalla fine del primo tempo supplementare su quello straordinario terzino di nome Antonio Benarrivo. Il parmense aveva giocato a Padova sino a qualche anno prima e sicuramente era stato in visita almeno una volta nella vita al Santuario di Monte Berico. Ecco il triangolo santissimo.

Dino, Benarrivo che cede a Baggio e con una forza prodigiosa riesce a buttarsi in area nella cappa strozzamuscoli di Boston. Roby attende una frazione di secondo il movimento del compagno e trova una soluzione che solo un Eletto poteva immaginare. Cucchiaiata sopra alle teste dei difensori schierati, Benarrivo che mette il corpo a protezione del pallone e a pochi metri dal portiere il marcatore in divisa verde che inesorabilmente lo travolge.

Rigore.

benarr

Poltrona di nuovo roccia scivolosa.

Mani sudate.

Dilatazione del tempo, quei secondi fra il fischio dell’arbitro e la rincorsa dal dischetto diventavano di nuovo settimane.

Va Roberto sul dischetto.

Giuro che farò tutti i compiti entro luglio se segniamo, promettevo in silenzio alla Vergine Maria protettrice degli Azzurri.

La fresca sera e un silenzio da vacanza interminabile avvolgevano quella rincorsa.

Anche i quadretti di casa, la credenza in legno, gli animali fuori sembravano attendere che quel bivio ci indicasse come proseguiva la Storia.

Era stato proprio Eguavoen, quello della figurina macchiata, a fare fallo.

Momento topico, diceva Bruno, santo apostolo di tutte le divinità del calcio.

Mille sofferenze e mille emozioni –  si lasciava andare proprio così l’uomo in cabina – e pensando ad alta voce diceva che tutti i telespettatori italiani avevano sofferto.

Puoi scommetterci, Bruno! Non avevo mai masticato tanta ansia sino a quel luglio del ’94.

Benarrivo fuori in barella, “siamo in 9 contro 11 ma stiamo per battere un calcio di rigore”. La forza della sofferenza dei pellegrini ci stava guidando a un passo dal Monte.

Baggio posò il pallone sul dischetto e si sistemò i calzettoni. In quel momento capii che avremmo segnato. Tale tranquillità denotava una sicurezza che solo un Apostolo designato poteva avere.

Poi prese una rincorsa lunga sino a uscire dall’area e allora non ero più così sicuro del fatto che avrebbe segnato perché avrebbe avuto troppo tempo per pensare. Io fuori dal portico di casa quando mi allenavo a tirare i rigori non prendevo mai rincorse troppo lunghe anche perché il cortile era leggermente in salita e diventava più dura del previsto.

Ma la Madonna ci proteggeva, cazzo!

Manco Celentano avrebbe tenuto il silenzioso sospiro come ha fatto Pizzul prima di raccontarci quello che stavamo vivendo.

Fischia l’arbitro, parte Baggio, sìììì, gol!

Italianig
In nessun altro momento sarei stato più così felice di mantenere le promesse di bravo bambino. Probabilmente già la notte stessa sarei riuscito a finire tutti gli esercizi di matematica. Poi mi resi conto che dopo l’estate sarei passato alle Medie per cui potevo anche rilassarmi, non avrei dovuto rendere conto a nessuno.
A questo ci arrivai forse il giorno dopo, quando potevo aver smaltito almeno in parte le frizzanti bollicine di quella partita incredibile.

Rigore perfetto, palla da una parte e portiere dall’altra, palo interno e gol.
Pensavo fosse da addebitare alla Santa Madre l’invenzione portentosa dei pali rotondi e non spigolosi. Un raggio celeste aveva spinto il pallone ad avere quell’effetto rientrante.

ITALY V NIGERIA

Due a uno per noi, altra folle esultanza, e i ranger americani a bordo campo impassibili a controllare il pubblico, cristo santo.

Il Tasso con la maglia fuori, la corsa di Conte dalla panchina, il replay con quel pallone che toccava velocemente il palo per infilarsi, un’attesa che solo Totti sei anni dopo ci avrebbe fatto vivere con un altro pazzesco rigore in terra d’Olanda.

Pizzul si scusava per talune espressioni forti, tipo “Baggio rischia la vita”, riferendosi a quel penalty infilatosi dopo il bacio al palo.

BrunoPizzul_oriz

Aveva tutta la mia approvazione.

Le sorti della mia estate stavano inevitabilmente cambiando, e anche se non avevo un taccuino su cui appuntare quelle emozioni di cui scoprivo lentamente i nomi, ero pronto ad affrontare con una rinnovata speranza il mondo nuovo che mi attendeva oltre il ponte.
Le scuole medie stavano in territorio comunale, in paese avevamo solo le elementari e quindi con la bici avrei dovuto affrontare salite più ripide. Forse non solo con la bici.

Ma la Madonna di Monte Berico proteggeva il nostro cammino, ecco perché mia madre mi ci aveva portato. Perché RobyBaggio potesse insegnarmi che la storia potevamo riscriverla, a patto di volerlo intensamente.

Forse lo capii qualche anno dopo, insieme alla netta consapevolezza del tempo che fugge, sbocciata in quel caldo pomeriggio di luglio. E di come il tempo sia un ritmo danzante che dilata i tuoi giorni, che ogni tanto ti stringe il collo, che ti fa ansimare e attendere, e pregare e sperare, e sentirti perso, e poi ritrovarti vivo, senza fiato, con il cuore in gola e un sorriso ebete e una palla in fondo al sacco, nella porta giusta.

Al fischio finale non presi alcun appunto né mi persi in inutili riflessioni. Avevamo passato il turno e potevamo ancora sperare.

Uscii assaporando dolcemente le samesse dell’anguria che si incastravano fra i denti, gettai la scorza, e presi il mio Tango. Riprovai a calciare un rigore proprio come l’aveva tirato Roberto.

Il pallone colpì il palo ma non girò come quello che avevo visto pochi minuti prima alla tivù in un lontano stadio d’America. Forse per oggi la Madonna di Monte Berico aveva già lavorato troppo e d’altronde capivo che nell’ordine cosmico delle cose era giusto dare precedenza agli Azzurri. Dopo qualche svogliato rimbalzo il pallone si accovacciò appena oltre il muricciolo che separava il cortile di cemento dalla siepe e si addormentò sereno a farsi coccolare dai rami.

Anche se avevo sbagliato, ero felice. Domani ora era una parola diversa, e il suono del giorno dopo che stava per farsi spazio e mandare a dormire quella magica sera come una irripetibile melodia accompagnava la mia estate e l’orizzonte inesplorato della Spagna, gli avversari della prossima sfida.

Potevo rientrare a casa e sprofondare come un esploratore soddisfatto nel mio morbido giaciglio. Mi tolsi le scarpe, le presi con due dita e aprii la porta del garage.

Una lucciola brillava nell’aria e il fiume vicino odorava di mare.

finale